Quali effetti della musica sulla personalità in età evolutiva?

Alessandro Benigni

(pubblicato su Critica Scientifica il 18 Dicembre 2016)

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La pratica cartesiana del dubbio metodico è tutto sommato la spina dorsale di ogni attività di ricerca che voglia mantenere ben saldi i caratteri della serietà e dell’utilità al bene comune. Occorre dubitare, continuamente, di tutto ciò che sappiamo. Sconti, non se ne possono fare. L’epistemologia del Novecento non ha mancato di ricordarci questo aspetto fondativo: occorre continuamente verificare, testare, addirittura cercare di falsificare. Di modo che, più cerchiamo di mettere in crisi le nostre conoscenze, in ogni ambito, più diamo contributo all’edificazione verticaleed orizzontale di una scienza solida, rigorosa, capace di auto-correggersi. La verticalità della scienza, a sua volta, è ancora una bella immagine cartesiana, oltre che platonica: come molti ricorderanno, per Cartesio la scienza è una, e una sola. Matematica, fisica, biologia, chimica, psicologia, medicina, diritto, metafisica, epistemologia, e tutte le altre scienze settoriali non andrebbero intese come stanze di ricerca a compartimenti stagni, ma piuttosto come dialogo diretto, collaborativo ed incessante tra ricercatori, accomunati da una comune tensione alla conoscenza.

Da questo quadretto iniziale dovrebbe risultare chiaro come mai sia sempre il dubbio filosofico, quello appunto delmetodo cartesiano, a dover fare in qualche modo da guida e da sentinella.

Ed eccoci serviti: la sentinella del dubbio ha percepito un movimento sospetto.

Altolà.

Che fa la musica? Qual è il suo potere – se c’è – sulla mente umana?

Che cosa può passare, attraverso il linguaggio musicale, nella fase di costruzione della personalità dei più giovani?

Com’è facile notare si tratta di una domanda che chiama a rapporto diverse scienze: dalla neurologia alla matematica, dalla fisica alla chimica, dalla psicologia alla filosofia della mente (della quale, guardacaso, sempre il nostro Cartesio è stato il primo maestro).

Solo con uno sguardo integrato sarà possibile cercare di avanzare qualche ipotesi davvero significativa.

Gli effetti della musica sul cervello non sono ancora completamente conosciuti. Abbiamo un cospicuo numero di ricerche, abbiamo anche degli esprimenti significativi: insomma, sappiamo qualcosa. Ma di come, fino a che punto efino a quando la musica agisca sull’individuo in età evolutiva, sappiamo invece pochissimo.

Uno sguardo d’insieme ci dice che l’esperienza musicale è una costante in tutte le culture, fin dalla preistoria, ma ancora non è chiaro quale sia l’origine del piacere che proviamo ascoltandola e deimeccanismi che si mettono in moto quando ne siamo coinvolti. Al di là delle ricerche che si basano sulla TEP (tomografia ad emissione di positroni), che cosa succede, nel medio e lungo periodo, ascoltando la musica? E soprattutto, in altre parole:

Esiste un’influenza della musica sui ragazzi?

E se sì, quale?

Partiamo da un dato: la musica dà piacere. Due studi, in particolare, hanno contribuito a  far luce sui meccanismi cerebrali coinvolti nel piacere della musica: “Il primo rivela che un brano musicale suscita piacere anche quando lo si ascolta per la prima volta  grazie all’attivazione di alcune aree legate ai meccanismi di aspettativa e ricompensa. Il secondo studio dimostra invece che al di là delle differenze individuali, l’ascolto della musica classica evoca in tutti lo stesso schema di attivazione delle strutture cerebrali” (cit. da Le scienze).

i_03_cr_que_1a.jpgIn questa ricerca pubblicata su Science, “visualizzando l’attività di una particolare area cerebrale, il nucleus accumbens (1), coinvolto nei meccanismi di ricompensa, è stato possibile prevedere in modo affidabile se i soggetti avrebbero offerto del denaro per riascoltare un certo brano“. Entra in gioco la dopamina (2), ma lo stimolo musicale va ben oltre la mera sensazione di benessere: “L’attività del nucleus accumbens, […] non è isolata […] nel corso dei test, quanto più il pezzo era gratificante, tanto più intensa era la comunicazione incrociata tra le diverse regioni cerebrali. Questo risultato supporta l’idea secondo cui la capacità di apprezzare la musica faccia riferimento non solo agli aspetti emotivi, ma anche a valutazioni di carattere cognitivo”.

Nel secondo studio, invece, sempre in tema di reazioni cerebrali alla musica, Vinod Menon e colleghi della Stanford University School of Medicine, autori di un articolo pubblicato sullo “European Journal of Neuroscience”, hanno mostrato che l’ascolto della musica classica evoca un unico schema di attivazione delle aree del cervello a dispetto delle differenze tra le persone.

Quello che sembra lecito dedurre – da quanto riportato – è che “la” musica mette in moto, nell’uomo, dei meccanismi universali, che vanno al di là sia della tipologia della musica che viene ascoltata, sia dalla particolarità dell’ascoltatore. Sembra quindi altrettanto lecito dedurre che, qualora sia possibile padroneggiare compiutamente questi meccanismi universali, sia possibile, attraverso “le” musiche, ottenere degli effetti che vanno al di là del piacere musicale.

Quest’ipotesi sembrerebbe trovare conferma in un altro aspetto della musica: il suo possibile utilizzo in faseterapeutica. A questo proposito si è addirittura parlato di “musica” per guarire l’ictus: “La Nona di Beethoven, – leggiamo sull’inserto Salute del Sole 24 ore – un minuetto di Mozart o l’ultimo singolo della pop star del momento: per i pazienti colpiti da ictus ascoltare i brani musicali preferiti potrebbe rappresentare una vera e propria terapia di recupero. Lo sostiene una ricerca dell’Accademia inglese per le scienze, secondo la quale le melodie e le strofe più amate dai pazienti agirebbero da stimolo cerebrale per il recupero dei deficit visivi che si registrano nel 60% dei casi di occlusione cerebrovascolare”.

Non stiamo parlando di magia, ma, esattamente alla maniera di Cartesio, della connessione mente-corpo e di reciproca influenza.

I fondamenti neuroscientifici della musicoterapia sono del resto oggetto di ricerche e di corsi universitari. Da anni. Un esempio?

Scrive il professor Enrico Granieri, ordinario di Neurologia, Direttore della Sezione di Scienze Neurologiche, Psichiatriche e Psicologiche, del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli studi di Ferrara: “Le reazioni del sistema vegetativo suscitate dalla musica, avevano in origine un preciso significato biologico: quando il cucciolo sente la voce della madre, i suoi peli si rizzano e lo riscaldano. […] Ognuno di noi ha potuto avere avuto esperienza dei brividi di piacere suscitati dalla musica; – durante questa sorta di orgasmo della pelle a livello cerebrale si attiva il sistema deputato all’analisi delle emozioni e alle gratificazioni proprio come quando si prova eccitazione sessuale o si assumono droghe. Nessuna altro mezzo di comunicazione è in grado di provocare reazioni emotive altrettanto forti“. (La sottolineatura è mia)

E ancora: “la musica è psicologicamente olistica nel senso che coinvolge tutto il cervello in quanto le sue differenti componenti sono verosimilmente processate attraverso circuiti diversi […] A livello cerebrale gli ascoltatori e gli stessi musicisti hanno diverse risposte emotive ed intellettive a diversi tipi di musica“. (Il corsivo è mio)

E ancora: “Impiegata in modo esclusivo o come coadiuvante di altri trattamenti […] La musica, –depolarizzando l’attenzione erendendo labili i flussi informativi che non provengono dal messaggio musicale, […] introduce il soggetto in un’atmosfera psicologica dove si fanno più labili le relazioni con gli aspetti consci della personalità e più favorevoli le condizioni per vivere in modo più intenso i propri contenuti profondi”. (Anche qui, la sottolineatura è mia).

E quindi: “Si aggiungono effetti secondari come la riduzione della tensione psichica,l’abbassamento o l’innalzamento delle formazioni difensive, l’instaurazione di riflessi condizionati, e altre manifestazioni che,opportunamente controllate e analizzate, possono essere utilizzate a fini terapeutici”.

Opportunamente controllate“, E più sopra, allo stesso modo: “depolarizzare l’attenzione“. Abbassare le difese. Insomma, da quanto abbiamo letto sulle possibili proprietà terapeutiche della musica risulta chiaro che dalle stesse proprietà si possono ottenere, almeno in linea di principio, ben altri effetti.

Molto studiato è anche il legame tra musica e memorizzazione, quindi tra musica e memoria. Da quello che sappiamo sembra che alla memoria per la musica sia adibita una 
zona cerebrale indipendente dalle altre. D’altra parte, la musica entra in gioco nei processi di memorizzazione. La musica aiuta la memoria, questo lo sappiamo. Molto probabilmente in quanto chiama in causa la parte più profonda e antica del nostro cervello.

Robert Zatorre, uno dei fondatori del canadese laboratorio di ricerca Brain, Music and Sound, ha mostrato che dal momento della loro percezione da parte dell’udito, i suoni vengono trasmessi al tronco cerebrale prima e alla corteccia uditiva primaria poi; gli impulsi viaggiano quindi in reti cerebrali importanti per percepire la musica e per immagazzinare quella già ascoltata. Si formerebbe così una sorta di data-base mnemonico in grado di facilitare l’acquisizione e la memorizzazione di nuove melodie e così via.

Quindi, la musica non è solo un’attività artistica ma anche e soprattutto una forma di comunicazione eccezionale, l’unica in grado di evocare e rinforzare le emozioni in una sorta di presa diretta sulla parte più profonda del nostro cervello, abbassando le nostre difese, colpendoci in qualche modo là dove non abbiamo la possibilità di esercitare difese critiche di tipo razionale. Il meccanismo di rilascio di dopamina, implicato in questo processo, inseriscono pienamente l’ascolto della musica (al pari di cibo, sesso e droghe, per intenderci) nella cerchia di quei fattori che sono in grado di operare a basso livello nella costituzione della personalità, creando un legame molto forte tra il circuito cerebrale sottocorticale del sistema limbico, formato da strutture cerebrali che gestiscono le risposte fisiologiche agli stimoli emotivi, e la nostra rappresentazione del mondo, oltre che del sé, che ne deriva.

Come scrive

“A prescindere dal tipo di musica che si ascolta o si pratica, musica e canto hanno profondi effetti su ciascuno di noi, sono in grado di raggiungere l’ascoltatore ed evocare particolari emozioni, riportare alla mente immagini e ricordi. Possono indurre sentimenti, reazioni del sistema vegetativo, variazioni del ritmo cardiaco e del respiro, ma anche motivazione al movimento. Riduce l’ansia, la depressione, il dolore, rafforza le funzioni sociali, induce modificazioni cerebrali e attiva le aree del sistema dei neuroni specchio. L’ascolto della musica colpisce una serie intricata di sistemi di elaborazione cerebrali, come quelli connessi all’elaborazione sensoriale-motorio, o implicati nella memoria, nelle emozioni o cognizioni mentali o nelle fluttuazioni dell’umore”. (fonte)

Fin qui, dunque, la sintesi di ciò che al momento sappiamo sulla musica e sulla sua interazione con i processi cognitivi o le aree più profonde del nostro cervello, legate all’istinto o all’emotività. La musica dà una forma particolare di piacere, è implicata nel rilascio di dopamina, agisce sulla nostra memoria, permette addirittura di curare l’ictus, riduce l’ansia, ma abbassa anche la nostra capacità di renderci conto di ciò che (ci) succede a quando l’ascoltiamo.

Un’ultima nota. Esiste un programma in grado di farci vedere, in  tempo reale, quali sono i brani musicali più ascoltati, nel mondo, in un dato momento. Insomma: c’è chi può valutare, in tempo reale, quali siano gli effetti commerciali delle produzioni musicali e quindi presumibilmente di prevedere quali siano attualmente le sonorità destinate al successo e quali invece dagli esiti incerti.

E’ a questo punto, che il dubbio filosofico si fa strada: che succede, se mettiamo tutto quello che sopra è stato ricordato, sul tavolo dell’età evolutiva?

Come valutare gli effetti, a medio e a lungo termine, di ciò che i ragazzi ascoltano?

Propongo un solo caso – temo che valga per tanti altri – in cui il dubbio dovrebbe portare ad attenta riflessione, proprio in quanto si tratta di musica destinata ai più giovani, in questo momento ascoltata in tutto il mondo.

Raccomando al lettore di guardare il video per la prima volta senza audio: fatelo scorrere muto. Solo in un secondo tempo riguardatelo alzando il volume.

Ciascuno può trarre da sé le proprie logiche conclusioni:

 

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Teorie gender? No, grazie. “Donne e uomini sono differenti non solo anatomicamente e per il modo di approcciarsi alla vita, ma anche nell’utilizzo di uno dei più importanti organi del corpo: il cervello”

“Donne e uomini sono dunque differenti non solo anatomicamente e per il modo di approcciarsi alla vita, ma anche nell’utilizzo di uno dei più importanti organi del corpo: il cervello appunto”.

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Cervello femminile Vs cervello maschile. Il parere del neurologo:
Il professor Antonio Federico commenta l’articolo sull’efficienza del cervello femminile in confronto a quello maschile. L’esposizione del professore fa chiarezza sulle differenze, e come queste si mostrano nella vita di tutti i giorni.

Torniamo dunque a parlare di donne e cervello.
Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un articolo dal titolo: “Il cervello delle donne è più efficiente di quello degli uomini” in cui si spiegava come, nonostante l’organo femminile sia più piccolo di circa l’8% rispetto a quello maschile, sia in grado offrire uguali se non migliori performance, dimostrando di fatto che più grandi dimensioni del cervello non sono indice di maggiore intelligenza.

A seguito di questo articolo, abbiamo avuto il piacere di conversare con il professor Antonio Federico, past president della SIN e Professore Ordinario di Neurologia presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche, Università di Siena, sulle differenze tra il cervello femminile e quello maschile e di come, queste, possono manifestarsi nella vita quotidiana, sul lavoro, ma anche nello sviluppo di malattie.
«Negli ultimi anni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha posto particolare attenzione sulla diversità con cui numerose patologie neurologiche, che un tempo erano ritenute prettamente maschili, si manifestano molto di più nella popolazione femminile – spiega il prof. Federico – La Società Italiana di Neurologia, che si prepara a celebrare dall’11 al 17 marzo la Settimana Mondiale del Cervello ha attivato l’organizzazione di un gruppo di studio che indaga sulla Neurologia di Genere promuovendo la conoscenza del cervello, delle sue funzioni e delle sue patologie in relazione alle diversità tra maschio e femmina. I dati scientifici, infatti, evidenziano chiare e nette differenze tra il cervello femminile e quello maschile, differenze che sono genetiche, ormonali e strutturali anatomo-fisiologiche, con importanti conseguenze sulle funzioni cerebrali e anche su alcune malattie».

Donne e uomini sono dunque differenti non solo anatomicamente e per il modo di approcciarsi alla vita, ma anche nell’utilizzo di uno dei più importanti organi del corpo: il cervello appunto.
Ma quali sono le reali differenze tra il cervello maschile e femminile, e come si mostrano?
«A parità di quoziente intellettivo, gli uomini hanno sei volte e mezzo la materia grigia delle donne, che è collegata all’intelligenza generale – fa notare il prof. Federico – mentre le donne hanno dieci volte la materia bianca dell’uomo, che ha la funzione di relazionare le aree cerebrali tra loro».

Se le differenze strutturali sono così evidenti, come si traduce questo nella pratica?
«Sono evidenti anche differenze sull’impiego delle aree del cervello – spiega Federico – le donne utilizzano in maniera dominante il lobo frontale, area legata ai processi decisionali, molto connessa alle cosiddette aree “limbiche”, sede dell’emotività, mentre l’uomo è tendenzialmente portato a coinvolgere, nel processo di ragionamento, una zona più vasta di corteccia. Il processo decisionale delle donne è quindi influenzato dall’area emozionale in misura maggiore rispetto a quello degli uomini: l’uomo tende ad elaborare la realtà basandosi soprattutto sull’emisfero sinistro, razionale, logico e rigidamente lineare, al contrario la donna utilizza in misura maggiore l’emisfero destro che permette di compiere operazioni mentali in parallelo. Il celebre “intuito” femminile si basa quindi proprio sulla possibilità del cervello di elaborare la realtà in modi diversi e paralleli».

Cervello maschile Vs cervello femminile, chi vince dunque?
Forse, alla fine, nessuno dei due tuttavia, «il cervello femminile – conclude il prof. Federico – essendo più dinamico dal punto di vista metabolico ed abituato a situazioni legate a variazioni ormonali, è caratterizzato da una maggiore elasticità. In situazioni complesse è dunque avvantaggiata la donna, perché il cervello femminile è meno “rigido” e portato, quindi, ad analizzare uno spettro più ampio di dati e possibilità; al contrario, il cervello maschile è favorito in situazioni semplici e collaudate».

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Fonte: La Stampa Salute

Gender theory? NO, grazie: donne & uomini, teste diverse (lo dicono pure le neuroscienze)

“Donne non si nasce, si diventa”, diceva Simone de Beauvoir.

Mica tanto.

Un assunto dei Gender Studies (acriticamente “assunto”, appunto, senza mai essere stato né seriamente vagliato né dimostrato) è che la differenza tra maschi e femmine sia riconducibile alla sola sedimentazione culturale di stereotipi. A demolire questa presunzione non è solo l’evidenza dell’esperienza comune (in tutto il mondo, da sempre, uomini e donne sono diversi e proprio per questo complementari), la logica (crono-logicamente vengono prima uomini e donne o la cultura che stratifica gli stereotipi?), ma anche, ovviamente, la scienza. In questo caso, le neuroscienze.

Alessandro Benigni

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Scanning of a human brain by X-rays

DOPO ANNI E ANNI DI RICERCA VOLTA AD INDIVIDUARE LE DIFFERENZE ESISTENTI TRA L’UOMO E LA DONNA ORA CI SONO LE PROVE
Ecco a voi la prima meta-analisi in cui si analizzano oltre 20 anni di ricerca inneuroscienze sulle differenze di sesso, in termini di struttura cerebrale ovviamente!
Un team dell’Università di Cambridge ha eseguito una revisione su tutti gli articoli pubblicati dal 1990 al 2013, per un totale di 126 articoli.
Analizzando questi articoli si è rilevato che i maschi, in media, hanno un cervello più grande rispetto alle donne ( da 8-13 %), hanno un maggiore spazio intracranico ( 12 % ; > 14.000 cervelli),  maggiore materia grigia (9 % ; 7.934 cervelli ), maggiore sostanza bianca (13 % , 7.515 cervello ), maggior liquor (11,5 % , 4.484 cervelli ), e un cervelletto più grande (9 % ; 1.842 cervello ). Insomma, hanno la testa strutturalmente più grande di noi donne.

Guardando più da vicino, i ricercatori hanno trovato differenze di volume in diverse regioni, ispezioniamo quali. I maschi in media hanno maggiori volumi e densità della parte sinistra dell’amigdala, dell’ippocampo, della corteccia insulare, del putamen; densità più elevate del cervelletto e del claustrum di sinistra, volumi più grandi della circonvoluzione anteriore paraippocampale bilaterale, del giro cingolato posteriore, del precuneus, dei lobi temporali, e del cervelletto, della circonvoluzione del cingolo anteriore e dell’amigdala destra.
Al contrario, le femmine in media avevano una maggiore densità del lobo frontale sinistro, e maggiori volumi del lobo frontale destro, delle circonvoluzioni frontali inferiore e media, della pars triangularis, del planum temporale/parietale, del giro del cingolo anteriore, della corteccia insulare, del giro di Heschl del talamo bilaterale, del giro paraippocampale di sinistra e della corteccia occipitale laterale.
Quante aree, lobi, lobuli, giri, ma cosa significherà?

Afferma Baron – Cohen:

“Anche se ci sono chiare differenze strutturali cerebrali tra i maschi e le femmine un importante ruolo è svolto dall’ ambiente e dalla società nella quale si vive“.
E siamo al punto di partenza, se ci sono queste differenze in che modo si traducono in termini di agiti?

Pare il tutto sia condito dalla presenza dei neurotrasmettitori che determinerebbero il carattere, il temperamento. Infatti, questi propagatori di informazione risultano avere una concentrazione specifica per ognuno di noi. Quindi dire ad una persona che è dopaminergica, significa attribuirgli un tratto caratteriale. E quindi? Quindi, in alcune situazioni in cui è necessario scegliere, ad esempio, c’è chi lo fa impulsivamente, chi evita, chi considera solo alcuni aspetti necessari, si tratta di risposte messe in atto in base al tipo di carattere che si ha.

Secondo un recente studio pare che i due sessi affrontino le situazioni in maniera globalmente diversa. Infatti, gli uomini tendono a organizzare il mondo in categorie distinte, mentre le donne affrontano le cose con maggiore flessibilità. Gli psicologi dell’Università di Warwick hanno sottoposto un gruppo di uomini e donne a un compito di decision making  e hanno concluso chegli uomini giudicano in maniera più generale e frettolosa mentre le donne sono state solo in parte più accurate.

La scoperta più intrigante, però, è stata quella che uomini e donne sono ugualmente fiduciosi nelle decisioni prese. Questo significa che la differenza di genere non è dovuta al fatto che gli uomini sono più decisi nelle cose rispetto alle donne, come si tende a credere, ma semplicemente che uomini e donne percepiscono il mondo in modo diverso. In sostanza, dipende dai significati che si attribuiscono alle cose. Una possibile spiegazione è che il mondo potrebbe essere considerato in maniera più lineare, atteggiamento tipicamente maschile, o pieno di sfumature, come per le donne.Ovvero gli uomini sono più pragmatici mentre le donne spesso si perdono in ripetitive elucubrazioni mentali.

Tradizionalmente, la cultura ha voluto che l’uomo fosse preciso e determinato nelle scelte visto che doveva occuparsi del sostentamento familiare. Al contrario, alle donne era richiesta una maggiore flessibilità visti i molti compiti da svolgere (moglie, mamma, casalinga, lavoratrice). Questo tipo di addestramento sociale non solo influenza il comportamento e la personalità, ma anche le percezioni o significati attribuiti agli eventi esperiti.

Messaggio pubblicitario Per esempio, le donne percepiscono un rischio maggiore in molti scenari reali e ipotetici rispetto agli uomini, anche perché affrontare il rischio è una prerogativa centrale del ruolo di genere maschile e non femminile.

Secondo un altro studio gli uomini utilizzano maggiormente il pensiero astratto su molti argomenti e lavorano mentalmente su categorie e generalizzazioni, mentre le donne sono disposte ad affrontare le situazioni più nello specifico, in termini di situazioni concrete e di relazioni.
Ciò è evidente, ad esempio, nei giudizi morali. Gli uomini sono più legati a principi astratti di giustizia, dovere, correttezza, ecc. e li applicano a tutte le persone e in tutte le situazioni. I giudizi morali delle donne, invece, si basano su sensazioni soggettive, considerando spesso molte attenuanti, piuttosto che in base a principi astratti.

Quante differenze, ormai ciò che distingue l’uomo dalla donna fa parte di un dibattito che inizia dai tempi dei tempi e non si è mai sopito. Uomini e donne sono sottoposti a pressioni evolutive diverse e a separare i due sessi c’è un solco profondo, sosteneva Darwin. Negli ultimi anni ci si è dati da fare per sfumare le differenze e declassare al rango di boutade la tesi secondo cui le donne provengono da Venere e gli uomini da Marte. Dall’università del Wisconsin la ricercatrice Janet Shibley Hyde controbatte a suon di dati: “maschi e femmine sono uguali, fatta eccezione per piccole variabili psicologiche“. Le teoria dei due mondi separati è stata distrutta pezzi, siamo uguali, nessuna differenza!

A riportarci sul pianeta terra ci ha pensato, però, uno studio eseguito da italiani dell’università di Torino, pubblicato sulla rivista Public Library of Sciences in cui si dice che lo scarto fra i due sessi esiste, eccome. “L’idea che ci siano solo piccole differenze di personalità fra uomini e donne va ripensata perché è basata su metodi inadeguati“. La ricerca è stata condotta su un campione di 10 mila soggetti aventi 15 diversi tratti della personalità.

La discrepanza maggiore riguarda la sensibilità, tradizionale dominio femminile. Le donne registrano valori molto alti anche per quanto riguarda il calore e l’apprensione, mentre gli uomini si distinguono per equilibrio emotivo, coscienziosità e tendenza alla dominanza. Perfezionismo, vitalità e tendenza all’astrazione vedono invece la quasi totale parità fra i sessi.

I maschi  sono più stabili emotivamente, più dominanti, più legati alle regole e meno fiduciosi, mentre le femmine sono più calde emotivamente, meno sicure di sé e più sensibili. Niente di particolarmente nuovo!
Insomma, siamo uguali o diversi? Forse siamo diversi, fosse solo per il fatto che siamo femmine e loro maschi.

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BIBLIOGRAFIA:

Clayden, J.D., Jentschke, S., Munoz, M., Cooper, J.M., Chadwick, M.J., Banks, T., Clark, C.A., Vargha-Khadem F. (2912). Normative development of white matter tracts: similarities and differences in relation to age, gender, and intelligence  Cereb. Cortex, 22, 1738–1747
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Koolschijn, P.C.,  Crone E.A. (2013). Sex differences and structural brain maturation from childhood to early adulthood Dev. Cogn. Neurosci., 5 106–118
Lentini, E., Kasahara, M., Arver, S., Savic I. (2013). Sex differences in the human brain and the impact of sex chromosomes and sex hormones Cereb. Cortex, 23 (2013), pp. 2322–2336
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Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2014/03/cervello-uomini-donne-differenze-neuroscienze/

Quando “la scienza” (?) dice cose scomode?

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Il più vasto studio mai condotto sulla diversità cerebrale ha preso in considerazione 949 persone (521 donne e 428 maschi) di varie età. Gli esperti dell’università della Pennsylvania hanno scannerizzato i cervelli delle loro cavie usando il tensore di diffusione, una tecnica di risonanza magnetica che segue le molecole d’acqua nel tessuto biologico. In questo modo sono stati in grado di mappare le sinapsi e la loro connettività in quasi cento regioni cerebrali. Ed è la prima volta che si riesce a ottenere una sorta di cartina geografica del percorso dei neuroni.

Link all’articolo scientifico: http://www.pnas.org/content/111/2/823.abst

Link ad un articolo in italiano: http://salute.ilmessaggero.it/ricerca/notizie/uomo_donna_cervelli_diversi_studio_londra_universit_amp_agrave_pennsylvania/386133.shtml