57. Sulla libertà di espressione, ma non di ragione.

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Alessandro Benigni, 21 agosto 2015

(pubblicato su La nostra campagna, Libertà e Persona, Cristiano Cattolico)

“Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente.
Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace.
Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare.
E questo lo considera libertà”.

Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente

 

“Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.
Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi.

Il potere più pericoloso – quello trasparente, a cui tutti noi siamo in qualche modo sottomessi e su quale nessuno di noi ha diretta possibilità d’intervento – si avvale di un supporto scientifico per manipolare e modificare a proprio piacimento i processi di accettazione sociale di fatti e pratiche che prima erano vietati e che si desidera vengano invece accettati per massimizzare il controllo. Il primo passo consiste inizialmente nella decostruzione e quindi nell’invenzione di un nuovo mondo concettuale, linguisticamente forgiato, cui non fa riscontro alcun dato reale. La seduzione delle parole è potenziata da tecniche specifiche con cui vengono introdotte pratiche e realtà che da uno stadio di radicale non-accettazione vengono poi a trovarsi come socialmente condivisibili, quindi condivise, infine giustificate per legge, senza che l’opinione pubblica abbia coscienza dei meccanismi che hanno prodotto questo mutamento.

L’effetto Dunning–Kruger

Cominciamo con un dato di fatto: l’avvento dei social network ha diffuso in po’ ovunque la convinzione (o meglio l’illusione) sociale di essere competenti sui temi più disparati: dalle tecnologie energetiche ai problemi politici più complessi, dalle questioni economiche più complicate fino ai dibattiti di natura bioetica, per definizione da affrontare sempre con la massima conoscenza, competenza e cautela possibili.

Nella piazza virtuale ci sentiamo oggi tutti in grado di dire la nostra, direttamente e pubblicamente, influenzando così in un modo o nell’altro un numero indefinito di lettori, per lo più sconosciuti, che nulla o quasi possono sapere sulle nostre reali conoscenze e abilità, senza essere riconosciuti come opinion leader. E’ interessante ricordare a questo proposito che c’è un intero filone di ricerca, rappresentato da autori come E. Katz, B. Berelson, P.F. Lazarsfeld, che ha studiato l’atteggiamento degli elettori e l’influenza esercitata su di essi dai mass media e dai rapporti interpersonali ed è emerso che la presunta capacità persuasoria dei media non è diretta, ma mediata da individui riconosciuti come opinion leaders, cioè persone ritenute punti di riferimento relativamente a questioni specifiche. I messaggi veicolati dai mass media verrebbero quindi recepiti da questi gruppi e solo successivamente da essi stessi diffusi tramite relazioni interpersonali. Un elemento non trascurabile è dato dal fatto che oggi la figura dell’opinion leader appare frammentata, depotenziata ma al contempo moltiplicata in tanti piani quanti sono quelli di scrittura e di ascolto dei discorsi che vengono registrati. Nessuno – o quasi – conosce le reali competenze di chi scrive e sempre più raramente riusciamo a distinguere fonti autorevoli da semplici blog personali che siano ben fatti: sia perché l’autorevolezza delle fonti storiche è diminuita, sia perché la capacità di cogliere e rappresentare informazioni da parte delle voci minori è aumentata, rendendo così il panorama della comunicazione mediatica più intricato e labirintico di quanto non avvenisse in passato. Secondo il nostro approccio da una parte si deve ridimensionare la portata direttamente persuasoria e conseguentemente manipolatoria dei mezzi di comunicazione di massa, sottolineando come tali mezzi non possano essere considerati gli unici diretti responsabili dei comportamenti collettivi, dall’altra si deve porre attenzione sul fatto che il medium tecnologico, il canale comunicativo più utilizzato ai nostri giorni, predispone di per sé in modo quasi automatico ad un’influenza e spesso ad un condizionamento che non si erano mai registrati in passato. Questo, proprio a partire da un fenomeno relativamente recente, strettamente legato alla natura del medium comunicativo della rete.

Fenomeno che ha un nome, anzi due cognomi: Dunning e Kruger.

L’effetto Dunning–Kruger, in breve, consiste in un deficit o distorsione cognitiva in base alla quale gli individui – anche i più incompetenti – tendono a sopravvalutarsi. Più non si conosce la materia di cui si vuole parlare meno si è consapevoli dei propri limiti e dei propri errori. Paradossalmente, il possesso di una reale competenza spesso finisce col sortire l’effetto inverso: eccessiva problematizzazione, cautela, fino alla mancata percezione della propria reale competenza ed una conseguente diminuzione della fiducia in sé stessi. Fino al punto di tacere di fronte agli errori più grossolani ed evidenti dei propri interlocutori.

Dunque: in un mondo (virtuale) dove tutti sono editori e pubblicisti (ma nessuno sa dire se e quanto siamo effettivamente abilitati a sentenziare nei dibattiti più diversi), in un mondo in cui tutti scrivono ma sempre meno sanno comprendere o addirittura leggere ciò che viene pubblicato, la percezione generale è quella di essere più competenti di quanto in effetti non siamo. Ricordiamo en passant che secondo i dati OCSE del 2013, per un’indagine svolta nel periodo 2011-2012, 1 italiano su 5 sarebbe analfabeta funzionale, contro la media internazionale di 1 su 10 o su 20. Il dato è rilevante e concordante con un fatto indiscutibile: si tende a credere a tutto quello che stampa, tv, internet ci dicono, per il solo fatto che viene detto attraverso questi media. Dopo sessant’anni di tv spazzatura, sapientemente instillata nelle case dei cittadini, unitamente al depotenziamento cognitivo portato avanti dall’istruzione (scuola di massa, nel senso deteriore del termine), ci ritroviamo oggi in uno stato che definire precario sarebbe fin troppo ottimistico. Il relativismo etico dilagante, in fondo, nasce proprio qui: dall’incapacità di discriminare, di differenziare, di comprendere e di ragionare fermandosi supinamente molto al di sotto di quel livello che Martin Heidegger stigmatizzava come mera “chiacchiera”. Ma non solo si tende ad accettare per vero ciò che dicono le fonti più riconosciute: per il principio Dunning-Kruger si tende a classificare le fonti e le posizioni espresse in base a competenze che spesso non abbiamo, esprimendo giudizi per lo più totalmente infondati. Questi giudizi, una volta espressi, possono potenzialmente fare il giro del mondo e trovare un certo numero di seguaci. “Il numero degli stolti è infinito“, è scritto nell’Ecclesiaste.

Tralasciando in questa sede i motivi (pur interessantissimi) di questa dinamica, il primo dato che vorrei sottolineare è – in sintesi – che in generale abbiamo una distorta percezione del nostro grado di competenza e più siamo incompetenti più la percezione è distorta.

Ma andiamo avanti.

È di qualche giorno fa (solo per citare l’ ultima o una delle ultime) la notizia che in Olanda, uno dei paesi del nord Europa che il cittadino medio guarda con ammirazione, presto nascerà un bambino con cinque genitori. Forse sei. Biologicamente – quindi realmente – un evento impossibile. Ma si sa: nel mondo umano tutto è interpretazione (“Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”, sentenziava profetico il vecchio Nietzsche – affermazione contenuta nei frammenti postumi, ma tesi sviluppata già a partire da Su verità e menzogna in senso extramorale e in Umano, troppo umano) e il possibile diventa reale. In sostanza una coppia di lesbiche e una terna di omosessuali hanno trovato lo stratagemma per allevare ed educare tutti e cinque – a norma di legge – il bambino che nascerà da una delle due donne. Il nascituro si troverà quindi, piaccia o meno, con cinque figure genitoriali. Secondo la vulgata comune: due mamme e tre padri.

Ora, a parte la notizia inconcepibile, indice di sicuro malessere psicologico dei cinque, dobbiamo registrare altri due dati, ancora più sconcertanti:

1) glielo hanno fatto fare. Alla luce del sole, come se niente fosse.

2) sul caso si è scatenata non la polizia, non gli psichiatri con tanto di camicie di forza alla mano, bensì il “dibattito“. Ne stiamo discutendo. Voglio dire: ci sono persone (non poche) che trovano il fatto del tutto normale ed altre, a partire dal sottoscritto, impegnate a mostrare come si tratti di totale, profonda, oscura follia.

Ora la domanda è: come siamo arrivati a questo punto?

Ce lo spiegano due grandi studiosi: Joseph Overton e Noam Chomsky.

La “finestra” di Overton (e il principio “della rana bollita”)

Come molto chiaramente ci spiega Roberto Dal Bosco, “la finestra di Overton è niente più che una tecnologia di persuasione delle masse, che fa ricadere – e fa evolvere – idee in un semplice «quadro di possibilità politiche» dentro al quale si muove l’opinione pubblica e il legislatore. L’oggetto di questa tecnica di manipolazione politica, sia ben chiaro, siamo noi”.

Overton (1960-2003), ex vice-presidente del centro d’analisi americano Mackinac Center For Public Policy, ci mostra con la sua teoria come sia effettivamente possibile – col tempo necessario, con la complicità dei mass media e della politica – fare accettare alle masse l’introduzione e la successiva legalizzazione di qualsiasi idea/fatto sociale, fosse anche la pratica che al momento l’opinione pubblica ritiene maggiormente inaccettabile, come la pedofilia, l’incesto, etc. Il funzionamento del modello è semplicissimo: si comincia a parlarne in ragione del progresso. Progredire significa, per la vulgata popolare, negare ogni tabù, superare ogni divieto che non regga all’analisi della critica razionale. È così che si deve poter parlare di tutto, anche di ciò che in linea teorica sarebbe bene tacere. Si procede per piccoli passi, come ci spiega la metafora della “rana bollita” (spesso attribuita a Chomsky): per la «strategia della gradualità», occorre cominciare a parlare di ciò che si vuole far accettare in modo apparentemente asettico, imparziale, senza dare nessuna idea del reale obiettivo che ci si è posti (l’accettazione socialmente condivisa). Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. Siamo rane nel pentolone: se l’acqua tiepida all’improvviso scottasse salteremmo tutti fuori, ma la temperatura viene alzata poco a poco, in modo impercettibile. Quando (se) ci rendiamo conto che è troppo caldo, ormai è tardi: gli arti sono intorpiditi e non c’è più nulla da fare. Per Overton si passa per fasi specifiche, attraverso le quali le idee diventano da “totalmente inaccettabili” a “socialmente condivisibili”, quindi “condivise”, infine “legalizzate”. Si tratta in sostanza di una variante del principio della rana bollita di Chomsky. Ecco le fasi:

1) Impensabili (inaccettabile, quindi vietato);

2) Radicali (vietato, ma con delle eccezioni);

3) Accettabili;

4) Sensate (razionali e quindi condivisibili);

5) Diffuse (socialmente condivise);

6) Legalizzate (quindi permesse o addirittura imposte per legge)

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Nel caso della legalizzazione dei “matrimoni” per coppie dello stesso sesso, per esempio, l’inizio del movimento che porta ai risultati odierni è di difficile individuazione, ma un passaggio epocale è stato senz’altro il 1973, anno in cui l’APA (l’associazione degli psicologi americani), ha derubricato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM (Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD (International Classification of Disease), nel 1991. Alla fine di questo percorso, ai giorni nostri, quasi tutti sono d’accordo nel ritenere l’omosessalità sia “normale” e perfettamente “naturale”, con tutte le conseguenze che ne derivano. Lasciamo perdere – per ora – quanto sia affidabile la metodologia con cui i vari DSM sono stati redatti e dove stiano portando l’abolizione e l’invenzione di nuove malattie dal nulla. Il fatto è che pochi sanno che questa decisione non è stata il frutto di un dibattito scientifico, ma piuttosto di una plateale operazione ideologica. Dal 1968 – sottolineo: “il sessantotto” – gli attivisti gay manifestavano alle riunioni della “Commissione Nomenclatura” dell’APA, chiedendo e infine ottenendo di partecipare agli incontri. Non si sa a quale titolo. Da quel momento il dibattito scientifico fu sospeso e sostituito da discussioni di carattere politico e ideologico che sfociarono – nel 1973 – nella decisione di mettere ai voti la questione. Quindi l’omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione (5.816 voti a favore e 3.817 contrari). Ma questo poco importa (o forse sì, e molto): quello che è passato, dai media, è il seguente messaggio: “l’omosessualità non è una malattia, ma una variante del comportamento umano”. Con tutta la catena (pseudo) logica che ne deriva: 1) “se non è malattia allora è normale”, 2) “quindi tra omosessuali ed eterosessuali non ci sono differenze”, 3) “ma se non ci sono differenze ne consegue che tutte le tipologie di coppie possono accedere al matrimonio”, 4) “e se tutti possono accedere al matrimonio, formando una famiglia, allora significa che i bambini non hanno più bisogno di un padre e una madre”. Questo, in evidente accordo con uno degli assunti più eclatanti dell’ideologia gender: tra uomini e donne le differenze sono solo culturali (dal che deriverebbe che per un bambino essere allevato da un padre e una madre o da due uomini o due donne sarebbe la stessa cosa, quello che conta è solo un generico “amore”).

E via, a supporto di questa idiozia, tutta la serie degli “studi” (più che altro vere e proprie bufale ben confezionate e riproposte dai media in modo da essere percepite come assolutamente scientifiche dal pubblico semi-colto, per l’effetto Dunning-Kruger che abbiamo sopra ricordato) patrocinati più o meno direttamente dall’Apa stessa. Ricordiamo solo l’ultimo studio-barzelletta, la famossissima “ricerca australiana” di cui tutti i militanti Lgbt si riempiono la bocca senza però ricordare la metodologia con cui è stata condotta, che di scientifico non ha davvero nulla. Leggere per credere.

Ma non è naturalmente finita qui. Il modello “finestra” di Overton è al lavoro da anni, così come da anni siamo sottoposti al principio della “rana bollita”. Una prova? Pensiamo a quanti, poniamo nel 1980, avrebbero accettato, in Italia, l’idea che un bambino possa essere progettato, letteralmente fabbricato in laboratorio, impiantato nell’utero di una donna in affitto, quindi fatto nascere, strappato alla madre, e venduto ad una coppia di omosessuali. Lascio al lettore la risposta. Ebbene, pensiamo a che cosa è successo l’anno scorso, con la famosa immagine dei due gay che piangevano di gioia in sala parto, mentre un bambino innocente veniva reso orfano della madre. “I due papà gay” commuovono il web, scrissero tutti.Quasi come se fosse “realmente” possibile, per chiunque, avere davvero “due padri”.

(La madre che ha partorito, ancora sofferente, è sulla sinistra: il bambino come da contratto le verrà tolto immediatamente e madre e figlio non si vedranno mai più)

(La madre che ha partorito, ancora sofferente, è sulla sinistra: il bambino come da contratto le verrà tolto immediatamente e madre e figlio non si vedranno mai più)

Migliaia di commenti entusiasti: “è il progresso”, “siamo nel terzo millennio!”, “… è giusto che anche loro abbiano un bambino, perché no?” E via con una raccolta di scemenze che è difficile catalogare. E chi si scandalizza più per Ricky Martin che sceglie la madre per il suo bambino sfogliando un catalogo? Solo quelli che – sempre per il medesimo meccanismo, nella sua applicazione speculare – sono oggi additati come “omofobi”, “integralisti”, “catto-talebani”, e chi più ne ha più ne metta.
E via. Senza il minimo ragionamento, completamente assuefatti dal mainstream, dal pensiero unico dominante creato ad arte, dall’alto, e calato giù in modo subdolo, su una popolazione lasciata volontariamente completamente indifesa rispetta a questa nuova forma di schiavitù: la più terribile, in quanto invisibile ed in quanto quei pochi che ne hanno coscienza vengono additati come pericolosi fanatici dal sistema stesso, che deve auto-proteggersi prima di tutto dalla consapevolezza e dalla coscienza etica delle persone.

Scrive a questo proposito Cristina Mestre: prendiamo, ad esempio, il tema dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, di cui si parla molto e spieghiamo come si può far cambiare gradualmente l’opinione pubblica. Per molti anni, nel sistema Overton Window, l’idea del matrimonio tra le persone dello stesso sesso si trovava all’interno della zona vietata poiché la società non poteva accettare l’idea di matrimonio tra le persone dello stesso sesso, figuriamoci le adozioni. I mass media hanno però influenzato in continuazione l’opinione pubblica, sostenendo le minoranze sessuali. I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono diventati prima accettabili, ma con deroghe, poi come accettabili e infine come neutrali. Ora sono recepiti come «accettabili, ma con deroghe». A breve probabilmente diventeranno pienamente accettabili.Un enorme quantità di specialisti per la manipolazione dell’opinione pubblica assicura il funzionamento dell’Overton Window: esperti in tecnologie politiche, scienziati, giornalisti, esperti in relazioni pubbliche, personalità, insegnanti. E’ curioso che temi come matrimoni tra le persone dello stesso sesso oppure l’eutanasia oppure la paventata legalizzazione delle droghe non ci sembrano più così strani. Hanno semplicemente percorso l’intero processo tecnologico di trasformazione da «inaccettabili» fino alla «legalizzazione». Il regista russo Nikita Sergeevič Michalkov nel suo videoblog Besogon.TV propone lo schema di questo processo sull’esempio di un fenomeno finora impensabile nella società: il cannibalismo. Lo spostamento dell’ Overton Window può attraversare le seguenti fasi:

Fase 0: E’ lo stato attuale, il problema è inaccettabile, non si discute sulla stampa e non si ammette tra gli esseri umani;

Fase 1: Il tema si modifica da «totalmente inaccettabile» a «vietato, ma con deroghe». Si afferma che non ci deve essere alcun tabù. Il tema comincia a essere dibattuto in piccoli convegni dove stimati scienziati fanno delle dichiarazioni sotto forma di discussioni «scientifiche». Nello stesso tempo, in sintonia con il dibattito pseudoscientifico, si costituisce l’«Associazione dei cannibali oltranzisti», le cui dichiarazioni a volte sono citate dai mass media. L’argomento cessa di essere un tabù e si introduce nello spazio d’informazione. Conclusione: il tema intoccabile è inserito nella circolazione, il tabù è desacralizzato, è avvenuta la distruzione dell’univocità del problema, sono create le sue diverse gradazioni.

Fase 2: Il tema del cannibalismo passa da «oltranzista» ad accettabile. Come prima sono citati gli scienziati e sono coniati termini eleganti: non esiste più il cannibalismo, che può essere però chiamato, ad esempio, «antropofagia». Questo termine, come un sinonimo temporaneamente sostitutivo, sarà sostituito con una parola scientifica più bella («antropofilia»). Più tardi, da questo «termine» potranno essere coniati i derivati (ad esempio, «antropofili», ossia «amanti del genere umano»). Lo scopo è di staccare nella coscienza collettiva la forma della parola dal suo contenuto. Nello stesso tempo, per avvalorare il concetto si crea un precedente storico. Probabilmente è un fatto mitico, reale o semplicemente inventato, ma, principalmente, ciò contribuisce alla legittimazione di un’idea inaccettabile. Lo scopo principale di questa tappa è di rimuovere parzialmente dall’«antropofagia» la sua illegittimità, almeno in un periodo storico.

Fase 3: The Overton Window si sposta, trasferendo il tema dal campo «inaccettabile»a quello «ponderato-razionale», ciò che giustifica con la«necessità biologica». Si afferma che il desiderio di mangiare la carne umana può essere dovuto a una predisposizione genetica. Anche in caso di una carestia («insuperabili circostanze»), un essere umano deve avere il diritto di fare la scelta. Non c’è bisogno di nascondere le informazioni in modo che ciascuno possa scegliere tra «antropofilia» e «antropofobia».

Fase 4: Da sensato a diffuso (socialmente accettabile). Si crea la polemica non solo basata su figure storiche o mitiche, ma anche su quelle reali mediatiche. L’antropofilia comincia a essere dibattuta in massa nei notiziari, nei talk-show, nel cinema, nella musica pop e negli spot pubblicitari. Uno dei metodi di diffusione è il trucco «Guardati intorno»! Chi lo sapeva che un famoso compositore fosse antropofilo?

Fase 5: Da socialmente accettabile alla legalizzazione. Il tema si lancia nel top delle notizie d’attualità, si riproduce automaticamente nei mass media, nel mondo dello spettacolo e… acquisisce un’importanza politica. In questa fase, per giustificare la legalizzazione si utilizza l’«umanizzazione» dei seguaci del cannibalismo. Per modo di dire, sono delle «persone creative», vittime di un’educazione sbagliata e «chi siamo noi per giudicare»?

Fase 6: Da «tema diffuso», il cannibalismo passa sul piano delle «legalizzazione, ossia consacrazione nella politica di uno Stato». Si crea la base legislativa, spuntano gruppi d’influenza (lobby), si pubblicano ricerche sociologiche che sostengono i sostenitori della legalizzazione del cannibalismo. Spunta un nuovo dogma: «Non si deve vietare l’antropofilia». Si approva la legge, l’argomento arriva nelle scuole e negli asili nido, e una nuova generazione non sa più che si può pensare diversamente.

Fin qui, l’analisi di Cristina Mestre.

Ma possiamo andare oltre.

Accettare l’inaccettabile: è diventato possibile

E’ dell’anno scorso la notizia di “quel pazzo giudice australiano” che aveva “osato” accostare omosessualità e pedofilia. Chi se la ricorda? Pedofilia e incesto: un giorno saranno accettati come lo sono oggi i gay. Queste “le parole shock” di Garry Neilson, un giudice che per aver notato l’evidente ha passato un mare di guai.

Il ragionamento del giudice, nella sua terrificante banalità, ricalca esattamente i meccanismi con cui atti e fatti che ieri erano assolutamente vietati, domani saranno più che plausibilmente socialmente condivisi: “Magari un giorno incesto e pedofilia saranno accettati dalla società e non saranno più tabù, proprio come è successo con le unioni gay“, ha dichiarato il giudice: “Una giuria potrebbe non vedere nulla di deplorevole nel rapporto di un fratello con sua sorella una volta che lei fosse maturata sessualmente, avesse avuto relazioni sessuali con altri uomini e fosse diventata “disponibile”, senza un partner fisso“. Secondo il giudice il tabù legato all’incesto sarebbe dovuto esclusivamente al timore di anormalità genetiche in caso di prole, ma anche quel problema potrebbe essere spazzato via dagli “ottimi metodi contraccettivi e dal libero accesso all’aborto“. A parte l’abominevole tesi, alla luce di quanto abbiamo visto fin qui, mi chiedo: che c’è che non va dal punto di vista della sequenza logica del suo discorso?

Incesto, pedofilia: qualcosa si sta muovendo. Da tempo, così come è avvenuto per il matrimonio “same sex”, con spaventose analogie nei meccanismi di creazione e diffusione del consenso sociale.

Tant’è vero che – udite udite – “Non possiamo dimostrare che i rapporti sessuali con i bambini siano per loro dannosi”, si diceva nella Commissione di revisione penale – già nel 1976 – in Inghilterra, quando la signora Patricia Hewitt era segretario generale. Senza contare che già da tempo altri due fondatori dell’ideologia gender proclamavano la legittimità, anzi perfino l’utilità della pedofilia. Mi riferisco allo psichiatra americano Alfred Kinsey e, più ancora, al chirurgo (specialista nelle operazioni di camuffamento sessuale) neozelandese ma naturalizzato statunitense John Money o alle recenti affermazioni del “bioeticista” (sic!) Richard Dawkins.

Ricordiamo solo che la formula di Kinsey può essere così riassunta: “pedofilia sì, ma con delicatezza”, e – cito la bella analisi di Gianluca Marletta – “addirittura, i rapporti dei bambini con gli adulti potrebbero avere la positiva funzione di “preparare al matrimonio”. Scriveva Kinsey: “Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. (…) L’isterismo in voga nei riguardi dei trasgressori sessuali può benissimo influire in grave misura sulla capacità dei fanciulli ad adattarsi sessualmente alcuni anni dopo, nel matrimonio. (…) Il numero straordinariamente piccolo dei casi in cui la bambina riporta danni fisici è indicato dal fatto che fra 4.441 femmine delle quali conosciamo i dati, ci risulta un solo caso chiaro di lesioni inflitte ad una bimba, e pochissimi esempi di emorragie vaginali che, d’altronde, non determinarono alcun inconveniente apprezzabile” [A. Kinsey, Il comportamento sessuale della donna, Bompiani, Milano 1956, pp. 159-160]”.

Mentre nel caso di John Money si arriva alla vera e propria manifesta apologia della pedofilia: (citando sempre Marletta): nella sua prefazione al libro di Theo Sandfort, Boys on their contacts with men (I ragazzi e i loro contatti con gli uomini), Money scrive: “La pedofilia e l’efebofilia non sono una scelta volontaria più di quanto lo sia il fatto di essere mancini o daltonici. Non esiste un metodo conosciuto di trattamento attraverso cui essi possano essere modificati effettivamente e in via definitiva. Le punizioni sono inutili. […] Bisogna semplicemente accettare il fatto che esistono, e poi, con un illuminismo ottimale, formulare una politica sul da farsi”. Per il padre dell’ideologia gender, dunque, uno degli scopi dell’umanità futura sarebbe stato (ancor più della liberalizzazione dei “diritti omosessuali”) soprattutto la sessualizzazione dell’infanzia. Del resto, secondo Money, i bambini erano naturalmente «eccitati sessualmente» dalle carezze degli adulti e degli stessi genitori, lasciando intendere come lo stesso “amore genitoriale” non fosse altro che una “sublimazione” dell’attrazione sessuale: “La maggior parte degli adulti ama carezzare i bambini e i bambini rispondono a questo tipo di intimità eccitandosi sessualmente ed eroticamente. In verità essi sono incapaci di essere eccitati da qualcuno troppo giovane. Per loro non esiste una sovrapposizione tra l’amore genitoriale e quello sessuale”. Non che i legami tra esponenti dell’ideologia gender e sostenitori della pedofilia finiscano qui, anzi. Potremmo citare il caso Lunacek, per esempio, e tanti altri sui quali qui non ci soffermiamo. Solo il tempo per ricordare i primi documenti ed i primi “manifesti” che compaiono in rete: “Dobbiamo combattere contro la nostra immagine negativa rappresentata nei media”. E ancora: “chi ama una bambina non è un uomo pervertito che vuole fare della pornografia minorile, ma un uomo che tiene una bimba tra le sue braccia e la fa sentire felice e speciale”: sono queste alcune delle deliranti frasi pubblicate su PIT (Paedophilic Ideological Terrorism, terrorismo pedofilo ideologico), blog aperto da un pedofilo, Nihil_Aeturnius. E potremmo andare avanti per molto. Solo alcuni casi: chi non ricorda che in Olanda, nel 2006, era nato il partito dei pedofili? Il programma: sesso libero dai 12 anni. “Migliaia di messaggi di protesta”, scrivevano i giornali. Però intanto se ne parla. E le “finestre di Overton” non mancano: «Educare significa anche far conoscere il sesso ai bambini», ha dichiarato uno dei fondatori. Non è forse un’affermazione condivisibile? Siamo già alla fase quattro.

Andiamo avanti: nell’Ottobre 2008, Frédéric Mitterrand, nipote dell’ex presidente, omosessuale e ministro della Cultura francese, è stato accusato dal quotidiano Front National e dal Partito socialista, di aver difeso, tra gli altri, Roman Polanski condannato per pedofilia e di aver scritto un libro nel 2005 in cui rivela orgogliosamente atti pedofili durante un suo tour sessuale in Thailandia. Dalla parte dell’intellettuale laico si è schierato il leader dei Verdi franco-tedeschi Daniel Cohn-Bendit, già difensore della pedofilia (Cfr. Il Giornale e EuroNews). Parliamo di Mitterrand, mica dell’ultimo arrivato o di un exgaleotto: un uomo di potere, di classe, colto ed elegante, che ha rappresentato milioni di francesi, stimato e riconosciuto a livello internazionale.

Ancora: nell’aprile 2010 apprendiamo da La Repubblica la notizia di abusi sessuali in una esclusiva scuola per vip nei pressi di Francoforte. L’ultimo caso risale al 1999 e sono almeno 40 le vittime degli abusi messi in atto “da più di otto insegnanti”, ma parla anche di “spaventosi abusi tra studenti”, forse a sottolineare la qualità dell’educazione ricevuta in questi posti. Almeno quattro studenti abusati si sono suicidati dopo aver terminato gli studi. Si tratta della Odenwaldschule, una scuola che promuove l’auto-determinazione della personalità e l’educazione anti-autoritaria, in opposizione alla cultura cristiana. Nella scuola è utilizzato il “tu” agli insegnanti e nell’ora di educazione fisica, ragazzi e ragazze, devono essere sempre senza vestiti, con lo scopo di liberarsi dalla morale (Cfr. Wikipedia e 40 vittime di abusi in una scuola laica tedesca). E potremmo proseguire con altri numerosi, luminosissimi esempi.

E che dire – ancora una volta – delle piroette del DSM?

Nel Novembre 2013, improvvisamente, sembra che per gli psichiatri americani impegnati alla redazione del DSM la pedofilia possa essere derubricata a mero “orientamento sessuale”. Dopo i cori di immediate proteste (i tempi non sono ancora maturi, evidentemente), si comincia a parlare di “un piccolo errore della American Psychological Association” che, nell’effetto farfalla, si è riverberato facendo parlare ed indignare buona parte degli Stati Uniti. Ma l’Apa, nell’ultima versione del manuale del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il documento che certifica tutte le devianze mentali conclamate, ha definito la pedofilia un orientamento sessuale, sbagliando. La stessa Apa ha poi diffuso un comunicato nel quale si faceva carico dell’errore spiegando che la pedofilia ora è chiamata «disordine pedofilo», al fine di conservare la coerenza della definizione in relazione al altri disturbi. Ma di fatto, come scrive Giulio Meotti dalle pagine de Il Foglio (5 novembre 2013) «Dopo le accuse di aver normalizzato la pedofilia, l’Associazione degli psichiatri ha detto che rettificherà il nuovo manuale, distinguendo stavolta fra “pedofilia e disordine pedofiliaco”. Se la seconda resta una patologia psichiatrica, la prima diventerà “un orientamento normale della sessualità umana”. Il discrimine è nella mano che accarezza? Sofismi da parte di chi per anni, nelle aule dei tribunali e sui media, ha scatenato la caccia alla Chiesa cattolica a suon di psichiatri-testimoni e che adesso considera la pedofilia al pari di ogni altro comportamento sessuale. D’altronde questa è la forza di chi scrive i manuali scientifici: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel manuale degli psichiatri americani. È il potere di scrivere, letteralmente, la realtà».

Che altro aggiungere?

Mentre si susseguono in tutto il nord Europa gli scandali dei politici accusati di pedofilia, non mancano le grida di allarme e di protesta per quanto si sta cercando di attuare dal punto di vista sociale, partendo dalle pratiche educative. Sempre passo dopo passo, in modo graduale, s’intende. Per il principio della rana bollita. Nel 2013 si scopre che in Germania circolano opuscoletti preparati dallo stesso ente che ha elaborato “Gli Standard per l’Educazione Sessuale in Europa (Standards for Sexuality Education in Europe) ossia il Centro Federale per l’Educazione alla Salute (BZgA)” che vengono così commentati: il Governo Tedesco promuove la pubblicazione di “Pedofilia incestuosa come educazione al sesso sano”. A quanto sembra – sono stati infatti ritirati – questi opuscoletti stampati da una filiale del ministero del governo tedesco per la Famiglia incoraggiano i genitori a massaggiare sessualmente i loro bambini di 1-3 anni di età.  Due opuscoli di 40 pagine intitolati “Amore, Corpo e Gioco del Dottore” dal Centro di Educazione alla Salute della Germania Federale (Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung – BZgA) che sono indirizzati a genitori – il primo orientato ai bambini di 1-3 anni e l’altro ai bambini di 4-6 anni di età. “I padri non dedicano sufficiente attenzione al clitoride e alla vagina delle loro figlie. Le loro carezze troppo raramente riguardano queste regioni, mentre questo è il solo modo in cui le ragazze possono sviluppare un senso di orgoglio per il proprio sesso”, recita l’opuscolo riguardante i bambini di 1-3 anni. Gli autori razionalizzano, “Il bambino tocca tutte le parti del corpo del padre, a volte eccitandolo. Il padre dovrebbe fare lo stesso”. Logico, no? Si tratta di educare al meglio i propri figli, seguendo ciò che dicono “gli esperti” del settore. (Su chi siano in realtà questi presunti “esperti” basta aprire gli occhi ed informarsi: da non credere)

E via.

Vogliamo fare dei riferimenti nostrani?

Non mancano. Si parte dalle notevoli dichiarazioni di Aldo Busi, scrittore di successo, che al Maurizio Costanzo Show ha dichiarato: “ma da quando la pedofilia è un crimine? Io ho fatto di tutto! Se anche un adulto masturbasse un ragazzino, che male ci sarebbe?” Busi ha anche incolpato addirittura i minori di essere provocatori verso gli adulti. Ha affermato: “non c’è nulla di scandaloso se un ragazzo compie atti sessuali con un adulto e semmai sono i bambini a corrompere gli adulti e non viceversa”. Intervistato da Repubblica ha detto: “Può esistere una pedofilia blanda, quella praticata dai bambini sugli adulti. I bambini sono in certi casi corruttori degli adulti. Oggi cercano il capro espiatorio nel cosiddetto pedofilo, come ieri negli zingari, negli omosessuali, negli ebrei, nei palestinesi, nelle donne, ma anche i bambini hanno la loro brava sessualità e che gli adulti non devono più reprimerla” (da Repubblica 12/12/1996). Ci sono anche diversi video in cui rilascia dichiarazioni spesso raccapriccianti.

Poi possiamo andare al pensiero (non sempre facilmente decifrabile, ma in questo caso limpidissimo) di Niki Vendola, che in un’intervista (mai smentita) ha dichiarato: “Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia ad esempio, cioè del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti”. Si noti: l’avere rapporti sessuali sarebbe “un diritto” del bambino. Che c’è di male nel concedere diritti? Come si vede la “finestra” di Overton è già in azione, anche qui.

Si noti – per inciso – che la sequenza para-logica è di impressionante ipocrisia: 1) il bambino ha “diritto” alla sua sessualità, non va limitato; 2) quindi non va limitato nemmeno nelle sue scelte circa il partner sessuale, altrimenti che libertà sarebbe?; 3) ne consegue che il bambino dev’essere libero di scegliere anche un adulto per esercitare la sua libera sessualità. Ma in questa catena para-logica non si fa mai riferimento al fatto che adulto e bambino non sono equiparabili in termini di maturità e comprensione di ciò che viene fatto e che all’uno spetta la guida dell’altro e non viceversa: se il bambino ha il diritto a conoscere la sua sessualità, l’adulto ha il dovere di rispondere alle sue domande e di educarlo ad un rapporto corretto e maturo col proprio corpo, rispettandolo integralmente nella sua inviolabile dignità. Dal Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità (Università di Firenze) apprendiamo poi che “i sostenitori della pedofilia dichiarano (e sul sito DPA si esprimevano con chiarezza) che se una persona, adulto o bambino, vive la sua sessualità per gioco, per amore, per piacere fine a se stesso, o perché non ha niente di meglio da fare, sono affari suoi ed è giusto che la gente impari a rispettare il suo modo di essere se questo non arreca danno a nessuno, quindi è assurdo che un rapporto tra un adulto ed un bambino debba essere considerato negativo per il bambino anche se quest’ultimo ha provato solo piacere, ha fatto tutto di sua volontà o se ha addirittura fatto lui la prima mossa. Sostengono che i bambini devono giocare, divertirsi e guardare i cartoni animati, ed è proprio perché quello è il loro mondo dichiarano di amarli. E se fare sesso li diverte, non vedono perché, noi antipedofili, dobbiamo prendercela tanto!”. Come si vede, un altro para-argomento che, tralasciando il presupposto più evidente (la differenza ineliminabile tra adulto e bambino) mira a mostrare come “almeno da un certo punto di vista” la pedofilia sia accettabile. Si tratta di interpretazioni. Interpretazione, interpretazioni: non esiste alcuna verità oggettiva che faccia da criterio per le nostre scelte. Nietzsche vedeva lungo, non c’è che dire. Tanto più che anche la pedofilia, come l’omosessualità, è considerata da alcuni “specialisti” non solo un «orientamento sessuale», ma anche un comportamento non correggibile: insomma, “natura umana”, che in quanto tale non va discriminata ed anzi protetta.

Ciò che è naturale non va protetto e tuelato?

E qual era il commento del famoso quotidiano The Guardian in merito? Alla luce del sole, il prestigioso giornale parlava della necessità di modificare la «percezione sociale» del problema. Un «ampio cambiamento sociale è necessario», viene sostenuto  nell’articolo, «lasciando che i pedofili siano dei membri ordinari della società», si aiuterà a proteggere i bambini. Si tratta fondamentalmente di normalizzare la pedofilia, venire a patti con la sua esistenza come declinazione naturale della sessualità umana, per “responsabilizzare” e valorizzare i pedofili che hanno volontariamente scelto l’autocontrollo ed aiutare chi non ci riesce. Tesi, questa, poco convincente per Smith per il quale, «molti […] ricevono già aiuto per controllare i loro impulsi, prima di rovinare una vita», nondimeno, trasformare «l’aberrante ed il patologico in qualcosa di accettabile non aiuterà a proteggere i bambini». Ma a preoccupare davvero Smith è quella che lui definisce come “acriticità morale terminale”, ovvero il lento ed inesorabile passaggio dalla proibizione all’accettazione. «Se una visione del genere dovesse entrare nell’opinione pubblica – e ci sembra vicina- », conclude, «siamo sulla strada per la morte culturale».

Il lento, inesorabile passaggio dalla proibizione all’accettazione sociale, induce a pensare che in quanto socialmente accettata una pratica sia per ciò stesso legittima. Ma tante, troppe cose nel passato erano socialmente accettate e nient’affatto buone, quindi legittime in senso forte, in senso pieno. Come il caso della percezione dell’omosessualità ha mostrato, le conseguenze di questo passaggio sono drammatiche e –come sempre – a farne le spese sono i più deboli e i più indifesi: i bambini. Prima di arrivare al capolinea, alla definitiva morte culturale, per usare la bella espressione di Smith, sarebbe bene discutere i fondamenti razionali della rivoluzione antropologica che stiamo per compiere, sospinti dall’ideologia gender da un inconfessabile bisogno di farla finita, definitivamente, con i confini tra bene e male. Eh già, Al di là del bene e del male, come giustamente aveva profetizzato Nietzsche: è lì che ci sta conducendo il nichilismo estremo che abbiamo abbracciato nel modo più superficiale e noncurante possibile.

Sulla libertà di espressione non si discute,
ma sulla ragione sì*.

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* «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo» (Aristotele, Metafisica, Libro Gamma, cap. 3, 1005 b 19-20). La verità delle cose non è democratica e men che meno si presta ad interpretazioni, in modo da diventare alla fine il contrario di quello che era prima. Quello che viene affermato o è vero o è falso e, soprattutto, o è giusto o è sbagliato. Ci si può convincere di tutto, ma una cosa è la verità, altro è ciò di cui siamo di volta in volta convinti, sulla base delle nostre interpretazioni o delle suggestioni che più o meno consapevolmente subiamo.

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Alessandro Benigni

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