Instabilità famigliare: gli effetti sui bambini

imagesInstabilità familiare è un male per i bambini. Questa generalizzazione non si applica a tutti i casi-bambini trarranno certamente beneficio quando la madre calcia fuori un marito violento, per esempio, ma in altri casi non ci sono molte discussioni da fare. I ricercatori stanno ancora scavando nello specifico per evitare ogni generalizzazione, tuttavia, i primi […]

Instabilità familiare è un male per i bambini. Questa generalizzazione non si applica a tutti i casi-bambini trarranno certamente beneficio quando la madre calcia fuori un marito violento, per esempio, ma in altri casi non ci sono molte discussioni da fare.

I ricercatori stanno ancora scavando nello specifico per evitare ogni generalizzazione, tuttavia, i primi fatti ricontrati lasciano pochi dubbi. La ricerca si sta affinando per valutare quali misure e in che misura l’instabilità familiare danneggi i figli? Ci sono differenze di genere e di etnia / razza nel modo in cui i bambini sono colpiti? In che modo l’impatto dell’instabilità famiglia si può paragonare con quella di altri svantaggi per l’infanzia, come la povertà?

I sociologi Dohoon Lee della New York University e Sara McLanahan della Princeton University hanno indagato su queste domande in un recente articolo American Sociological Review. Hanno analizzato i dati longitudinali (alla luce di nove anni) su circa tremila bambini dalle famiglie fragili per un studio sul Benessere dei Bambini secondo la valutazione dei bambini a 3, 5 e 9 anni con le categorie:

a) risultato cognitivo, come misurato dal vocabolario dei bambini;
b) esternalizzazione dei comportamenti problematici;
c) interiorizzare comportamenti problematici, stati ansiosi dei bambini, la depressione e il comportamento ritirato madri;
i) particolarmente interessante sono stati i confronti dei due studiosi (Lee e McLanahan) realizzati tra gli effetti di instabilità familiare, l’educazione materna più bassa e la povertà.

Per esempio, nel caso di sviluppo cognitivo dei bambini, status socio-economico dei genitori è nettamente più importante della struttura familiare instabilità. Per lo sviluppo socioemotivo, però, la storia è diversa. La famiglia instabile ha un effetto maggiore sul comportamento di esternalizzazione dei bambini di quanto non venga causato dall’istruzione materna o dallo stato di povertà e gli stessi effetti problematici si hanno nel comportamento interiorizzato dei bambini. Questi risultati sono coerenti con una crescente mole di ricerche che stanno verificando come la instabilità della struttura famigliare penalizzi il successo futuro dei bambini principalmente riducendo le loro capacità socio-emotive e di salute mentale.

Naturalmente, questi risultati rappresentano una media dei migliaia di bambini studiati. Quando i ricercatori hanno valutato i risultati in base al sesso e alla razza, non si è rivelata una discrepanza significativa. “L’uscita di un genitore dalla famiglia ha un grande effetto negativo sul risultato ‘cognitivo” sia di ragazzi che ragazze. Anche se le transizioni familiari sembravano abbassare il comportamento interiorizzazione delle ragazze, una constatazione che Lee e McLanahan interpretano con cautela (“è possibile che le conseguenze negative di instabilità familiare non compaiono tra le ragazze fino a quando raggiungono l’adolescenza”).

Siamo sicuri che investire sulla stabilità famigliare, invece di spendersi per accelerare divorzi rapidi e nuove forme di convivenze, sia la scelta giusta per un Paese come il nostro? O forse le priorità non si devono valutare rispettando la realtà e i segni che essa ci presenta? Esiste una emergenza educativa nel Paese, i dati del diffuso e alcolismo tra i bambini ce lo ha presentato plasticamente nelle scorse settimane. Forse è arrivato il momento di prenderne atto ed agire di conseguenza, una responsabilità che interpella ogni singolo padre e madre di famiglia ma anche la politica e la società nel suo complesso. Vogliamo favorire la crescita di buoni cittadini di domani oppure, nascondere la testa sotto la sabbia sino alle prossime notizie dei TG?

Fonte: http://www.matchman-news.com/instabilita-famigliare-gli-effetti-sui-bambini/

Un po’ di onestà intellettuale

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Mi piacerebbe vedere un po’ di onestà intellettuale. E morale. Mi piacerebbe vedere uno solo di quelli che sostengono che il bambino non ha più il diritto naturale ad avere un padre e una madre o che madri e padri non servono ai bambini. Mi piacerebbe vederne solo uno andare a dirglielo in faccia, alla propria madre: “Hey, mamma, sai una cosa? Tu – come donna, come madre – sei stata inutile. Ci fosse stato un uomo al posto tuo, insieme a papà, sarebbe stato lo stesso”. Come mi piacerebbe. Solo per constatare ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – a quale livello di dis-umanità ci stiamo calando. A tarallucci e vino, fischiettando “perché no?”, belli sorridenti, come nelle foto dove i bambini deprivati dei genitori per accontentare le psicosi di qualche omosessuale appaiono sereni e tranquilli. Fino a quando non ne chiederanno conto. Non ai loro “genitori”: capiranno prestissimo che accecati dal dolore non hanno visto cosa stavano facendo. Lo chiederanno a noi. Ci diranno: “Voi eravate lì, potevate fare qualcosa: perché vi siete voltati dall’altra parte?”.

Alessandro Benigni, Note Minime, 2014

Il bisogno di avere una madre e un padre

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La presenza dei genitori svolge un ruolo basilare nello sviluppo psicosociale. Fonda l’identità della persona e promuove la costruzione dei legami. La coppia coniugale è portatrice di cura, protezione e affetto (funzione materna) e, allo stesso tempo, di giustizia ed equità (funzione paterna). Il loro connubio permette una cura responsabile.

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[di Rosa Rosnati e Raffaella Iafrate (docenti di Psicologia dell’adozione, dell’affido e dell’enrichment familiare, Università Cattolica di Milano)]

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Il fatto che un bambino per crescere abbia bisogno di un papà e di una mamma sembrava fino a non molto tempo fa qualcosa di scontato e condiviso da tutti: ora sembra non essere più così, o almeno non è più così per molti. L’incremento dell’instabilità coniugale, la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono seriamente in discussione tale affermazione.

Cercheremo, dunque, di analizzare in breve se vi sia un fondamento psicologico al bisogno di padre e di madre per ogni essere umano, per arrivare poi a fare qualche cenno alle conseguenze dovute all’assenza o inadeguatezza delle figure genitoriali nello sviluppo psicologico del figlio e alla necessità di eventuali figure genitoriali sostitutive.

Codice affettivo ed etico
Se da decenni la letteratura psicologica ha ampiamente sottolineato l’importanza del legame di attaccamento con la madre quale fondamento del benessere psichico del figlio, gli studi più recenti hanno evidenziato anche l’importanza della funzione paterna man mano che il figlio o la figlia crescono, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Possiamo dire, in altre parole, che la genitorialità si esplica nella cura responsabile nei confronti del figlio che coniuga sia aspetti di cura, protezione, affetto e speranza, tipici della funzione materna (il matris-munus), sia l’aspetto della norma, del senso di giustizia e di equità riferibile alla funzione paterna (il patris-munus).

A questo secondo aspetto è connesso il compito di orientamento dei figli, cioè l’offrire loro una sorta di “bussola” interiore, un insieme di criteri, che comunemente chiamiamo valori, cui essi possono riferirsi nelle situazioni della vita e su cui sono chiamati a operare una scelta, una volta divenuti adulti (Scabini, lafrate, 2003).

Dunque, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un codice affettivo materno e di un codice etico paterno è fondamentale per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale (Scabini, Cigoli, 2000) : pertanto, madre e padre giocano ruoli e funzioni diverse e complementari nella crescita dei figli, pur modificandosi nel tempo a seconda dell’età dei figli (lafrate, Rosnati, 2007). La cura responsabile è in tutti i casi compito congiunto della coppia genitoriale: nella società contemporanea la divisione dei ruoli genitoriali è molto meno rigida rispetto al passato e la funzione paterna e materna risultano svolte oggi, con modulazioni diverse, da entrambi i membri della coppia genitoriale.

Le funzioni materna e paterna sono infatti per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano anche alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (es.: aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove la presa di distanza dai modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers).

Di fatto, nell’attuale contesto socioculturale, vengono maggiormente enfatizzati gli aspetti affettivi e di accudimento, mentre la funzione etico-normativa è lasciata più sullo sfondo. È tuttavia essenziale, oggi come ieri, che nella coppia siano presenti entrambe le risorse della cura (l’affetto e la norma) poiché l’impoverimento dell’uno o dell’altra portano inevitabilmente a situazioni problematiche, e in certi casi gravemente disfunzionali, per il figlio. Dunque le funzioni materna e paterna si radicano certamente alla persona del padre e della madre, ma al tempo stesso le trascendono.

Solo l’amore può bastare?Facendo leva proprio su questo aspetto, molti traggono la conclusione che ciò che è davvero importante sia la qualità delle relazioni familiari, indipendentemente dal fatto che vi siano un padre e una madre: crescere in un ambiente sereno, privo di conflittualità e improntato al dialogo e al rispetto sembra, agli occhi di molti, essere più decisivo rispetto alla presenza concreta di un padre e di una madre. D’altra parte, la realtà ci insegna che è effettivamente possibile crescere anche senza un genitore: l’esperienza di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, può testimoniare che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza – che va comunque affrontata ed elaborata — i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre.

In questi casi un ruolo assai importante può essere ricoperto anche da altre figure di riferimento, quali nonni, amici, educatori e reti di sostegno esterne, dato che l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso anche con altri che non siano l’altro genitore. Ma davvero queste osservazioni bastano a scardinare la convinzione dell’importanza per un figlio di poter essere cresciuto da un padre e da una madre? È proprio vero che “tanto quello che conta è l’amore” (Cigoli, Scabini, 2013)?

In realtà, e soprattutto se ci mettiamo dal punto di vista del figlio, dobbiamo riconoscere la “necessità” per ogni essere umano di un paterno e di un materno o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”. Se c’è infatti un dato indiscutibile su cui non si può obiettare, è che per nascere, “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”.
Assistiamo nella odierna cultura occidentale alla compresenza di due opposte estremizzazioni: 1) da una parte la tendenza a ridurre lo psichico al biologico: ne è prova il tentativo di ricondurre al dato biologico e genetico la causa di tutte le patologie psichiche; 2) dall’altra, si assiste al diffondersi dell’estremo opposto, ovvero una netta distinzione, fino alla separazione e al totale scollamento dello psichico dal biologico, come se il primo non “abitasse” in un corpo sessuato e geneticamente conformato. Di fatto operare una detta scissione tra il dato biologico e la dimensione psichica è del tutto fuorviante.

Nella realtà sono dimensioni inestricabilmente connesse: detto in altre parole, l’essere umano è un tutt’uno composto di mente e di corpo strettamente connessi tra loro. La differenza di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: il figlio è sempre generato da due e da due “diversi”, potremmo dire da una corposa presenza di un maschio e una femmina, che sono il padre e la madre e che portano con sé due stirpi familiari, due storie inter-generazionali e sociali, e di tutto ciò ha costante bisogno nella sua crescita.

Pertanto il figlio, nel tempo per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato. Non c’è identità senza un’origine. In altre parole non riusciamo a rispondere esaurientemente alla domanda “chi sono io?” senza far riferimento alla nostra origine, ossia al padre e alla madre che ci hanno generato. D’altra parte, dal punto di vista biologico, è stato calcolato che un bambino è la combinazione dei geni di 240 persone, otto generazioni, cioè circa due secoli! E questa componente genetica viene immediatamente “catturata” nella dimensione psicologica e a essa vengono attribuiti una serie di significati che vanno a strutturare le vita psichica.

Un valido punto di osservazione di tutto ciò è il tema della somiglianza: fin dalla nascita, agli aspetti di somiglianza viene immediatamente attribuito un particolare significato di appartenenza del figlio alle stirpi familiari. Alcune ricerche hanno evidenziato come la madre e i familiari attribuiscano più frequentemente la somiglianza del nuovo nato “al padre”: si potrebbe cogliere in questo un movimento, spesso inconsapevole, della famiglia estesa per chiamare il padre e per coinvolgerlo nel legame con il figlio (Greco, 1997).

L’attribuzione di somiglianza non è pregnante solo nella fase immediatamente successiva alla nascita, ma evolve nel tempo e trascende l’aspetto fisico per abbracciare tratti della personalità del figlio che richiamano spesso persone della parentela anche allargata. In altre parole, il figlio si trova fin dalla nascita “investito” di attese, valori e significati, da parte del padre e della madre e attraverso questi ultimi da parte delle rispettive famiglie di origine, ovvero delle due genealogie familiari (Cigoli, Scabini, 2006).

Contesto familiare adeguato
Dunque, poter fare riferimento sul piano della realtà a due genitori, ovvero a quel padre e a quella madre nella loro essenziale unicità e, attraverso di loro, alle due stirpi familiari è una condizione necessaria per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. Ne è prova l’angoscia di chi, per i motivi più diversi, non ha accesso alle proprie origini, non sa o non di rado è impedito od ostacolato nella conoscenza, come sono per esempio i casi di adozione.

Fin qui abbiamo evidenziato sinteticamente come il bisogno di padre e di madre, anzi di “quel padre” e di “quella madre” sia inscritto in ciascun figlio, non solo nel suo Dna ma anche nel bisogno di relazione che è tipico di ogni essere umano e fondamento della sua struttura psichica. Il piccolo dell’uomo si apre alla vita solo ed esclusivamente in un contesto di relazioni che gli assicurano protezione e cura, e nel tempo attraverso il rispecchiamento gli permette di capire chi è e di strutturare la sua identità. Noti sono i resoconti di Spitz relativamente alla situazione di molti bambini ricoverati negli orfanotrofi alla metà del secolo scorso che, seppur curati e nutriti, entravano in quella che fu definita la “depressione analitica” fino a lasciarsi letteralmente morire proprio perché privi di quella risorsa fondamentale che è la relazione con una figura di accudimento stabile e premurosa.

Tutto ciò è stato recepito a livello normativo nella Convenzione Onu dei Diritti del fanciullo del 1959, in cui al Principio sesto si dice: «II fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori». Più di recente la Convenzione de L’Aja del 1993, che regolamenta tra le altre anche l’adozione, nei suoi principi «riconosce che, per lo sviluppo armonioso della sua personalità, il minore deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, d’amore e di comprensione».

A livello nazionale, poi, possiamo ricordare la Iegge 149 del 2001 che riprende e integra la legge 184 del 1983 e che all’articolo 1 recita: «II minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia».

Ma quando tutto ciò non è possibile? Anche ai giorni nostri, seppur siano cambiate le condizioni socioculturali rispetto all’epoca delle osservazioni di Spitz, sono numerosissimi i casi di bambini che per i motivi più diversi sono privati del tutto o in parte di una relazione adeguata con il proprio padre e la propria madre.

In questi casi è unanimemente riconosciuta e stabilita per legge la necessità di ricorrere a un nucleo familiare sostitutivo ritenuto maggiormente idoneo alla crescita fisica e allo sviluppo psicologico e cognitivo: cioè, laddove si renda necessario un allontanamento dal nucleo di origine, perché assente, carente o non adeguato, il collocamento in una famiglia sostitutiva, sia essa affidataria o adottiva, risulta preferibile rispetto alla permanenza in una struttura residenziale.

Infatti, è stato evidenziato come, al di là della mutevolezza delle condizioni medico-sanitarie, per ogni anno trascorso in istituto il bambino accumula mediamente un ritardo di circa 3 mesi nella crescita fisica e nello sviluppo psicologico e cognitivo, mentre il collocamento nella famiglia adottiva ne favorisce un sorprendente recupero da tutti i punti di vista (Juffer, van IJzendoorn, 2006).

Inoltre, qualora i bambini adottati siano posti a confronto non tanto con i coetanei che vivono nella propria famiglia biologica, quanto con quei minori che rimangono in istituto o in comunità e che di conseguenza hanno un background di provenienza simile agli adottati, in termini di probabilità di rischio genetico, di trascuratezza e di esperienze pregresse, le differenze riscontrate vanno decisamente a vantaggio dei soggetti adottati: questi ultimi globalmente manifestano con minore probabilità problemi comportamentali, una migliore riuscita scolastica e un quoziente intellettivo decisamente superiore (Palacios, Sanchez-Sandoval, 2005).

L’adozione, assicurando un ambiente di tipo familiare, ovvero la presenza di un padre e di una madre, costituisce effettivamente un’occasione favorevole alla crescita per quei bambini che sono privi di un contesto familiare adeguato, consentendo un consistente recupero (Rosnati, 2010).

Inoltre, non poche ricerche hanno evidenziato come i bambini collocati in famiglia adottiva dopo aver trascorso un periodo in famiglia affidataria abbianopotenzialità di recupero sia relazionali sia cognitive decisamente superiori ai bambini che permangono in istituto. Dunque il contesto familiare – anche sostituivo a un nucleo di origine – è l’unico capace di garantire al minore un contesto adeguato per la crescita, perché è l’unico che possa rispondere al bisogno di padre e di madre di ogni figlio.

L’adozione e l’affido
Adozione e affido sono riconosciuti come strumenti di protezione dell’infanzia: in che senso? Possono essere definite forme di garanzia della condizione di “figlità”, dell'”essere figli”. Andiamo più a fondo sulla questione. Tale condizione, costitutiva e accomunante tutti gli esseri umani (tutti noi siamo figlio/a di …), presuppone la presenza di diverse dimensioni, che altrove abbiamo definito (Greco & lafrate, 2001; Rosnati, Greco, 2007; lafrate, Bertoni, 2013; Saviane, Comelli, 2013) biologica, accuditivi-educativa, storico-intergenerazionale e sociale.

Si è figli, infatti, in quanto biologicamente concepiti e generati da una coppia genitoriale (registro biologico); in quanto nutriti, accuditi e fatti crescere attraverso la cura responsabile (registro accuditivo-educativo) ; in quanto resi membri di una stirpe e inseriti in una storia intergenerazionale di cui il cognome è il segnale più immediato (registro storico-intergenera-zionale) ; si è figli, infine, in quanto riconosciuti nella propria appartenenza civile, sociale, etnica e culturale (registro culturale-sociale).

La compresenza di questi quattro “registri” è ciò che consente a ciascun figlio di crescere in quanto figlio e ne definisce l’identità più profonda: pertanto non è sufficiente per un figlio che sia svolto l’accudimento relativo ai suoi bisogni puramente biologici se poi non viene rispettato il suo bisogno di essere guidato o di essere riconosciuto come parte di una genealogia familiare o sostenuto nel suo percorso di diventare cittadino del mondo.

Quando uno o più di questi registri viene meno, la persona rischia quindi di non poter realizzare pienamente la sua identità, costitutiva della sua stessa esistenza. Si potrebbe affermare che “non si esiste se non come figli”. Per questo il contesto sociale si fa carico e cerca di supplire alle eventuali carenze su questo aspetto, riconoscendo implicitamente il valore della categoria antropologica di figlio come «generato da un padre e da una madre entro una storia intergenerazionale e sociale».

Nell’adozione come nell’affido, i genitori assumono su di sé soprattutto la funzione accuditiva ed educativa che sono venute meno nel nucleo d’origine. Essi sono chiamati infatti a dare affetto e protezione al figlio che viene loro affidato, a trasmettere norme e valori, a essere guida e dare orientamento nella vita.

1 Adozione. Nel caso dell’adozione, in particolare, il legame genitori-figli si costituisce a partire dalla mancata condiyisione della dimensione biologica. È proprio l’elaborazione di questa mancanza – sia da parte del figlio sia dei genitori adottivi – a costituire il perno della vicenda adottiva. I genitori, dunque, si trovano ad assumere, nel senso di “fare proprie”, le altre tre dimensioni e a svolgere la cura responsabile (registro accuditivo-educativo), costruire una comune appartenenza familiare, sancita per altro dall’assunzione del cognome (registro storico-intergenerazionale), nonché a inserire il figlio a pieno titolo nel contesto sociale (registro culturale-sociale): il figlio, infatti, entra a pieno titolo nella storia familiare e sociale e diviene il depositario di quanto viene trasmesso e sedimentato nello scambio tra le generazioni.

Lo snodo cruciale sta nel fatto che l’adozione permette al bambino di sentirsi pienamente figlio dei genitori adottivi, appartenente a quella specifica famiglia e alla sua storia plurigenerazionale, pur continuando a essere, nel registro biologico, figlio di altri e, nel caso di adozione internazionale, anche di un’altra cultura (Greco, Rosnati, 2001). Infatti, ciò che rimane iscritto nel passato e non cancellabile è il registro biologico, che come abbiamo visto ha immediatamente anche una notevole pregnan-za dal punto di vista psicologico.

Alla base del legame adottivo è posta la differenza: innanzitutto la differenza genetica cui spesso si associa anche la differenza etnica, di lingua e di cultura. Il tema della differenza, infatti, è destinato a rimanere un tema “sensibile” nelle famiglie adottive, in particolare durante l’adolescenza del figlio adottato, che cresce in mancanza di uno «specchio biologico» (Brodzinsky, 1990), di solito offerto dai genitori: i suoi tratti somatici rimandano infatti costantemente a un “altrove”. L’identità, compito peculiare della fase adolescenziale, si costruisce, come abbiamo detto, a partire dal riconoscimento dell’origine.

Infatti, viva è nei ragazzi adottati la domanda: «Chi mi ha generato? Perché non mi ha tenuto?». Molti sono quelli che, una volta diventati adulti, cercano, a volte attivamente e realmente, a volte solo interiormente in una sorta di viaggio simbolico, tutte le informazioni, tutto ciò che può riempire quel “buco nero” che avvertono così prepotentemente dentro di loro.

Il compito è dunque quello di trovare il filo rosso che lega i diversi capitoli della propria storia, per dare continuità e significato al Sé: tale compito non può essere svolto in solitària, ma è un compito congiunto di genitori e figli. Molto in sintesi possiamo dire che tanto più il figlio si sentirà accettato, riconosciuto e valorizzato nella sua differenza e nella sua diversa origine, tanto più sarà in grado di mettere radici nella nuova famiglia e di “approfittare” pienamente della cura e di tutte le molteplici risorse che gli vengono offerte nel nuovo contesto familiare.

2 Affido. Nell’affido, i genitori affidatari svolgono le funzioni accuditivo-educative (ritenute non adeguate nelle famiglie di origine), ma sono chiamati a mantenere e garantire un rapporto non solo simbolico, ma reale con la famiglia biologica (o parte di essa) , di cui il minore conserva il cognome, ovvero l’appartenenza intergene-razionale e culturale. Anche in questo caso il rispetto della diversità è la chiave di successo dell’affido che rischia di essere fallimentare proprio quando si cerca di inglobare il figlio in affido, senza rispettare e proteggere la sua appartenenza anche alla famiglia di origine (Greco, latrate, 2001; Greco, Co-melli & latrate, 2011).

Non di rado, i figli si sentono lacerati da conflitti di lealtà tra le due famiglie dalle quali sono contesi e allora si sentono costretti a “schierarsi” o con gli uni o con gli altri. In questi casi, tuttavia, è vanificata la stessa efficacia dell’intervento, perché il non rispetto dei confini impedisce ai figli di godere anche dei benefici della cura che gli affidatari sono in grado comunque di garantire.

In sintesi, possiamo dire che la necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, diritto inalienabile di chi è figlio: ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica – quando non è possibile quella reale – alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona, ovvero costituirà i “mattoni” della propria identità personale.

Quale bene per la persona?
Come abbiamo visto, seppur brevemente, la complessità dell’esperienza dell’adozione e dell’affido mette pienamente in luce tutto ciò e rende evidente il bisogno iscritto in tutti i bambini di padre e madre. Curioso (per non dire inquietante) che, da una parte si investa tanto nella tutela di questo diritto dell’essere umano a essere “figlio a tutti gli effetti”, mentre dall’altra parte si remi contro le categorie antropologiche connesse a tale diritto: ne è un esempio la recente proposta di eliminare la specificità dei termini “padre” e “madre” e di sostituirli con quelli di “genitore 1 ” e “genitore.

Ma queste sono solo alcune delle tante contraddizioni della nostra cultura, che troppo spesso inneggia astrattamente e ipocritamente all’importanza dell'”amore “e del “benessere”, senza porsi il problema di ciò che è il “bene” per la persona, ossia di ciò che rende l’umanità davvero degna di questo nome e che, pur affermando la centralità dei diritti dei bambini, di fatto tende a mettere in primo piano – fino a occupare tutto lo spazio – i diritti, reali o supposti, degli adulti.

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BIBLIOGRAFIA

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fonte: Famiglia Oggi n.6 novembre-dicembre 2013

L’importanza della madre e dell’attaccamento intrauterino

attaccamento

L’importanza dell’attaccamento madre-bambino per lo sviluppo di una specifica identità personale.
Lo sviluppo dei tratti caratteriali alla base della personalità umana è in parte correlata alla modalità di filtrare le informazioni derivanti dal mondo che per ogni individuo è diversa. Tale percezione è costituita dai concetti e dalle conoscenze proprie derivate in gran parte dall’esperienza. Quest’ultime non si formano come nelle discipline scientifiche attraverso ragionamenti logico-dimostrativi, né per imitazione, ma per processi attivantesi all’interno dell’interazione diadica madre-bambino.
Studi recenti ormai largamente accreditati (J. Bruner, C. Trevarthen, J. Newson ecc.) dimostrano che, se questo importante incontro non avviene in un determinato modo,si hanno ritardi nello sviluppo sia emotivo che cognitivo del bambino.
Ciò dimostra l’importanza dell’attaccamento madre-bambino per lo sviluppo di una specifica identità personale.
Per esempio, i figli di madri depresse presentano un notevole ritardo dello sviluppo, sia delle capacità cognitive e del linguaggio. Anche nei bambini con deficit alla nascita (malattie del metabolismo su base genetica), il linguaggio ha uno sviluppo limitato non per la patologia in sé, ma per la carenza di scambi emotivi che quel bambino ha con la figura guida.L’assunto principale è che ogni essere umano sviluppa una “narrativa emozionale” personale e quindi un proprio copione personale. Per uno sviluppo naturale e per un normale sviluppo della “narrativa emozionale”è dunque necessario l’incontro con una figura guida con la quale stabilire un’attivazione di reciprocità emotiva.
Bisogna considerare che la narrativa ha un suo correlato biologico nello sviluppo del Sistema Nervoso Centrale. Il cervello nel corso della crescita aumenta il suo volume di cinque volte rispetto a quello iniziale. Si ha uno sviluppo sinaptico, si ampliano i collegamenti e le intersezioni tra i vari sistemi attraverso una serie di fasi di ridondanza. Tutto ciò è geneticamente determinato, però il modo in cui si stabiliscono i collegamenti è diverso anche in soggetti con bagaglio genetico identico come nei gemelli. Lo sviluppo del pensiero narrativo è quindi uno scambio interattivo di azioni e soprattutto di emozioni condivise è già culturalizzate in un adulto. Fin dai primi mesi il bambino interagisce con l’adulto e facendo ciò impara la “grammatica delle emozioni”.Da esperimenti di Trevarthen nei quali ha filmato l’interazione tra madre e neonato si osserva come il bambino incomincia ad imitare la madre in maniera impressionante, per esempio nella protrusione della lingua e nei primi vocalizzi e come attraverso questa comunicazione primitiva si stabilisca una reciprocità e una sintonia. A sei mesi vi è già nell’interazione emotiva una ricerca selettiva per gli atteggiamenti più familiari, a nove mesi si arriva alla “comprensione condivisa degli obiettivi”.All’inizio del nostro viaggio nella vita – e quindi nella conoscenza – siamo in una condizione in cui gli aspetti cognitivi, o i sistemi di rappresentazione, non essendoci linguaggio, non sono verbali; l’emisfero che funziona prevalentemente è il destro: ciò è confermato da esperimenti in cui si è riscontrato che in questo emisfero fino ai due anni i potenziali evocati sono più attivi. L’emisfero destro è quello che presiede alle attività analogiche ed astratte, mentre quello sinistro presiede all’attività verbale e comincia ad entrare in attività dopo i due anni, quando si sviluppa linguaggio che poi si completerà verso i tre anni.
Solo a tre anni, infatti, riscontriamo la capacità di comporre frasi e quindi di comunicare un senso compiuto. Possiamo quindi dedurre che intorno ai due anni, anche in assenza del linguaggio, sia presente comunque una narrativa emozionale in formazione, composta da sensazioni interne che sono alla ricerca di un significato che viene internalizzato grazie all’interazione diadica madre-bambino.
A questa età il bambino, nei momenti di separazione dall’adulto significativo, mostra smarrimento, confusione e incertezza. In risposta a ciò l’adulto può assumere diversi comportamenti, come ad esempio atteggiamenti tranquillizzanti, oppure esplicativi “dove va” e “quando torna”, oppure di rimprovero, “ma che fai, piangi?”. E’, appunto, attraverso queste modalità interattive che il bambino comincerà ad attribuire significati sia alle sue emozioni sia al risultato del suo esprimere, perciò si costituisce la base per la sua narrativa personalizzata. Per quel che riguarda il contenuto narrativo, possiamo osservare come la stessa situazione può essere vissuta con sensazioni diverse; già a otto anni un bambino è in grado di descrivere un’emozione riferendola a vissuti interni più che a eventi esterni. Questa è una anticipazione di quello che sarà il pensiero astratto preadolescenziale; a otto anni si trova quindi, nella narrativa personale, una internalizzazione sorprendentemente sviluppata. Il modo di definire un sentimento è collegato ad un discorso immaginativo composto dalla raccolta di dati accaduti e di previsioni per il futuro, e si differenzia quindi da soggetto a soggetto in un modo diverso di sentire la stessa emozione. Nell’adolescenza compare quello che conosciamo come pensiero astratto, la meta cognizione, cioè la capacità di leggere il proprio pensiero. In questo periodo si acquisisce la capacità di considerare il punto di vista dell’altro e di costruire diverse modalità con cui rappresentare uno stesso evento, assumendo così la relatività, il decentrarsi da una posizione egocentrica, per imparare quindi che, a seconda del punto di vista da cui si osserva, uno stesso fenomeno assume significati diversi. Mentre prima c’era qualcosa o qualcuno da seguire, ora c’è bisogno di affermare il proprio punto di vista, che magari è lo stesso di quello precedente ma che si ridefinisce grazie al confronto con gli altri. Questa situazione di solitudine epistemologica è in fondo una reazione biologica quasi fisiologica che rappresenta un periodo di grande cambiamento. In questo periodo si ha una elasticizzazione della narrativa in quanto il soggetto assume una posizione personale nella visione del mondo e nell’attribuzione di significato.
Infatti dopo il confronto mantiene una sua identità autonoma. Questo gli consente di uscire dal gruppo di appartenenza originaria e di socializzare stabilendo nuovi contatti con il mondo esterno. Il processo di elasticizzazione permette di staccarsi dallo schema di pensiero genitoriale, ricrearsi nuovi legami, quindi di definirsi attraverso la reciprocità con altre figure ampliando la propria narrativa, mantenendo nel contempo un senso univoco del sé.

Dott. Valerio Rubino

Fonte http://www.psicologi-italia.it/psicologia/famiglia-e-bambini/815/madre-e-figlio.html

Mamma e papà servono ancora? L’analisi di Massimo Gandolfini

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Alcuni dati dal nuovo libro di Massimo Gandolfini, neurochirurgo, psichiatra: Mamma e papà servono ancora? (Cantagalli, Siena, 2015).

Il testo, di carattere scientifico, ma accessibile, tratta di gender, fecondazione eterologa, adozione, psicologia. Libertà e Persona ne fornisce un brevissimo estratto:

Si sente molto spesso reiterare – in modo automatico ed acritico – una frase, diventata uno slogan: “una mole considerevole di studi scientifici dimostra che – ai fini del benessere del bambino – non esiste differenza fra adozione da parte di una coppia omosessuale rispetto ad una coppia eterosessuale”. L’argomento è stato affrontato ed analizzato in dettaglio in numerosi studi (ai quali rimandiamo), limitandoci ad esporre, in generale, i punti deboli di questi lavori, che li rendono non accettabili sul piano scientifico e non credibili sul piano sociale, soprattutto quando si dovesse trarre da questi delle conclusioni che facciano da sfondo per scelte legislative e giuridiche.

Gli aspetti che limitano gravemente la credibilità di questi studi (ad esempio i 59 studi che l’APA utilizza per sdoganare le famiglie omogenitoriali) sono:
• l’utilizzo di campioni di piccole dimensioni, non rappresentativi in termini quantitativi (si va dalle poche decine ad un massimo di 500 persone);
• la selezione dei soggetti sottoposti allo studio è del tipo “di convenienza” e non casuale (randomizzazione): cioè i partecipanti non sono stati scelti casualmente fra la popolazione, ma sono stati reclutati attraverso annunci, pubblicità e mailing list della comunità gay;
• utilizzo addirittura della fattispecie “amicus brief”, cioè un saggio offerto spontaneamente da un dato soggetto, non direttamente interrogato;
• i questionari somministrati sono “self report”, cioè compilati dagli stessi genitori omosessuali sulla condizione di salute del proprio figlio; uno strumento, quindi, che non ha neppure i requisiti minimi di neutralità ed oggettività (sarebbe come se – per capire se mangiare la carne fa bene o no – facessimo rispondere ad un gruppo di vegetariani stretti);
• i gruppi di controllo, cioè i campioni di bimbi scelti per il confronto, non sono omogenei rispetto al gruppo in esame: ad esempio, si sono analizzati bimbi di coppie divorziate e risposate, figli di single, figli di conviventi senza specificare il tempo della convivenza …
• lo stesso livello economico dei genitori è molto eterogeneo e, quindi, non paragonabile: il livello economico delle famiglie gay è molto elevato (mediamente dagli 80 ai 250 mila dollari all’anno), mentre il reddito medio delle famiglie di confronto è di 60 mila dollari/anno;
• il livello culturale ed il titolo di studio è altrettanto disomogeneo, a netto vantaggio delle famiglie gay (laurea o titolo equipollente).
Inoltre, non si può tacere la faziosa disparità di giudizio nel valutare i vari lavori: da una parte si attribuisce grande valore scientifico a report con le caratteristiche appena elencate, dall’altra si alza forte la voce dell’attacco e del discredito verso lavori ben più completi ed impegnativi, ma che hanno il difetto di giungere a conclusioni non “gay-friendly”.
L’esempio forse più significativo in tal senso è rappresentato dallo studio condotto da Mark Regnerus su 3000 giovani, fra 18 e 39 anni (quindi maggiorenni), cresciuti in coppie omosessuali, cui è stato sottoposto un questionario da compilare personalmente (in “Social Science Researh”, vol.41 (4):752-770, 2012). Il dato che ne è emerso è che vi è un “significativo aumento di problematiche psicofisiche rispetto ai figli di coppie eterosessuali”
Regnerus venne attaccato con epiteti del tipo “odioso bigotto, gregario dell’Opus Dei, vergognoso, bugiardo omofobo”, autore di “dati intenzionalmente fuorvianti per screditare i genitori gay e lesbiche … scienza spazzatura e disinformazione pseudoscientifica, con forte pregiudizio cattolico”, tanto da richiedere il suo licenziamento dall’Università del Texas. Avviata la verifica da parte delle autorità accademiche, viene composta una commissione d’inchiesta che ha analizzato l’intero studio di Regnerus ed il 29 agosto 2012 si giungeva alla conclusione che il lavoro è ineccepibile in tutti i suoi aspetti.
Storia del tutto analoga con il lavoro “It’s not the same: report on child development at same-sex couple”, di Mertinez, Fontana, Romeu (maggio 2005), che concludeva: “Nessuno degli studi dello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie omosessuali dimostra nulla, non soddisfacendo i requisiti minimi scientifici … Al contrario, alcuni dati degli studi suddetti ci portano a concludere che i bambini allevati da coppie omosessuali sono esposti – più spesso che un bimbo in una coppia etero genitoriale – a comportamenti o situazioni svantaggiose”. Vengono, quindi, elencate le possibili situazioni svantaggiose:
• problemi psicologici: bassa autostima, stress, incertezza sul proprio futuro (ad esempio la scelta del partner o decidere se avere figli o meno) e disturbo dell’identità sessuale;
• disturbi del comportamento: tossicodipendenza, abitudini alimentari disfunzionali, basso rendimento scolastico;
• alta incidenza di traumi familiari: separazione dei genitori (ad esempio, le coppie svedesi omosessuali mostrano un più alto tasso di separazione rispetto alle coppie sposate eterosessuali, + 37% nei maschi e + 200% nelle femmine);
• abusi sessuali genitoriali (Cameron P. e Cameron K. , 1996, riportano il 29% di casi d’abuso nei genitori omosessuali, contro 0,6% dei bimbi con genitori eterosessuali);
• la scelta di genere omosessuale è otto volte maggiore rispetto al bimbo allevato da una coppia eterosessuale (Trayce Hansen, 2013, riporta una probabilità sette volte maggiore).
A proposito di quest’ultimo punto, è interessante un lavoro di Walter Schumm (2010, in Journal of Biosocial Science, 42: 721-742) in cui si riporta che il 34,3% delle famiglie omosessuali maschili ed il 57,3% delle famiglie omosessuali femminili hanno un figlio con orientamento non eterosessuale. In particolare, davvero impressionante è il dato che il 61% delle figlie cresciute con due madri lesbiche mostrano un orientamento non eterosessuale. (Libertà e Persona)

L’attaccamento intrauterino

18237730_sL’ATTACCAMENTO MADRE-BAMBINO PRIMA DI NASCERE

Il significato del termine attaccamento è intuitivo: si tratta, nell’infanzia, di un legame duraturo con una o più persone specifiche ed emotivamente significative, in primo luogo la madre. Generalmente si ritiene che i legami di attaccamento comincino a svilupparsi fra i 2 e i 7 mesi di vita dell’infante, contemporaneamente alla capacità di riconoscere le persone familiari. Considerato dalla parte dei bambini, l’attaccamento è selettivo nel senso che si concentra su persone specifiche e non su altre. Inoltre, nel bambino è riscontrabile una forte ricerca della vicinanza fisica della persona o delle persone oggetto dell’attaccamento, da cui ricava benessere e sicurezza. Infine, quando il legame di attaccamento viene interrotto, il bambino va incontro al timore di perdere la persona amata e vissuta come indispensabile per il proprio Sé, causa della possibile insorgenza della cosiddetta “angoscia da separazione”. I legami di attaccamento rappresentano per il bambino un fondamentale punto di partenza per intraprendere il proprio viaggio nella vita e, nello stesso tempo, un “luogo” sicuro al quale poter ritornare in caso di incertezze, pericoli e frustrazioni.

L’attaccamento materno-fetale

La teoria dell’attaccamento è dovuta allo psicologo inglese John Bowlby (1907 – 1990) che la introdusse all’inizio degli anni 50 del secolo scorso, influenzando profondamente la ricerca scientifica non solo nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva, ma anche in altri campi come, per esempio, l’etologia e la sociologia, fino ad espandersi agli studi  sui rapporti madre-feto in gravidanza considerati sia dalla parte materna sia da quella del bambino ancora non nato.

Di fatto numerose ricerche hanno dimostrato, non soltanto che legami di attaccamento materno-fetale sussistono, ma anche che la natura e la qualità delle relazioni che si stabiliscono fra la gestante e il bambino che deve nascere sono di grandissima importanza perché influiscono sui rapporti di attaccamento madre-bambino non solo durante la gravidanza, ma anche dopo la nascita, soprattutto sullo sviluppo mentale e affettivo nel corso dell’infanzia e oltre. Una parte non trascurabile è anche riconosciuta alla relazione fra padre e bambino che deve nascere, ma questa è meno studiata e comunque apparentemente meno influente rispetto a quella fra madre e figlio. Infatti, mentre l’attaccamento fra madre e bambino che deve nascere cresce con il progredire della gestazione, quello paterno si sviluppa prevalentemente nel primo trimestre di gestazione, per mantenersi poi ad un livello costante fino alla sua fine.

Vi è poi da considerare la rilevante differenza riscontrabile fra le relazioni mentali, emotive e pratiche della madre verso il bambino che deve nascere e quelle del padre, sostenute dalle differenti immagini che i due genitori si creano del figlio atteso.

Il bambino non nato nell’immaginazione dei genitori

In generale, come nota la psicologa Silvia Vegetti Finzi, “la donna tende ad immaginare il bambino ancora come parte di se stessa, all’interno del suo corpo e della sua mente. Lo nutre di fantasie mutevoli, in gran parte inconsce, che si riallacciano alla sua stessa infanzia e ai suoi sogni di bambina, quando fantasticava un figlio per sé giocando alle bambole […] E se lo immagina già nato, un bambino ancora molto piccolo, da tenere racchiuso fra le braccia, da nutrire, coprire, riscaldare, coccolare. Mentre l’uomo immagina di solito un bambino reale, già nato e magari un po’ cresciuto, un trottolino con le scarpine ai piedi, pronto a seguirlo nelle sue attività. Pensa di giocare con lui, di tenerlo vicino mentre si dedica al bricolage […]. Oppure di portarlo con sé allo stadio, in montagna, in barca, a pescare lungo un fiume […]. Prima ancora che nasca, proietta già il figlio in una realtà futura, dai contorni precisi, come i comportamenti e le azioni che lo legheranno al bambino. E’ quindi un modo già molto attivo, concreto di immaginare il figlio e la relazione con lui, basato sul fare insieme” (Vegetti Finzi S., Battistin A.M., A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni, Mondadori Editore, 1997).

Lo sviluppo dell’attaccamento è certamente favorito, da parte della maggioranza delle gestanti, dalla crescente consapevolezza che il bambino che portano in grembo, soprattutto a partire dal secondo trimestre di gravidanza, è un essere attivo, sensibile, in grado di apprendere e di interagire con gli stimoli provenienti dal corpo materno e dall’ambiente. Anche per questa ragione, l’attaccamento non può essere considerato semplicemente il risultato di una dipendenza di natura meramente biologica, bensì il segno di una relazione affettiva profonda tra madre e bambino ancora non nato.

I fattori che favoriscono l’attaccamento materno-fetale

Lo sviluppo dell’attaccamento prenatale è sostenuto da numerosi fattori il cui contributo è stato valutato secondo varie scale di misura. Fra questi fattori un ruolo particolarmente importante è stato riconosciuto al sostegno emotivo, affettivo e pratico, che viene garantito alla gestante nell’ambito della famiglia in termini di concordia e di solidarietà con il coniuge e di buon rapporto con la madre, specialmente nelle gestanti in età molto giovane. Una notevole importanza è anche riconosciuta, nello sviluppo dei sentimenti di attaccamento, all’assistenza di accoglienti ed efficienti servizi sanitari e, in generale, ad un contesto sociale partecipe e solidale. I sostegni familiari e sociali risultano particolarmente critici nel favorire o compromettere i processi di attaccamento materno-fetale.

Numerosi sono i fattori di rischio che possono compromettere l’attenzione, le cure, i pensieri, le emozioni, i sentimenti, le fantasie , l’insieme insomma che sostanzia la natura e la qualità dell’attaccamento fra madre e bambino ancora non nato. Fra i fattori di rischio di dimostrata pericolosità in tal senso possono essere ricordati: la giovane età e l’inesperienza, le condizioni economiche disagiate o precarie, il modesto livello culturale, le esperienze infantili negative, gli stati di stress prolungati, le esperienze di violenza, i comportamenti devianti come la tossicodipendenza, l’ansia, la depressione. Non è infrequente che disturbi della personalità accompagnati da comportamenti devianti portino alcune gestanti bel lontane da un adeguato sviluppo dell’attaccamento verso il figlio che deve nascere. In particolare si evidenziano manifestazioni di insofferenza, di aggressività, di pensieri punitivi verso il feto, soprattutto quando le condizioni ambientali sono difficili dal punto di vista socioeconomico, morale e spirituale.

Un fattore di rischio verso lo sviluppo dell’attaccamento prenatale è frequentemente riscontrabile in precedenti esperienze di aborti o di morti immediatamente successive alla nascita. L’esperienza di un legame che si spezza bruscamente con la perdita del bambino lascia i genitori in una situazione di perdita e di lutto che può durare anni, compromettendo la possibilità di instaurare normali processi di attaccamento in occasione di una successiva gravidanza.

Naturalmente si tratta di fattori di rischio di peso assai variabile da gestante a gestante e spesso con esiti contrastanti. Per esempio, alcune ricerche sugli effetti della depressione, hanno dimostrato che in alcune gestanti quello stato dell’umore pregiudica l’attaccamento prenatale, in altre invece lo esalta. Queste situazioni e tutte quelle che possono compromettere l’instaurarsi e lo svilupparsi di una normale relazione di attaccamento prenatale dovrebbero essere precocemente individuate non soltanto per il buon andamento della gravidanza e a vantaggio del bambino ancora non nato, ma anche per costruire i presupposti per lo sviluppo dei rapporti di attaccamento dopo la nascita che finiranno per influenzare le capacità emotive e sentimentali di tutta la vita.

Considerato dalla parte del bambino non ancora nato, l’attaccamento materno-fetale, da parte degli studiosi, è stato analizzato da un numero elevato di punti di vista che, per esemplificare, si possono riassumere nel fondamentale quesito: nel periodo prenatale il bambino può “pensare” e condividere gli stati d’animo della madre?

Gli studiosi di psicologia fetale lo sostengono, basandosi su varie risultanze scientificamente verificate, fra cui si possono ricordare quelle che hanno dimostrato che il feto “condivide” gli stati d’animo della madre, a partire all’incirca dal sesto mese di gravidanza. I pensieri, gli stati dell’umore, i sentimenti materni passano al bambino non ancora nato per via ormonale. Una madre sottoposta a stress intensi e prolungati, per esempio, produce certi ormoni che, attraverso la placenta, possono passare al feto e influenzarne addirittura la personalità. Bambini nati da madri a lungo emozionalmente provate hanno mostrato personalità con tratti disturbati nella sfera emotiva; mentre bambini nati da madri che hanno potuto gestire la loro gravidanza in sicurezza e tranquillità, in un ambiente familiare e sociale sereno e solidale, sono risultati immuni da problemi emotivi.

Naturalmente, alle tesi degli studiosi che sostengono la formazione di significativi legami di attaccamento materno-fetale non sono mancate le critiche. I critici sostengono che l’originale teoria di Bowlby è stata costruita sull’attaccamento, risultato dell’interazione madre-bambino, esaminabile dopo la nascita, mentre, durante la gravidanza, quello che si può studiare veramente è il sentire della madre e non quello del feto. In realtà, queste critiche sembrano non avere fondamento. Infatti, se questo era indubbiamente vero al tempo di Bowlby è anche provato che, nei decenni successivi, i ricercatori hanno potuto valersi di un numero crescente di metodi e di mezzi di indagine grazie ai quali sono stati in grado di affinare le conoscenze sullo sviluppo fisico prenatale del prodotto del concepimento, ma anche il progredire intrautero delle sue capacità di condividere gran parte delle esperienze psicologiche ed emotive della madre. Basti ricordare gli strumenti di indagine per immagini e di stimolazione del feto per rendersi conto della validità del pensiero di Bowlby e della miriade di ricercatori che ne hanno confermato e sviluppato le tesi, e per sottrarre alla critiche il terreno su cui poggiano.

La disponibilità di sofisticati strumenti di indagine, in primo luogo l’ecografia, ha consentito  dunque l’osservazione diretta, nel corso della vita fetale, non solo dello sviluppo di organi e apparati, ma anche della comparsa e della evoluzione di capacità percettive e di reazioni psichiche ed emotive che fanno del bambino che deve ancora nascere, verso la fine della 32ma settimana di gestazione, un essere preparato per entrare nel mondo, già dotato delle medesime capacità del neonato.

In altre e semplici parole, si può dire che la vita intelligente del bambino comincia quando è ancora nel grembo materno. Lo si può dimostrare in base all’osservazione di alcuni fondamentali elementi: la veglia e il sonno, i movimenti fetali, le capacità sensoriali – l’udito, il gusto, la vista, il tatto, l’olfatto – le capacità di attenzione e di apprendimento, che abbiamo già esaminato, la comparsa di tratti che definiscono la personalità.

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Fonte: Tratto da Leggere per Crescere, Anno X n. 2 – Inverno 2014