L’omogenitorialità danneggia il bambino

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Quando si parla di “sviluppo psicologico” dobbiamo intendere una serie di cambiamenti che si verificano nelle funzioni e nella condotta della persona con l’avanzare dell’età. Lo sviluppo è, quindi, il risultato di una modificazione strutturale e funzionale dell’organismo e riguarda, ovviamente, l’intero arco della vita,ma le modificazioni più significative, e più drammatiche, si verificano nel periodo dell’infanzia, della fanciullezza e dell’adolescenza.
L’influenza ambientale gioca un ruolo per nulla marginale nello sviluppo della persona, a partire dai primi mesi della vita intrauterina e, soprattutto, extrauterina.
La “personalità”(dal latino “persona”, cioè maschera) si riferisce allo stile di condotta di un individuo, conoscibile dall’esterno: “la personalità è l’organizzazione dinamica, interna all’individuo, di quei sistemi psicologici che sono all’origine del suo peculiare genere di attaccamento all’ambiente”. Questi “sistemi”non sono elementi fra loro indipendenti; essi interagiscono realizzando una fisionomia unitaria che si evolve e progressivamente matura. (psicologo americano Gordon Allport)
Siamo passati dal considerare il bambino come una sorta di “adulto in miniatura” (“adulto nano” di Wolff), strutturato quasi esclusivamente in base ai suoi caratteri ereditari, alla consapevolezza che la sua differenza con l’adulto è soprattutto di ordine qualitativo, piuttosto che quantitativo, in cui il dato “biografico”(rapporti genitoriali, familiari, sociali, ambientali) assumono grande importanza, acquisendo sempre più valore “plasmante” e “condizionante” con il passare degli anni.
Il bambino definisce se stesso cercando una risposta ad una domanda interiore,ancestrale ed inconsapevole:“chi sono io?”, e lo fa utilizzando il “materiale”che ha a disposizione: il proprio “bagaglio genetico/fenotipico”ed il proprio “bagaglio ambientale”, cioè papà, mamma fratelli, parenti, coetanei, luogo sociale con tutte le sue componenti.
Questa “conoscenza del sé” fa parte di quelli che Maslow (psicologo americano) definisce “bisogni primari”, che sono strettamente connessi al benessere del bimbo: per “sentirsi bene” il bambino non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere protetto, amato ed aiutato, ma ha necessità di “conoscersi” a 360°, come abbiamo visto, e proprio qui fonda tutta la sua importanza il dato della “differenza sessuale” genitoriale, attraverso la quale il bimbo impara e costruisce la sua propria identità e diversità sessuale.
Non è per nulla insignificante o ininfluente se la reazione intrapsichica del bambino alla figura materna è evocata da un soggetto maschio o, viceversa, se quella paterna è gestita da un soggetto femmina: con chi potrà identificare tanto il suo sesso, quanto il suo ruolo, se dinanzi a lui vi è solo una “omogenitorialità”, che esclude uno dei due sessi?
Il bambino avverte il peso della gestione di un simile processo, tutt’altro che semplice ed automatico, trovando soddisfacimento nella presenza rassicurante di entrambe le figure adulte, nelle quali rispecchiarsi per identificarsi, fra similitudine e diversità.
La raggiunta piena consapevolezza, favorisce il calo del livello di ansia che questo processo reca con sé e consente al bimbo di trovare la sua propria “collocazione”nel mondo, in quanto maschio o femmina.
La psicologia dell’età evolutiva, dalla sua nascita ad oggi, ha prodotto una quantità enorme di bibliografia in questa direzione e non si è mai alzata una sola voce di dissenso. Le uniche differenze, a seconda di varie scuole psicodinamiche, hanno riguardato la gravità delle conseguenze che un simile vulnus è in grado di produrre, ma mai nessuno ha messo in dubbio che potessero non esistere conseguenze negative.

Prof. Massimo Gandolfini
Primario Neurochirurgo e Neuropsichiatra

48. Ricky ¿Dónde está la madre? ( … e due parole sullo skin to skin)

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Per chi non lo avesse riconosciuto, questo è Ricky Martin, il famoso cantante. Quello che ha recentemente venduto una delle sue case a Miami, per 10,6 milioni di dollari. Qui è con uno dei suoi due figli, acquistati (per molto meno) da una madre sconosciuta, scelta su un catalogo (come Postalmarket – chi se lo ricorda? – per intenderci). Quando gli chiederanno – logicamente -“Papà, io ero nella tua pancia?” il miliardario risponderà: “Tu eri nel mio cuore e ancora sei nel mio cuore“.

Logico.

I figli nascono dal cuore. L’utero, invece, è lì per bellezza. Bene, avanti così. Raccontiamoci delle storie inverosimili. Raccontiamole ai bambini. E via.

Tra parentesi: cosa dice a questo proposito la Psichiatria? Sentiamo le parole di Italo Carta: (Ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano): “Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

Criminali. Intesi?

Così si esprime lo Psichiatra.

E noi?

Noi ci commuoviamo alle parole “Sei nel mio cuore”. Ma cos’è, la psicosi è così tanto diffusa da non vedere che quelle parole significano “Faccio tutto io: la mamma non serve, si può acquistare, decido io se e quando ne hai bisogno. Tu sei mio, decido io”? Tra l’altro se si può acquistare si potrà anche vendere, perché no? E infatti, è quello che accade: un globale mercato di compravendita. Qualcuno vuole dare un’occhiata ai siti – che ne so, Indiani – che mettono in vendita schiave e relativi uteri? Ci si possono passare le ore. la lista è incredibile.

Eccoci: l’uomo – l’umanità – ridotta a merce, a prodotto di consumo. E neanche ce ne siamo accorti.

E tutti gli appelli sono passati, per ora, ignorati, o quasi. Con il silenzio-assenso delle femministe.

Logico anche questo, vero?

Bene. Come sempre, ripartiamo dall’evidenza. Riguardiamo la foto del cantante con i “suoi” due figli.

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Ricky, dónde está la madre?

E nella prima foto in alto, perché te ne sta lì a petto nudo a versare acqua nelle orecchie del bambino? Un bambino mica si lava così. Non te l’ha spiegato la baby sitter? Anzi, le baby sitter, visto che ne avrai di sicuro più d’una, impegnato come sei.

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Ah già, il petto nudo. Lo abbiamo già visto. E’ uno degli altri trucchi per ingannare i bambini. Si chiama skin to skin: è una pratica istintiva, naturale, ma che riguarda la madre e il figlio. Viene tutt’ora consigliato subito dopo il parto e in ogni cambiamento importante che viene richiesto al bambino, per facilitarlo nell’adattamento: essere contenuto fra le braccia della madre, pelle a pelle, senza nessun indumento o lenzuolo. Ma qui, la madre dov’è? Ecco che la pratica viene allora declinata a seconda dell’occorrenza. Anche un mezzo genitore va bene: gli odori, il sapore e il calore della pelle aiutano il bambino a sapere di essere al sicuro e protetto. Pelle a pelle, il bambino si calma, respira più facilmente, mantiene la giusta temperatura e – attenzione: impara istintivamente come succhiare nel modo più efficace.

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Logico, quindi, che questa pratica neonatale sia fatta da uno o più uomini. Gli studi hanno dimostrato che i neonati che non sono stati disturbati dopo la nascita con nessuna procedura (bagnetto, visita pediatrica, somministrazione di antibiotici e vitamine, etc) ma che al contrario sono stati contenuti tra le braccia della loro madre con un contatto pelle a pelle dopo la nascita non avevano bisogno di essere aiutati per iniziare a succhiare. Si attivano e “scalano” il ventre della loro mamma, trovano il capezzolo attraverso la vista e l’olfatto, e si attaccano facendo tutto da soli. Mi sembra un bene, quindi, che la madre sia cancellata in questo modo e sostituita così, senza fare una piega, da un uomo. E non posso che rimanere a bocca aperta guardando nella foto qui sopra quella befana a destra, probabilmente un’ostetrica, che ride compiaciuta. Contenta? E’ nato un orfano di madre. Per carità la madre è viva ed è quella a sinistra, ancora sofferente. Solo che una volta pagata verrà messa alla porta e il figlio non la potrà più vedere.

Tutto nell’interesse del bambino.

Logico.

Alessandro Benigni, Note Minime, 2015

L’importanza della madre e dell’attaccamento intrauterino

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L’importanza dell’attaccamento madre-bambino per lo sviluppo di una specifica identità personale.
Lo sviluppo dei tratti caratteriali alla base della personalità umana è in parte correlata alla modalità di filtrare le informazioni derivanti dal mondo che per ogni individuo è diversa. Tale percezione è costituita dai concetti e dalle conoscenze proprie derivate in gran parte dall’esperienza. Quest’ultime non si formano come nelle discipline scientifiche attraverso ragionamenti logico-dimostrativi, né per imitazione, ma per processi attivantesi all’interno dell’interazione diadica madre-bambino.
Studi recenti ormai largamente accreditati (J. Bruner, C. Trevarthen, J. Newson ecc.) dimostrano che, se questo importante incontro non avviene in un determinato modo,si hanno ritardi nello sviluppo sia emotivo che cognitivo del bambino.
Ciò dimostra l’importanza dell’attaccamento madre-bambino per lo sviluppo di una specifica identità personale.
Per esempio, i figli di madri depresse presentano un notevole ritardo dello sviluppo, sia delle capacità cognitive e del linguaggio. Anche nei bambini con deficit alla nascita (malattie del metabolismo su base genetica), il linguaggio ha uno sviluppo limitato non per la patologia in sé, ma per la carenza di scambi emotivi che quel bambino ha con la figura guida.L’assunto principale è che ogni essere umano sviluppa una “narrativa emozionale” personale e quindi un proprio copione personale. Per uno sviluppo naturale e per un normale sviluppo della “narrativa emozionale”è dunque necessario l’incontro con una figura guida con la quale stabilire un’attivazione di reciprocità emotiva.
Bisogna considerare che la narrativa ha un suo correlato biologico nello sviluppo del Sistema Nervoso Centrale. Il cervello nel corso della crescita aumenta il suo volume di cinque volte rispetto a quello iniziale. Si ha uno sviluppo sinaptico, si ampliano i collegamenti e le intersezioni tra i vari sistemi attraverso una serie di fasi di ridondanza. Tutto ciò è geneticamente determinato, però il modo in cui si stabiliscono i collegamenti è diverso anche in soggetti con bagaglio genetico identico come nei gemelli. Lo sviluppo del pensiero narrativo è quindi uno scambio interattivo di azioni e soprattutto di emozioni condivise è già culturalizzate in un adulto. Fin dai primi mesi il bambino interagisce con l’adulto e facendo ciò impara la “grammatica delle emozioni”.Da esperimenti di Trevarthen nei quali ha filmato l’interazione tra madre e neonato si osserva come il bambino incomincia ad imitare la madre in maniera impressionante, per esempio nella protrusione della lingua e nei primi vocalizzi e come attraverso questa comunicazione primitiva si stabilisca una reciprocità e una sintonia. A sei mesi vi è già nell’interazione emotiva una ricerca selettiva per gli atteggiamenti più familiari, a nove mesi si arriva alla “comprensione condivisa degli obiettivi”.All’inizio del nostro viaggio nella vita – e quindi nella conoscenza – siamo in una condizione in cui gli aspetti cognitivi, o i sistemi di rappresentazione, non essendoci linguaggio, non sono verbali; l’emisfero che funziona prevalentemente è il destro: ciò è confermato da esperimenti in cui si è riscontrato che in questo emisfero fino ai due anni i potenziali evocati sono più attivi. L’emisfero destro è quello che presiede alle attività analogiche ed astratte, mentre quello sinistro presiede all’attività verbale e comincia ad entrare in attività dopo i due anni, quando si sviluppa linguaggio che poi si completerà verso i tre anni.
Solo a tre anni, infatti, riscontriamo la capacità di comporre frasi e quindi di comunicare un senso compiuto. Possiamo quindi dedurre che intorno ai due anni, anche in assenza del linguaggio, sia presente comunque una narrativa emozionale in formazione, composta da sensazioni interne che sono alla ricerca di un significato che viene internalizzato grazie all’interazione diadica madre-bambino.
A questa età il bambino, nei momenti di separazione dall’adulto significativo, mostra smarrimento, confusione e incertezza. In risposta a ciò l’adulto può assumere diversi comportamenti, come ad esempio atteggiamenti tranquillizzanti, oppure esplicativi “dove va” e “quando torna”, oppure di rimprovero, “ma che fai, piangi?”. E’, appunto, attraverso queste modalità interattive che il bambino comincerà ad attribuire significati sia alle sue emozioni sia al risultato del suo esprimere, perciò si costituisce la base per la sua narrativa personalizzata. Per quel che riguarda il contenuto narrativo, possiamo osservare come la stessa situazione può essere vissuta con sensazioni diverse; già a otto anni un bambino è in grado di descrivere un’emozione riferendola a vissuti interni più che a eventi esterni. Questa è una anticipazione di quello che sarà il pensiero astratto preadolescenziale; a otto anni si trova quindi, nella narrativa personale, una internalizzazione sorprendentemente sviluppata. Il modo di definire un sentimento è collegato ad un discorso immaginativo composto dalla raccolta di dati accaduti e di previsioni per il futuro, e si differenzia quindi da soggetto a soggetto in un modo diverso di sentire la stessa emozione. Nell’adolescenza compare quello che conosciamo come pensiero astratto, la meta cognizione, cioè la capacità di leggere il proprio pensiero. In questo periodo si acquisisce la capacità di considerare il punto di vista dell’altro e di costruire diverse modalità con cui rappresentare uno stesso evento, assumendo così la relatività, il decentrarsi da una posizione egocentrica, per imparare quindi che, a seconda del punto di vista da cui si osserva, uno stesso fenomeno assume significati diversi. Mentre prima c’era qualcosa o qualcuno da seguire, ora c’è bisogno di affermare il proprio punto di vista, che magari è lo stesso di quello precedente ma che si ridefinisce grazie al confronto con gli altri. Questa situazione di solitudine epistemologica è in fondo una reazione biologica quasi fisiologica che rappresenta un periodo di grande cambiamento. In questo periodo si ha una elasticizzazione della narrativa in quanto il soggetto assume una posizione personale nella visione del mondo e nell’attribuzione di significato.
Infatti dopo il confronto mantiene una sua identità autonoma. Questo gli consente di uscire dal gruppo di appartenenza originaria e di socializzare stabilendo nuovi contatti con il mondo esterno. Il processo di elasticizzazione permette di staccarsi dallo schema di pensiero genitoriale, ricrearsi nuovi legami, quindi di definirsi attraverso la reciprocità con altre figure ampliando la propria narrativa, mantenendo nel contempo un senso univoco del sé.

Dott. Valerio Rubino

Fonte http://www.psicologi-italia.it/psicologia/famiglia-e-bambini/815/madre-e-figlio.html

Attaccamento intrauterino

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Negli ultimi anni, la vita prenatale è stata oggetto di lunghi e accurati studi. Oggi sappiamo che il bambino, già nella pancia della mamma, sente e impara a riconoscere suoni e rumori provenienti dall’esterno. Senteil battito cardiaco della mamma e si succhia ildito, risponde agli stimoli tattili come le carezze dei suoi genitori sul pancione, reagisce agli stimoli sonori come la voce della mamma, il ritmo della sua lingua, la musica che ascolta.Egli è sensibilissimo ai suoni, soprattutto alla voce della mamma. Il bambino sente tutto e se le note musicali, melodiche, hanno su di lui un effetto rilassante; altri rumori o suoni che per la mamma sono senza senso per lui potrebbero essere irritanti. Attraverso il liquido amniotico, il piccolo riconosce anche i sapori e gli aromi caratteristici della dieta materna e queste sensazioni legate al gusto influenzeranno il suo successivo comportamento alimentare.La madre vive i nove mesi dell’attesa carica di ansie, aspettative, desideri, emozioni. Le scelte che fa rispetto allo stile di vita influenzano già da questo periodo la relazione con il proprio bambino. E’ un fatto ormai noto che le interazioni e le comunicazioni tra la madre e il bambino, nei primi anni di vita, sono possibili in quanto, immediatamente dopo la nascita, è già presente nel bambino una forma e una capacità di intersoggettività molto prima che il bambino sia capace di comunicazione verbale e di elaborazioni simboliche.Si tratta di una forma di intersoggettività primaria, come è stata definita da Trevarthen, una competenza le cui basi sono geneticamente determinate, che si esprime nel bambino in molti modi, e, tanto per fare un esempio, è testimoniata dalla capacità di imitazione precoce che ha il neonato. Bowlby, nella sua teoria dell’attaccamento, sottolinea come in diversi stili di attaccamento dipendano dalle complesse dinamiche che si creano tra le caratteristiche temperamentali del bambino e la predisposizione alla relazione delle figure di accudimento. Ma grazie alle ultime ricerche in campo neuropsicobiologico, che sottolineano come alcune sintonizzazioni affettive dopo la nascita siano il risultato anche di scambi comunicativi precedenti, risulta necessario collocare l’origine dell’attaccamento anteriormente. Il bambino, secondo studi recenti, sembra riconoscere da subito la voce materna distinguendola dalle altre. Si sente rassicurato e calmato quando la madre gli racconta o canta nenie che cantava durante la gravidanza. Riconosce gli odori e i sapori che hanno caratterizzato la vita intrauterina. Nasce conoscendo già, in modo primario e sensoriale, la sua mamma.Il resto del percorso, per quanto difficile e tortuoso, ma ricco di emozioni e gratificazioni, può dirsi già in parte costruito.

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Bibliografia Bowlby, J. (1969,1973,1979), Attachment and loss, Basic Books, New York ; tr. Attaccamento e perdita, Boringhieri, Torino, 1982, voll. I, II e III Bowlby, J. (1988), A Secure Base, Basic Books, New York ; tr. Uma base sicura, Cortina, Milano, 1989 Trevarthen Colwyn, Empatia e Biologia. Psicologia cultura e neuroscienze, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998

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Fonte: http://www.psicologi-italia.it/psicologia/famiglia-e-bambini/859/sviluppo-bambino.html

L’attaccamento intrauterino

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Il significato del termine attaccamento è intuitivo: si tratta, nell’infanzia, di un legame duraturo con una o più persone specifiche ed emotivamente significative, in primo luogo la madre. Generalmente si ritiene che i legami di attaccamento comincino a svilupparsi fra i 2 e i 7 mesi di vita dell’infante, contemporaneamente alla capacità di riconoscere le persone familiari. Considerato dalla parte dei bambini, l’attaccamento è selettivo nel senso che si concentra su persone specifiche e non su altre. Inoltre, nel bambino è riscontrabile una forte ricerca della vicinanza fisica della persona o delle persone oggetto dell’attaccamento, da cui ricava benessere e sicurezza. Infine, quando il legame di attaccamento viene interrotto, il bambino va incontro al timore di perdere la persona amata e vissuta come indispensabile per il proprio Sé, causa della possibile insorgenza della cosiddetta “angoscia da separazione”. I legami di attaccamento rappresentano per il bambino un fondamentale punto di partenza per intraprendere il proprio viaggio nella vita e, nello stesso tempo, un “luogo” sicuro al quale poter ritornare in caso di incertezze, pericoli e frustrazioni.

L’attaccamento materno-fetale

La teoria dell’attaccamento è dovuta allo psicologo inglese John Bowlby (1907 – 1990) che la introdusse all’inizio degli anni 50 del secolo scorso, influenzando profondamente la ricerca scientifica non solo nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva, ma anche in altri campi come, per esempio, l’etologia e la sociologia, fino ad espandersi agli studi  sui rapporti madre-feto in gravidanza considerati sia dalla parte materna sia da quella del bambino ancora non nato.

Di fatto numerose ricerche hanno dimostrato, non soltanto che legami di attaccamento materno-fetale sussistono, ma anche che la natura e la qualità delle relazioni che si stabiliscono fra la gestante e il bambino che deve nascere sono di grandissima importanza perché influiscono sui rapporti di attaccamento madre-bambino non solo durante la gravidanza, ma anche dopo la nascita, soprattutto sullo sviluppo mentale e affettivo nel corso dell’infanzia e oltre. Una parte non trascurabile è anche riconosciuta alla relazione fra padre e bambino che deve nascere, ma questa è meno studiata e comunque apparentemente meno influente rispetto a quella fra madre e figlio. Infatti, mentre l’attaccamento fra madre e bambino che deve nascere cresce con il progredire della gestazione, quello paterno si sviluppa prevalentemente nel primo trimestre di gestazione, per mantenersi poi ad un livello costante fino alla sua fine.

Vi è poi da considerare la rilevante differenza riscontrabile fra le relazioni mentali, emotive e pratiche della madre verso il bambino che deve nascere e quelle del padre, sostenute dalle differenti immagini che i due genitori si creano del figlio atteso.

Il bambino non nato nell’immaginazione dei genitori

In generale, come nota la psicologa Silvia Vegetti Finzi, “la donna tende ad immaginare il bambino ancora come parte di se stessa, all’interno del suo corpo e della sua mente. Lo nutre di fantasie mutevoli, in gran parte inconsce, che si riallacciano alla sua stessa infanzia e ai suoi sogni di bambina, quando fantasticava un figlio per sé giocando alle bambole […] E se lo immagina già nato, un bambino ancora molto piccolo, da tenere racchiuso fra le braccia, da nutrire, coprire, riscaldare, coccolare. Mentre l’uomo immagina di solito un bambino reale, già nato e magari un po’ cresciuto, un trottolino con le scarpine ai piedi, pronto a seguirlo nelle sue attività. Pensa di giocare con lui, di tenerlo vicino mentre si dedica al bricolage […]. Oppure di portarlo con sé allo stadio, in montagna, in barca, a pescare lungo un fiume […]. Prima ancora che nasca, proietta già il figlio in una realtà futura, dai contorni precisi, come i comportamenti e le azioni che lo legheranno al bambino. E’ quindi un modo già molto attivo, concreto di immaginare il figlio e la relazione con lui, basato sul fare insieme” (Vegetti Finzi S., Battistin A.M., A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni, Mondadori Editore, 1997).

Lo sviluppo dell’attaccamento è certamente favorito, da parte della maggioranza delle gestanti, dalla crescente consapevolezza che il bambino che portano in grembo, soprattutto a partire dal secondo trimestre di gravidanza, è un essere attivo, sensibile, in grado di apprendere e di interagire con gli stimoli provenienti dal corpo materno e dall’ambiente. Anche per questa ragione, l’attaccamento non può essere considerato semplicemente il risultato di una dipendenza di natura meramente biologica, bensì il segno di una relazione affettiva profonda tra madre e bambino ancora non nato.

I fattori che favoriscono l’attaccamento materno-fetale

Lo sviluppo dell’attaccamento prenatale è sostenuto da numerosi fattori il cui contributo è stato valutato secondo varie scale di misura. Fra questi fattori un ruolo particolarmente importante è stato riconosciuto al sostegno emotivo, affettivo e pratico, che viene garantito alla gestante nell’ambito della famiglia in termini di concordia e di solidarietà con il coniuge e di buon rapporto con la madre, specialmente nelle gestanti in età molto giovane. Una notevole importanza è anche riconosciuta, nello sviluppo dei sentimenti di attaccamento, all’assistenza di accoglienti ed efficienti servizi sanitari e, in generale, ad un contesto sociale partecipe e solidale. I sostegni familiari e sociali risultano particolarmente critici nel favorire o compromettere i processi di attaccamento materno-fetale.

Numerosi sono i fattori di rischio che possono compromettere l’attenzione, le cure, i pensieri, le emozioni, i sentimenti, le fantasie , l’insieme insomma che sostanzia la natura e la qualità dell’attaccamento fra madre e bambino ancora non nato. Fra i fattori di rischio di dimostrata pericolosità in tal senso possono essere ricordati: la giovane età e l’inesperienza, le condizioni economiche disagiate o precarie, il modesto livello culturale, le esperienze infantili negative, gli stati di stress prolungati, le esperienze di violenza, i comportamenti devianti come la tossicodipendenza, l’ansia, la depressione. Non è infrequente che disturbi della personalità accompagnati da comportamenti devianti portino alcune gestanti bel lontane da un adeguato sviluppo dell’attaccamento verso il figlio che deve nascere. In particolare si evidenziano manifestazioni di insofferenza, di aggressività, di pensieri punitivi verso il feto, soprattutto quando le condizioni ambientali sono difficili dal punto di vista socioeconomico, morale e spirituale.

Un fattore di rischio verso lo sviluppo dell’attaccamento prenatale è frequentemente riscontrabile in precedenti esperienze di aborti o di morti immediatamente successive alla nascita. L’esperienza di un legame che si spezza bruscamente con la perdita del bambino lascia i genitori in una situazione di perdita e di lutto che può durare anni, compromettendo la possibilità di instaurare normali processi di attaccamento in occasione di una successiva gravidanza.

Naturalmente si tratta di fattori di rischio di peso assai variabile da gestante a gestante e spesso con esiti contrastanti. Per esempio, alcune ricerche sugli effetti della depressione, hanno dimostrato che in alcune gestanti quello stato dell’umore pregiudica l’attaccamento prenatale, in altre invece lo esalta. Queste situazioni e tutte quelle che possono compromettere l’instaurarsi e lo svilupparsi di una normale relazione di attaccamento prenatale dovrebbero essere precocemente individuate non soltanto per il buon andamento della gravidanza e a vantaggio del bambino ancora non nato, ma anche per costruire i presupposti per lo sviluppo dei rapporti di attaccamento dopo la nascita che finiranno per influenzare le capacità emotive e sentimentali di tutta la vita.

Considerato dalla parte del bambino non ancora nato, l’attaccamento materno-fetale, da parte degli studiosi, è stato analizzato da un numero elevato di punti di vista che, per esemplificare, si possono riassumere nel fondamentale quesito: nel periodo prenatale il bambino può “pensare” e condividere gli stati d’animo della madre?

Gli studiosi di psicologia fetale lo sostengono, basandosi su varie risultanze scientificamente verificate, fra cui si possono ricordare quelle che hanno dimostrato che il feto “condivide” gli stati d’animo della madre, a partire all’incirca dal sesto mese di gravidanza. I pensieri, gli stati dell’umore, i sentimenti materni passano al bambino non ancora nato per via ormonale. Una madre sottoposta a stress intensi e prolungati, per esempio, produce certi ormoni che, attraverso la placenta, possono passare al feto e influenzarne addirittura la personalità. Bambini nati da madri a lungo emozionalmente provate hanno mostrato personalità con tratti disturbati nella sfera emotiva; mentre bambini nati da madri che hanno potuto gestire la loro gravidanza in sicurezza e tranquillità, in un ambiente familiare e sociale sereno e solidale, sono risultati immuni da problemi emotivi.

Naturalmente, alle tesi degli studiosi che sostengono la formazione di significativi legami di attaccamento materno-fetale non sono mancate le critiche. I critici sostengono che l’originale teoria di Bowlby è stata costruita sull’attaccamento, risultato dell’interazione madre-bambino, esaminabile dopo la nascita, mentre, durante la gravidanza, quello che si può studiare veramente è il sentire della madre e non quello del feto. In realtà, queste critiche sembrano non avere fondamento. Infatti, se questo era indubbiamente vero al tempo di Bowlby è anche provato che, nei decenni successivi, i ricercatori hanno potuto valersi di un numero crescente di metodi e di mezzi di indagine grazie ai quali sono stati in grado di affinare le conoscenze sullo sviluppo fisico prenatale del prodotto del concepimento, ma anche il progredire intrautero delle sue capacità di condividere gran parte delle esperienze psicologiche ed emotive della madre. Basti ricordare gli strumenti di indagine per immagini e di stimolazione del feto per rendersi conto della validità del pensiero di Bowlby e della miriade di ricercatori che ne hanno confermato e sviluppato le tesi, e per sottrarre alla critiche il terreno su cui poggiano.

La disponibilità di sofisticati strumenti di indagine, in primo luogo l’ecografia, ha consentito  dunque l’osservazione diretta, nel corso della vita fetale, non solo dello sviluppo di organi e apparati, ma anche della comparsa e della evoluzione di capacità percettive e di reazioni psichiche ed emotive che fanno del bambino che deve ancora nascere, verso la fine della 32ma settimana di gestazione, un essere preparato per entrare nel mondo, già dotato delle medesime capacità del neonato.

In altre e semplici parole, si può dire che la vita intelligente del bambino comincia quando è ancora nel grembo materno. Lo si può dimostrare in base all’osservazione di alcuni fondamentali elementi: la veglia e il sonno, i movimenti fetali, le capacità sensoriali – l’udito, il gusto, la vista, il tatto, l’olfatto – le capacità di attenzione e di apprendimento, che abbiamo già esaminato, la comparsa di tratti che definiscono la personalità.

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Fonte: Tratto da Leggere per Crescere, Anno X n. 2 – Inverno 2014