Distruggere l’uomo e metterlo al servizio del mercato

Riportiamo la riflessione di Diego Fusaro, giovane filosofo che proviene da quella cultura comunista che non si è fatta abbindolare dall’ideologia gender .

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“[…] vorrei segnalare un libro che merita di essere letto: non necessariamente sotto l’ombrellone, dato che si tratta di un testo impegnativo, che tocca temi di profonda attualità, peraltro di solito gestiti univocamente dal pensiero unico politicamente corretto e dalla fabbrica dei consensi. È lo splendido testo di Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta, Unisex. La creazione dell’uomo “senza identità” (Arianna, Bologna 2014).

Tutti dovrebbero leggerlo, per chiarirsi le idee intorno a uno dei problemi del nostro presente che vengono puntualmente presentati dal clero giornalistico e dal circo mediatico, gestori unici del “si dice” di heideggeriana memoria: l’orrida ideologia gender, in nome della quale non esisterebbero più maschi e femmine, ma un pulviscolo anonimo e senza nessi comunitari di individui atomistici unisex. In accordo con l’ideologia gender (da qualche tempo insegnata anche nelle scuole), uomini e donne non esisterebbe per natura, ma sarebbero (sic!) un prodotto sociale. Come ben argomentato da Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta, si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci. A tal punto che sempre più spesso il semplice presupporre l’esistenza di sessi differenti viene visto come atteggiamento discriminatorio.

“Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare che esistano uomini e donne e che, pur essendo infiniti gli orientamenti sessuali, due soltanto siano i sessi esistenti. Condannati come omofobici, infatti, non sono soltanto coloro che usano violenza (in questo caso, naturalmente, è giusta la piena condanna dei violenti, come del resto è giusto condannare e punire ogni violenza), ma anche quanti pensano che, come poc’anzi dicevo, per natura i sessi esistenti siano due.

Come efficacemente mostrato da Perucchetti e Marletta, l’ideologia mondialista gender mira alla creazione e all’esportazione di un nuovo modello antropologico, pienamente funzionale al capitalismo dilagante: l’individuo senza identità, isolato, infinitamente manipolabile, senza spessore culturale, puro prodotto delle strategie della manipolazione. L’ideologia mondialista gender – appoggiata da tutti i poteri forti – fa ampio uso della “rielaborazione del linguaggio comune” (p. 24): non si può più dire sesso, ma solo genere; non si può più dire padre e madre, ma genitore 1 e 2, ecc. Orwellianamente, la creazione della neolingua è funzionale alla desertificazione del pensiero e alla possibilità di immaginare realtà altre rispetto a quella propagandata urbi et orbi dall’ordine simbolico dominante.

Il libro merita davvero di essere letto e meditato, discusso ed esplorato in tutte le sue pagine: è una vibrante e appassionata denuncia dell’ideologia mondialista gender; una denuncia che si inscrive idealmente in una più ampia denuncia degli errori e degli orrori del capitalismo finanziario globalizzato.

La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica”.

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Diego Fusaro

Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare

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“Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare che esistano uomini e donne e che, pur essendo infiniti gli orientamenti sessuali, due soltanto siano i sessi esistenti. Condannati come omofobici, infatti, non sono soltanto coloro che usano violenza (in questo caso, naturalmente, è giusta la piena condanna dei violenti, come del resto è giusto condannare e punire ogni violenza), ma anche quanti pensano che per natura i sessi esistenti siano due. Come ben argomentato da Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta (“Unisex. La creazione dell’uomo senza identità“, Arianna, Bologna 2014), si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci. A tal punto che sempre più spesso il semplice presupporre l’esistenza di sessi differenti viene visto come atteggiamento discriminatorio.

Diego Fusaro

La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad amare

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Domenico Simeone, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Macerata, ha affermato«Crescere con una madre e con un padre, quando è possibile, significa conoscere il valore educativo della differenza, significa inscrivere la parentalità in una rapporto che chiama in causa la corporeità, significa sperimentare una rete relazionale costruita sul riconoscimento dell’alterità. Il fenomeno delle coppie omoparentali è relativamente recente. Molti studi mettono in guardia sulle difficoltà che i bambini che crescono con persone dello stesso sesso possono incontrare. Dal punto di vista scientifico credo sia necessario approfondire le conoscenze del fenomeno in modo rigoroso, guardando la questione dal punto di vista del bambino e dei sui bisogni. Troppo spesso nel dibattito prevalgono i presunti “diritti” degli adulti e ci si dimentica di tutelare la crescita dei bambini.  La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad amare, costruendo relazioni e accettando il limite che è in esse inscritto. Nel crogiuolo di tali relazioni i bambini vivono processi di identificazione e riconoscono le differenze, stabilendo relazioni significative. È la differenza che permette la triangolazione della relazione e il riconoscimento dell’alterità. Non è qui in discussione la capacità di cura che possono avere le coppie omogenitoriali quanto piuttosto l’articolazione delle relazioni che i figli possono stabilire».

Mamma e papà servono ancora? L’analisi di Massimo Gandolfini

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Alcuni dati dal nuovo libro di Massimo Gandolfini, neurochirurgo, psichiatra: Mamma e papà servono ancora? (Cantagalli, Siena, 2015).

Il testo, di carattere scientifico, ma accessibile, tratta di gender, fecondazione eterologa, adozione, psicologia. Libertà e Persona ne fornisce un brevissimo estratto:

Si sente molto spesso reiterare – in modo automatico ed acritico – una frase, diventata uno slogan: “una mole considerevole di studi scientifici dimostra che – ai fini del benessere del bambino – non esiste differenza fra adozione da parte di una coppia omosessuale rispetto ad una coppia eterosessuale”. L’argomento è stato affrontato ed analizzato in dettaglio in numerosi studi (ai quali rimandiamo), limitandoci ad esporre, in generale, i punti deboli di questi lavori, che li rendono non accettabili sul piano scientifico e non credibili sul piano sociale, soprattutto quando si dovesse trarre da questi delle conclusioni che facciano da sfondo per scelte legislative e giuridiche.

Gli aspetti che limitano gravemente la credibilità di questi studi (ad esempio i 59 studi che l’APA utilizza per sdoganare le famiglie omogenitoriali) sono:
• l’utilizzo di campioni di piccole dimensioni, non rappresentativi in termini quantitativi (si va dalle poche decine ad un massimo di 500 persone);
• la selezione dei soggetti sottoposti allo studio è del tipo “di convenienza” e non casuale (randomizzazione): cioè i partecipanti non sono stati scelti casualmente fra la popolazione, ma sono stati reclutati attraverso annunci, pubblicità e mailing list della comunità gay;
• utilizzo addirittura della fattispecie “amicus brief”, cioè un saggio offerto spontaneamente da un dato soggetto, non direttamente interrogato;
• i questionari somministrati sono “self report”, cioè compilati dagli stessi genitori omosessuali sulla condizione di salute del proprio figlio; uno strumento, quindi, che non ha neppure i requisiti minimi di neutralità ed oggettività (sarebbe come se – per capire se mangiare la carne fa bene o no – facessimo rispondere ad un gruppo di vegetariani stretti);
• i gruppi di controllo, cioè i campioni di bimbi scelti per il confronto, non sono omogenei rispetto al gruppo in esame: ad esempio, si sono analizzati bimbi di coppie divorziate e risposate, figli di single, figli di conviventi senza specificare il tempo della convivenza …
• lo stesso livello economico dei genitori è molto eterogeneo e, quindi, non paragonabile: il livello economico delle famiglie gay è molto elevato (mediamente dagli 80 ai 250 mila dollari all’anno), mentre il reddito medio delle famiglie di confronto è di 60 mila dollari/anno;
• il livello culturale ed il titolo di studio è altrettanto disomogeneo, a netto vantaggio delle famiglie gay (laurea o titolo equipollente).
Inoltre, non si può tacere la faziosa disparità di giudizio nel valutare i vari lavori: da una parte si attribuisce grande valore scientifico a report con le caratteristiche appena elencate, dall’altra si alza forte la voce dell’attacco e del discredito verso lavori ben più completi ed impegnativi, ma che hanno il difetto di giungere a conclusioni non “gay-friendly”.
L’esempio forse più significativo in tal senso è rappresentato dallo studio condotto da Mark Regnerus su 3000 giovani, fra 18 e 39 anni (quindi maggiorenni), cresciuti in coppie omosessuali, cui è stato sottoposto un questionario da compilare personalmente (in “Social Science Researh”, vol.41 (4):752-770, 2012). Il dato che ne è emerso è che vi è un “significativo aumento di problematiche psicofisiche rispetto ai figli di coppie eterosessuali”
Regnerus venne attaccato con epiteti del tipo “odioso bigotto, gregario dell’Opus Dei, vergognoso, bugiardo omofobo”, autore di “dati intenzionalmente fuorvianti per screditare i genitori gay e lesbiche … scienza spazzatura e disinformazione pseudoscientifica, con forte pregiudizio cattolico”, tanto da richiedere il suo licenziamento dall’Università del Texas. Avviata la verifica da parte delle autorità accademiche, viene composta una commissione d’inchiesta che ha analizzato l’intero studio di Regnerus ed il 29 agosto 2012 si giungeva alla conclusione che il lavoro è ineccepibile in tutti i suoi aspetti.
Storia del tutto analoga con il lavoro “It’s not the same: report on child development at same-sex couple”, di Mertinez, Fontana, Romeu (maggio 2005), che concludeva: “Nessuno degli studi dello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie omosessuali dimostra nulla, non soddisfacendo i requisiti minimi scientifici … Al contrario, alcuni dati degli studi suddetti ci portano a concludere che i bambini allevati da coppie omosessuali sono esposti – più spesso che un bimbo in una coppia etero genitoriale – a comportamenti o situazioni svantaggiose”. Vengono, quindi, elencate le possibili situazioni svantaggiose:
• problemi psicologici: bassa autostima, stress, incertezza sul proprio futuro (ad esempio la scelta del partner o decidere se avere figli o meno) e disturbo dell’identità sessuale;
• disturbi del comportamento: tossicodipendenza, abitudini alimentari disfunzionali, basso rendimento scolastico;
• alta incidenza di traumi familiari: separazione dei genitori (ad esempio, le coppie svedesi omosessuali mostrano un più alto tasso di separazione rispetto alle coppie sposate eterosessuali, + 37% nei maschi e + 200% nelle femmine);
• abusi sessuali genitoriali (Cameron P. e Cameron K. , 1996, riportano il 29% di casi d’abuso nei genitori omosessuali, contro 0,6% dei bimbi con genitori eterosessuali);
• la scelta di genere omosessuale è otto volte maggiore rispetto al bimbo allevato da una coppia eterosessuale (Trayce Hansen, 2013, riporta una probabilità sette volte maggiore).
A proposito di quest’ultimo punto, è interessante un lavoro di Walter Schumm (2010, in Journal of Biosocial Science, 42: 721-742) in cui si riporta che il 34,3% delle famiglie omosessuali maschili ed il 57,3% delle famiglie omosessuali femminili hanno un figlio con orientamento non eterosessuale. In particolare, davvero impressionante è il dato che il 61% delle figlie cresciute con due madri lesbiche mostrano un orientamento non eterosessuale. (Libertà e Persona)

Rosa Rosnati: l’importanza della presenza del padre e della madre

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Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano ha spiegato che «crescere godendo della presenza di un padre e di una madre consente al bambino di conoscere dal vivo cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Allo stesso tempo il bambino potrà fare esperienza della relazione tra uomo e donna, capace di accogliere e valorizzare le differenze. Due genitori dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo. Ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri fattori di rischio».