L’omofobia? Non c’entra nulla con gli omosessuali: è solo un trucco per limitare la libertà (di tutti)

Breve storia di uno psicoreato: l’omofobia da invenzione terminologica ad etichetta discriminatoria

 

 

 

bkj3ta3caaa89euL’omofobo è il nemico. Come abbiamo fatto a lasciarci ingannare in questo modo?

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Da quando il termine “omofobia” è stato introdotto su larga scala, entrando nel linguaggio comune, le cose si sono via via fatte più chiare. Oggi sono chiarissime: l’omofobia è un trucco, nient’altro che un inganno introdotto nel contesto sociale, con un fine ben diverso da quello che vorrebbero farci credere. Hanno preparato il terreno, per anni. Mentre le sentinelle a difesa della libertà dormivano. Adesso siamo pronti: nella percezione comune l’equazione è già impressa: “omofobo = nemico“. L’omofobo è il nemico da combattere. Nessuno sa spiegare perché o per come, ma siamo giunti a questo punto. Uscite, sperimentate voi stessi. Ditelo in pubblico, che siete omofobi. Provateci, anche per scherzo. Poi chiedetevi: ne avete visti, di omofobi? Dove sono? Cosa fanno per esistere, in quanto omofobi?

Il fatto è che hanno creato una classe di intoccabili, al di sopra della possibilità di critica, di giudizio, di qualsiasi considerazione che non sia un plauso e un accordo incondizionato. Supino, a priori.

Il che – logicamente – si traduce così: la vostra libertà di espressione è andata a farsi benedire. La vostra libertà di critica, di credo politico, filosofico, religioso, vi è scivolata via dalle mani. Senza che nessuno se ne accorgesse. E al suo posto sono apparse le manette sociali. L’ideologia del pensiero unico: essere omosessuali è bello, piacevole, una variante naturale, non comporta rischi, né danni. Bisogna anzi introdurre il porno a scuola, perché i ragazzi hanno diritto di imparare come si pratica l’omosessualità.

Non lo sapevate? Si chiama “porno-educazione”: “In Inghilterra, ad esempio, emerge come vi siano dei programmi di educazione sessuale, sottolineando, invece, la carenza di specifici percorsi d’apprendimento al sesso LGBT.” Occorrono  dunque”percorsi di apprendimento” per il trasnessualismo e l’omosessualità. Intesi? Sono queste, le nuove materie di studio. Non ci credete? Leggete qui.

E l’elenco delle assurdità che ci stanno facendo piovere sulla testa potrebbe continuare al lungo.

Come mai, direte voi?

E’ ingegneria sociale applicata, bellezza.

Schema di Overton, in piena regola: prima se ne parla. Poi si trovano eccezioni. Poi si giustificano le eccezioni. Poi si dice poverini, fino a convincerti che solo un pazzo può pensare che ci sia sotto qualcosa. Poi si critica la tradizione. Anzi: tutte, le tradizioni. Siamo nel duemila. E’ ora di cambiare. Poi si giustificano altre eccezioni. Poi si smantella, poi s’insinua un generale “perché no?”, al quel solo una minoranza, ormai, sa rispondere. Infine arrivano i tanto sbandierati “studi americani”,  e il gioco è fatto: quello che prima sembrava fantascienza, oggi è socialmente percepito come “assolutamente normale“.

Anzi, doveroso. Così com’è obbligatorio acconsentire. E, viceversa, chi osa criticare, è immediatamente messo a tacere. Visto da tutti come un pazzo.

 

Com’è stato possibile?

Con il trucco dell’omofobia, appunto.

 

Una geniale mossa di ingegneria sociale, appunto, con cui stanno mettendo a punto l’ultimo passo nella riduzione della libertà di parola e di espressione ed il primo verso la sottrazione – vale per tutti, gay compresi, anche se per ora non se ne sono accorti – dei più elementari diritti naturali. Primo dei quali nascere e crescere da una mamma e un papà, come recita la Convenzione internazionale dei diritti del bambino, articolo 7. 

Non ve ne siete accorti? Ma sì. Sono in tanti, ormai, ad andarsi a comprare un bambino all’estero. E quindi? E quindi già adesso – non è fantascienza – i bambini vengono progettati, costruiti nei laboratori di inseminazione artificiale, messi al mondo con una donna che affitta l’utero, e poi venduti.

Ci sono pure i saldi.

Cercate su Google “utero in affitto“. Viene fuori di ogni. Solo il primo (preso da http://www.uteroinaffitto.com):

 

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E guai a dire che c’è qualcosa che non va: siete omofobi. 

Dite che esiste una preoccupante relazione tra Aids e pratiche omosessuali?

(leggete qui, con tanto di bibliografia medica e scientifica, i danni, le infezioni e le statistiche)

Omofobi.
Dite che ai centri infettivi arrivano sempre più ragazzi omosessuali, anche molto giovani, colpiti da Aids?

Omofobi.

Il primario del reparto infettivi conferma?
Omofobo pure lui.

 

 

 

Ma che cos’è, l’omofobia?

Di preciso, non si sa. Nessuno sa delimitarne esattamente i confini, esibirne una definizione che combaci con le altre circolanti. E non si saprà mai: occorre logicamente vaghezza, per costringervi a tacere. Provate a chiederlo. Fate un esperimento. Nessuno sa dare una spiegazione chiara e precisa. Nemmeno i cosiddetti “esperti”: a meno di non incorrere in salti logici pazzeschi, che definire surreali è ancora poco.

 

In effetti, il termine “omofobia” è un’invenzione linguistica, un neologismo introdotto negli studi di psicologia sociale sull’onda del clima del sessantotto, e viene oggi utilizzato come perfetto sistema per linciare, redarguire, far tacere i dissidenti. Il tutto, come vedremo, sulla base di salti logici ingiustificati e definizioni fumose.

 

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Un breve accenno storico

Siamo nel 2006, anno in cui compare una apparentemente innocua Risoluzione del Parlamento europeo in cui si legge che l‘omofobia è qualcosa da combattere, una specie di crimine contro l’umanità.

La risoluzione adotta una terminologia che non è affatto nuova. Se ne parla guarda caso proprio da trent’anni, da quei famosi “trent’anni di studi” di psicologia sociale che hanno determinato il più grande mutamento antropologico della storia umana: quello che è oggi sotto gli occhi di tutti e che vede l’uomo ridotto finalmente a merce totale, mercificato fin dal concepimento e venduto con un apposito contratto, una volta spossessato dei suoi ultimi diritti naturali rimasti (avere un padre e una madre), come se fosse una cosa qualsiasi, anzi come “adorabili oggetti di consumo”, per usare la felice espressione di Claudio Risè.

Ma torniamo a noi.

L’omofobia. Il termine sembra essere stato utilizzato per la prima volta da George Weinberg nel suo libro Society and the Healthy Homosexual (La società e l’omosessuale sano), pubblicato nel 1971.

Siamo sulla prima onda del ’68. Lo vediamo ancora una volta: è da qui che tutto ha davvero inizio.

In questi trent’anni, fini ai primi del 2000, il termine è stato abilmente introdotto ed è circolato come un virus in questi “studi”, ha covato, indisturbato, prolificandosi in pubblicazioni ed ambiti diversi, significando apparentemente una cosa sola: “la paura dello stesso (sesso)“, ovvero un’avversione irrazionale per gli omosessuali.

Avversione soggettiva, individuale, psichica, di ordine emotivo: quindi solo potenzialmente pericolosa, in quanto terreno fertile per un possibile (non necessario) sviluppo di pregiudizi, atti discriminatori o addirittura violenti, nei confronti degli omosessuali.

Di per sé, in quanto tale, incapace di limitare la libertà del prossimo o danneggiarlo in qualsiasi modo.

Fin dall’inizio, è bene sottolinearlo, il termine ha però anche una chiara connotazione politica. Tutt’altro che limitata alla dimensione psicologica, l’ “omofobia” è qualcosa da combattere, da estirpare, in quanto indica un qualcosa che misteriosamente si traduce in azione. Anzi, in discriminazione. L’omofobo è il nemico: qualcosa deve pur fare. No?

Infatti nella risoluzione del Parlamento europeo (Mercoledì 18 gennaio 2006 – Strasburgo) leggiamo:

«l’omofobia si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza»

(Il testo non spiega poi quali siano, esattamente, questi diritti ed in che modo sia leso il principio di uguaglianza, ma su questo torneremo)

Dunque, si tratta di prendere provvedimenti sul piano educativo e correttivo. Leggiamo infatti nella stessa risoluzione:

“[…] considerando che in alcuni Stati membri i partner dello stesso sesso non godono di tutti i diritti e le protezioni riservati ai partner sposati di sesso opposto, subendo di conseguenza discriminazioni e svantaggi; […]  considerando che occorrono ulteriori azioni a livello dell’UE e degli Stati membri per eradicare l’omofobia e promuovere una cultura della libertà, della tolleranza e dell’uguaglianza tra i cittadini e negli ordinamenti giuridici:

1.   condanna con forza ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale;

2.   chiede agli Stati membri di assicurare che le persone GLBT vengano protette da discorsi omofobici intrisi d’odio e da atti di violenza omofobici e di garantire che i partner dello stesso sesso godano del rispetto, della dignità e della protezione riconosciuti al resto della società;

3.   invita con insistenza gli Stati membri e la Commissione a condannare con fermezza i discorsi omofobici carichi di odio o le istigazioni all’odio e alla violenza e a garantire l’effettivo rispetto della libertà di manifestazione, garantita da tutte le convenzioni in materia di diritti umani;

[…]

5.   sollecita vivamente gli Stati membri e la Commissione a intensificare la lotta all’omofobia mediante un’azione pedagogica, ad esempio attraverso campagne contro l’omofobia condotte nelle scuole, le università e i mezzi d’informazione, e anche per via amministrativa, giudiziaria e legislativa”.

 

Ora, la domanda è: come siamo passati da una generica (anche se ambigua) definizione di omofobia intesa come “paura dello stesso (sesso)“, ovvero una generale  avversione per gli omosessuali, ad un’altra che comprende “odio“, “discriminazione” e quindi “violenza“?

Chi lo decide, quando il mio discorso volto a criticare l’omosessualità è intriso d’odio per le persone omosessuali?

In altre parole:

Se dico che provo orrore per le pratiche omosessuali, qualcuno si sente legittimato a dedurre che allora odio gli omosessuali?

Se affermo che l’omosessualità è oggettivamente disordinata, sto discriminando qualcuno?

 

Dove e quando e come, questo salto necessario dal piano soggettivo-individuale, ovvero dal piano psichico dei miei sentimenti, della mia percezione della realtà, del mio gusto personale, delle mie convinzioni, del mio credo religioso (se c’è), al piano oggettivo-sociale, pubblico, viene giustificato e fondato come portatore di discriminazioni, violenze, insomma: di fatti che violano concretamente la libertà o la dignità altrui e quindi sono penalmente rilevanti?

In altre parole: dove sta scritto che automaticamente un discorso fondato su quella che loro stessi definiscono “paura” ed “avversione” si tramuta in azione lesiva dei diritti altrui?

Da quando, esiste il diritto a non essere criticati?

 

E poi: quando e come viene data una definizione di “odio” tale da presentare una rilevanza giuridica?

Chi lo stabilisce, dov’è l’odio in un discorso? In base a quali criteri?

E’ diventato sinonimo di avversione, disaccordo, contestazione, divergenza?

Basta non essere d’accordo, per odiare?

Perché le cose stanno esattamente così: è da questa (indotta ed astuta) confusione, da questi (nascosti) salti logici che deriva la negazione di un diritto esistente, autentico, vivo: il mio. E’ la mia libertà di parola e di espressione ad essere soppressa. E’ sufficiente che il primo si alzi e dica “questo è un discorso intriso d’odio!” per attirarmi le critiche di mezzo mondo.

Il terreno sociale è stato ottimamente preparato, non c’è che dire.

Domanda: la legge-bavaglio che verrà, troverà ancora spiriti liberi e razionali pronti a difendere la libertà (di tutti, omosessuali compresi)?

 


 

 

E – si badi bene – con questo non siamo ancora entrati nel vivo del problema.

Oggigiorno, infatti, quella che abbiamo appena letto sopra non è affatto l’accezione più diffusa del termine omofobia: anzi, ne costituisce casomai una versione debole.

La versione più comunemente accettata? Quella socialmente condivisa?

La possiamo leggere tra le pagine del noto Istituto Beck, in cui viene definita “omofobia”

“quell’insieme di pensieri, idee, opinioni che provocano emozioni quali ansia, paura, disgusto, disagio, rabbia, ostilità nei confronti delle persone omosessuali”.

Sottolineo: idee, opinioni, disgusto.

 

Ovvero: vi stanno dicendo cosa pensare (idee), cosa dire (opinioni) e che gusti avere (disgusto).

E dov’è finita la libertà di pensare, dire e provare le emozioni che voglio?

 

In altre parole, mettendo in sequenza i vari nessi, abbiamo questa conclusione: una Risoluzione europea invita gli stati membri ad estirpare i pensieri, le idee e le opinioni dei cittadini. Anche se queste non si tramutano in azione, in fatti, e quindi in danni misurabili per il prossimo. 

A questo punto il gioco è fatto: l’omofobia è di fatto uno psicoreato, volutamente vago e non definito, che per ora viene “corretto” con l’indottrinamento messo in atto a più livelli, dal bombardamento mediatico alle iniziative politiche, allo stigma sociale gonfiato dal basso da una serie di notizie inventate e fatte circolare ad arte.

Per ora la stigmatizzazione sociale.

Poi, sarà il turno delle multe, dei processi, della prigione.

 

 

 

 

Qual è allora il vero scopo della lotta all’omofobia?

Da quanto abbiamo visto, si deduce che ha quindi perfettamente ragione Diego Fusaro, quando afferma che

l“Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare che esistano uomini e donne e che, pur essendo infiniti gli orientamenti sessuali, due soltanto siano i sessi esistenti. Condannati come omofobici, infatti, non sono soltanto coloro che usano violenza (in questo caso, naturalmente, è giusta la piena condanna dei violenti, come del resto è giusto condannare e punire ogni violenza), ma anche quanti pensano che per natura i sessi esistenti siano due. Come ben argomentato da Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta (“Unisex. La creazione dell’uomo senza identità“, Arianna, Bologna 2014), si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci. A tal punto che sempre più spesso il semplice presupporre l’esistenza di sessi differenti viene visto come atteggiamento discriminatorio.

 

E’ chiaro che l’esperimento di ingegneria sociale può dirsi a questo punto perfettamente riuscito. Lo scopo era creare un diversivo, utilizzare uno stratagemma, trovare un pretesto per erodere la libertà di espressione e quindi di critica dei cittadini. Una volta individuato il modello, una forma operativa che dà risultati, possono evidentemente utilizzarla anche per altri obiettivi. Qual è il modello? Facile: il capro espiatorio. Sì. una specie di “capro espiatorio al contrario“, dove la vittima viene individuata, esaltata nella sua discriminazione e diventa così l’occasione per negare diritti al gruppo intero (per la funzione usuale del capro espiatorio nei gruppi si vedano gli studi di psicologia sociale di Miller, Bugelski, Leonard, Berkowitz e naturalmente Kurt Lewin).

Non male.

La bomba sociale è innescata: scoppierà presto. Quando l’equazione “criticare le pratiche omosessuali = incitare all’odio“, quindi essere automaticamente “omofobi” verrà applicata a largo raggio, qualcuno comincerà ad accorgersi che la propria libertà di pensiero e di espressione gli viene negata. E questo, grazie a Dio, sta già accadendo.

 

E non è finita. Per non parlare poi dei paradossi che derivano dal pretendere, Costituzione alla mano, il rispetto delle proprie opinioni religiose. Abbiamo infatti un testo che sembra un perfetto capolavoro di omofobia: il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr. n. 2358): verrà messo all’Indice?

Che bella la nostra Costituzione. La più bella del mondo, diceva un Benigni più famoso del sottoscritto. Una delle poche cose su cui concordo con il mio omonimo:

Art. 19 “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Art. 21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

 

Ne vedremo delle belle, c’è da scommetterci.

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Alessandro Benigni

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A cosa servono gli “studi di genere”?

Una riflessione di Luciano Dibattista

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Gli studi di genere rappresentano una truffa ideologica sviluppati da una parte del mondo femminista e fatti propri dal movimento LGBT. La prima formulazione del concetto di genere venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin, che ha scritto libri su femminismo, sadomasochismo, prostituzione, pedofilia, pornografia e letteratura lesbica. Sono definiti come una “modalità di interpretazione” ma vengono lanciati come “risultanza scientifica”. Si basano su aspetti della psicologia, sociologia e antropologia e, per tal motivo, non possono offrire certezze ma devono essere sottoposti a dibattiti e confronti in ambito professionale. Invece, l’ambiente LGBT censura e demonizza tutti i professionisti che non concordano con le linee guida dettati dalle associazioni di categoria. Ciò succede già dagli anni ’70 quando si sono segnati i primi passi per la depatologizzazione dell’omosessualità. Gli studi di genere si fondano sulla distinzione tra SESSO BIOLOGICO, inteso come “corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un maschio o una femmina”, e l’IDENTITÀ DI GENERE (gender), intesa come “costruzione culturale, rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo o di donna. Sesso biologico e identità di genere vengono messi in relazione e, quando vi è una DISFORIA DI GENERE (ossia “una condizione in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologica”), tale disagio mentale deve essere curato. Ma cosa deve essere curato secondo il movimento LGBT e l’ambiente “professionistico”? La mente che presenta il disagio o il corpo che è sano ? Ovviamente la mente. Si segue un percorso dove la patologizzazione viene normalizzata e la normalità viene curata. Come ? attraverso la cd. “Terapia di riconversione sessuale” dove il corpo viene adeguato alla mente. È lapalissiano che tale cura è sbagliata perché una mente disagiata deve essere curata e non assecondata. Se mi sento un gatto, trasformo il mio corpo come quello di un gatto ? Sembra un paradosso ma oggi si parla anche di TRANSPECISMO, ovvero quel disagio mentale in cui un uomo si sente “nato nella specie sbagliata”. Come si fa a convincere la gente che è questa la strada giusta ? Attraverso la strumentalizzazione dei casi di INTERSESSUALITÀ, (detta “Sindrome di insensibilità agli androgeni o iperplasia surrenale congenita”). In questo caso, la patologia è nel corpo in quanto la persona intersessuale presenta caratteristiche anatomico-fisiologiche sia maschili sia femminili. La differenza tra TRANSESSUALISMO e INTERSESSUALITÀ è dunque chiara: l’una è condizionata da fattori psicologici e culturali, l’altra da fattori anatomici e fisiologici. Ma non è finita. Nella concezione moderna, ai concetti di sesso biologico e identità di genere, vanno aggiunti l’ORIENTAMENTO SESSUALE e l’ESPRESSIONE SESSUALE. L’orientamento sessuale è l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale di una persona verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o entrambi (bisessualità). L’espressione sessuale è l’insieme di atteggiamenti, movimenti e abitudini che riguarda il movimento del corpo. Dalla distinzione “sesso biologico-identità di genere-orientamento sessuale-espressione sessuale” si intende desumere che ci sia un ventaglio di possibilità di esprimere la propria identità. Concezione nata da una sessualità intesa come “fluida” e “variabile” a seconda delle combinazioni possibili. Non ci sono evidenze scientifiche che mostrino che l’orientamento sessuale sia innato ma l’omosessualità viene definita dall’OMS come “una variante naturale del comportamento umano”.

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Non ci sono evidenze scientifiche che mostrino che “si possa nascere nel corpo sbagliato” ma il movimento LGBT ha chiesto ufficialmente all’OMS di derubricare il transessualismo tra le malattie mentali. Dall’altra parte ci sono risultanze scientifiche che mostrano che solo la coppia eterosessuale può beneficiare della complementarietà anatomica e della potenzialità omologa di procreare ma questo viene trascurato e sovvertito attraverso tecniche artificiali che esulano dai valori bioetici che la medicina deve tener conto. Così la non complementarietà anatomica viene risolta da tecniche che permettono il cambio del sesso (che vanno dalle costosissime iniezioni di gonapeptyl alle ancora più costose operazioni chirurgiche) e la non potenzialità omologa di procreare viene risolta con tecniche di fecondazione artificiale (che trovano la massima espressione nella becera pratica dell’UTERO IN AFFITTO). La chiamano “progressi della scienza” ma la medicina ha lo scopo di curare un paziente e di ristabilire il suo stato di salute. Un intervento al cuore serve a guarire un organo che già c’è, il trapianto del cuore serve a sostituire un cuore che non c’è più. Qui invece si cerca di trovare una situazione nuova e non una cura. È questo ciò che si intende per TEORIA GENDER, ovvero quella teoria che dà per certo ciò che non lo è affatto e che ribalta la biologia, che si basa su risultanze scientifiche certe, con quelle discipline che offrono solo una modalità di interpretazione, che in questo è sbagliata e pericolosa.

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Difendere chi difende la nostra libertà di espressione è un intelligente dovere. Sostegno a Silvana De Mari: come fare?

Come da copione, l’inesistente lobby LGBT sta inviando “mail di protesta” all’Editore di Silvana De Mari (GIUNTI), cercando di metterla in difficoltà sul piano della sua attività di scrittrice.

Sarà difficile, sia perché Giunti è editore serio, che non si lascia prendere per il naso da quattro esagitati, sia perché Silvana De Mari è autrice talentuosa che viene letta da tutti, ragazzi ed adulti, e tradotta in diverse lingue.

Sosteniamo chi si batte per la verità e per la libertà di parola, oltre che di professione di credo religioso.

Invito tutti quelli che possono a fare pubblicità in ogni modo sia a Silvana De Mari che all’editore Giunti: (http://www.giunti.it/autori/silvana-de-mari/) e ad inviare all’indirizzo info@giunti.it una e.mail di sostegno)

 

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Sostenere gli amici è un piacere.

 

Difendere chi difende la nostra libertà è un intelligente dovere.

 

Facciamoci sentire: non ci ridurranno al silenzio.

 

Mai.

 

Alessandro Benigni

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[… vi chiedo di diffondere il più possibile, grazie! ]

Posso dire che “l’eterosessualità mi fa schifo e non è affatto normale”?

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Una nota minima sul tema della libertà

 

 

L’eterosessualità mi fa schifo e non è affatto normale“.

Voglio poterlo dire. Posso dirlo?
Sì, che posso.

E non verrò denunciato per questo.

Domandatevi: perché?

Il mio è un argomento filosofico, non un’opinione: la verità non è oggetto di giurisprudenza.

Soprattutto nell’epoca della “post-verità“, non è con leggi o sentenze che si stabilisce che cosa è vero e che cosa è falso. E io voglio la libertà di espressione, per tutti. A prescindere dal fatto che condivida o meno le opinioni che vengono espresse, liberamente, da chiunque.

Così, chiedo che sia un diritto per ciascun uomo libero su questa terra affermare che un triangolo ha quattro lati, che gli eschimesi sono un popolo d’Africa, che l’uomo non è sbarcato sulla luna. E così via. Dico di più: si deve poter dire che non piacciono i bianchi, che i gialli sono una razza inferiore e che i blu sono dei geni. Che la Shoah non c’è mai stata e che Giordano Bruno era un esempio di integralismo cattolico. Si deve poter dire che Tolomeo aveva ragione.
La verità umana si raggiunge solo nel dibattito, nella discussione, nella contrapposizione di tesi ed argomenti, anche quelli che non mi piacciono. Nell’acribia degli storici che mi fanno capire, documenti ed interpretazioni alla mano, per quali ragioni una ricostruzione storiografica è più credibile di un’altra.

Il bavaglio è l’ultimo passo verso l’instupidimento totale, soprattutto dei giovani: dove il pensiero unico viene imposto, il pensiero critico eclissa. Ed è la fine della libertà.

Da parte mia, il mio mestiere è insegnare a dubitare e a non accettare nulla per vero, senza argomenti validi e vincolanti, senza discussione, senza ragione.

Né sotto il profilo della storia e men che meno sotto quello della filosofia.

Dove il pensiero critico viene vietato, la ragione svanisce, l’uomo è ridotto in schiavitù (che se ne accorga o meno: non occorrono catene d’acciaio per essere schiavi)

Pensateci.

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Note minime, Gennaio 2017

Alessandro Benigni

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Mamma e papà sono solo “concetti antropologici”?

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uno studio di

 Andrea Pinato

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Attenzione: questo articolo usa un linguaggio politicamente scorretto.

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Il “concetto antropologico”

 

Concetto: rappresentazione mentale, pensiero, che si formula mettendo insieme (cumcipere, cum-capere) aspetti sensibili particolari che una molteplicità di oggetti hanno in comune. Se questi oggetti sono valori, credenze, comportamenti propri dell’uomo allora si usa l’allocuzione “concetto antropologico” (anthropos logos = discorso sull’uomo).

La nozione di concetto antropologico si sta affermando nella psicoanalisi. Scrive Eugenia Scabini [1]:

“[..] per quanto riguarda l’apporto della psicoanalisi si fa avanti prepotente la tendenza a liquidare frettolosamente le vicissitudini identitarie legate alla costellazione edipica che per decenni sono state portate a supporto dell’importanza, per lo sviluppo del bambino, di potersi identificare col padre e con la madre. Il corporeo, segnato dalla differenza sessuale, viene invece da alcuni autori che si rifanno alla psicoanalisi[2] (Lingiardi e Carone, 2013) annullato e assorbito dal mentale (in linea con le posizioni più radicali delle teorie del gender) e l’essenza della genitorialità viene identificata nella qualità della relazione tra i partner, indipendentemente dalla combinazione sessuale della coppia.”[3]

Il principale portavoce presso l’opinione pubblica delle tesi “mamma e papà sono concetti antropologici” e “non ci sono differenze fra omogenitorialita e genitorialità naturale” è l’associazione Famiglie Arcobaleno.

“[..] negli studi teorici – che siano veri e propri saggi oppure riflessioni, interviste, semplici prese di posizione – chiunque può sostenere e argomentare le sue idee senza bisogno di dimostrarne la validità con dati concreti. Uno psicoanalista freudiano classico, per esempio, può sostenere che le famiglie arcobaleno non permettono ai figli di affrontare il complesso di Edipo: e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi. E ovviamente non c’è nulla di male nel fatto che psicoanalisti, filosofi, teologi lascino viaggiare liberamente i pensieri: è anzi necessario che lo facciano[4].”

La voce narrante sul palco è quella di Tommaso Giartosio: il suggeritore nella buca è invece Federico Ferrari[5]. L’ovvia obiezione è che esiste una mole imponente di dati e testimonianze sul “vuoto di origine” da parte di chi è stato adottato. A metterci una pezza ci pensa il regista Vittorio Lingiardi[6]:

 

“Nel caso dell’adozione, l’elaborazione narrativa conterrà i temi del rifiuto e di un altrove corporeo (e spesso geografico) assoluto rispetto a quello dei genitori adottivi, etero o omosessuali che siano. Nelle famiglie dove i genitori sono due donne di cui una ha richiesto, dove la legge lo consente, la fecondazione assistita, oppure due uomini che si sono rivolti, dove la legge lo consente, a una maternità di sostegno [..]Un bambino adottato è stato un figlio rifiutato all’origine, un bambino nato con l’aiuto delle biotecnologie è stato desiderato, pensato e cercato. Questo vale sia quando i genitori sono eterosessuali sia quando sono omosessuali.”

Questo è quello che pensa Lingiardi e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi.”

 

Per validare l’affermazione bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati: figli adulti (quindi consapevoli e coscienti) cresciuti fin dalla nascita in un contesto omoparentale. Per fortuna esiste il What We Know Project con la sua raccolta di studi. Ci armiamo quindi pazienza, ci tuffiamo e andiamo a pesca di tutti gli studi in cui, invece di rispondere concetto antropologico 1&2 sul benessere e pensieri di infanti e adolescenti tramite un set limitato di test psicometrici, rispondono uomini e donne cresciuti fin dalla nascita in un contesto omoparentale.

 

 

 

 


Le ricerche sul campo

La prima sorpresa è questa: a contarli bastano le dita di una mano sola. Perfino questo è già un dato significativo.

 

1995 Tasker, F., & Golombok, S. ADULTS raised as children in lesbian families. American Journal of Orthopsychiatry, 65(2), 203-215. si no
2007 Goldberg, A. E (How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents. American Journal of Orthopsychiatry, 77(4), 550-562. si no
2012 Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers. Journal of GLBT Family Studies, 8(3), 243-257. si no
2013 Lick, D. J., Patterson, C. J., & Schmidt, K. M. Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. Journal of GLBT Family Studies, 9(3), 230-253. si no
2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 si si
What Whe Know Project
lista senatori

 

Se avrete la pazienza di leggerli tutti i vi accorgerete che un primo dato si impone prepotentemente:

isolando l’insieme di adulti che fin dalla nascita sono stati cresciuti in un contesto omoparentale i numeri dei campioni si assottigliano:

 

1995 Tasker, F., & Golombok, S. ADULTS raised as children in lesbian families. American Journal of Orthopsychiatry, 65(2), 203-215. 25  
2007 Goldberg, A. E (How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents. American Journal of Orthopsychiatry, 77(4), 550-562. 10 1
2012 Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers. Journal of GLBT Family Studies, 8(3), 243-257. 32  
2013 Lick, D. J., Patterson, C. J., & Schmidt, K. M. Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. Journal of GLBT Family Studies, 9(3), 230-253.  

 

18*

 

 

2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 11  

 

 

Totale campione: 97
omoparentale lesbico
padre gay
* = non è specificato se cresciuti in un nucleo omoparentale lesbico o gay

 

Se applichiamo l’ulteriore filtro “ricerche che indagano il vuoto di origine” il risultato è impietoso:

 

2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 11

 

Poichè questa è l’unica vera ricerca presente nel What We Know Project che affronta l’argomento merita una lettura più approfondita. Tutte le altre ricerche le propongo in appendice.

Per i più pignoli anticipo che il tema viene anche affrontato dalla ricerca Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. In questa[7] ricerca infatti viene usato il test psicometrico RSF. Fra le 28 domande del test spunta:

 

24) I missed not having one mom and one dad. (1-5)

 

da valutarsi su scala likert da “1: completamente d’accordo” a “5: totale disaccordo”.

Le tabelle pubblicate nella ricerca non indicano cosa abbia risposto il campione a specifica domanda forniscono direttamente il punteggio dell’intero test.

 

Magari a Giartosio, Lingiardi, Lick e Patterson basta. A me no: leggiamo dunque l’unica ricerca che si focalizza sul problema.

 

Donor, Dad, or…? Young Adults with Lesbian Parents’ Experiences with Known Donors

 

 

 

Reclutamento:

Bando pubblicato sul sito della Safe Schools Coalition (è una rete di associazioni che promuove la tolleranza nelle scuole), sul sito COLAGE (organizzazione guidata da e per individui con almeno un genitore lesbico, gay, transgender o queer) e sui siti LGBTQ universitari. Invito diretto a membri della PFLAG (Parents, Families, and Friends of Lesbians and Gays)

 

Richiesta del bando:

Invito a partecipare a giovani adulti fra i 14 e i 29 anni per indagare sul loro punto di vista sul matrimonio (dis)egualitario e sulla loro esperienza in generale sull’esser cresciuti in una famiglia LGB

 

Metodo:

intervista telefonica, analisi dell’intervista e ricerca di temi ricorrenti nelle risposte.

 

Focus domande:

In che tipo di famiglia sei nato/sei stato adottato?[8] Chi consideri genitori? Quale è l’orientamento sessuale dei genitori?[9] Del tuo donatore? Descrivi la relazione con i tuoi genitori e con il donatore.

 

Risultati:

Prima di esporre i risultati vi propongo il commento alla ricerca fornito dalla dr.ssa Paola Biondi nella lista studi consegnata ai senatori:

 

“Le madri sono relativamente aperte e oneste con i figli circa le loro origini, il modo in cui essi sono stati concepiti e l’utilizzo dell’inseminazione artificiale. La maggior parte dei soggetti si dichiara soddisfatta del rapporto instaurato con il proprio donatore.”

E’ un capolavoro dell’uso del politicamente corretto&rassicurante che sfiora la bugia per omissione. La pura e semplice verità è che le risposte fornite dal campione sono così complesse e articolate che l’unico commento onesto possibile è la traduzione integrale della ricerca. Io mi limito alla traduzione completa delle conclusioni dei ricercatori stessi.

 

Conclusioni

Questa ricerca pilota è un contributo alla nascente letteratura (scientifica) riguardo a come giovani adulti definiscono la loro relazione con i donatori conosciuti. Gli intervistati non disconoscono o diluiscono il concetto di “padre”, piuttosto lavorano attivamente per dare un senso su cosa significhi per loro avere madri lesbiche e un donatore conosciuto. “Padre” che ha fornito materiale genetico, ma che tuttavia ha diversi livelli di significato in termini sociali, emotivi nel loro sistema familiare.

 

 

 

Il tema delle radici identitarie è potente: se ne sono accorte le uniche due coppie di madri lesbiche che non hanno rivelato fin dall’inizio l’identità del padre.

Kevin, 24 anni:

“Il donatore è una specie di amico di famiglia; non sapevo che in realtà fosse mio padre. Ma quando avevo circa 5 anni ho puntato i piedi e il mio atteggiamento era del tipo: “hey! So come nascono i bambini, e qui i conti non tornano” Così le mie mamme si sono riunite a porte chiuse e hanno telefonato al donatore per accertarsi che fosse d’accordo sul raccontare chi fosse.”

Briann, 23 anni:

Mentre cresceva le mamme le hanno sempre fatto capire che avevano usato un donatore anonimo, perchè il donatore “chiese di tenerla all’oscuro per il momento, aveva il sentore che la cosa potesse diventare imbarazzante”. Briann ha insistito nell’interrogare la madre[10] sul donatore per l’intera adolescenza: “davvero non sai chi è?”. Non fu prima dei 20 anni che la madre rivelò l’identità del donatore, un amico maschio:

“fu strano. Voglio dire, fu bello perché era qualcosa su cui avevo sempre fantasticato. Avrei desiderato saperlo prima ma fu comunque eccitante. Penso che sia qualcosa a cui tutti tengono, il sapere da dove vieni, l’aspetto del papà[11] (nel testo originale non dice “donor”, Briann usa il termine “dad”: papà n.d.r.), l’aspetto dei parenti

 

Alla faccia dell’ elaborazione narrativa” priva dei “temi del rifiuto” ma riempita di desiderio, pensiero e ricerca perfino i bambini di 5 anni nati “con l’aiuto delle biotecnologie” puntano i piedi e vogliono sapere [12].

E come emerge dalla lettura della ricerca ad un certo punto della vita questi giovani adulti devono fare i conti con il dato biologico, con l’etimologia originale della parola genitore che la neolingua della propaganda lgbt vuole cancellare.

Quindi, ancora una volta occorre sottolinearlo:

La “genitorialità” omosessuale ottenuta attraverso le tecniche di fecondazione assistita porta con se due ineludibili fattori di rischio: viene negata una figura maschile o femminile, vengono recise parte delle radici identitarie dei figli. Qualsiasi sia la capacità genitoriale (e il manuale del buon genitore nessuno lo possiede, questo vale sia per eterosessuali che omosessuali) questa negazione potenzialmente destabilizzante per il benessere psicofisico dei figli viene caricata interamente sulle spalle della prole.

Questa ricerca ha un campione di convenienza che si autoseleziona tramite adesione volontaria. Il campione è costruito scandagliando gruppi LGBT favorevoli al matrimonio egualitario. Si regge su gambe malferme di un campione di appena 11 elementi. E’ limitato alla omogenitorialità lesbica.

Lingiardi sta semplicemente congetturando sul fatto che non ci sono problemi scommettendo[13] sul fatto che:

“Un bambino adottato è stato un figlio rifiutato all’origine, un bambino nato con l’aiuto delle biotecnologie è stato desiderato, pensato e cercato.”

Lingiardi tace sul fatto che non esistono ricerche sull’omogenitorialità gay che interrogano adulti concepiti con la surrogazione.

Lingiardi non si pone il problema se un giovane adulto possa interrogarsi sulle implicazioni etiche della surrogazione, che voglia ricercare un contatto con il padre donatore sconosciuto, che non si accontenti di facebook e voglia una relazione affettiva con la madre gestante, che voglia sapere chi sia la madre biologica.

A ricordarcelo ancora è Eugenia Scabini:

“E non si dica che tale dramma può essere aggirato semplicemente facendo leva sulla trasparenza dell’informazione perché il figlio, in quei casi, non accede al padre ma ad un donatore di seme o peggio non incontra una madre ma una donna che ha venduto il suo corpo… e il genitore sarebbe quello che l’ha comprato. E non servono certo gli abbellimenti semantici che trasformano l’utero in affitto in gestazione di sostegno o addirittura in gestazione per altri, a rispondere alla domanda di senso dei figli.”

Lingiardi queste problematiche è costretto a censurarle (e censurarsele) altrimenti “mamma e papà sono concetti antropologici” diventa immediatamente un concetto ideologico.

 


 

 

 

 

Voce fuori dal coro: editoriale di “Rivista di Psichiatria”

 

Vi propongo infine questo interessante documento del 2015: Omogenitorialità: esiste la necessità di una riflessione degli esperti della salute mentale?[14]

Non lo troverete citato negli articoli di Eugenia Romanelli, nei documenti di Famiglie arcobaleno, negli articoli di Tommaso Giartosio né nelle 38 pagine di bibliografia del libro di Federico Ferrari “la famiglia inattesa”. Mi permetto di citare alcuni passi significativi, ma vi invito ad una attenta lettura dalla prima all’ultima parola.

sugli studi:

“A fronte di una letteratura scientifica scarna[15], e qualunque siano le possibili conclusioni delle ricerche disponibili, certamente non esenti da punti di vista culturali e posizioni di principio individuali, il dato più eclatante appare quello di come l’assenza di riflessione critica, ampiamente diffusa nell’opinione pubblica, soprattutto sotto l’influenza dei media e della classe politica, sia largamente estesa in ambito psichiatrico, psicologico e neuropsichiatrico infantile, dove la competenza dei professionisti dovrebbe invece maggiormente stimolare interrogativi sulle conseguenze del fenomeno, almeno potenziali o comunque meritevoli di essere approfondite ed eventualmente escluse.”

sugli studi longitudinali[16]:

“La letteratura scientifica è assolutamente carente rispetto a studi osservazionali che abbiano indagato gli esiti nel tempo, cioè in età infantile, giovanile, adulta, in popolazioni, non in singoli individui, di soggetti cresciuti in coppie omosessuali e ancora più carente se si fa riferimento alle variabili sottopopolazioni citate all’inizio, cioè bambini maschi o femmine allevati in coppie omosessuali di sesso opposto, bambini nati per procura, etc.”

sulla frettolosa liquidazione della psicologia “classica”:

“È possibile pensare che sia indifferente nello sviluppo psichico di un bambino il riferimento a due genitori dello stesso sesso, nella metà dei casi diverso dal proprio? Secoli di studi e letteratura psicologica e tutte le scuole di psicoterapia di ogni orientamento hanno approfondito in ogni possibile aspetto il ruolo e la valenza psicologica delle figure della madre e del padre, nella loro inscindibile complementarietà. È tutto da azzerare, nella riscrittura di un modello di sviluppo della personalità che non tenga conto dei riferimenti identificativi con le peculiari differenze tra i due genitori? È possibile che, nel nuovo impasto di mutazioni antropologiche che registriamo, un’omosessualità dichiarata della coppia genitoriale possa mettere a rischio un armonico sviluppo psichico di un figlio più di quanto non abbia agito “il non detto” omosessuale nei secoli passati? È possibile ipotizzare che uno sviluppo psichico equilibrato e armonico, come quello in teoria raggiungibile in bambini cresciuti in sufficientemente sane famiglie eterogenitoriali, possa essere raggiunto anche nel caso di coppie omogenitoriali, intrinsecamente non in grado di fornire al bambino il registro completo di emozioni, relazioni, condotte, modelli di comportamento, ma costruite, comunque, intorno a un desiderio di genitorialità adulto e responsabile? Quanto queste differenze potrebbero in età adulta divenire fattore di vulnerabilità per sviluppi abnormi della personalità o per veri disturbi mentali? L’insufficienza della letteratura scientifica, che non può ancora disporre di dati significativi, se non altro per impossibilità cronologica di ottenerli, autorizza comunque conclusioni ottimistiche accettate aprioristicamente come veritiere?”

sulla deriva etica:

“la visione del figlio come risposta al “diritto” alla genitorialità di coppie omosessuali, la visione cioè del bambino come un “oggetto” del diritto della coppia omogenitoriale – ma questo vale anche per le coppie eterosessuali sterili –, non contrasta in modo drammatico con la visione del bambino, in qualunque età della sua vita, come “soggetto” di diritti, tra cui, in primis, quello di essere allevato e cresciuto da una coppia di genitori in grado, nelle condizioni migliori, di offrire la gamma più completa di possibilità di sviluppo identificativo che è alla base di una costruzione completa ed equilibrata della personalità? È possibile misconoscere che il bambino è un “soggetto” di questo diritto, prima, o invece, che un “oggetto” del diritto di una coppia di allevare un figlio?”

sul conformismo dei professionisti della salute mentale:

“I professionisti della salute mentale, le loro associazioni e i loro movimenti di opinione non hanno nulla da dire su questo?”

sul conformismo dei professionisti della comunicazione:

“È accettabile che la passiva acquiescenza dell’opinione pubblica alle imposizioni del “politicamente corretto” sia condivisa anche da chi avrebbe gli strumenti culturali e intellettuali per dare parola, in assenza di dati scientifici conclusivi, alla prudenza, alla riflessione e all’approfondimento?”

Sull’uso strumentale dell’idea di omofobia:

“È accettabile che il timore di ricadere nella dimensione dell’omofobia, diametralmente lontana da qualunque applicabilità alla valutazione scientifica come anche naturalmente da qualunque motivazione alla base delle riflessioni di questo editoriale, possa di fatto costituire un impedimento all’espressione aperta di opinioni non perfettamente allineate all’acritica passività dell’opinione comune?”

 

 

 

 

 


Le alter ricerche:

ADULTS raised as children in lesbian families

 

Nel web si trova solo uno stringatissimo abstract:

 

“ longitudinal study of 25 young adults from lesbian families and 21 raised by heterosexual single others revealed that those raised by lesbian mothers functioned well in adulthood in terms of sychological well-being and of family identity and relationships. The commonly held assumption that lesbian mothers will have lesbian daughters and gay sons was not supported by the findings.”

 

(How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents.

 

Reclutamento:

 

To be included in the present study, participants had to (a) be 18 years of age or older and (b) have at least one lesbian, gay, or bisexual parent.

The study was advertised in the electronic newsletters and on the Websites of two organizations that are geared toward children of gay parents: Children of Gays and Lesbians Everywhere (COLAGE) and Families Like Mine. Recruitment of participants through organizations that are specifically geared toward adult children of LGB parents introduces bias in sampling, in that adults who are aware of these organizations may be more likely to acknowledge their status as a child of a gay parent than adults who are not connected to these organizations. To somewhat lessen such bias, I advertised the study through numerous PFLAG

(Parents, Families, and Friends of Lesbians and Gays) chapters throughout the country, in various geographical regions, as well as Rainbow Families, an organization serving LGB-parent families in the Midwest. People were asked to share study information with individuals who may qualify for participation. My contact information was included with the study description, and interested individuals were asked to contact me for more information. At that point, the study was explained to the participant. If interested, they

were mailed a consent form assuring confidentiality and detailing the conditions of participation. All participants then completed a telephone interview with me.

 

E’ imbarazzante per quanto sia di “convenienza” il campione. Un adulto cresciuto in contesto omoparentale che per esperienza personale negativa sia contrario ai matrimoni “same sex” non verrà mai intercettato con questi criteri. Inoltre non isola la variabile cresciuto fin dalla nascita in un contesto omoparentale. C’è poi l’ulteriore filtro fonte di Bias (preconcetto): adesione volontaria.

 

Campione:

 Participants ranged in age from 19 to 50 (M 30, Mdn 28).The sample consisted of 36 women and 10 men. Nine adults (6 women, 3 men) had a gay father; of these 9 individuals, only 1 woman had actually lived with her gay father while she was growing up, and the remaining individuals had lived with their heterosexual mothers but saw their fathers regularly during their childhood (with the exception of 1 man who lived in a different state from his father and saw him only on vacations). Twenty-five adults (21 women, 4 men) resided with a lesbian mother, 2 women were raised by and lived with a bisexual mother, and 10 participants (7 women, 3 men) were raised by and lived with two lesbian mothers. Of the 10 participants raised by two lesbian mothers, 5

participants’ mothers had been together since they were born, and 5 had been raised by their mother and a partner since early childhood. The remaining 36 participants’ parents either (a) came out to them during their childhood or (b) never officially came out to them, but participants knew of their sexual orientation through

clear indicators such as the presence of a same-sex partner in the home. participants had doctoral degrees. Thirty-eight individuals selfidentified as heterosexual, 4 women self-identified as lesbians, 3 women self-identified as bisexual, and 1 biological male selfidentified as gender queer (i.e., identifying as both male and female, neither male nor female, or the nonbirth gender).

 

Come si può leggere la situazione è variegata: c’è il genitore che fa coming out dopo aver avuto i figli, non sono indicati chiaramente i metodi di concepimento: donatore conosciuto o sconosciuto? E’ ovvio poi che non ci sono figli dell’utero in affitto cresciuti in un contesto omoparentale gay.

 

Concentrandosi sulla variabile “cresciuto fin dalla nascita in un contesto omoparentale” il campione si riduce a 10 adulti cresciuti in un contesto omoparentale lesbico e 1 figlia cresciuta da padre gay

 

Metodo:

Interviste telefoniche semistrutturate

 

Focus:

 

Subjective perceptions of influence. First, where do these adults locate the impact of their family structure? On their own gender development, for example? Their political sensibilities? Second, where do they locate the source of this impact? In their parent’s sexual orientation, for example? Their parent’s gender? Their parents’ values?

Constructions of gender, sexual orientation, and family. How do these adults think about and construct gender, sexual orientation, and family? Are there ways in which they resist or transform traditional notions of gender, sexual orientation, and family?

The role of gender. (How) Do participant gender and parent gender figure into participant narratives? That is, do men and women report different perceptions and experiences? How does this intersect with parent gender (lesbian mother/gay father?)

 

Ecco, accenni marzulliani a parte (..figure into participant narratives) non credo si possa affermare che le tematiche collegate al “vuoto di origine” o “dell’abbandono” siano state sviscerate. Passiamo al prossimo.

Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers.

 

Reclutamento:

 

Participants were solicited through advertisements posted on the online networking Web site Facebook (www.facebook.com), and through flyers posted throughout the University of California Berkeley campus. Participants contacted the lead investigator via e-mail to inform her of their interest in the study and to confirm that they were 18 years old or older and that they had been raised in a lesbian household.

Campione:

 

Individuals 18 years or older (N = 35). The final number of participants was 32, as 3 of the participants failed to complete the questionnaire in its entirety and were therefore excluded from the data analysis. All participants had been raised in lesbian households and were between the ages of 18 and 32 years old. No further demographic data were collected to ensure the utmost confidentiality of participant information.

 

Questionari/Focus:

 

The questionnaire was designed to measure perceived stigmatization, coping mechanisms, and social adjustment. The questionnaire included five openended questions and one yes/no question that assessed three areas: (1) experiences of growing up in a lesbian home, (2) experiences of stigmatisation relevant to their mothers’ relationship and the feelings that emerged because of these experiences, and (3) coping mechanisms used to deal with these feelings. Under the topic of experiences of growing up in a lesbian home,participants were asked to comment on what they felt was the most positive aspect of being raised in a lesbian home, if they feel society discriminates against lesbians, and how peers have responded when they have learned of

the participant’s mothers’ lesbianism. Regarding stigmatization, participants were also asked if they experienced bullying or teasing because of their mothers’ sexual orientation, and if so, how they felt about it. Finally, under the topic of coping mechanisms, participants were asked to identify ways in

which they dealt with the feelings that arose as a result of teasing or bullying.

 

A commento di questa ricerca vorrei riprendere questo punto:

 

Under the topic of experiences of growing up in a lesbian home,participants were asked to comment on what they felt was the most positive aspect of being raised in a lesbian home

 

Hanno chiesto gli aspetti positivi, ma non chiedono se ce ne siano di negativi. Se c’è una cosa interessante di questi studi sono le domande che fanno. Sul quesito mancante lascio al lettore la congettura sul perché di questa scelta da parte di Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Avanti un altro.

Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents.

 

Reclutamento:

 

(1) snowball sampling (passaparola n.d.a) of personal acquaintances, (2) advertisements to gay, lesbian, and bisexual family support groups in person and on the Internet, (3) community advertisements in restaurants and shops with prominently gay or lesbian clientele, and (4) a pool of introductory psychology students.

 

Campione:

 

Participants were 91 adults who grew up with at least 1 openly gay or lesbian parent. They ranged in age from 18 to 61 years old (M = 27.6 years, SD = 7.2 years), and on average they were 7.6 years old (SD = 5.2 years) when they learned that a parent was gay or lesbian. Most had lesbian mothers (69%) and identified themselves as heterosexual (60%) and female (75%). In general, participants and their parents were highly educated (96% of participants and 89% of parents completed at least some college) and lived in the United

States (90%). Finally, most participants were white (91%), though 4% of the sample identified as ispanic/Latino, 2% identified as African-American, and 2% identified with another racial group.

 

Qui, già nel campione, c’è già una notevole anomalia: solo il 60% identified themselves as heterosexual”. Maggiori informazioni si ricavano dallo studio della RSF (rainbow family scale) perché è sul campione n=91 di questa ricerca che hanno calcolato i coefficienti di validità a cronbach e slip-half del test psicometrico RSF.

 

Participant Sexual Orientation :

  • 60 Heterosexual
  • 26 Gay / Lesbian / Homosexual / Queer
  • 14 Bisexual

 

Visto l’anomalia notevole occorre fare questa riflessione:

 

    1. Il campione non riflette l’intera popolazione degli adulti cresciuti in un contesto omoparentale. La ricerca dunque non è fotografia fedele della realtà.
    2. Il campione riflette l’intera popolazione degli adulti cresciuti in un contesto omoparentale: questo fa a pugni con tutte le ricerche fatte con test psicometrici a cui rispondono concetto antropologico 1&2 in cui si assicura che non ci sono effetti perturbativi sull’orientamento sessuale dei pargoli.

 

In realtà questa anomalia statistica sull’orientamento sessuale dei figli non compare solo qui: in “(How) does..” siamo al 17% di figli che non si identificano come eterosessuali. L’incertezza sull’orientamento sessuale e la propensione alla sperimentazione per confermare o disconoscere la propria sessualità è un tema che emerge anche in altre ricerche condotte su adulti cresciuti in contesti omoparentali. Queste anomalie vengono paradossalmente inquadrate dai ricercatori in una cornice “narrativa” di persone libere da “stereotipi eteronormativi”. Ma non sono sempre rose e fiori e visto che siamo in tema apro un inciso e riporto questa testimonianza da un’altra ricerca che ho già presentato:

 

Tratto da: (How) Does It Make a Difference? Perspectives of Adults With Lesbian, Gay, and Bisexual Parents

 

Allo stesso modo, Ryan, un ragazzo ventenne anche lui cresciuto da due madri lesbiche, descrive i pro e i contro nel definire (“developing” nel testo: ovvero Ryan non sente la sua sessualità definita ma ha bisogno di confermarla attraverso un processo nel tempo. N.d.r) il suo orientamento:

 

“credo di avere una attitudine lesbica nelle relazioni. Sento che le cose (immagino i sentimenti n.d.a) devono essere ben definite e comunicate. Ma ho sempre avuto paura di impegnarmi con possibili compagn* (l’asterisco è mio. Non è chiaro dal testo se Ryan sia gay o bisessuale eterosessuale n.d.r). Sono molto sensibile nella sfera della sessualità. Mi sono colpevolizzato (“demonized myself”, in lingua originale l’espressione è più forte n.d.r). Sono una persona sensibile e cresciuta in un contesto molto femminista.”

 

Commento dei ricercatori:

 

“qui Ryan descrive come sia crescere in un contesto culturale femminista lesbico. Le madri hanno decostruito (“deconstructed” n.d.r.) cosa significhi essere un uomo. Il suo relazionarsi è in contrasto con i modelli eteronormativi (non riesco a stare zitto: la parola “eteronormativo” mi sembra, per dirla alla Fantozzi, una cagata antropologica pazzesca. Che gli esimi psicologi LGBT mi diano il capitolato di cosa sia eteronormatività e forse cambio idea) di mascolinità e non ha ancora risolto come conciliare queste due ideologie (“ideologies”, termine quanto mai azzeccato. N.d.r). Lui valorizza comunicazione e parità sessuale, ma la consapevolezza (nel senso di affermazione della sua sessualità n.d.r) della lo ha portato a sperimentare ansia, imbarazzo nell’interazione maschio femmina (quindi i ricercatori lo identificano come eterosessuale alla fine n.d.r).”

 

Ecco, niente male come incasinamento. Forse la “psicoanalisi classica” non ha tutti i torti nel consigliare la presenza di modelli di riferimento maschili e femminili. Chiusa la lunghissima parentesi torniamo alla ricerca in oggetto.

 

Sul campione di questa ricerca altre utili informazioni si trovano nel paragrafo:

 

FAMILY TYPE

Participants who were born in the context of a heterosexual marriage in which one parent later came out as lesbian or gay (N = 73) were compared to those born to or adopted by gay or lesbian parents (N = 18).

 

Questionari/focus:

 

The Rainbow Families Scale (RFS; Lick et al., 2011)

The Center for Epidemiological Studies Depression Scale (CES-D; Radloff,1977)

The Positive and Negative Affect Schedule (PANAS; Watson, Clark, & Tellegen,1988)

The Satisfaction with Life Scale (SWLS; Diener, Emmons, Larsen, & Griffin,1985)

un sottoinsieme di item (N=8) per misurare l’accettazione sociale […]“unlikely virtue” items from

Goldberg’s database (Goldberg et al., 2006; www.ipip.ori.org/ipip)

 

Anche qui i temi collegati al vuoto d’origine e alla complementarietà delle figure maschile e femminile non viene esplorato. Possiamo però vedere come si comporta il test psicometrico Rainbow Families Scale[17] quanto ad affidabilità:

 

“The Rainbow Families Scale (RFS) was created on the basis of focus group discussions (N = 9 participants), and then piloted (N = 24) and retested with a new sample (N =

91) to examine its psychometric properties.”

 

E I risultati non sono dei migliori: su 9 sottoaree 5 falliscono i test di affidabilità a cronbach (a<0.75) e split-half. La verità è che bisogna diffidare di tutte le ricerche che impiegano test psicometrici su campioni ridotti e in un numero ridotto di ricerche sul campo. Sul campione N=24 Patterson e Lick hanno selezionato gli item validi, poi sul campione N=91 5 item sono andati a farsi benedire. Vediamo cosa dicono gli stessi ricercatori:

 

These scores were computed for each developmental period, yielding nine subscales:

  1. Childhood Stigma (Cronbach’s α = .89),
  2. Adolescent Stigma (Cronbach’s α = .89),
  3. Adult Stigma (Cronbach’s α = .84),
  4. Childhood Benefits (Cronbach’s α = .54),
  5. Adolescent Benefits (Cronbach’s α = .56),
  6. Adult Benefits (Cronbach’s α = .63),
  7. Childhood Openness (Cronbach’s α = .68),
  8. Adolescent Openness (Cronbach’s α = .75), and
  9. Adult Openness (Cronbach’s α = .68).

 

Cronbach’s α for most subscales was at or above .7, but values for the Benefits subscales were lower. Therefore, we conducted additional tests of reliability. Split-half methods revealed slightly higher reliability (Childhood Benefits = .65; Adolescent Benefits = .62; Adult Benefits = .68), and Spearman-Brown prophecy analyses showed that the alpha coefficients would have been notably higher with a longer test of the same psychometric properties. In fact, doubling the number of items would have increased Cronbach’s alpha for the Benefits subscales to .64, .66, and .72, respectively. We took this as evidence for acceptable reliability of the RFS subscales in the current sample.

 

Da sottolineare questo:

 

“Spearman-Brown prophecy analyses showed that the alpha coefficients would have been notably higher with a longer test of the same psychometric properties.”

 

La formula “Spearman-Brown prophecy” profetizza la possibilità matematica che una misura statistica aumenti di valore aumentando la lunghezza del test. Ma lo “profetizza”, e c’è differenza fra verità matematica e verità sperimentale. Differenza che Patterson e lick non colgono: “We took this as evidence” cioè si tengono quello che hanno e da quei risultati traggono delle conclusioni. Niente male.

 

 

 

 


Note sull’autore

L’autore, nella testolina di qualcuno, è un negazionista. Nell’articolo di Giartosio citato nella prima pagina compare infatti questa pesante offesa:

 

Non esistono dunque studi che si esprimano diversamente? Sì, ci sono, così come c’è ancora chi sostiene il creazionismo o il negazionismo.

 

Tanto per capirci a essere paragonati a retrogradi difensori del nazismo sono i cattolici dell’UCCR, visto che Giartosio cita questo link definendola pagina degli orrori.

 

Probabilmente Giartosio è convinto di poter offendere gratuitamente perché immagina di essere una vittima della società e a mala parata può sempre dare dell’omofobo: epiteto che quando serve non si risparmia a nessuno.

 

Nel dibattito pubblico sugli studi le uniche cose negate sono le basi della epistemologia e la differenza fra scienza dura e pseudoscienza scienza: lascio al lettore decidere chi sia il negazionista.

 

Se invece non parliamo di studi ma di altro le cose negate sono ben più gravi.
*
*

 

 

 

Andrea Pinato

 

 

 

 

 

 

 


Note

[1] professore a contratto di Psicologia dei legami familiari (Facoltà di Psicologia) e Presidente del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia

[2] Adozione e omogenitorialità: l’abbandono di Edipo? ©Vittorio Lingiardi e Nicola Carone in Funzione Gamma, rivista telematica scientifica dell’Università “Sapienza” di Roma

[3] da un editoriale di Eugenia Scabini pubblicato su Tempi e sul sito dell’Associazione Medicina e Persona

[4] Evidentemente Giartosio è convinto che uno “psicoanalista freudiano classico” impieghi le giornate a fare discussioni filosofiche ai muri e a confessare amici immaginari. Magari invece ha una esperienza clinica trentennale fatta sul campo tramite colloqui con persone in carne ed ossa; qualcosa che potrebbe valere a ragion veduta più di un test psicometrico su un insieme di item limitato compilato su un portale web. Esperienze che vengono comunicate a congressi, tradotte in libri e che vanno ad aggiungersi a una già consolidata letteratura di settore.

[5] I passi citati dall’articolo “Gli studi sull’omogenitorialità: una guida per i perplessi”. Nelle note di chiusura Giartosio ringrazia “per il sostegno Daniela Santoro, Giuseppina La Delfa e in particolare Federico Ferrari, che mi ha permesso di riprendere materiali dal suo “La ricerca scientifica sull’omogenitorialità” (in Le famiglie omogenitoriali in Italia. Relazioni familiari e diritti dei figli, a cura di P. Bastianoni e C. Baiamonte, Edizioni Junior, Bergamo, febbraio 2015, pp. 60-77) e dal suo ampio studio Omogenitorialità. Psicologia delle famiglie di lesbiche e gay (di prossima pubblicazione).”. Personalmente non mi stancherò mai di sottolineare che Federico Ferrari, psicologo psicoterapeuta familiare, è primo firmatario della lettera “Alle e ai responsabili, alle e agli insegnanti degli asili nido e delle scuole dell’infanzia Alle direttrici e ai direttori, alle maestre e ai maestri delle scuole elementari” in cui si denuncia come omofoba ed eterosessista il “rituale” della “festa della mamma e la festa del papà”

[6] Vittorio Lingiardi: psichiatra e psicoanalista, è Professore ordinario presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della “Sapienza” Università di Roma, dove dal 2006 dirige la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica.

[7] Sul tema maschio/femmina e costruzione dell’identità sessuale dei figli questa ricerca offre uno spunto interessantissimo: c’è una anomalia notevole nell’orientamento sessuale del campione:

  • 60 eterosessuali
  • 26 gay lesbiche queer
  • 14 bisessuali

L’anomalia è notevole perché questa è la ricerca su adulti del WWKP con campione più ampio e contrasta con le ricerche in cui si afferma che i preadolescenti e adolescenti non hanno effetti perturbativi sul loro orientamento sessuale a causa delle preferenze sessuali dei genitori.

 

[8] La domanda suona strana a chi non conosce le tematiche LGBT: il senso della domanda risiede nel fatto che i ricercatori sono aperti alla possibilità che chi risponde sia cresciuto dentro l’esperienza della co-parenting, ovvero la genitorialità allargata. Si tratta di nuclei di tre o più persone, generalmente una coppia gay e una coppia lesbica che si accordano su una sorta di genitorialità condominiale. Esiste una ricerca norvegese al riguardo.

[9] Valgono considerazioni nota precedente. Probabilmente i ricercatori erano pure aperti alla possibilità che rispondessero al bando adulti cresciuti in coppia omogenitoriali gay. Questo spiegherebbe il senso della domanda in apparente contrasto con il titolo della ricerca da cui si evince che si sta parlando di omgenitorialità lesbica. Oppure c’entra la possibile bisessualità delle madri. Quando si parla di orientamenti sessuali, sesso in cui ci si identifica, sesso biologico e altre stupidaggini gender con 56 possibili modi di descrivere la propria identità sessuale la confusione è garantita.

[10] Nel testo originale è proprio “madre” e non mamme. L’ha chiesto alla madre biologica.

[11] Briann nel testo originale non dice donor, ma papà

[12] E evidentemente Briann & Kevin non leggono nè Lingiardi né “il piccolo uovo”

[13] Se perde la scommessa non sarà lui a pagare.

[14] Editotoriale de La Rivista di Psichiatria

[15] Il sottolineato è mio

[16] Quelli che seguono nel tempo un dato campione di individui

[17] The Rainbow Families Scale (RFS):   A Measure of Experiences Among Individuals with Lesbian and Gay Parents David J. Lick Karen M. Schmidt Charlotte J. Patterson University of Virginia

 

Siete sicuri di poter ancora dire quello che pensate?

 

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Art. 21, Costituzione della Repubblica Italiana:

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. »
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Siete sicuri che sia ancora attivo? 

Siete sicuri che qualcuno vi protegga se di fatto vi negano la libertà di manifestare in modo civile e rispettoso il vostro pensiero?

Io no.

Per quanto mi riguarda, sembra che il mio pensiero non sia soggetto alle leggi dello Stato. Sono in Italia, scrivo in italiano, mi rivolgo ad italiani, ma qualcuno mi impedisce farlo.

Il 30 Dicembre ho subito l’ennesimo blocco del mio account Facebook, per aver pubblicato questo post:

screenshot_2016-12-30-19-25-08

Vi sembra offensivo?

Ma non è finita.

La censura di Facebook, infatti, ha colpito ancora. Oggi, 14 Gennaio 2017: la pagina “Alessandro Benigni“, che ho aperto solo da pochi giorni, è stata già bloccata e nascosta dal sistema, per aver pubblicato un semplice ragionamento, inoffensivo e del tutto pacifico. Quando ci accorgeremo che la censura sta cambiando la nostra percezione della libertà individuale? Spero non troppo tardi.

Una cosa è certa: non mi faranno tacere.

Non mi fermano.

 

 

Qui sotto il post incriminato:

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Il testo non si legge tutto, visto che lo screenshot dal telefono non mi consente di catturarlo per intero. La parte mancante è questa:

” Un conto è impedire o peggio punire la libertà di parola e di espressione, con la scusa che “qualcuno potrebbe offendersi”. Bene: anch’io mi offendo. Se mi riducono la libertà di parola mi offendo, tantissimo. Come la mettiamo?”

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Adesso devo capire come recuperare la pagina, se possibile, visto che il profilo è ancora bloccato per due settimane (questo è il quinto blocco), mentre la pagina è pilotata da diversi account, uno dei quali è probabilmente bloccato.

Ci devo lavorare un attimo, prima di farla ripartire.

 

 

 

 

 


 

 

 

Intanto, sono qui, a dire la mia, come sempre: in questi minuti ho riaperto, con lo smartphone, una nuova pagina:

(Clicca sull’immagine per connetterti)

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Se siete d’accordo e soprattutto se avete a cuore la libertà di espressione – nel rispetto del prossimo, condividete e fate sapere ai vostri amici come vanno le cose.

E’ importante che le persone siano messe a conoscenza.

Poi ognuno farà come crede.

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Alessandro Benigni

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Ps. qui di seguito, il testo del post censurato:

“Con quale diritto si vuole impedire ad una persona di provare avversione o fastidio per pratiche che provocano appunto avversione o fastidio? E che fine ha fatto la libertà di parola e di espressione? Se io considero cattiva una determinata pratica, oltre che pericolosa e degradante, perché non posso dirlo? Perché devo essere censurato quando affermo che l’omofobia è un trucco, un’invenzione che stanno utilizzando per farmi tacere ed ottenere altri scopi, ben diversi dalla “protezione delle minoranze” o altre sciocchezze del genere? Un conto è combattere le discriminazioni, gli attacchi fisici, gli insulti. Un conto è impedire o peggio punire la libertà di parola e di espressione, con la scusa che “qualcuno potrebbe offendersi”. Bene: anch’io mi offendo. Se mi riducono la libertà di parola mi offendo, tantissimo. Come la mettiamo?”

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Cartesio: la seconda dimostrazione dell’esistenza di Dio

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Puntate precedenti

  1. Il genio della modernità: Cartesio
  2. Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio?
  3. Cartesio e la scienza metafisica
  4. Cartesio: come si passa dal dubbio alla certezza assoluta?
  5. La luce della certezza: “Je pense, donc je suis”. Cartesio e la fondazione della conoscenza
  6. Cartesio: cosa c’è di certo, oltre l’io-che-pensa?
  7. Cartesio e il salto metafisico: come si passa dall’io a Dio
  8. Cartesio: Dio è al di là dell’errore umano (la prima dimostrazione dell’esistenza di Dio)

 

 

La seconda dimostrazione dell’esistenza di Dio

Cartesio non si limita ad una sola forma di dimostrazione a posteriori, ma ne esibisce anche un’altra. Per questo, prende in esame la nozione di causa dell’esistenza dell’io.

Nella prima prova Cartesio si era mosso dall’idea di Dio, intesa come realtà oggettiva presente nella mente-che-pensa. In questa seconda prova l’avvio è costituito invece dall’io stesso, dalla stessa mente-che-pensa, intesa come realtà altrettanto oggettiva di cui, come abbiamo visto, non si può in alcun modo dubitare.

Anzi, proprio perché abbiamo dei dubbi, partendo da uno stato di incertezza, arriviamo con sicurezza ad una certezza indubitabile: siamo necessariamente (almeno) una mente-che-pensa.

Bene: ma da dove viene questa mente?

Ovvero: chi o cosa è la causa dell’io?

Abbiamo qui due ipotesi significative: o l’io è eterno, oppure è creato (e se è creato non può che essere creato da un Ente superiore, ovvero da Dio).
Ma l’io non può essere eterno, in quanto se così fosse dovrebbe auto-crearsi in eterno (ogni io, ogni mente-che-pensa ha infatti una sua storia contingente, che comincia e finisce): se l’io fosse creatore di sé, con un atto mentale, come potrebbe la stessa mente-che-pensa non esserne cosciente?

Dovendo abbandonare l’idea di un io che crea se stesso, non resta che rivolgersi dunque all’altra opzione: l’io, la mente-che-pensa, è una creazione di Dio. E questo concorda tra l’altro – perfettamente – con la prima prova, quella che parte dalla considerazione della presenza dell’idea di Dio nella mente-che-pensa. L’unica causa incausata dell’io, che risolve ogni contraddizione e ogni paradosso, è Dio.

Conclusione logica?

Dio esiste.

 

Scrive Cartesio:

In definitiva bisogna concludere che, dal solo fatto che esisto, e che in me si trova una certa idea dell’ente perfettissimo, cioè di Dio, è anche dimostrato nel modo più evidente che Dio esiste“. (Terza Meditazione).

 

In questa prova, insomma, Cartesio prende in esame il concetto di causa efficiente, una causa abbastanza potente da determinare il passaggio dal nulla all’essere della mente-che-pensa. L’io, infatti, non può essere pensato come causa di se stesso, perché se il soggetto avesse tanta forza e potenza da potersi dare l’essere da solo, auto creandosi (ovvero auto traendosi dal nulla, il che è già contraddittorio), allora si sarebbe dato almeno tanta forza e potenza da conoscere il mondo e non doverne invece dubitare. Ma l’io, la mente-che-pensa, non ha evidentemente nessuna di queste capacità, e men che le perfezioni che attengono ad un essere abbastanza potente da creare in questo modo.

Il punto è che l’uomo non è Dio, argomenta Cartesio, e sa di non esserlo: se fosse Dio non avrebbe dubbi e non si troverebbe nell’incertezza conoscitiva. ma questa consapevolezza di non essere perfetto, di non essere Dio, deriva proprio dall’idea innata di perfezione divina che l’io si ritrova dentro, nel momento in cui prende in esame quali sono le idee della sua mente-che-pensa. E’ dunque proprio il possesso dell’idea innata di una perfezione infinita che rende l’uomo consapevole della propria infinitezza e della propria imperfezione, ponendolo nel dubbio e nell’incertezza. Ed è proprio a partire da questo dubbio che la mente-che-pensa si accorge che non può dubitare di tutto e che Dio esiste necessariamente, sia come causa dell’io che come causa dell’idea stessa di perfezione che l’io trova dentro di sé, quando pensa.

 

 

Quindi, in sintesi, estrapolando dal testo del Filosofo i passaggi chiave:

1. “capisco chiaramente che c’è più realtà in una sostanza infinita che in una finita

2. “poiché l’idea di Dio è un’idea chiara e distinta, e poiché contiene più realtà che qualsiasi altra idea, non c’è idea più vera

3. “è chiaro che ci deve essere almeno tanta realtà nella causa efficiente che nell’effetto di questa causa

4. “quello che contiene più realtà non può provenire da ciò che è meno perfetto

5. “ci deve essere almeno tanta quanta realtà nella causa che nell’effetto

6. “è abbastanza ovvio che non si può avere un regresso all’infinito, soprattutto se ho a che fare non solo con la causa che mi ha prodotto, ma anche con la causa che sta sostenendo la mia esistenza nel tempo presente”.

 

Infatti sebbene l’idea di sostanza sia in me per il fatto stesso che sono una sostanza, non per questo tuttavia sarebbe in me l’idea di sostanza infinita, essendo io finito, se non procedesse da qualche sostanza che fosse effettivamente infinita. […] Capisco chiaramente che c’è molta più realtà in una sostanza infinita che in una finita e che […] la percezione di Dio è in me […] Ma forse sono qualcosa di più di quanto io stesso intenda, e tutte quelle perfezioni che attribuisco a Dio, si trovano in me in qualche modo in potenza, anche se ancora non compaiono e neppure sono tradotte in atto. […] e infine percepisco che l’essere oggettivo di un’idea non può provenire da un essere che esista solo in potenza, e che parlando propriamente non è il nulla, ma solamente da un essere attuale e formale. […] da chi allora trarrei il mio essere? Da me, certamente no, né dai miei genitori, né da un altro qualunque meno perfetto di Dio. Se però io fossi da me solo, non dubiterei, non desidererei, non mi mancherebbe assolutamente niente; infatti mi sarei dato tutte le perfezioni delle quali è presente in me una qualche idea, e così sarei Dio stesso. Resta soltanto da esaminare in quale modo io abbia ricevuto questa idea da Dio; non l’ho infatti attinta dai sensi, né mai mi è sopravvenuta senza che me lo aspettassi; e neppure è stata formata da me, poiché non posso togliere da essa nulla e nulla aggiungere; e di conseguenza resta solo che sia innata, nel modo in cui mi è innata l’idea di me stesso. E di certo non c’è da meravigliarsi, che Dio, creandomi, abbia infuso in me, quella idea, che fosse come il marchio che l’artefice imprime nella sua opera.

 

Ma la parte finale della Terza Meditazione è tutta, davvero, molto bella, e vale la pena leggerla per intero:

Sebbene certo vi sia in me l’idea di una sostanza per il fatto stesso che sono una sostanza, tuttavia non potrebbe esserci l’idea di una sostanza infinita, dal momento che sono finito, se non derivasse da qualche sostanza realmente infinita. Né debbo ritenere di concepire l’infinito non per mezzo della sua vera idea, ma soltanto dalla negazione del finito, come
percepisco la quiete e le tenebre attraverso la negazione del moto e della luce; al contrario, comprendo chiaramente che vi è più realtà nella sostanza infinita che in quella finita, e quindi in un certo senso la comprensione dell’infinito in me viene prima del finito, cioè quella di Dio prima di quella di me stesso. In quale modo infatti potrei comprendere di
dubitare, di desiderare, cioè avvertire che mi manca qualcosa, e capire che io non sono del tutto perfetto, se non ci fosse in me l’idea di un ente più perfetto, dal cui confronto potrei avvertire i miei difetti? Non si può nemmeno dire che questa idea di Dio sia forse falsa materialmente e che perciò possa procedere dal nulla, come poco fa ho constatato circa le idee di calore e di freddo, e simili; al contrario, essendo al massimo grado chiara e distinta, ed avendo più realtà oggettiva di alcun’altra, nessuna è più vera di per sé stessa, né esiste nessuna nella quale si trovi un minore sospetto di falsità. Questa idea di un ente sommamente perfetto ed infinito — affermo — è vera al massimo grado; anche se si può immaginare che quest’ente non esista, tuttavia non si può immaginare che l’idea di esso non mi rappresenti niente di reale, come ho detto prima dell’idea del freddo, è anche sommamente chiara e distinta; infatti tutto ciò che concepisco in maniera chiara e distinta, che è reale e vero, e che comporta in sé una qualche perfezione, è tutto contenuto in essa. Non vi è poi un ostacolo nel fatto che io non comprenda l’infinito, o che in Dio vi siano altre cose innumerevoli, che non posso comprendere, e forse nemmeno raggiungere in nessun modo col pensiero; fa parte infatti della natura dell’infinito il non poter essere compreso da me, che sono finito. È sufficiente che io comprenda proprio questa cosa, e la giudichi, che tutte le cose che concepisco in maniera chiara, e che comprendono — questo io so — in sé qualche perfezione, ed anche forse altre innumerevoli perfezioni che ignoro, o formalmente o eminentemente si trovano in Dio, perché l’idea che ho di lui sia la più vera, la più chiara e distinta di tutte quelle che sono in me. Ma forse io sono qualcosa di più grande di quello che io stesso comprendo, e tutte quelle perfezioni che attribuisco a Dio, in qualche modo sono in me in potenza, anche se non si sprigionano e non si manifestano in atto. Infatti provo la sensazione che già la mia conoscenza a poco a poco si ingrandisce; né vedo quale ostacolo vi sia al fatto che più e più cresca all’infinito, e neanche perché, essendo così aumentata la mia conoscenza, non possa col suo aiuto raggiungere tutte le altre perfezioni di Dio; né infine perché la potenza che permette di raggiungere queste perfezioni, se già è in me, non basti a produrne l’idea.

Eppure nessuna di queste ipotesi è valida. In primo luogo, sebbene sia vero che la mia conoscenza aumenti gradatamente, e che vi siano in me molte cose in potenza che non sono ancora in atto, tuttavia nessuna di esse riguarda l’idea di Dio, nella quale certo nulla in nessun modo è in potenza; ed infatti questa stessa cosa, cioè aumentare gradatamente, è una prova certissima di imperfezione. Inoltre, sebbene la mia conoscenza aumenti sempre e sempre più, tuttavia comprendo che mai diventerà infinita in atto, perché non arriverà mai a tal punto che non sia capace di un maggiore accrescimento; invece giudico che Dio sia così infinito nell’atto, che nulla si possa aggiungere alla sua perfezione. Infine comprendo che l’essere oggettivo di una idea non deriva da un solo essere in potenza, che propriamente parlando non è nulla, ma può essere prodotta solo da un essere attuale o formale. Sicuramente non vi è qualcosa in tutte queste cose, che, per chi le esamini diligentemente, non sia manifesto per lume naturale; ma poiché, quando sono meno attento, e le immagini delle cose sensibili rendono cieco l’acume della mente, non mi ricordo così facilmente perché l’idea di un ente più perfetto di me necessariamente proceda da qualche ente che sia realmente più perfetto e mi piace ricercare più in profondità se io stesso che ho quell’idea potrei esistere, anche se non esistesse in alcun modo tale ente.

Da chi dunque derivo il mio essere? Da me evidentemente, o dai miei genitori, o da
qualsivoglia altra causa meno perfetta di Dio; infatti non si può pensare o immaginare qualcosa di più perfetto o anche di ugualmente perfetto. Eppure, se dipendessi da me, non dubiterei, né proverei desideri, né in ogni modo mi mancherebbe qualcosa; infatti mi darei tutte le perfezioni delle quali è in me qualche idea, e così per me stesso sarei Dio. Né debbo ritenere che forse sia più difficile acquisire ciò che mi manca, piuttosto che ciò che è già in me. Al contrario è chiaro quanto sia stato di gran lunga più difficile che io, cioè una cosa o una sostanza pensante, sia emerso dal nulla, piuttosto che abbia acquisito le conoscenze di molte cose che ignoro, le quali sono soltanto accidenti di questa sostanza. Certo, se avessi potuto derivare da me quella cosa che è la più importante, non mi sarei privato certamente di quelle cose che si possono avere più facilmente, e neppure alcun’altra cosa tra quelle che comprendo trovarsi nell’idea di Dio; poiché certo nessun’altra cosa mi sembra più difficile a realizzarsi. Se poi alcune cose fossero più difficili a farsi, certo mi sembrerebbero anche più difficili, se pure derivassi da me le altre qualità che posseggo, poiché proverei sicuramente che in esse trova il suo limite la mia potenza.

E non sfuggo la forza di questi ragionamenti, se suppongo di essere sempre stato come sono ora, come se da questo ne conseguisse che non si deve ricercare nessun autore della mia esistenza. Ogni tempo della vita può essere diviso in parti innumerevoli, delle quali ciascuna non dipende in nessun modo dalle altre. Quindi dal fatto che poco fa io sia esistito non ne consegue che debba esistere ora, se non perché qualche causa mi crei quasi di nuovo in questo momento, cioè mi conservi. E’ chiarissimo infatti, per chi sta attento alla natura del tempo, che c’è bisogno assolutamente della stessa forza e azione per conservare qualsiasi sostanza per i singoli momenti nei quali dura, che sarebbe necessaria per crearla di nuovo, se non esistesse ancora; in maniera tale che il fatto che la conservazione differisca dalla creazione solo in base al nostro modo di pensare, è anche una delle cose che sono manifeste secondo il lume naturale. Ora devo interrogare me stesso, se io abbia una qualche forza per la quale possa fare in modo che tra poco possa essere quello che sono già ora; infatti dal momento che non sono altro che una cosa che pensa, o almeno poiché ora tratto soltanto di quella parte di me che è una cosa che pensa, se una qualche forza di tal genere fosse in me, sarei conscio di ciò al di fuori di ogni dubbio. Ma sono sicuro che non ve ne è nessuna, e da questo comprendo nella maniera più evidente che debbo dipendere da qualche ente diverso da me.

Ma forse quell’ente non è Dio, e sono stato fatto o dai miei genitori, o da qualsiasi altra causa meno perfetta di Dio. Eppure, come ho già detto, è chiarissimo che almeno tanta realtà vi deve essere nella causa quanta c’è nell’effetto; e quindi dal momento che sono una cosa che pensa, e che ho in me una qualche idea di Dio, qualunque causa infine venga attribuita alla mia natura, debbo ammettere che anche essa sia una cosa pensante, e che abbia l’idea di tutte le perfezioni che attribuisco a Dio. Di nuovo quindi si può investigare riguardo ad essa, se sia causata da se stessa o da un’altra causa. Se è causata da sé, è evidente da ciò che abbiamo detto che essa stessa è Dio, poiché certo, dal momento che ha la capacità di esistere di per se stessa, al di fuori di ogni dubbio ha anche la forza di possedere in atto tutte le perfezioni di cui ha in sé l’idea, cioè tutte quelle che concepisco essere in Dio. Qualora poi derivi da un’altra, di nuovo allo stesso modo si investigherà su quest’altra, qualora derivi da sé, o da un’altra causa, finché alla fine si giunga alla causa ultima, che sarà Dio.

Infatti è abbastanza evidente che qui non si può verificare nessun progresso all’infinito, soprattutto per il fatto che non tratto qui soltanto della causa che un tempo mi ha prodotto, ma soprattutto anche di quella che nel tempo presente mi conserva. E non si può immaginare che per caso delle cause parziali abbiano concorso a produrmi, e dall’una abbia preso l’idea di una delle perfezioni che attribuisco a Dio, da un’altra l’idea di un’altra, cosicché certo tutte quelle perfezioni si trovino in qualche altro luogo dell’universo, ma non tutte congiunte insieme in un solo essere, che sia Dio. Infatti al contrario l’unità, la semplicità, o piuttosto la inseparabilità di tutte quelle cose che sono in Dio, è una delle massime perfezioni che considero essere in lui. Né certo l’idea di questa unità di tutte le sue perfezioni poté essere posta in me da una causa.diversa da quella da cui non abbia parimenti avuto anche le idee delle altre perfezioni. Né infatti avrebbe potuto fare in modo che le comprendessi insieme congiunte ed inseparabili, se non avesse fatto nello stesso tempo in modo che potessi capire quali esse siano.

Quanto poi ai genitori, sebbene siano tutte vere quelle cose che mai abbia potuto pensare di loro, tuttavia certo essi non mi conservano, né in nessun modo mi hanno fatto, in quanto cosa pensante; ma hanno posto soltanto delle disposizioni in quella materia in cui ho giudicato che fossi inserito io, cioè la mente: quando parlo di me, intendo proprio essa. Quindi non vi può essere nessuna difficoltà a questo riguardo; ma bisogna ad ogni modo concludere che per il solo fatto che esisto, e che una qualche idea di un essere perfettissimo è in me, cioè l’idea di Dio, si può dimostrare in maniera evidentissima che anche Dio esiste.

Rimane solo da esaminare in quale modo abbia ricevuto questa idea da Dio; ed infatti non l’ho derivata dai sensi, né mai mi è venuta senza che me lo aspettassi, come sogliono venire le idee delle cose sensibili, quando queste cose si presentano agli organi esterni dei sensi, o sembrano venire in mente; non è creatura della mia mente, ed infatti non è in mio potere togliervi né aggiungervi assolutamente alcuna cosa; e quindi non può che essermi innata, allo stesso modo che è innata in me l’idea di me stesso. Certo non c’è da stupirsi che Dio, creandomi, mi abbia immesso quell’idea, perché fosse come un sigillo impresso dall’artefice alla sua opera; e neanche è necessario che quel modello sia qualcosa di diverso dalla stessa opera. Ma per il solo fatto che Dio mi ha creato, è fortemente credibile che io in qualche modo sia stato fatto ad immagine e somiglianza di lui, e che quella somiglianza in cui è contenuta l’idea di Dio, sia compresa da me attraverso la stessa facoltà, con la quale io concepisco me stesso; cioè, mentre rivolgo l’acutezza della mente verso me stesso, non solo comprendo di essere una cosa incompleta e che dipende da un altro, e una cosa che aspira senza fine a cose via via più grandi e migliori; ma nello stesso tempo anche comprendo che colui dal quale dipendo ha in sé queste qualità più grandi non in maniera indefinita e soltanto in potenza, ma in realtà le ha in sé in maniera infinita e quindi è Dio. E tutta la forza dell’argomento consiste in questo, che mi rendo conto che non può accadere che io esista con una natura tale quale sono, e cioè con in me l’idea di Dio, se Dio non esistesse in realtà, Dio, dico, quello stesso di cui è in me l’idea, cioè colui che ha tutte quelle perfezioni, che io non posso comprendere, ma posso in qualunque modo raggiungere col pensiero, e che non è passibile di nessun difetto.

Da tutte queste considerazioni è evidente che egli non può essere fallace; ed infatti è manifesto in base al lume naturale che ogni frode ed inganno dipende da qualche difetto. Ma prima di esaminare ciò con maggiore diligenza, e nello stesso tempo di fare ricerche su altre verità che possono essere desunte da ciò, mi piace qui per un certo tempo fermarmi nella contemplazione dello stesso Dio, considerare nel mio intimo i suoi attributi, e guardare, ammirare e adorare la bellezza di questa immensa luce, per quanto lo possa sopportare l’acume del mio ingegno che si offusca. Come infatti crediamo per fede che la somma felicità dell’altra vita consista in questa sola contemplazione della divina maestà, così anche sperimentiamo di poter ricevere il massimo piacere, del quale siamo capaci in questa vita, dalla stessa contemplazione, sebbene molto meno perfetta.

 

 

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