67. Modelli-di-pensiero e presunzione di normatività

 

archiviogiancolombo-thumb-680x365

 

Il mainstream prevede l’accettazione acritica di “modelli-precostituiti-di-pensiero”, dei veri e propri “usa e getta” per interpretare e comprendere, quindi giudicare, quello che accade.

Con effetti deleteri, per tutti.

Il modello oggi dominante assume slogan ad alto impatto e qualche scampolo di nozioni scientifiche, più o meno ben assemblate, piegando il tutto agli interessi economici e politici del momento, sulla scorta di una sequela di frasi, tra loro concatenate da una debole trama logica.

Ma alla prima scossa della ragione, tutto crolla.

L’ultimo esempio riguarda un personaggio in qualche modo considerato dal pubblico semi-colto un maestro del pensiero: Ascanio Celestini.

Pur sprovvisto del benché minimo riconoscimento accademico o di pubblicazioni sul tema, il nostro si sente di poter dare “lezioni di antropologia” e di “bocciare” il cardinal Bagnasco. Un po’ come la giornalista Eugenia Romanelli, un faro nel panorama della letteratura filosofica e scientifica contemporanea, che ci dava “lezioni” su ciò che dice la scienza obbligherebbe a pensare (a suo dire) sulle adozioni. Con esiti grotteschi: come se fosse un problema scientifico. O, in questo caso, antropologico.

Sette-n40-coverstory-1_997-710_resize

Ed ecco entrare in gioco il modello-precostituito-di-pensiero. Un tipico esempio, che può essere preso come paradigma: 1) l’antropologia testimonia che si sono dati, nello spazio e nel tempo, diversi tipi di famiglia (per esempio poliandrica: più uomini legati alla stessa donna; poliginica: più donne legate allo stesso uomo, etc.), quindi > 2) non esiste un solo modello universale di famiglia, quindi > 3) tutte le varie tipologie di famiglie sono legittime, compresa l’unione tra persone dello stesso sesso.

Basta un attimo e l’errore balza agli occhi.

 

Cannibal_Holocaust2.png.420x330_q85_crop-smart.png

Allo stesso modo si sono date nelle culture umane una gran varietà di consuetudini, dal cannibalismo alle unioni tra uomini più che maturi e bambine. Che facciamo, giustifichiamo tutto sulla base della constatazione di un dato di fatto?

*

sposa_bambina_ok.jpg

 *

Purtroppo, va ricordato che è precisamente quello che sta avvenendo, sulla base della tecnica di manipolazione del consenso sociale “per gradi” molto ben illustrata da Joseph Overton.

Come chiunque può constatare, in questo modo si deducono da premesse ambigue delle conclusioni illogiche.

È comunque possibile rendersene conto prima che il meccanismo prenda avvio.

In generale il passo falso (logico ed etico, perché è di questo che si parla, non di antropologia o di sociologia dei costumi, e nemmeno di psicologia) avviene sulla scorta di una pretesa di fondo che risulta inaccettabile: passare da una constatazione di fatto ad una pretesa di diritto.

Siccome vedo che le cose vanno così o cosà allora posso pretendere la legittimazione di ciò che osservo, per il solo fatto che esiste.

A rigor di logica, in base a questo modello di ragionamento precostituito dovremmo poter legittimare qualsiasi evento osservabile: compreso furto, omicidio, incesto, pedofilia, e quant’altro. Solo in quanto “oggetto di studio” dell’antropologia.

Perché no?

Non a caso, a piccoli passi alcune di queste follie si stanno già realizzando. Abbiamo così padri che si sposano le figlie, matrimoni a tre, cinque genitori per un solo bambino, e così via.

Com’è facile constatare la questione è etica: si tratta di vedere se una data azione è moralmente accettabile. E questo in base ad argomenti razionali, non certo sulla scorta dei desideri, dei capricci o delle pretese dei singoli.

Sintomatico è che, sempre in base a questo “modello-di-ragionamento-precostituito”, qualcuno ha recentemente affermato che “la madre non esiste, è solo un concetto antropologico“.

parto-neonato1

Ecco un tipico esempio di parto da “concetto antropologico”.

 

Davvero notevole: siamo “figli di concetti”.

Entusiasmante.

 
trobriandesi

(Nella tribù dei trobriandesi nella Melanesia occidentale – per esempio – i bambini crescono in maniera piuttosto libera e iniziano a fare sesso a 6-8 anni (le ragazze) e a 10-12 anni. Non ci sono molte inibizioni per quanto riguarda il sesso, anzi esiste una anche casa dello scapolo, dove si hanno i rapporti prematrimoniali)

 

indigenasint

[Matrimoni di gruppo, poligamia, etc. Qui un breve excursus]

*

Per smontare punto per punto questo “modello-precostituito-di-ragionamento” (che ha poi diverse declinazioni possibili) occorre far notare che se ci sono state (in qualche villaggio tibetano o in qualche regione africana) alcune tribù basate su modelli diversi dalla coppia uomo-donna, questo non dimostra né la bontà intrinseca di quei modelli, né che siano preferibili, né tanto meno toglie il fatto che in tutti i continenti la forma più diffusa è quella che prevede l’unione di un uomo e una donna, per la generazione dei figli. Non occorre una curva di Gauss per vedere che in tutti i continenti la forma normale (*) è questa, e che le altre sono da considerarsi poco più che contraddittorie eccezioni.

 

Dovremmo chiederci come mai se è vero che non esiste una “famiglia naturale universale”, d’altra parte “universalmente” si è – “naturalmente” – diffuso un solo modello, in misura schiacciante rispetto a tutti gli altri.

wives.jpg

Poligamia presto ammessa anche negli USA?

 

Se è poi vero che la famiglia è l’istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, allora risulta immediatamente chiara la ragione per cui fino ad oggi mai e in nessun posto è stata considerata “famiglia” l’unione di coppie (o terne, etc.) dello stesso sesso.

 

La grande varietà di forme non ha mai escluso la presenza di uno dei due sessi proprio in quanto per la procreazione e la sussistenza della società sono entrambi indispensabili.

 

La famiglia ha una sua realtà teleologica innegabile, pena una serie di irrisolvibili contraddizioni e paradossi.

E d’altra parte (e qui sta una prima radice della contraddizione) se la forma della famiglia non è quella che sancisce l’alleanza esclusiva tra uomo e donna, per la generazione dei figli, dovremmo poi rispondere a questa domanda: allora ogni forma di aggregato sociale è una famiglia? Basta il sentimento, per fondare il concetto di famiglia? Basta dire “love is love”, e via?

Se la famiglia può essere una coppia o un gruppo qualsiasi, anche solo l’unione di più persone, variamente assortite, quale sarà il suo principio identificativo? In tre, tra l’altro dello stesso sesso, si sono già “sposati”. Perché non allora non quattro? O quaranta? E perché non potranno davvero sposarsi padri e figlie? O madri e figli? Quando porre il limite? E in base a quale ragione? È davvero un bene per la società che tutti possano indistintamente sposarsi con tutti, solo in base ad un consenso volontario, di coppia o di gruppo? Ah, già. Come non ricordare la proposta dell’on. Sibilia: legalizzare i matrimoni di gruppo e tra specie diverse. Purché consenzienti, ci mancherebbe.

A parte questi deliri, va detto seriamente che l’antropologia non è normativa. Come non lo sono la psicologia, la sociologia, etc. L’analisi di ciò che avviene – tra l’altro sulla base di presupposti e metodologie che oggi consideriamo valide, ma che potrebbero non esserlo più domani – non ci dice ancora nulla su come dovremmo regolarci dal punto di vista etico, e quindi del diritto intersoggettivamente condivisibile.

 

 

 

 

 

Alessandro Benigni

www.noein.eu

 

 

 

 

 

___________________

 

* “Normale”.   Non sarà forse inutile ricordare che il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione. Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale. Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera. Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Strettamente collegato al criterio assiologico è infine quello funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa).

 

 

 

 

 *

 

 

Problemi emotivi più che doppi per i bambini cresciuti con “genitori” dello stesso sesso

bambina-che-piange-sfondo_Fotor

UCCR, portale di accurata informazione in campo bioetico, oltre che scientifico e filosofico-religioso, ci ricorda i dati di una interessante ricerca pubblicata sul “British Journal of Education, Società & Behavioral Science è oggetto di discussione da parte dell’opinione pubblica americana, si intitola Emotional Problems among Children with Same-Sex Parents: Difference by Definition (ovvero “Problemi emotivi tra i bambini cresciuti con genitori dello stesso sesso: difference per definizione”).

Si tratta di uno studio peer-review (che ha dunque soddisfatto il livello di attendibilità e scientificità, così come attestato da revisori esterni e specialisti nel settore in seguito a controlli incrociati e senza conoscere l’autore), realizzato dal sociologo americano Paul Sullins, docente presso la Catholic University of America. A chi volesse obiettare che l’autore è “di parte” perché lavora in una Università cattolica bisognerebbe ricordare che tale ateneo è ritenuto uno dei migliori college americani da parte della Princeton Review, che l’indagine scientifica non si basa sul principio di autorità e il ricercatore -anche se interessato all’argomento (sarebbe strano il contario, in realtà)- pubblica dati e offre un’interpretazione di essi, rimettendosi al giudizio e alla valutazione dei revisori esterni, cosa che è stata fatta dal prof. Sullins. Ricordiamo inoltre ai prevedibili critici che molti studi sulla “non differenza” tra bambini cresciuti con coppie omosessuali e con madre e padre (studi comunque confutati da Loren Marks nel luglio 2012) sono stati realizzati dalla prof.essaCharlotte Patterson, notoriamente lesbica, convivente e attivista LGBT, nonché principale ricercatrice dell’American Psychological Association.

Entrando nel merito della nuova indagine, occorre innanzitutto sottolineare che si basa un campione più ampio rispetto a quelli di qualsiasi altro precedente studio: 512 bambini con “genitori” dello stesso sesso. Analizzando i dati tratti dal Interview Survey National Health, il ricercatore ha rilevato che i «problemi emotivi [sono] maggiori per i bambini con genitori dello stesso sesso rispetto a quelli con genitori di sesso opposto addirittura con una incidenza più che doppia». Si parla di comportamenti scorretti, preoccupazioni, depressione, rapporti difficili con i coetanei e incapacità di concentrarsi. I genitori di sesso opposto, invece, riescono a fornire un ambiente migliore dove vivere e crescere: «La filiazione biologica distingue fortemente ed in modo univoco i risultati tra bambini che vivono con genitori di sesso opposto e quelli che vivono con genitori dello stesso sesso», si legge. Infatti, «il vantaggio principale del matrimonio per i bambini non può essere il fatto di presentargli genitori migliori (più stabili, finanziariamente benestanti, ecc), ma di presentargli i “propri genitori».

La tabella qui sotto riassume i risultati rilevati (l’abbiamo tradotta parzialmente in italiano), si evince che per la maggior parte delle misure psicometriche valutate i bambini con genitori dello stesso sesso mostrano più problematiche rispetto ai bambini di genitori di sesso opposto.

table3

I risultati sono stati «chiari, statisticamente significativi e di sostanziale entità» anche dopo il controllo per età, sesso, razza, istruzione e reddito. Secondo il National Health Interview Survey” i problemi emotivi sono 1,8-2,1 volte più probabili in questi bambini rispetto a quelli cresciuti in una coppia di sesso opposto, come è più probabile che ricevano servizi di formazione speciale (41%), consultino un medico generico per la salute mentale (47%) o vadano in cura da un professionista della salute mentale (58%).

Secondo molti attivisti Lgbt i problemi di questi bambini deriverebbero dall’essere vittime di bullismo omofobo da parte dei loro coetanei. Certamente l’esperienza del rifiuto dei pari è fortemente associato a problematiche emotive, ma i dati rilevano che i figli di genitori dello stesso sessonon hanno più probabilità di essere presi di mira e bullismo. Anzi, secondo un’altra tabella contenuta nell’indagine «contrariamente a quanto presupposto in questa ipotesi, i bambini con genitori di sesso opposto sono più spesso vittime di bullismo rispetto a quelli con genitori dello stesso sesso, anche se la differenza è entro il margine di errore». Occorre anche considerare che la maggior parte dei figli di genitori dello stesso sesso nel campione utilizzato (ben 512 bambini!) ha una connessione biologica ad almeno uno dei genitori, e tuttavia presenta una situazione più difficoltosa anche rispetto ai bambini che vivono con genitori singole e conviventi non sposati.

La conclusione è che «l’ipotesi della non-differenza tra questi bambini dovrebbe essere respinta», oltretutto «altri studi recenti hanno trovato a loro volta degli svantaggi tra i bambini cresciuti con genitori dello stesso sesso». Il più recente è quello del dicembre 2013 e realizzato da Douglas W. Allen, docente alla Simon Fraser University, il quale basandosi sui dati del censimento canadese del 2006 ha rilevato che i bambini cresciuti da coppie gay e lesbiche presentano maggiori difficoltà scolastiche e soltanto il 65% di probabilità di ottenere il diploma di scuola superiore rispetto ai bambini cresciuti in famiglie naturali. Tutti gli altri studi sul tema, che formano una imponente mole di letteratura scientifica, sono stati raccolti in questo apposito dossier.

 

Fonte: http://www.uccr.it

Instabilità famigliare: gli effetti sui bambini

imagesInstabilità familiare è un male per i bambini. Questa generalizzazione non si applica a tutti i casi-bambini trarranno certamente beneficio quando la madre calcia fuori un marito violento, per esempio, ma in altri casi non ci sono molte discussioni da fare. I ricercatori stanno ancora scavando nello specifico per evitare ogni generalizzazione, tuttavia, i primi […]

Instabilità familiare è un male per i bambini. Questa generalizzazione non si applica a tutti i casi-bambini trarranno certamente beneficio quando la madre calcia fuori un marito violento, per esempio, ma in altri casi non ci sono molte discussioni da fare.

I ricercatori stanno ancora scavando nello specifico per evitare ogni generalizzazione, tuttavia, i primi fatti ricontrati lasciano pochi dubbi. La ricerca si sta affinando per valutare quali misure e in che misura l’instabilità familiare danneggi i figli? Ci sono differenze di genere e di etnia / razza nel modo in cui i bambini sono colpiti? In che modo l’impatto dell’instabilità famiglia si può paragonare con quella di altri svantaggi per l’infanzia, come la povertà?

I sociologi Dohoon Lee della New York University e Sara McLanahan della Princeton University hanno indagato su queste domande in un recente articolo American Sociological Review. Hanno analizzato i dati longitudinali (alla luce di nove anni) su circa tremila bambini dalle famiglie fragili per un studio sul Benessere dei Bambini secondo la valutazione dei bambini a 3, 5 e 9 anni con le categorie:

a) risultato cognitivo, come misurato dal vocabolario dei bambini;
b) esternalizzazione dei comportamenti problematici;
c) interiorizzare comportamenti problematici, stati ansiosi dei bambini, la depressione e il comportamento ritirato madri;
i) particolarmente interessante sono stati i confronti dei due studiosi (Lee e McLanahan) realizzati tra gli effetti di instabilità familiare, l’educazione materna più bassa e la povertà.

Per esempio, nel caso di sviluppo cognitivo dei bambini, status socio-economico dei genitori è nettamente più importante della struttura familiare instabilità. Per lo sviluppo socioemotivo, però, la storia è diversa. La famiglia instabile ha un effetto maggiore sul comportamento di esternalizzazione dei bambini di quanto non venga causato dall’istruzione materna o dallo stato di povertà e gli stessi effetti problematici si hanno nel comportamento interiorizzato dei bambini. Questi risultati sono coerenti con una crescente mole di ricerche che stanno verificando come la instabilità della struttura famigliare penalizzi il successo futuro dei bambini principalmente riducendo le loro capacità socio-emotive e di salute mentale.

Naturalmente, questi risultati rappresentano una media dei migliaia di bambini studiati. Quando i ricercatori hanno valutato i risultati in base al sesso e alla razza, non si è rivelata una discrepanza significativa. “L’uscita di un genitore dalla famiglia ha un grande effetto negativo sul risultato ‘cognitivo” sia di ragazzi che ragazze. Anche se le transizioni familiari sembravano abbassare il comportamento interiorizzazione delle ragazze, una constatazione che Lee e McLanahan interpretano con cautela (“è possibile che le conseguenze negative di instabilità familiare non compaiono tra le ragazze fino a quando raggiungono l’adolescenza”).

Siamo sicuri che investire sulla stabilità famigliare, invece di spendersi per accelerare divorzi rapidi e nuove forme di convivenze, sia la scelta giusta per un Paese come il nostro? O forse le priorità non si devono valutare rispettando la realtà e i segni che essa ci presenta? Esiste una emergenza educativa nel Paese, i dati del diffuso e alcolismo tra i bambini ce lo ha presentato plasticamente nelle scorse settimane. Forse è arrivato il momento di prenderne atto ed agire di conseguenza, una responsabilità che interpella ogni singolo padre e madre di famiglia ma anche la politica e la società nel suo complesso. Vogliamo favorire la crescita di buoni cittadini di domani oppure, nascondere la testa sotto la sabbia sino alle prossime notizie dei TG?

Fonte: http://www.matchman-news.com/instabilita-famigliare-gli-effetti-sui-bambini/

56. Teorie gender in azione: sulla solidità degli argomenti di Nicla Vassallo. (Quarta parte)

Fotor_143895261609552

.

Teorie gender in azione

Sulla solidità degli argomenti di Nicla Vassallo

(quarta puntata)

Alessandro Benigni

.

(Pubblicato su Cristiano Cattolico, Le foglie verdi, Nelle Note)

.

.

.

.

.

trasferimentoE’ uscito recentemente un interessante volume firmato dalla filosofa Nicla Vassallo, intitolato “Il matrimonio omosessuale è contro natura. Falso!” (Edizioni Laterza), la cui presentazione recita testualmente:

Che il matrimonio omosessuale sia contro natura è convinzione di troppi nel nostro paese. Attraverso le regole del buon ragionare filosofico, Nicla Vassallo smaschera, con provocazione e intelligenza, il pregiudizio, il calcolo e l’ignoranza che escludono il matrimonio same-sex. Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma: prendiamone coscienza”.

Il nostro intento è di verificare fino a che punto si tratti di pregiudizio e di ignoranza e se per caso quelli che si vogliono presentare come solidissimi argomenti non mostrino, a ben vedere, qualche falla.

Anzi, fallacia, come abbiamo già mostrato nelle puntate precedenti:

1) Il gioco delle tre carte: come i grandi pensatori abbagliano i lettori.

2) Come i grandi filosofi abbagliano i lettori. Parte seconda.

3) Pseudo argomenti pro matrimonio same-sex, terza puntata: dove Nicla Vassallo si sbaglia

nvlarge

(Nicla Vassallo)

Dopo aver sottolineato in rosso i più evidenti nodi logici che la filosofa Vassallo (analisi logica alla mano) non riesce a sciogliere, entriamo in pieno – sempre sotto la guida dell’illustre studiosa – nell’ambito della più fumosa (per usare la bella espressione di Onfray) e controversa teoria che sia mai esistita (tanto che qualcuno ha addirittura tentato di negarne l’esistenza): la teoria del genere.

La premessa chiarificatrice è però d’obbligo, perché si sa, questi filosofi con le parole sono molto bravi: che cos’è, e che cosa s’intende per “teoria del genere” o più semplicemente “gender”?

ay_108760313

Si tratta in sintesi di una vera e propria rivoluzione antropologica, forse la più grave e drammatica della storia dell’umanità, in atto da decenni in modo più o meno subdolo, che solo ora comincia ad acclararsi in tutta la sua devastante portata nichilista: l’effetto finale, che si pretende di conseguire anche attraverso l’istituzionalizzazione del “matrimonio same-sex” è la riduzione dell’uomo a prodotto fabbricato e quindi commercializzabile, totalmente fruibile e manipolabile. Il diritto (art. 7 Dichiarazione universale dei diritti del bambino) di ogni bambino ad avere padre e madre viene infatti stracciato per fare spazio a nuovi presunti diritti (Cfr. Gender: un’accozzaglia di slogan che nascondono la negazione dei diritti e dell’autentica libertà; “Diritti” LGBT, diritti dei bambini e diritti umani; I bambini hanno diritto a un padre e una madre, a una famiglia vera; E’ omofobia difendere i diritti dei bambini?; La stepchild adoption è a maggior tutela del minore?; Matrimonio di persone dello stesso sesso: perché no, senza discriminare), tra i quali il diritto di avere comunque un figlio, ad ogni costo (è proprio il caso di dirlo), o tramite l’adozione da parte di una coppia same-sex (più che altro nella forma della stepchild) o tramite la sua fabbricazioneproduzione in laboratorio e la gestazione per altri, anche per i single. Ne deriva che – se non è più un diritto avere un padre e una madre – la pratica della fabbricazione di esseri umani verrebbe ad essere logica e socialmente accettata conseguenza di questo processo, iniziato con la pretesa dell’indifferentismo sessuale e proseguito con la separazione tra sessualità e procreazione.

346efcbd0150971556bc85e18dfbba83_XLMa ormai (grazie al cielo, e sempre sperando che non sia troppo tardi) i tempi stanno cambiando. Ne sentiamo discutere sempre più spesso e non mancano certo i punti di riferimento, le pubblicazioni, gli articoli, per farsi un’idea sul tema e capire quali sono esattamente i termini della questione. Le coscienze si stanno risvegliano dal torpore: “la mobilitazione internazionale contro il gender inizia a dare i suoi frutti – osserva Lupo Gori – e sembra preoccupare, non poco, i suoi promotori, al punto da spingerli a redigere un’approfondita ed allarmata analisi della situazione, per individuare le falle della propria strategia e passare al contrattacco”. Non staremo quindi a fare l’ennesimo trattato sul gender, essendoci anche in rete una sitografia più che sufficiente ed ampiamente disponibile, ma ci limiteremo a ricordarne i tratti essenziali.

Per “teoria del genere” o anche, più semplicemente “gender” si intende riferirsi a quel distillato dei gender studies (un complesso di studi psicologici, filosofici, sociologici, etc., che prendono avvio sotto l’impulso del movimento femminista degli anni sessanta e danno la base teorica per la contestazione del sistema tradizionale dei valori e dei ruoli sociali) che da anni viene subdolamente applicato in diversi ambiti della società, ogni giorno in modo sempre più aggressivo ed invadente. Nel corso degli anni le “teorie di genere” hanno fornito un supporto teorico sempre più massiccio anche ai movimenti gay, sostenendo in particolare che la differenza tra uomini e donne è una mera convenzione sociale (costruita attraverso l’imposizione di regole e norme esterne, che obbliga le persone a vivere “da maschio” o “da femmina”). Sarà bene ricordare il momento preciso che segna l’uscita allo scoperto di quello che possiamo considerare il “movimento gender”: al convegno delle Nazioni Unite di Pechino del 1995 – dedicato alla condizione femminile e che ebbe fra le principali protagoniste Hillary Clinton – si propose di sostituire la differenza tra uomini e donne con cinque “generi”. Tutt’ora per “teoria del gender” si intende quindi un’espressione che riassume una notevole varietà di studiosi, correnti ed approcci che ha comunque un minimo comun denominatore abbastanza evidente: essere uomini o donne non è più un fatto imprescindibile, che segna l’identità biologica e dunque psicofisica di ogni essere umano, determinato già a livello embrionale, ma qualcosa che si può modificare a seconda delle percezioni, dei sentimenti e dei convincimenti personali: se sei una donna ma ti senti uomo allora è un tuo diritto essere riconosciuto dalla società in base alla tua percezione soggettiva e non più sul fondamento del dato oggettivo (immodificabile, che è il dna). Da qui viene anche quell’altra sigla, oggi tanto di moda, “LGBTIQ” (lesbica, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale, queer), ad indicare appunto che ognuno si sceglie – e deve avere il diritto di farlo – la propria identità, in modo “fluido”, senza vincoli né impedimenti. E’ chiaro a tutti che è questo il tratto d’unione che collega le teorie gender, o più semplicemente “il gender”, alle rivendicazioni che segnano il dibattito bioetico attuale: se è vero che l’umanità è sessualmente indifferenziata allora ne consegue che si debba concedere il matrimonio “same sex”.

LONDON, UNITED KINGDOM - JANUARY 09: Models walk the catwalk during the J.W. Anderson show at the London Collections: MEN AW13 at The Old Sorting Office on January 9, 2013 in London, England. (Photo by Stuart Wilson/Getty Images)

LONDON, UNITED KINGDOM – JANUARY 09: Models walk the catwalk during the J.W. Anderson show at the London Collections: MEN AW13 at The Old Sorting Office on January 9, 2013 in London, England. (Photo by Stuart Wilson/Getty Images)

Ecco perché parlavamo di rivoluzione antropologica: con le parole di Assuntina Morresi, “una volta entrato nell’ordinamento giuridico il matrimonio fra persone dello stesso sesso, la rivoluzione antropologica è compiuta, perché si sono messe le basi per una nuova umanità, fondata su due nuovi paradigmi: il primo, quello per cui l’identità sessuale non è determinata dal corpo sessuato e non è binaria uomo-donna; il secondo, quello per cui i figli non sono di chi fisicamente li ha generati ma di chi li ha ottenuti attraverso pratiche di laboratorio, contratti, reperendo quello che biologicamente manca sul nuovo mercato globale dei corpi umani”.

In base al gender, riassumendo, non è affatto detto che gli uomini siano maschi (abbiano cioè caratteristiche maschili) e le donne femmine (abbiano cioè caratteristiche femminili), in quanto – al di là del mero dato biologico – “essere uomini o donne è questione culturale, non naturale”. E’ questo il succo dell’indifferentismo sessuale: un breve distillato (ma le conseguenze – come abbiamo accennato – sono di ben altra portata) che riassume complessivamente il panorama proposto dai gender studies, con i quali direttamente o indirettamente si introduce una visione dell’essere uomo e dell’essere donna completamente slegata dell’evidenza del piano oggettivo, dalla corrispondenza evidente di ciò che gli uomini e donne sono “in carne ed ossa”, ovvero prima di tutto esseri sessuati e sessualmente definiti, o “individuati”, se vogliamo usare un termine filosofico.

Scrive la Vassallo:

Tale corrispondenza, invece, viene spesso data per assodata: la donna deve possedere caratteristiche femminili, convenzionalmente femminili, ossia attribuite alla femmina; l’uomo deve possedere quelle caratteristiche convenzionalmente maschili, ossia attribuite al maschio; altrimenti non ci troviamo in presenza di una “vera” donna e di un “vero” uomo, cosicché risulta spesso inaccettabile una donna che assuma atteggiamenti da maschio e un maschio che assuma atteggiamenti da donna“.

Ma questo argomento appare acriticamente fondato e per di più manifestamente contrario all’evidenza. Non solo è comunemente accettato che ci siano eccezioni rispetto alla norma (purché la differenza tra norma ed eccezione venga riconosciuta): alcuni (pochissimi) uomini che si percepiscono come donne e si comportano di conseguenza, alcune (pochissime) donne che si percepiscono uomini, etc., non sono certo un problema sociale, se non per i (pochissimi) omofobi veri (ovvero per quelle persone che hanno una fobia, che, ricordiamolo, è classificata come psicopatologia, o malattia psichica).

donna-culturista

Inoltre è chiaramente un mero pregiudizio affermare – come implicitamente fa la Vassallo – che uomini e donne in origine sono uguali e intercambiabili e poi assumono caratteristiche fisse e differenti, “convenzionali”, per usare la sua espressione, sotto l’influsso culturale. Se fosse vero questo le diverse culture planetarie avrebbero prodotto anche diversi modelli planetari di mascolinità per le donne e di femminilità per gli uomini, tali da portare ad un rovesciamento dei ruoli e dei tipi psicologici o attitudinali prevalenti. Ma così non è. Anzi, quando – sotto l’influsso delle teorie del genere, si è provato ad eliminare questa differenziazione, si sono ottenuti effetti ampiamente prevedibili (si vedano in merito l’analisi condotta da Enzo Pennetta su Critica scientifica, e questo chiarissimo e divertente video, sul “paradosso norvegese”).

Bisogna invece ribadire che casomai è accaduto il contrario: sono uomini e donne, psico-fisicamente differenziati ed individuati, che hanno generato la cultura. Anzi le culture, ciascuna delle quali, a livello storico ed etnografico, ribadiscono e sottolineano questa differenza antropologica evidente, spesso valorizzandola: è questo il punto, prima (crono-logicamente) vengono uomini e donne sessualmente, psicologicamente, attitudinalmente differenziati, poi la cultura. E non viceversa. Le caratteristiche maschili e femminili sono diverse in quanto fondate su una struttura psico-fisica differentemente individuata. Che lo si accetti o meno, la vita richiede differenza e differenziazione: sia per nascere, sia per vivere, abbiamo bisogno del diverso, non dell’uguale. È dalla differenza biologica che prende normalmente il via la strutturazione (individuazione) psicofisica, e non viceversa. Se un uomo “si sente donna” siamo di fronte ad un caso non-normale, che va accolto rispettato e sorretto nella sua ferita, ma non certo elevato a modello universale, perché non è questo ciò che avviene universalmente. Potremmo assistere a tutti i camuffamenti possibili, anche di tipo chirurgico, ma un uomo o una donna restano tali, così come sono stati concepiti, con il loro patrimonio genetico originario, etc., fino alla fine della loro esistenza. Questa è la normalità, ciò che avviene normalmente (per principio statistico): gli uomini si sentono uomini e le donne si sentono donne. Tutto il resto è fumosa teoria fondata sulla negazione dell’evidenza e sull’incapacità di accogliere la realtà per quello che è.

Conchita

È quindi da rigettare anche l’affermazione seguente della Vassallo:

Ma poiché il sesso è una categoria biologica, mentre il genere è una categoria socioculturale, dissimile dalla prima, si commette un errore grossolano facendo coincidere la femmina con la donna e il maschio con l’uomo (e viceversa): errore, peraltro, non privo di conseguenze, giacché si negano, in questo modo identità, personalità, singolarità a ogni donna e a ogni uomo“.

gender_dysphoria

Occorre infatti ribadire che la “categoria socio culturale” oltre che trovare fondamento su quella biologica ed esserne dipendente (in quanto è il dato biologico ad essere evidentemente fondativo, oggettivo ed immodificabile) non ha una sua realtà indipendente, che possa essere contrapposta alla realtà biologica, senza conseguenze. E non è certamente un caso che a livello planetario tutte le culture abbiano sempre, sia pure in modi diversi, riconosciuto e valorizzato le differenze tra uomini e donne (ed è chiaro che mi riferisco qui non solo alle differenze fisiche – che sono evidenti e non hanno bisogno di particolari rielaborazioni – ma a quelle psicologiche, attitudinali, più generalmente definibili come comportamentali, anche se oggi si preferisce utilizzare il termine “ruoli”, utilizzando espressioni come sempre funzionali alla decostruzione (cfr. Gender e decostruzionismo e Inventare parole per ciò che non esiste: il caso “Hen”) di ogni valore e di ogni tradizione che i valori custodisce, fino a pretendere di decostruire e quindi di negare il dato oggettivo più evidente, in un delirio di onnipotenza senza precedenti nella storia dell’umanità).

Per concludere questa puntata, stupisce che l’attestazione di incondizionata fiducia per gli “argomenti” della Vassallo, da cui eravamo partiti (“Nicla Vassallo smaschera, con provocazione e intelligenza, il pregiudizio, il calcolo e l’ignoranza che escludono il matrimonio same-sex.”), non sia supportata, nel corso della lettura, dalla minima evidenza o anche da un minimo accenno ad un argomento che sia realmente non dico incontrovertibile, ma almeno dotato della minima solidità per essere preso seriamente in considerazione.

Mi sembra che fosse Euclide (365-275 a. C.) ad aver detto che “Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova”. Alla luce di quest’ennesima evidenza, quanto valgono gli argomenti che Nicla Vassallo ha esibito fin qui?

Alessandro Benigni

*

Qui altri articoli sullo stesso tema

*

Bufale Gender, Cap. 8: “Concedere il matrimonio alle coppie dello stesso sesso è un’estensione di diritti, non una privazione, per nessuno”

bufala

.

Uno dei “leitmotiv” dominanti nella propaganda pro matrimonio “same-sex”[1] consiste nell’affermare che si tratterebbe di un’estensione di un diritto e non di togliere qualcosa a qualcuno.

Posta in questi termini, peraltro analoghi a quelli di un’altra diffusissima pseudo teoria, che io chiamo la “tesi dell’ininfluenza”[2], la questione sembrerebbe già risolta e parrebbero giustificate le accuse di omofobia, arretratezza culturale, bigottismo, etc. rivolte agli oppositori del matrimonio “per tutti”.

Peccato che a ben vedere la questione in questi termini non solo è mal posta, ma tradisce anche una precisa e consistente volontà di manipolare l’opinione pubblica, attraverso la diffusione di slogan ad alto impatto emotivo ma dallo scarso se non inesistente valore logico[3].

Logicamente, infatti, perché  si possa parlare in modo sensato di “estensione dei diritti” occorrerebbe che ci fossero effettivamente dei diritti da estendere, ovvero che qualcuno degli aventi diritto ne fosse effettivamente privato.  Ed è chiaro che non è questo il caso, in quanto il matrimonio “same sex” è vietato per tutti, non solo alle persone omosessuali[4]. In seconda battuta, è necessario che la natura stessa del diritto sia rispettata: occorre quindi che dalla estensione di un diritto al numero più ampio possibile di cittadini nessuno venga danneggiato o peggio privato di un suo diritto positivo già acquisito e socialmente riconosciuto o peggio ancora privato di un suo diritto naturale, in virtù del quale sono pensabili ed applicabili tutti gli altri diritti possibili[5]. Ed è chiaro che in questo caso estendere a tutti il diritto al matrimonio comporta la negazione di un diritto naturale già esistente: essendo infatti il matrimonio condizione indispensabile per accedere alla possibilità di adozione, diventa impossibile immaginare un matrimonio “same sex” che non leda il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre,  preferibilmente i propri genitori, e a non essere deprivato della figura paterna o di quella materna al solo scopo di accontentare le pretese di due adulti dello stesso sesso[6].

Detto questo, c’è da ribadire che nel divieto del matrimonio “same sex” non c’è alcuna discriminazione nei riguardi delle persone omosessuali: questo tipo di unione non può essere “matrimoniale” nemmeno per due eterosessuali che per i motivi più diversi volessero accedervi (magari sulla base di una interesse economico o di un legame affettivo, o altro). Questo ci porta a riflettere sulla “ratio” stessa dell’istituto matrimoniale, che consiste nel proteggere e riconoscere socialmente la “forma” generale dell’alleanza uomo-donna come unica in grado di procreare e di consentire in questo modo la prosecuzione della società tramite la generazione.
Da questo punto di vista il matrimonio appare non un diritto per pochi privilegiati, al quali tutti dovrebbero poter ambire senza alcuna discriminazione[7], ma piuttosto una forma di riconoscimento pubblico dalla quale derivano (o dovrebbero derivare) delle specifiche forme di protezione, di salvaguardia, di garanzia e di assistenza per i coniugi che si impegnano in questo patto pubblico e in questa sfida di preziosissimo ed imprescindibile valore sociale.
La contro-replica a questa definizione di matrimonio, basata sul concetto di “forma” generale dell’alleanza uomo-donna, l’unica in grado di procreare, consiste di solito nel far osservare che per gli sposi non esiste alcun obbligo di procreazione e d’altra parte l’istituto è previsto anche per chi figli non può averne (si pensi al caso di due ottantenni che intendono sposarsi, etc).

Questa obiezione è però molto debole.

Logicamente, infatti, il fatto che il matrimonio non obblighi alla procreazione non comporta che venga meno la funzione sociale per cui è stato istituito: quella di proteggere marito e moglie, come si è detto: i coniugi, tutti i coniugi, in quanto è dalla loro pubblica promessa che deriva la costituzione della cellula sociale più idonea (e più rispettosa) per la generazione di una vita umana: quella in cui la persona si vede iscritta fin dal concepimento in una relazione non fluida ma strutturata e strutturante, che vede presenti il padre e la madre, ovvero una famiglia completa. Il riconoscimento di questo vincolo ha quindi come oggetto – daccapo – la “forma generale” di quest’alleanza, in quanto forma universale maggiormente idonea per pretendere riconoscimento e protezioni socialmente condivise. Dunque non importa se qualche coppia di sposi decide di non avere figli, se non può averne per disfunzioni, sterilità, o per età avanzata. Il riconoscimento giuridico e sociale per uomo e donna che vogliono unirsi in quel patto viene infatti “a priori”, prima e non dopo la generazione di figli, in quanto da una parte ha lo scopo di rendere possibile, legittimare e proteggere la vita nascente fin dal concepimento, con il necessario rispetto per i coniugi e per quella libertà che l’atto generativo richiede, e dall’altra deve mettere i genitori nella condizione di operare una scelta del genere in modo non solo libero ma anche in qualche maniera protetto e socialmente garantito: proprio in quanto riconoscimento della validità di questa forma universale con cui un uomo si lega ad una donna l’istituto matrimoniale non può discriminare quelle coppie che – a priori o a posteriori, per i motivi più vari – non generano figli.
La logica dell’estensione dei diritti a fondamento della pretesa di matrimonio per tutti è quindi fallace e provoca non solo lo snaturamento della funzione sociale del matrimonio, ma conduce più o meno direttamente ad una serie di aporie irrisolvibili. Se infatti ammettessimo che la funzione sociale del matrimonio non è più quella di garantire l’alleanza speciale tra uomo e donna, l’unica in grado di procreare, nella forma universale di famiglia naturale, allora dovremmo fondare il matrimonio su altro.

Ma su cosa?
Forse sul un sentimento? Se fosse così, dovremmo allora estenderlo anche al di là dell’amore. Non meno alto è infatti il sentimento dell’amicizia. Ma possiamo concedere il matrimonio agli amici? Chi ha concesso il matrimonio “same sex” è stato poi costretto a farlo[8]. Poi dovremmo estenderlo ad ogni tipo di amore, sempre “per non discriminare”[9]. Perché, a questo punto, non potrebbero sposarsi adulti consenzienti legati da rapporti di parentela? Che ne so: padri e figlie, nonni e nipoti, fratelli, etc.? Anche questo si sta puntualmente verificando[10]. Oppure perché mai non concedere matrimoni poligamici o poliandrici, basati sul consenso? Se basta l’amore, chi mi dice che non posso amare donne già sposate, o uomini o donne insieme, in un numero indefinito (e indefinibile)? E con quali ragioni, una volta concesso il matrimonio poniamo a tre donne[11], tutte insieme, non dovremmo concedere loro l’adozione? Anche questo sembra un salto antropologico alle porte, là dove si è perso il senso della ragione e si è proceduto alla distruzione della famiglia naturale.

Potremmo andare avanti a lungo con esempi di questo tipo, ma non è evidentemente questo il punto. Il fatto è che una volta oscurato il senso originario ed evidente dell’istituto del matrimonio è molto, troppo facile parlare di diritti, pretendere che siano fatti i propri comodi, senza pensare alle conseguenze sociali che assurdità di questo genere comportano.

Speriamo che torni il tempo in cui tutti concordano sul verde delle foglie d’estate, prima che sia troppo tardi. Per tutti.

.

Alessandro Benigni

.


Note

.

[1] Uso qui l’espressione di Nicla Vassallo, sulla cui posizione ho già espresso qualche critica: parte prima, parte seconda, parte terza.

[2] Ne avevo già accennato qui: La tesi dell’ininfluenza.

[3] Di questo ne abbiamo già discusso sulle pagine di Notizie Pro Vita: Gender, slogan, diritti e libertà, parte prima e parte seconda.

[4] Ne avevamo già accennato qui: Matrimonio omosex, perché no, senza discriminare; e qui: Il matrimonio non è per tutti.

[5] Segnalo, sulla questione del diritto naturale, l’ottima sintesi di Giovanni Stelli: Il diritto naturale: non se ne può fare a meno.

[6] Rimando, a questo proposito, ai seguenti articoli: Famiglia “omogenitoriale” (o “omoparentale”) da tutelare?; E’ omofobia difendere i diritti dei bambini?; I bambini hanno diritto ad una famiglia vera; Diritti (?) LGBT , diritti dei bambini e diritti umani.

[7] A questo proposito segnalo: Tonino Cantelmi, Differenziare non è discriminare;Bufale Gender, cap. 1: “Gli omosessuali sono discriminati perché non possono sposarsi”; L’unione tra un uomo e donna è un bene per la società; e L’importanza della discriminazione.

[8] In Australia, infatti, due amici si sono sposati. Suscitando l’ira del mondo Lgbt.

[9] Impressionante a questo proposito l’idea dell’on. Sibilia: legalizzare i matrimoni di gruppo e tra uomini e bestie. Purché consenzienti, dice lui.

[10] Lascia a bocca aperta la notizia che si sia già verificato.

[11] Per le donne, vedi qui; per gli uomini, qui.

.

Davvero “l’omogenitorialità” è ininfluente sullo sviluppo dei bambini?

sfondo BIANCO_Fotor_Collage_Fotor

Chi sostiene l’omogenitorialità dovrebbe essere in grado di dare una spiegazione razionale e coerente sul perché tale situazione, così anomala rispetto alla norma ed al fatto di natura, non abbia alcun effetto, ma al momento ciò non è possibile e ci sono buoni motivi per ritenere esattamente il contrario:

1) Gli studi di psicologia sociale (spesso citati come prova dell’ininfluenza)non possono essere considerati esaustivi perché sono in grado di rilevare solo aspetti parziali e macroscopici del disagio psichico. La mente umana è troppo complessa per poter essere indagata con questi metodi. I disagi e le sofferenze spesso emergono dopo molto tempo o sono rilevabili solo con una psicanalisi approfondita.

2) Anche se alcuni studi non hanno rilevato problemi in questi bambini ciò non significa che questi non sussistano. E’ possibile (se non probabile) che, per problemi di tipo metodologico quegli studi non siano stati in grado di rilevarli.

3) Nonostante quanto affermato nei punti 1 e 2, i più recenti studi al riguardo hanno rivelato notevoli differenze fra i bambini allevati in famiglie “naturali” e famiglie omosessuali a svantaggio di questi ultimi. Si tratta inoltre di ricerche basate su campioni ampi e rappresentativi e condotti con la metodologia più rigorosa. Basterebbe questo per invocare il principio di precauzione per non consentire legalmente l’adozione omosessuale o le pratiche di surrogazione.

4) L’omogenitorialità è in totale contrasto con tutta la teoria psicanalitica da Freud in poi.

5) Indicazioni nettamente sfavorevoli alla omogenitorialità provengono da una scienza molto più rigorosa come la neurobiologia. Sappiamo oggi che il cervello femminile e quello maschile (e quindi l’attitudine materna e paterna) sono molto diversi e questa differenziazione comincia già nell’utero della madre. Si tratta quindi di differenze che hanno la loro radice profonda nell’evoluzione animale e umana e non dipendono esclusivamente da fattori culturali.

6) Sempre gli studi di neurobiologia hanno evidenziato come la deprivazione materna e/o paterna ha effetti misurabili sotto il profilo neuroendocrino con effetti negativi sullo sviluppo della prole. Si tratta di stress che tramite meccanismi di tipo epigenetico possono essere trasmessi alle generazioni successive.

7) Devono essere tenute in conto anche le crescenti testimonianze di COG (children of gay parents) che riportano di avere sofferto per la mancanza di uno dei genitori. Da notare che al momento si tratta di persone oggi adulte cresciute con madri lesbiche, quando avremo a che fare con coloro che sono cresciuti sin dalla nascita con due uomini e senza contatto materno ci troveremo probabilmente di fronte a persone bisognose di assistenza psichiatrica.

Francesco Gordon

.

.

Approfondimenti:

Matrimonio di persone dello stesso sesso: perché no, senza discriminare

“Diritti” LGBT, diritti dei bambini e diritti umani

I bambini hanno diritto a un padre e una madre, a una famiglia vera

Lo pesudo-argomento dei “genitori single” e delle “100mila coppie gay con figli”

Famiglia “omogenitoriale” (o “omoparentale”) da tutelare?

La stepchild adoption è a maggior tutela del minore? Perchè le giustificazioni alla stepchild adoption non reggono

Adozione: il bimbo non lo vuole nessuno? Lo diamo a due gay! Logico.

Come si potrà tornare indietro?

Gender: un’accozzaglia di slogan che nascondono la negazione dei diritti e dell’autentica libertà(parte I) –  (diritto “ai” bambini o diritti “dei” bambini?”)

46. Il gioco delle tre carte: come i grandi pensatori abbagliano i lettori

Fotor_Collage Vassallo_Fotor

(Pubblicato in Notizie Pro Vita il 18 Maggio 2015)

.

Mossa n. 1: la fallacia dello spaventapasseri

Quello di Nicla Vassallo è un nome decisamente riconosciuto nel panorama filosofico italiano. Professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Genova, la Vassallo si è occupata con successo di filosofia analitica, filosofia della scienza, epistemologia e – come ogni professore oggi di moda – di gender studies.

Spiace ammetterlo, ma non sono affatto stupito che una pensatrice di questo calibro si approfitti del clima generale di incertezza – se non timore – che caratterizza il dibattito culturale sulle teorie del genere e sulle loro conseguenze applicative per pubblicare un lavoro a quanto pare pre-confezionato per la propaganda omosessualista, il cui titolo è già perfettamente indicativo: “Il matrimonio omosessuale è contro natura: falso!”.

Indicativo, sia chiaro, della disinvoltura con cui i teorici del gender utilizzano tutti gli artifici sofistici a loro disposizione per confondere i lettori e per disarmarne lo spirito critico.

In questo caso, per la precisione, siamo di fronte ad un evidente straw men argument, o argomento dello spaventapasseri, già conosciuto, tra l’altro, da Aristotele: “a volte poi, quando non si ha nulla con cui attaccare la tesi posta, bisogna rivolgere l’attacco a cose diverse da quella dichiarata, interpretandole come se fossero quella” (Confutazioni Sofistiche).
L’errore dello spaventapasseri viene commesso quando non si conosce l’autentica posizione del proprio interlocutore o se ne sostituisce una distorta, esagerata o scorretta. Questo genere di (pseudo) ragionamento ha la seguente forma:

  • La persona A ha la posizione X.
  • La persona B presenta la posizione Y (che è una versione distorta di X).
  • La persona B attacca la posizione Y.
  • Quindi X è falsa/scorretta/difettosa.

In questo caso è evidente: i critici del matrimonio “same sex” non sostengono affatto che il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia da rigettare in quanto “innaturale”. Non è questo il punto, come vedremo più avanti.

E l’errore non riguarda solo una (possibile) svista nel titolo del volume. Rileviamo che le cose stanno in questo modo partendo dalle stesse parole della Vassallo: “Contro natura: è uno degli scudi che si leva per opporsi all’introduzione del matrimonio omosessuale”. Prosegue poco più avanti la filosofa: “Non ci vuole molto per comprendere che l’affermazione ‘il matrimonio omosessuale è contro natura’ appartiene, oltre ai luoghi comuni, ai pregiudizi […]”.

Si tratta di una fallacia piuttosto evidente, dicevo, in quanto nessuno dei critici del matrimonio same-sex – almeno non che io sappia – fonda le sue ragioni su una premessa di questo tipo. E nemmeno, beninteso, sull’idea che l’omosessualità sia a-normale, non-normale, una malattia, immorale, etc. quanto piuttosto sulle logiche conseguenze che derivano da questa nuova idea di matrimonio che si va affermando, in base alla quale tutti possono sposarsi con tutti.

Detto apertamente: del fatto che alcune persone abbiano determinati gusti sessuali o esigenze psico-affettive, dal punto di vista collettivo (intendo giuridico) importa ben poco. Il discorso cambia invece quando si pretende una legittimazione socialmente riconosciuta di legami che portano con sé conseguenze tutt’altro che pacificamente accettabili, almeno per una società che voglia ancora basarsi sul diritto e sul reciproco rispetto, a partire dal rispetto dovuto ai diritti dei più piccoli.

Secondo questa nuova concezione, che si sta imponendo subdolamente nel nostro Paese, il matrimonio sarebbe fondato su una serie di luoghi comuni, quali per esempio la sacralità del rito, la complementarietà naturale tra maschio e femmina, la sua finalizzazione alla procreazione, e così via, in un miscuglio volutamente inestricabile in cui è difficile orientarsi e discutere le questioni con chiarezza, una alla volta. Pertanto, nell’era del progresso universale, in cui ogni realtà dev’essere sottoposta all’analisi decostruzionista (Derrida) per essere smantellata e lasciare così spazio alla libera creatività umana (Nietzsche), anche il matrimonio deve essere distrutto e poi ricostruito sulla base di nuovi valori: l’ipertrofia dei diritti dell’io, senza alcun dovere (né sul piano individuale né su quello sociale), l’esasperazione di un’affettività vaga (queer) e pervasiva in tutti gli ambiti (si pensi al mantra “love is love”, che ormai giustifica tutto ed il contrario di tutto, dalla volgarità dei gay pride alla deprivazione volontaria di esseri umani costruiti in laboratorio ed ottenuti nel quadro di un contratto privato ed il pagamento di somme (per ora) cospicue.

Ma la Vassallo si sbaglia, ed il trucco è presto spiegato.

Gli oppositori del “matrimonio per tutti”, come dicevo, non fondano affatto le loro ragioni sul piano che la studiosa vorrebbe farci credere. Non è il concetto di “naturale” che ci interessa, nonostante gli sforzi della Vassallo per portare il discorso su questo piano. Io credo che gli oppositori seri e ragionevoli del “matrimonio per tutti” conoscano la cosiddetta “legge di Hume” e la “fallacia naturalistica” (*). Io credo che gli oppositori del matrimonio same-sex conoscano anche il valore dell’evidenza e, soprattutto, che cosa indichi la pretesa di negarla come se niente fosse. A me sembra inoltre che ai critici del matrimonio same-sex interessino più che altro le conseguenze logiche che realisticamente si traggono da determinate premesse. E le conseguenze logiche – parlo solo di quelle più evidenti – del matrimonio tra coppie dello stesso sesso sono:

1) la possibilità di adozione, il che significa introduzione in coppie dello stesso sesso di bambini resi volontariamente orfani di padre o di madre, ancor prima della nascita;

2) la riduzione della persona da “soggetto di diritto” ad “oggetto di diritto” altrui: il bambino da detentore di alcuni diritti irrinunciabili (come recita anche l’art. 7 della Dichiarazione universale dei diritti del bambino: ogni bambino ha diritto ad avere un padre e una madre), diventa un prodotto fabbricato altrove, grazie ad una Tecnica che da strumento a servizio dell’uomo sta diventando sempre più il sostituto della coscienza morale collettiva;

3) la mercificazione della gestazione, oltre che della persona, dato il prevedibile impulso che verrà dato a quella pratica disumana che oggi viene ben definita con il termine “utero in affitto”.

4) l’impossibilità di tornare indietro: posto che si riconosca prima o poi l’ingiustizia del matrimonio ed adozioni per coppie dello stesso sesso, come si potrà fare marcia indietro? Ammesso che si prenda coscienza del danno inflitto al minore, come si potrà riparare? Togliendo il bambino alla coppia e sottoponendolo ad un ulteriore trauma? Lasciandolo lì dov’è nonostante si sia acclarato che si tratta di un’ingiustizia che lo pone in una situazione dannosa, che lede i diritti del bambino, oltre la sua dignità?

5) il grave danneggiamento di quelle coppie che si assumono la responsabilità socialmente condivisa di contribuire al progresso della società tramite la generazione naturale dei figli (infatti, a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Se si ammette che il matrimonio tra uomo e donna ha una funzione specifica per la società e che garantisce protezione alle future generazioni, allora non ha poi senso cercare di indebolirlo socialmente. Per esempio riducendo ancora i sussidi sociali che già sono al minimo storico. Se con questa operazione di alchimia sociale tutti potranno sposarsi con tutti, è lecito infatti supporre che  avremo un vistoso aumento delle “famiglie”, variamente composte, che chiederanno aiuto allo Stato. Ma data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20, etc). Inoltre spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figuriamoci se mancheranno i falsi omosessuali. Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perché trattasi solo di coppie normali: non è discriminazione, è puro buonsenso).

6) il voler infliggere una ferita tanto profonda quanto ingiustificata sotto il profilo psicologico, oltre che umano ai bambini che si vedranno deprivati, durante tutto l’arco del loro sviluppo, della figura genitoriale del padre o di quello della madre.

7) l’impossibilità (una volta destituito di fondamento il matrimonio tra uomo e donna riconosciuto come legame socialmente condiviso per la generazione umana) di spiegare le ragioni per cui non si possano sposare: a) amici; b) più di due conviventi: tre, quattro, cinque, fino ai “diciotto genitori” che Giuseppina La Delfa aveva profetizzato; c) persone legate da parentela di sangue; etc.

Come tutti sanno e come l’evidenza insegna, il gioco delle tre carte si basa su un trucco, su un movimento rapido che distrae l’osservatore e lo porta a credere ciò che non è.

Proprio come in questo caso.

E basta davvero poco per rendersene conto.

Alessandro Benigni

.

_____________________

(*) Secondo la legge di Hume (o meglio di Moore) bisogna distinguere tra «ciò che è» e «ciò che deve essere», separando logicamente le affermazioni descrittive (ciò che una cosa è) da quelle prescrittive (ciò che deve essere). La fallacia naturalistica – collegata alla legge di Hume – scaturisce dal pretendere che una determinata cosa debba essere in un certo modo poiché così la si osserva in natura.

 .

.

Approfondimenti:

  1. Matrimonio di persone dello stesso sesso: perché no, senza discriminare
  2. Pillole di Epistemologia per contrastare l’ideologia gender
  3. Gender: un’accozzaglia di slogan che nascondono la negazione dei diritti e dell’autentica libertà(parte I) –  (diritto “ai” bambini o diritti “dei” bambini?”)
  4. Gender: un’accozzaglia di slogan che nascondono la negazione dei diritti e dell’autentica libertà(parte II) – (diritto “ai” bambini o diritti “dei” bambini?”)
  5. “Diritti” LGBT, diritti dei bambini e diritti umani
  6. I bambini hanno diritto a un padre e una madre, a una famiglia vera
  7. Omosessualismo e “fatto naturale”
  8. E’ omofobia difendere i diritti dei bambini?
  9. Omofobia o genofobia?
  10. L’inconsistente pseudo-argomento degli orfanotrofi…
  11. Matrimonio, sterilità, omosessualità
  12. Il matrimonio non è per tutti
  13. Lo pesudo-argomento dei “genitori single” e delle “100mila coppie gay con figli”
  14. Famiglia “omogenitoriale” (o “omoparentale”) da tutelare?
  15. L’ideologia gender: origini filosofiche e contraddizioni
  16. “Famiglia” arcobaleno: ai bambini fa bene?

Altre riflessioni sul tema: https://ontologismi.wordpress.com/about/