Contro il naturalismo riduzionista

 

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Le scienze naturali, dalle quali ormai anche la Psicologia sembra pienamente assorbita, proseguono indisturbate nella loro avanzata. Inarrestabili, nel delirio collettivo, si fanno portatrici di principi e di regole. O meglio: sono utilizzate con questo scopo (extra-scientifico). Le scienze sono, e da un pezzo, alla conquista di un territorio lasciato indifeso, che una volta era della Religione e della Filosofia. Il territorio che sta in mezzo ai confini dell’Etica.

In un mondo in cui tutto è andato in frantumi, l’apparente solidità del naturalismo scientifico ha trovato un terreno quasi completamente sgombro da ogni difesa. E così, nella distrazione generale, quasi nessuno sembra essersi accorto che questa ondata planetaria di scientismo positivista è in realtà uno strumento ideologico nelle mani dell’Impero.

La Tecnica, il Mercato: sono questi gli “dèi” che dominano oggi, per conto dell’Impero.

E la scienza è sempre stata dipendente da entrambi e da molti altri “dèi”: sia chiaro.
Ma dalla Tecnica e dal Mercato più di tutti e fin dal suo apparire come scienza galileiana, dal tramonto del Rinascimento.

Oggigiorno questo processo è massimamente evidente nella dipendenza cronica, nella quasi totale mancanza di libertà, dei centri di ricerca. Nati in apparente opposizione all’Impero, ne sono subito stati assorbiti.

Tutto, oggi più che mai, dipende dagli sponsor, dai finanziamenti, dalle amicizie potenti, dagli appalti, dalla grana sottobanco, dall’appoggio politico. Tutto dipende dall’Impero, attraverso Tecnica e Mercato.

Le Università stesse, “dipendono”.

Ora, la naturalizzazione è *l’oggettivazione* più brutale che si sia mai vista, la riduzione ad oggetti più spaventosa, in atto ora, mentre noi siamo qui tranquilli a decidere dove fare l’aperitivo stasera. Non piovono bombe dal cielo: eppure sta succedendo.

Il passo finale di questo processo consiste nel ridurre le persone a cose, a tutti gli effetti, dopo averle de-gradate ad animali e ad averle spogliate del loro posto unico e sovrano, nel mondo naturale.

Finché il principio nichilista di questa operazione e della sua destinazione non sarà sufficientemente portato ad evidenza, le persone continueranno a non capire o peggio a considerare quello che accade per il verso contrario. In un tremendo abbaglio: illudendosi che di progresso si tratti, quando invece è nient’altro che riduzione in schiavitù. Il delirio collettivo amplificato da una volontà di potenza silente ma ipertrofica, farà il resto.

Ai più resterà del tutto impossibile scorgere la progressiva deprivazione in atto, in ragione del fatto che è fuori misura: troppo lenta e troppo veloce insieme per essere colta come un evento tra gli altri. Resterà quindi impossibile scorgere con chiarezza la destinazione verso la quale siamo indirizzati. A forza e con una violenza inaudita: anche se è tutto trasparente e molto ben mimetizzato.

Che cosa dobbiamo intendere per “naturalizzazione”? Badate bene: è questo il termine-chiave, la stella polare per orientarsi. La naturalizzazione consiste nel ridurre l’uomo ad una sola delle sue dimensioni, e precisamente alla mera dimensione fisiologica. Materiale.

L’uomo dev’essere dominato: un Signore si ribellerà, ma un signore convinto di essere servo non opporrà resistenza.

Per questo, l’uomo dev’essere gradualmente portato a sentirsi parte del mondo naturale, in tutto e per tutto soggetto alla sua dimensione psico-fisica. Dopo di che, la degradazione potrà essere completa.

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Alessandro Benigni, Note minime, Novembre 2016

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Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 2: L’influenza di Schopenhauer, La decadenza della cultura greca: il linguaggio, il concetto di vero e falso, l’influenza di Socrate, Il venire in primo piano della coscienza, Su verità e menzogna nel senso extra-morale, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)

Su verità

Capitoli precedenti:

Capitolo 1. Introduzione al pensiero di Nietzsche (La filosofia della maschera e lo stile di Nietzsche, Le fasi del pensiero di Nietzsche, La metafisica dell’artista, La nascita della tragedia: apollineo e dionisiaco)

Alessandro Benigni

(il testo completo è disponibile su Amazon, in formato eBook a 2,99 euro)

L’influenza di Schopenhauer

Si fa via via sempre più evidente l’influenza di Schopenhauer, soprattutto nell’accettazione e nell’adozione della metafisica estetica. Si tratta di “metafisica” perché ora Nietzsche distingue l’apparire dall’essenza della realtà: l’apparire è il mondo, il mondo delle illusioni, e dietro alle illusioni si nasconde l’essenza della realtà, essenza che solo l’arte è in grado di cogliere (per questo si tratta di una metafisica “estetica”). In corrispondenza con i due principi originari che Nietzsche ha individuato abbiamo allora due tipi di arte: 1) l’arte apollinea: l’arte della forma e delle cose individuate, per esempio la pittura e la scultura; 2) l’arte dionisiaca, che va a cogliere l’essenza della realtà, che è la volontà (specialmente nella dimensione tragica della musica). È da Schopenhauer che Nietzsche assimila l’immagine di un mondo governato dalla Volontà, una forza cieca ed irrazionale che genera un dolore universale: rispetto ad essa la vita umana è priva di senso e rappresenta un’ombra il cui fine è la morte. La realtà avrebbe insomma un’essenza che sembra corrispondere al dionisiaco, e questa essenza sarebbe a sua volta descrivibile in termini di volontà, della quale il mondo è la manifestazione. Nietzsche rifiuta però il versante pessimistico della filosofia di Schopenhauer: per lo scrittore del Mondo come Volontà e Rappresentazione, infatti, l’essenza della realtà è costituita dalla Volontà (non quella singolare, di ogni individuo, ma quella generale, Universale). Questa volontà si mostra poi negli esseri particolari, ed incarnandosi prende forma, individualità. Questa volontà ci domina e non lascia spazio alla nostra libertà: ecco perché la concezione di Schopenhauer è fondamentalmente pessimista. Questo pessimismo non è però condiviso da Nietzsche, tanto che alla noluntas di Schopenhauer il Filosofo dello Zarathustra oppone un principio del tutto opposto: una coraggiosa ed eroica accettazione del dolore e dell’insensatezza della vita umana, così come testimoniato proprio dagli Eroi della tragedia greca (così come indicherà in seguito nel concetto di amor fati). Tale opposizione sarà maggiormente evidente nell’ultima fase del suo pensiero: la rinuncia ad ogni soluzione consolatoria, sia essa di ordine metafisico che religioso, conduce all’accettazione perfino entusiastica dell’irrazionalità dell’esistenza, all’amore del tragico e del dolore che la vita e il destino portano in serbo, all’amore, in definitiva, per la vita stessa. Nietzsche ci dirà allora che la realtà è Volontà di potenza (realtà creatrice che spinge l’uomo ad agire e non lo distoglie dalla vita).

Il filosofo di Röcken accetta dunque – in questa prima fase del suo pensiero – la posizione metafisica di Schopenhauer e solo in seguito essa verrà abbandonata: accetta quindi la divisione tra l’apparire e la realtà che sta dietro l’apparire (riemerge così la distinzione tra cattiva e buona maschera).

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La decadenza della cultura greca: il linguaggio, il concetto di vero e falso, l’influenza di Socrate

Una delle tesi fondamentali de La nascita della tragedia è che la tragedia attica – nel suo momento di massimo splendore – nasce dallo spirito della musica, ed in particolare dal coro. La musica, meglio di qualsiasi altra espressione artistica, a causa della sua tragicità naturale, riesce a liberare il dionisiaco e a penetrare la vera realtà. Eschilo e Sofocle, lasciando lo spazio opportuno al dispiegarsi dell’elemento musicale, portano la poesia tragica al suo massimo splendore. Con Euripide e con la preminenza dell’elemento dialettico ha invece inizio il periodo di decadenza. Coerentemente, Nietzsche conclude che la tragedia comincia la sua decadenza nel momento in cui l’uomo cerca di fuggire dal dionisiaco, dalla tragicità e dalla non-misura della realtà. Mentre nel momento di massima elevazione nella tragedia avviene la liberazione del dionisiaco nell’apollineo, nella fase di decadenza si assiste invece alla liberazione dal dionisiaco. Ma qual è la radice di questo regresso? Per il filosofo di Röcken questo disfacimento è determinato soprattutto dalla distinzione tra vero e falso, distinzione collegata da una parte alla intersoggettività e dall’altra al potere, dimensioni caratteristiche di ogni società umana. Vero e falso sono il frutto di convenzioni linguistiche, tutt’altro che disinteressate.

In questo modo Nietzsche presenta gradualmente la sua riflessione sulla natura del linguaggio. Esso è prima di tutto una creazione della società umana ed è funzionale ad essa: se in una società qualsiasi venisse meno il linguaggio, essa si smantellerebbe. Inoltre, una società non è sicura finché la distinzione tra vero e falso non è ben fissata. Si assiste così ad un ritorno alla cattiva maschera: il fine del linguaggio è dare sicurezza, evitare gli equivoci che possono turbare la società. Conseguentemente, Nietzsche afferma che la radice del decadimento, di ogni decadimento, è anzitutto la fede ipertrofica nella distinzione tra vero e falso. Rivediamo i passaggi della sua argomentazione: ogni società crea un suo linguaggio per esprimere i concetti. Il linguaggio svolge una funzione rassicurante: possiamo comunicare solo se usiamo lo stesso linguaggio. Solo se usiamo lo stesso linguaggio possiamo metterci d’accordo sul vero e sul falso: concetti senza i quali è impossibile costruire un ordinamento sociale che fondi una convivenza pacifica, la garantisca e ne salvaguardi anche la sicurezza ed il funzionamento. Ma il compito di dare sicurezza è, come si è visto prima, caratteristico della maschera cattiva, quella apollinea. Il linguaggio non è solo una convenzione: esso rafforza un’organizzazione gerarchica, uno strumento di dominio che nasce dall’organizzazione stessa del linguaggio. La decadenza deriva allora anche dal fatto che l’uomo si fida del linguaggio e delle distinzioni tra vero e falso prodotte dalla lingua: si crede come vero ciò che è dato per convenzione.

Ma com’è possibile che la decadenza della società vada a contagiare la tragedia? Il portatore del virus è Euripide, ma non ha fatto tutto da solo. L’altro responsabile è Socrate: anzi, la sua influenza è per Nietzsche il principale colpevole del decadimento della tragedia. Occorre anche qui seguire l’argomentazione di Nietzsche passo dopo passo: prima di tutto Socrate sostiene che virtù è sapere: pone quindi a fondamento della sua dottrina proprio i due concetti di vero e falso. Le distinzioni vero e falso hanno per Socrate carattere di universalità ed immobilità. Euripide assorbe questa posizione e la trasmette all’opera d’arte tragica; nella sua tragedia viene quindi ripresa la maschera cattiva, nella misura in cui la sua tragedia glorifica il mondo del quotidiano ed abbandona il vissuto dionisiaco che si riferisce invece all’essenza tragica della vita e ad un mondo nascosto, angosciante, nient’affatto rassicurante. Con Euripide si assiste ad un vero e proprio capovolgimento: egli fa dello spettatore comune il protagonista della tragedia. Gli attori delle sue tragedie sono personaggi mediocri, meschini, non possiedono più la grandezza di Edipo e Prometeo. In loro non c’è nulla di tragico. Per opera di Euripide l’uomo della vita quotidiana si spinge fin sulla scena della tragedia, snaturandola, tanto che alla fine lo spettatore comune si riconosceva perfettamente nella scena euripidea e si rallegrava di essere come l’attore protagonista. Socrate è però il vero responsabile della morte della tragedia ed Euripide, sulla sua scia, propone come eroe non colui che libera il dionisiaco, ma l’uomo apollineo, l’uomo comune, che ha bisogno di rassicurazioni: così mette in scena una tragedia realistica, che glorifica ed esalta il quotidiano. Euripide fa dell’uomo comune il primo attore: l’uomo che vuole anzitutto sicurezza, sapere quindi che cosa è vero e che cosa è falso. Un uomo modesto, non certo capace di rompere le strutture dell’apollineo. Ecco il vero punto di decadenza della tragedia di Euripide rispetto alla tragedia attica precedente: nella tragedia di Euripide compare sulla scena una razionalità che vuole “spiegare” (ed in questo modo scompare la tensione tragica del dionisiaco). Il prologo – un momento preliminare nel quale gli spettatori vengono introdotti alla scena mediante un riassunto degli antefatti – serve appunto a mantenere il filo logico del discorso. Siamo evidentemente ben lontani dall’ispirazione dionisiaca, che non si cura di spiegazioni razionali, ma si concentra sulla tragicità e sul pathos. La tragedia di Euripide si conclude infine secondo le aspettative dell’uomo comune: c’è sempre un lieto fine, l’eroe trionfa sull’ingiustizia e lo spettatore se ne torna a casa soddisfatto e tranquillo, perché convinto che nel mondo regni la giustizia e la misura (ancora una volta: espressione dell’apollineo). Lo spettatore torna alla sua vita quotidiana senza turbamenti, senza paure di imprevisti, senza l’angoscia che la vita possa essere anche ingiusta.

Ma, ancora più a fondo, da dove nasce questa decadenza della tragedia (causata dal fatto che l’apollineo prevale sul dionisiaco, che la vita viene presentata come misura e razionalità, e l’imprevisto, la dismisura, il dolore e l’ingiustizia, delle quali il dionisiaco è simbolo – e che non mancano in Eschilo e Sofocle – vengono nascoste e tolte di scena)? Per Nietzsche la causa di questo regresso è prima di tutto la rinata convinzione che la realtà può essere corretta nei suoi difetti, nelle manifestazioni o negli eventi che non corrispondono alle nostre aspettative. Siamo evidentemente in una visione che ha completamente estromesso la dimensione dionisiaca, dimensione nella quale il concetto di correzione non poteva d’altronde entrare. Ecco allora perché per Nietzsche la tragedia euripidea era dominata da un egoismo superiore: essa era dominata dal desiderio di dominio sul mondo.

Il venire in primo piano della coscienza

Un ulteriore elemento che caratterizza la cattiva maschera della tragedia euripidea è – sempre sotto l’influsso di Socrate – il venire in primo piano della coscienza. Nietzsche osserva prima di tutto che la coscienza è sempre stata considerata come la suprema istanza della personalità, contrapposta alla sfera degli istinti. Nella sua lettura, Socrate preferisce ad ogni forma di cognizione istintiva, sia pure utile ed efficace, il non sapere. Socrate si mette a confronto con dei personaggi che hanno successo nelle loro rispettive professioni (ma non hanno una conoscenza chiara della tecnica che adoperano per produrre: producono quindi per istinto). In una situazione come questa, dove domina l’efficacia sul sapere, Socrate preferisce la coscienza di non-sapere, pensando che questo non-sapere sia più onesto, più degno per l’uomo, e potrà essere premiato in futuro, allargandosi progressivamente in modo da arrivare ad una conoscenza universale che sia più soddisfacente.

Su verità e menzogna nel senso extra-morale

Le opere immediatamente seguenti a La nascita della Tragedia proseguono lo sviluppo di queste tematiche. In particolare lo scritto Su verità e menzogna nel senso extra-morale ribadisce, approfondendola, una delle tesi di fondo de La nascita della tragedia: la verità è un prodotto del linguaggio, non ha una sua consistenza indipendente. Il titolo dell’opera è esemplificativo dell’argomento proposto da Nietzsche: verità e menzogna non significano qui un comportamento volontario e cosciente dell’uomo, non si tratta per ora di un problema morale. Verità e menzogna in senso morale si determinano solo nell’interpretazione del mondo da parte dell’intelletto umano. Se la lingua è una convenzione, che sorge quando la guerra naturale di tutti contro tutti porta a un trattato di pace, ad essa si deve ricondurre il processo di denominazione delle cose, la nascita delle parole che indicano gli enti. C’è qui la verità? Nietzsche lo nega: l’origine della lingua non è in nessun caso un processo onto-logico. “Tutto il materiale col quale più tardi l’uomo della verità, il ricercatore, il filosofo, lavora e costruisce, deriva se non da una nefelococcigia, certo però non dall’essenza delle cose”, scrive Nietzsche. Le verità sono dunque illusioni, di cui si è dimenticata la natura di illusioni. Verità e falsità sono i termini cristallizzati di opposizioni che si danno solo all’interno di una ragione codificata e storicamente determinata, frutto di un processo evolutivo le cui origini non vanno dimenticate. La volontà di verità logica, secondo la concezione nietzscheana, è soltanto il residuo inaridito di un contrasto originario, artistico, cioè espresso in forma sensibile, dell’uomo col mondo sensibile. Nietzsche si risolve anche qui contro l’uomo “teoretico” e a favore dell’artista. Lo scienziato si muove in concetti astratti ed artificiali, senza più ricordare che i concetti sono soltanto metafore, storicamente determinate e dipendenti dal linguaggio in uso: vuote e prive di senso. L’arte gli sembra ancora il vero organo della filosofia, perché sa cogliere il principio stesso dell’essere, mette in comunicazione diretta l’uomo con il tutto cosmico. Così si pronuncia Nietzsche in questo scritto:

“Che cos’è dunque la verità? Un esercito mobile di metafore […] che per lunga consuetudine sembrano a un popolo salde, canoniche, vincolanti: le verità sono illusioni, delle quali si è dimenticato che non sono appunto che illusioni, metafore che si sono consumate e che hanno perduto di forza, monete che hanno perduto la loro immagine e che quindi vengono prese in considerazione come metallo, non più come monete” (Su verità e menzogna in senso extra-morale)

Sull’utilità e il danno della storia per la vita

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In questi scritti è presente – in forma implicita – la critica allo storicismo, strettamente legata al precedente discorso sul nesso tra attività metaforica del linguaggio e verità. Nella Seconda inattuale, del 1873, Nietzsche si scaglia ancora una volta contro il razionalismo socratico sotto due nuovi punti di vista: la critica alla concezione hegeliana e alla concezione positivista della storia. Per Hegel, come è noto, l’individuo rappresenta solo una momentanea manifestazione dell’Idea. Egli risulta quindi completamente assorbito in un processo di svolgimento dello Spirito Assoluto che è infinitamente più grande di lui. D’altra parte questo processo è volto alla realizzazione del Razionale, dunque l’individuo in sé, pur contando poco, si iscrive pienamente in questo processo, in un modo o nell’altro. D’altra parte il Positivismo guardava con altrettanto ottimismo ai progressi delle scienze e ridisegnava la storia come storia delle conquiste positive dell’umanità: un cammino determinato da una inarrestabile dalla dialettica degli stadi.

Ma per Nietzsche entrambe queste visioni della storia sono profondamente malate. L’ipertrofia storica, per cui la vita viene valutata in base a questa visione della storia, costituisce infatti una vera e propria malattia. La malattia storica, come aveva già anticipato La nascita della tragedia, viene inoculata dal primo grande malato, che è Socrate. Per il difensore della razionalità, infatti, la storia è lo sviluppo della ragione e in ogni livello della realtà si può trovare un seme di razionalità. Il principio di causa, in questa concezione, è di massima importanza: tramite questo principio la storia si manifesta come un’infinita rete di rapporti di causa-effetto e ogni individuo si trova collocato (prigioniero) di tale struttura. In questa Seconda inattuale il Filosofo scrive appunto che

“Inattuale è questa considerazione perché cerco qui di intendere come danno, colpa e difetto dell’epoca qualcosa di cui l’epoca va a buon diritto fiera, la sua formazione storica”. (Sull’utilità e il danno della storia per la vita).

L’Ottocento soffre di una vera e propria malattia storica i cui sintomi Nietzsche ravvisa nell’eccessivo legame con il passato: legame che – in un modo o nell’altro – paralizza la libera creatività dell’individuo, ostacola la Volontà di potenza. Il criterio di valutazione di questa malattia è dato ancora una volta dalla filosofia della vita di Nietzsche: l’atteggiamento storicistico favorisce ed incrementa oppure blocca ed atrofizza la vita e la libertà d’azione del singolo? La storia – è questo l’argomento di Nietzsche – deve servire alla vita e non viceversa. L’eccesso di senso storico è un altro sintomo di decadenza: in questo modo gli uomini finiscono col rifugiarsi nel passato e nel perdere di vista la dimensione più autentica, che è invece quella da realizzare, quella futura. Nietzsche distingue così tre modi fondamentali di porsi in rapporto con la storia: la storiografia monumentale, la storiografia antiquaria e la storiografia critica. Nell’approccio della storia monumentale l’uomo guarda al passato per individuare le guide per il presente, alla ricerca dei grandi personaggi storici. Se da una parte così si può vedere che la grandezza dell’uomo sarà ancora possibile (in quanto si è già manifestata in passato) dall’altra c’è il rischio che l’eccessiva ammirazione del passato costituisca un blocco per la creatività del presente, soprattutto se si finisce col credere che i modelli della storia siano irraggiungibili. La storiografia antiquaria appartiene invece al modello conservatore: il passato è il momento migliore dell’umanità, e come tale deve essere conservato e tutelato. Da qui una specie di perversione che Nietzsche chiama “furia collezionistica”. Si ripete in questo modo il rischio della storia monumentale: la paralisi della creatività, il blocco della Volontà di potenza. La storia critica, infine, è propria dell’uomo che riesce a dimenticare il passato per porre nuovi valori, per garantire la libertà alla propria esistenza. Per ogni agire è necessario l’oblio, scriveva Nietzsche. In questo approccio è il presente il criterio per giudicare il passato, e non più viceversa.

(tratto da Alessandro Benigni, L’Annuncio di Zarathustra, Boopen, Napoli, 2007)

Coscienza

Quando ti confessi e non hai più cose pesanti come macigni da mettergli di fronte. Quando hai l’impressione che tutto sommato non hai più ucciso nessuno, nemmeno te stesso.
Quando ci devi pensare su con pazienza.
Quando hai bisogno di andarci per assaporare il gusto della Misericordia.
È allora che comincia a svelarsi la natura profonda del peccato: e che sia originale, anzi originario, sembra meno difficile da capire.
Senza la coscienza di ciò che sono, resto solo – e solo un povero illuso: passeggio allegramente bendato, illudendomi che non ci siano precipizi.
Finchè non ci cado dentro.

Note minine, Estate 2015.

Alessandro Benigni