76. L’unica speranza è tornare alla realtà

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I tempi sono ormai quello che sono. L’impressione è che non ci sia altro da fare se non assistere inermi al degrado psico-sociale, alla fine dell’umanità come l’avevamo sempre intesa. In effetti, ci siamo svegliati tardi. Qualchesentinella aveva lanciato un profetico grido d’allarme, è  vero. Ma come spesso accade, avevamo tutti pensato all’esagerazione. Alla paranoia del singolo. Forse anche un fondo inconscio ed irrazionale di ottimismo a-priori, una specie di residuo hegeliano che ci perseguita di generazione in generazione, ha soffocato l’attenzione e ci ha portato a guardare altrove.

Bene: oggi non c’è più alcun altrove a cui guardare. È tutto compiuto, tutto qui. Sotto i nostri occhi increduli. Ci siamo come ripresi con un sussulto, risvegliati, tutti o quasi, da un lungo sonno con sogni pilotati: per precipitare però in una specie di incubo. Che accelera, sempre di più. Ogni giorno una nuova notizia, una nuova immagine, una sentenza, uno “studio americano” che ci conferma ciò che prima era sempre stato tenuto di là dalla coscienza, messo in sordina, silenziato. Perché no, non può essere così. Non può essere vero. E invece stava già e sta ancoraaccadendo: ed è sempre più chiaro che non è una novità: è così da anni. Un passo alla volta. Una notizia qua. Un festival di là. Poi cinema, moda, drammatizzazioni studiate a priori e riprese puntualmente a posteriori, sul piano delle cronache. E via, col tam-tamipnotico delle fantomatiche “lotte per i diritti”.
Uomo e donna sono un’invenzione, ci dicono.

E di seguito, l’appello alla scienza ideologizzata (solo ora, con incredibile ritardo, sta venendo fuori quanto “sono attendibili i famosi “trent’anni di studi pro adozioni gay”). Ora è chiaro che tutto è stato pianificato, studiato a tavolino. Con meticolosa attenzione eragione calcolante, per usare la bella espressione di Martin Heidegger. Ci hanno assuefatto, giorno per giorno. In una perfetta applicazione dello schema di Overton. Ci hanno ridotto a sintesi matematico-materialista. La rivincita del Positivismo.

Quanto vale l’uomo? La risposta sta nella misura che ormai solo la Scienza, anzi lo Scientismo, sanno dare. Questo a piccole dosi: accenni, articoli, commenti, gossip. Un lavoro incessante sul linguaggio e sul suo progressivo scollamento dalla realtà. È così che siamo decollati verso la psicosi collettiva, a suon avanguardie culturali e di rivoluzioni cartacee preparato in sordina da anni. In tempi non sospetti. Il tutto sembra ormai definitivamente fondato sulla novità, sullo stato dell’arte liquido: per ciò che riguarda l’antropologia, la filosofia, il diritto, la psicologia. Lo vedremo: è solo uno dei nuovi volti dell’antico Relativismo. Una delle sue tante maschere per nascondere il Nichilismo di cui è fatalmente portatore, come di un virus mortale. Chi non resiste alla tentazione di pensare che siamo noi, gli déi, siamo noi, i creatori? Lo aveva già detto Nietzsche, in forma di dura poesia filosofica (cap. Delle isole beate, Così parlò Zarathustra). Ma per creare bisogna prima fare spazio, annichilire l’uomo stesso, soprattutto se l’intenzione è di inventarne uno nuovo. Questo, non altro, nasconde la rivoluzione Relativista che ha portato l’APA a diventare quello che è, oggi. Sotto gli occhi di tutti. Una rivoluzione psicologica che è scudo e cavallo di Troia di quella psichica. E dovrebbe oggi essere più che altro oggetto di un’attenzione psichiatrica, al limite, data la natura psicotica del problema. E invece no: se ne discute a suon di articoli di propaganda e da lì si decide a quali indirizzi debbano attenersi gli specialisti del settore. Di ogni settore: pena l’inquisizione del Grande Fratello e l’immediata condanna sociale. Appena dopo, la rieducazione coatta.

Eppure bisogna dirlo: di psicosi si tratta, non di altro, ogni qual volta si nega l’evidenza e ci si affida a costrutti mentali, più o meno ben congegnati, reificandoli e attribuendo loro una qualifica ontologica addirittura superiore e preesistente agli enti reali, effettivamente esistenti. Si chiama psicosi, il cui motore è l’alienazione, l’uomo che diventa estraneo a se stesso, incapace di riconoscersi nel suo valore e nella sua inviolabile dignità. Una psicosi che io credo sia addirittura sociale, non solo individuale, e per di più ad alto tasso di contagio.

Ma tant’è: in una società che è appunto psicotica, alienata, allontanata e quindi distante dal Sé, l’ansia di guarigione dalle proprie paure passa necessariamente dalla negazione di ogni argine contenitivo. Non è quindi affatto un caso che sia proprio la complementarietà (limitante e perciò creativa) di maschile e femminile ad essere travolta dal gioco degli “stereotipi di genere”. E con essa, tutto ciò che la differenza sessuale comporta: a partire dalla prima struttura-strutturante che è la Famiglia.

Ma è chiaro, quale sarà mai la novità? Nessuna. È una storia vecchia, ma che non ha affatto perso la sua potenza venefica: non a caso, infatti, Benedetto XVI aveva tanto insistito sul tema del Relativismo.

Ecco: il Relativismo ed il Nichilismo, suo primogenito formalmente disconosciuto, ma di fatto allevato con attenzione, sono i nemici da prendere per le corna.
E dico corna non a caso.

In un mondo compiutamente relativista, il male non esiste più. Questo è il senso profondo della lotta alle differenze: l’abolizione universale del limite, del senso del confine-contenitivo.
Da qui, e non da altro, nasce l’esistenza stessa degli “studi di genere”. A che pro, invece di valorizzare ed arricchire la differenza tra maschile e femminile, per esempio tramite una reciproca educazione (etim.), passare invece ad una banale quanto irrealistica negazione dell’evidenza?

Da cosa deriva l’ipotesi stessa che un bambino possa essere deprivato della madre o del padre, per rendere astrattamente uguali le coppie same-sex rispetto alla naturale unione feconda di maschile e femminile?

Siamo di fronte ad un mostro ideologico, etico, sociale, psichico, di costume, etc. ma prima di tutto onto-logico.

Il Relativismo si gioca infatti (e si vince) prima di tutto sul piano della logica e dell’ontologia: ricordando che l’essere non è un niente, un nihil, che ogni forma di relativismo, di naturalismo, di psicologismo e di storicismo non sono altro che un errore della mente, un colossale inganno, in quanto affermano ciò che negano, in evidente cortocircuito logico: pretendono di essere veri negando al contempo che esistano verità.

Un’auto-fagia assolutista, che pretende di farci credere (in base all’assunto contraddittorio secondo il quale per l’appunto non esistono verità, e quindi limiti) che anche l’uomo è poco più di in concetto, un “concetto antropologico” appunto. Concetto, idea che in quanto tale è prodotto culturale e può dunque cambiare o eclissarsi. A piacere.

Tuttavia dobbiamo ammetterlo: in questa specie di eyes-wide-shut palentario, dopo la “morte di Dio” (per usare la bella espressione di Nietzsche), già possiamo scorgere la morte dell’uomo. Finito, defunto, dissolto, evaporato, incenerito, sta scomparendo.

O perlomeno sta tramontando, là dove non si sia già eclissata, l’immagine che ne abbiamo sempre avuto.

Ma come rianimare la fede nella sacralità dell’uomo, nella bellezza della complementarietà di maschile e femminile, come riacquistare la consapevolezza dell’inviolabile e precedente dignità dell’Altro, del “volto d’altri”, per usare l’espressione di Emmanuel Lévinas?

L’unica speranza è il ritorno alla realtà. Solo abbracciando l’evidenza possiamo guarire: accettando ciò che siamo, compreso il male di cui siamo segnati e di cui siamo portatori.

E dal quale non ci libereremo da soli.

Da che cosa è ostacolato il ritorno al reale?

Non sobbalzi il lettore, ma per chiarirsi le idee sarà sufficiente rifarsi al vecchio Marx. Sembra paradossale, ma proprio a lui dobbiamo una delle più fulminanti e ben riuscite denunce dell’ideologia e del suo abuso logico, concettuale, morale, etico, umano e perfino, direi, estetico. Si tratta di un breve passo tratto (coincidenza! ) da “La sacra famiglia” (siamo nell’attualissimo 1844, anno assai fecondo per Marx). Il passo è quello, piuttosto famoso, della “dialettica del frutto”:

“Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale «frutto», se vado oltre e immagino che il «frutto» – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che «il frutto» è la «sostanza» della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito. […] (L’hegeliano) vede nella mela la stessa cosa che nella pera, e nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè «il frutto». Le particolari frutta reali non valgono più che come frutta parventi, la cui vera essenza è «la sostanza». […] Questo avviene, risponde il filosofo speculativo, perché «il frutto» non è un’essenza morta, indistinta, immobile, ma un’essenza vivente, auto-distinguentesi, in moto […] Le diverse frutta profane sono estrinsecazioni vitali diverse dell’«unico frutto», sono cristallizzazioni che «il frutto» stesso forma. Il filosofo… ha compiuto un miracolo, ha prodotto dall’essere intellettuale irreale «il frutto», gli esseri naturali reali, la mela, la pera, ecc.; cioè, dal suo proprio intelletto astratto – che egli si rappresenta come un soggetto assoluto esistente fuori di sé – […] ha creato queste frutta… […]”.

Intesi?

Questo è quello che avviene in ogni forma di Relativismo e correlato Nichilismo: la fede nella fantasia supera quella riposta nella realtà. Siamo nel cuore dell’ideologia. Facciamo un esempio, per rendere il passaggio ancora più chiaro. Pensiamo alla “genitorialità”, ormai oggi completamente slegata, a quanto sembra, dall’essere genitori. Com’è facile notare, siamo di fronte – come appunto Marx denunciava, nel caso della speculazione hegeliana – dell’inversione del rapporto tra soggetto e predicato. Si considerano come dire: “realmente-reali” non gli enti “realmente-esistenti”, ma le “idee”, i “concetti”. Poi ci si trastulla con quelli, fino a creare qualsiasi mostruosità possibile e immaginabile. E’ così che la “genitorialità” può esserci “senza genitori”, proprio come per qualcuno “il frutto” può esserci senza mele, pere, mandorle, e così via. L’essenza della genitorialità oggi s’aggira per conto suo, indipendente e slegata dal piano della realtà, e acchiappa chiunque: due uomini possono essere genitori, così come tre donne, così come un uomo e una donna. E via.

Che male c’è? E’ la Tecnica che lo consente. Dunque è lecito. E pian piano, perfino credibile.

Siamo oltre, molto oltre i limiti della follia sociale.

Rotti questi argini di aggancio alla realtà, di “fedeltà alla terra” (usando al contrario una bella espressione di Nietzsche) non ci resta che assistere inermi all’ennesimo passaggio consequenziale che già molte volte abbiamo visto nella Storia: l’avvicinarsi dell’era dei mostri.

Una sola è la possibilità di guarigione da questa follia collettiva: l’unica speranza è il ritorno alla realtà.

 

Alessandro Benigni


Pubblicato su Libertà e Persona il 2 Luglio 2016

Quanto valgono – in generale – gli “studi” nell’ambito delle scienze umane?

La difficile riproducibilità degli studi di psicologia

 

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Man with Electrode Wires on Head — Image by © Adrianna Williams/Corbis

 

 

Il tentativo di una vasta collaborazione internazionale di riprodurre i risultati di 100 studi scientifici di psicologia pubblicati negli ultimi anni è riuscito solo in meno della metà dei casi. Tuttavia, la percentuale di riproducibilità è stata diversa a seconda dell’ambito di ricerca, risultando, per esempio, più bassa negli studi di psicologia sociale e in quelli con effetti “sorprendenti” di Roni Jacobson

 

 

 

In uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista “Science”, ricercatori dei cinque continenti annunciano di essere riusciti a replicare solo il 40 per cento circa dei risultati di 100 studi di psicologia cognitiva e sociale pubblicati in precedenza. L’ampia collaborazione Reproducibility Project: Psychology, potrebbe servire da modello per l’analisi della riproducibilità delle ricerche in altri campi, ed è già in corso un impegno simile per esaminare gli studi di biologia del cancro.

“Per il metodo scientifico è essenziale che gli esperimenti siano riproducibili”, dice Gilbert Chin, redattore di “Science”. “Vale a dire che una persona diversa dallo sperimentatore originale deve essere in grado di ottenere gli stessi risultati seguendo lo stesso protocollo sperimentale”. Quanto più uno studio può essere replicato facilmente, tanto più affidabili sono i suoi risultati. Ma “è andata crescendo la preoccupazione che la riproducibilità possa essere inferiore a quanto previsto o desiderato”, spiega Brian Nosek, professore di psicologia all’Università della Virginia e coautore dell’articolo.

 

Per affrontare il problema, scienziati di varie discipline hanno fondato il Center for Open Science (COS) con sede a Charlottesville, in Virginia. Il Reproducibility Project: Psychology, la prima iniziativa di ricerca del COS, ha iniziato a reclutare volontari nel 2011. Ai vari team coinvolti – per un totale di 270 ricercatori – è stato chiesto di scegliere tra un insieme di studi (tutti su argomenti di scienza di base e che non richiedevano campioni o attrezzature specializzati) apparsi nel 2008 su una di queste tre riviste di psicologia: “Psychological Science”, “Journal of Personality and Social Psychology” e “Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory and Cognition”.

In generale, nelle repliche degli studi i dati sono apparsi più deboli. Quanto più robusti erano i dati iniziali – ivi compresa una maggiore dimensione dell’effetto – tanto più era probabile che i risultati fossero riprodotti.

L’esito del Reproducibility Project: Psychology è stato “un po ‘deludente”, ha detto Chin durante una teleconferenza, sottolineando però che non mette necessariamente in dubbio la validità delle teorie testate né le conclusioni tratte. Il processo scientifico comporta “una continua messa alla prova e valutazione delle teorie e degli esperimenti”. Anche gli esperimenti non riproducibili contribuiscono alla nostra comprensione della scienza, aiutando a escludere spiegazioni alternative. Piuttosto, lo studio suggerisce che “dovremmo fidarci un po’ meno di molti dei risultati sperimentali originali che vengono prodotti come prova empirica a sostegno di quelle teorie.”

 

Alan Kraut, direttore esecutivo della Association for Psychological Science e membro del consiglio del COS, ha fatto un’osservazione simile: le inevitabili differenze fra i partecipanti allo studio, i tempi, il luogo, le competenze del gruppo di ricerca e molti altri fattori influenzeranno sempre i risultati. “L’unico risultato che sarà replicato il 100 per cento delle volte – ha dettp Kraut – è quello che rischia di essere banale e noioso.”

I gruppi hanno ricevuto i protocolli e i programmi di analisi dello studio originale e si sono anche consultati con gli autori, in modo da far corrispondere l’impianto del loro studio con quello originale. Conclusi gli esperimenti, i coordinatori del Progetto hanno aggregato i dati e rivisto in modo indipendente le analisi.

Il successo della replica è stato valutato in base ai seguenti criteri: significatività statistica e valori di p – una valutazione della probabilità di un evento all’interno di una verosimiglianza predeterminata (in genere il 95 per cento, o di valore di p di 0,05); la dimensione dell’effetto, che indica la forza del fenomeno testato; il giudizio soggettivo del gruppo di replica; e una meta analisi delle dimensioni degli effetti di tutti i 100 esperimenti. Sono state considerate anche altre caratteristiche che avrebbero potuto influire sui risultati, tra cui la dimensione del campione, il cosiddetto “effetto sorpresa” e la competenza del gruppo originale.

L’analisi finale ha riportato che, mentre il 97 per cento degli studi originali annunciava risultati statisticamente significativi (ottenendo un valore di p pari a 0,05 o inferiore) questo è avvenuto solo nel 36 per cento delle repliche.

L’uso del valore p, tuttavia, ha una debolezza intrinseca, poiché considera 0,05 come una “chiara” linea di demarcazione tra risultati significativi e non significativi. Per risolvere il problema, i ricercatori hanno esaminato anche la dimensione dell’effetto. E gli esperimenti replicati se la cavavano un po’ meglio se venivano misurati in questo modo.

In totale, il 47 per cento delle repliche ha mostrato un effetto che corrispondeva ai risultati originali con una confidenza del 95 per cento, anche se generalmente l’intensità dell’effetto era ridotta. Soggettivamente, il 39 per cento dei gruppi ha ritenuto di essere riuscito a riprodurre con successo lo studio originale.

E’ interessante notare la scoperta che alcuni tipi di studi avevano più probabilità di essere riprodotti rispetto ad altri. Solo il 25 per cento circa dei 57 studi di psicologia sociale compresi nel progetto sono stati riprodotti con successo, contro il 50 per cento dei 43 studi di psicologia cognitiva. Gli studi di psicologia sociale hanno avuto anche dimensioni dell’effetto più deboli. Inoltre, quanto più era semplice l’impianto dell’esperimento originale, tanto più affidabili erano i suoi risultati. I ricercatori hanno anche scoperto che gli effetti “sorprendenti” erano i meno riproducibili.

Lo studio ha escluso le ricerche che avevano richiesto tecniche avanzate di neuroimaging, escludendo forse così anche esperimenti con un  livello di precisione elevato, che avrebbero potuto essere replicati più facilmente. Ma gli autori notano che il problema della riproducibilità persiste in tutti i campi della scienza, forse in parte anche a causa della corsa alla pubblicazione.

“La pubblicazione è la moneta della scienza”, dice Nosek. “Per avere successo, i miei collaboratori e io abbiamo bisogno di pubblicare regolarmente, e su riviste il più prestigiose possibile”. Ma, aggiunge, le riviste accademiche danno la priorità a “risultati nuovi, positivi e ben inquadrati”. Gli studi che non riescono a trovare un risultato significativo raramente vedono la luce del giorno. Inoltre, le repliche di esperimenti già pubblicati – che pure sono di vitale importanza per l’avanzamento della scienza – hanno molte meno probabilità di superare la peer review.

Per cambiare la situazione – ha dichiarato Marcia McNutt, direttore di “Science” – recentemente la sua e altre riviste hanno stabilito linee guida che incoraggiano una maggiore trasparenza e apertura nei loro processi di selezione e revisione degli articoli. E aggiunge che “autori e redattori dovrebbero usare maggiore cautela nel pubblicare risultati solo marginalmente significativi, dato che sono quelli che hanno meno probabilità di essere riprodotti.” Se si perde di vista questo fatto, conclude Nosek, “allora la letteratura pubblicata potrebbe abbellire la realtà. ”

(La versione originale di questo articolo è apparsa su www.scientificamerican.com il 27 agosto)

 

 

 

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Fonte: Le Scienze.it

75. L’era della psicosi sociale: ad alto tasso di contagio

Siamo nell’era della psicosi sociale, della negazione dell’evidenza più incontrovertibile.
Uno stato di paurosa sofferenza psichica, ad alto tasso di contagio, che attraversa paesi e generazioni intere. La sua origine è il senso del male, la percezione del male, la consapevolezza del proprio male. Che è prima di tutto finitudine: l’essere finiti, il dover finire. Per questo si cerca salvezza nell’abbattimento di ogni con-fine, di ogni limite. Fino a dire l’indicibile: che gli uomini nascono da concetti antropologici, che tra maschi e femmine ci sono solo differenze culturali, che un bambino non ha bisogno della madre, e può essere fabbricato e venduto. Solo il fatto che non viene concepito dallo spermatozoo più forte, ma da uno scelto a caso dopo una masturbazione, dovrebbe pietrificarci.
Ecco: si sta tutto riducendo ad una planetaria sega-assistita. Un ripiegamento cieco e sterile sul proprio ego.

Tipico della mentalità omosessualista: l’amore è (solo) un gioco.

Dove si può giocare anche da soli. Perché si deve vincere, possedere, ridurre l’altro a pedone, su una scacchiera di possibilità infinite: Senza regole.
L’amore generativo ridotto a ripiegamento sull’immagine di sé. Per sé: a proprio esclusivo uso e consumo.

Siamo già oltre la follia generalizzata (clik qui o sull’immagine per il video).

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Da dove nasce la psicosi sociale?

E quali sono i suoi effetti?

Chi non dice oggi che ci solo “bambini con due papà”?

Come lavorano le squadriglie LGBT per censurare l’opposizione civile ed ottenere facile consenso a suon di slogan e frasi fatte?

 

 

 

Alessandro Benigni

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L’importanza dell’analisi logica (del linguaggio)

Ferdinando Costantino, per Ontologismi.

 

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Le sottili contraddizioni logiche alla base degli studi di genere e ideologia gender“.

 
Dopo un estenuante periodo in cui il tema delle unioni civili ha occupato le aule parlamentari, le prime pagine dei giornali e le bacheche dei social network si ritorna a parlare con forza di gender grazie a notizie provenienti da oltreoceano (caso dei bagni gender neutral in USA), dagli ormoni dati ai bambini in UK e da progetti nelle scuole che sono in questo memento in discussione in sede di commissione parlamentare.
Le ideologie in quanto tali negano la realtà o la deformano e la manipolano per conformarla ai propri diktat e pertanto generano confusione, divisione e, quando portate avanti dai poteri forti, si impongono con violenza e la diffondono.
L’ideologia gender, che deriva da un femminismo radicale di stampo egualitario, non fa eccezione e tuttavia una lettura attenta delle sue tesi non può che suscitare diverse perplessità, prima di tutto di ordine logico.
Un buon punto di partenza è ciò che dice Papa Francesco In Amoris Laetitia al punto 56 ‘Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare».’
La separazione fra sesso biologico e genere è ciò che sta alla base della cosiddetta teoria gender per quanto esista una larga fetta di opinione che nega la sua esistenza affermando al contrario la veridicità e la consistenza scientifica dei cosiddetti “studi o ricerche di genere”, che non avrebbero niente a che vedere (ed è in buona parte sicuramente vero) con gli esperimenti legati a cambiamento di sesso o cure ormonali.
Lungi da chi scrive il giudicare la scientificità degli studi di genere. Ma nonostante tutto un profano che cerchi di capire il senso di tali studi che sono ormai entrati a far parte di numerosi progetti scolastici non può non notare numerose contraddizioni.
Da wikipedia (fonte non propriamente scientifica, ma che in questo caso riflette e riassume bene il contenuto degli studi di genere) si legge: Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno. Gli studi di genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità:

 
il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un binarismo maschio / femmina,

il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo / donna.

 
Una definizione di “stereotipo di genere” è invece la seguente: “Per stereotipi sessuali e di genere si intendono quei meccanismi di categorizzazione ai quali ricorrono gli individui per interpretare, elaborare, decodificare, ristrutturare la realtà sessuale, ossia la rappresentazione di ciò che è maschile e ciò che è femminile.”
Per finire, si definisce identità di genere come il modo in cui un individuo percepisce il proprio genere: questa consapevolezza interiore porta a dire “io sono uomo” o “io sono donna”, oppure” io sono qualcosa di indefinito o definito in uno dei 70 generi recentemente classificati.”
Questa consapevolezza interiore rappresenterebbe il risultato di un mix tra sesso biologico, identità e ruolo sociale.
Gli studi di genere che operano all’interno del ruolo sociale dell’uomo e della donna hanno l’intento di decostruire gli stereotipi al fine di poter esprimere liberamente e senza coercizione alcuna le naturali predisposizioni, che, se non influenzate da alcune sovrastrutture della società, (fra cui la famiglia, la televisione, i messaggi pubblicitari, e perché no, la letteratura di infanzia) consentirebbe agli individui ad assumere liberamente ruoli diversi che essa normalmente attribuisce al genere maschile o femminile.
L’approccio di genere nell’educazione scolastica avrebbe semplicemente lo scopo di indirizzare i bambini, a una visione della vita che sia scevra da luoghi comuni che hanno portato, nel tempo, ad alimentare numerose discrepanze di trattamento fra uomini e donne e pertanto mirano a superare le diseguaglianze nel mondo del lavoro, a prevenire la violenza e permettere alle donne di affermarsi con pari opportunità rispetto agli uomini.
Il rivendicare che uomini e donne, pur con diverse predisposizioni, hanno il diritto di intraprendere qualsiasi professione o praticare qualunque sport, od assumere diversi incarichi o ruoli pubblici con la massima libertà personale sembra essere un diritto ormai acquisito che qualunque persona dotata di buon senso non mette in discussione.
Il problema è quando si tocca il tasto dell’identità e con tutta la buona volontà il salto logico che molti fanno fra ruolo ed identità di genere è quanto meno tortuoso e confusionario e si esce da considerazioni di buon senso per arrivare a creare controsensi tipici delle ideologie.
In primo luogo se tutto ciò che definisce il genere è una categorizzazione a posteriori per rielaborare, decodificare e ristrutturare la realtà sessuale spesso stereotipata da motivazioni di ordine culturale su cosa si fonderebbe la percezione del proprio genere se non su ciò che viene identificato come stereotipi?
Di fatto coloro che avrebbero un’identità di genere diversa dal proprio sesso biologico si comportano o sono spinti a comportarsi in due modi: o sentono il bisogno di esprimerla attraverso atteggiamenti esteriori, modi di vestire, parlare, comportarsi che gli stessi studi di genere definiscono come stereotipi da contrastare oppure sentono il bisogno di adeguare il proprio corpo alla percezione mentale che si ha di sé in ciò che riguarda i caratteri sessuali e per questo si sottopongono a cure ormonali o interventi chirurgici.
Una bambina che viene attratta dal colore rosa o che ama giocare con le bambole o a fare l’infermiera o la mamma sarebbe vittima degli stereotipi di genere imposti dalla cultura dominante mentre un bambino che fa esattamente la stesse cose sarebbe giudicato all’istante come una persona con una identità di genere differente dal proprio sesso biologico che lo porterà nell’immediato futuro ad identificarsi come donna. Tale tendenza pertanto andrebbe incentivata e protetta (anzichè curata come una disforia). E in alcuni paesi all’avanguardia dei diritti civili si passa direttamente alle cure ormonali fin dall’adolescenza.
In definitiva la contraddizione è: una donna che si comporta come donna (avendo atteggiamenti o predisposizioni giudicati come tipicamente femminili) sarebbe vittima di stereotipi mentre un uomo che si percepisce e si comporta come donna (assumendo e facendo propri gli stessi identici atteggiamenti e predisposizioni sopra citati) avrebbe un’identità di genere femminile.
Gli atteggiamenti che in un caso sono classificati come frutto di stereotipi da abbattere nell’altro caso diventano gli elementi caratterizzanti del genere. Non è questa una perversa illogicità che qualunque persona dotata di ragione coglie all’istante?

 
E’ lecito chiedersi: se gli stereotipi sono da abbattere perché, al di fuori dei caratteri sessuali, uomini e donne sono perfettamente identici senza nessuna predisposizione od orientamento naturale su che cosa si baserebbe la propria identità di genere se non nella percezione di sé di essere donna o uomo dotato/a di un proprio corredo sessuale esteriore ben definito?
Allora è possibile separare identità di genere e sesso biologico senza incorrere in contraddizioni come queste?
Sono domande che è lecito porsi anche se non si hanno particolari competenze di natura medica o psicologica perché riguardano in primo luogo i nostri figli e un’educazione in tal senso che si vorrebbe propinare loro fin dalla tenera età e che genitori, insegnanti e persone comuni hanno tutto il diritto di sottoporre a chi fa di loro dei visionari.

 

 

Ferdinando Costantino *

 

 

 

 

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* E’ ricercatore presso Università di Perugia e ricercatore associato al CNR Firenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

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70. Ma davvero l’omosessualità è “solo una variante” della sessualità umana?

70. gay pride Chicago02Alla base del contemporaneo incondizionato favore rispetto alle tesi omosessualiste sta forse non solo un giusto senso di compassione (nel senso etimologico) e di misericordia umana per le persone omosessuali (oltre che un senso del rispetto spesso male interpretato: è chiaro che la persona omosessuale va accolta, rispettata nella sua dignità inviolabile e protetta da ogni ingiusta discriminazione, ma mica per questo si deve dire che essere omosessuali è bello, alla moda, trasgressivo, quasi si trattasse di un’avanguardia artistica o uno sport estremo da provare per vedere qual è l’effetto che fa) non solo questo, dicevo ma anche una profonda ignoranza per ciò che l’omosessualità è, realmente, dal punto di vista fisico. Medico, per l’esattezza.

I giovani, soprattutto vanno messi in guardia.

Altro che brivido della trasgressione.

gay-prideOggi, purtroppo, chi sostiene che l’omosessualità è un disordine evidente, si ritrova immediatamente tacciato bigottismo e gli viene subito rinfacciato la solita frase-fatta: “secondo la scienza è solo una variante naturale della sessualità umana”.
Logicamente, il discorso della “variante” fa acqua da tutte le parti e non ci dice ancora nulla circa la bontà intrinseca di questa “variante” (tra parentesi: “variante” rispetto a cosa? forse rispetto alla normalità?)

A parte che tutti sanno quanto questa “scienza” sia oggi fortemente ideologizzata, forse ancor più dei mass media che diffondono quadretti irrealistici dell’amore gay, vediamo qualche dato appunto “scientifico”, per cercare di capire se davvero lo stile di vita omosessuale sia qualcosa che vada insegnato ai giovani e presentato come “normale”.

downloadIn effetti, stando a quanto la stessa “scienza” ci conferma, le pratiche sessuali gay sono all’origine di tutta una serie di malattie (anche mortali) dovute al fatto che oggettivamente disordinate e contro natura. Molte di queste pratiche riguardano anche gli eterosessuali, e vanno allo stesso modo condannate ed evitate come insane. L’unica differenza è che in una coppia eterosessuale, per esempio, il pericolosissimo e dannosissimo (vedi sotto) rapporto anale non costituisce certamente l’unico modo (o quasi) per esprimere la dimensione affettivo-sessuale. E così, gli stessi media, che da una parte ci bombardano quotidianamente di messaggi riguardanti il rispetto che si deve avere per  l’ambiente e per la natura, dall’altra tacciono omertosamente le gravi conseguenze patologiche e i danni sociali prodotti da questa attitudine innaturale e disordinata.

Pride-Parade-460x274Non a caso lo stesso OMS ci fa sapere che gli omosessuali hanno un rischio di contrarre l’Hiv 19 volte più alto del resto della popolazione, e in questo gruppo i contagi stanno «esplodendo»: «Constatiamo una esplosione dell’epidemia in questo gruppo a rischio – ha affermato Gottfried Hirnschall, che dirige il dipartimento Hiv dell’Oms – soprattutto per un abbassamento della guardia dal punto di vista della prevenzione». Lo scorso maggio le autorità sanitarie statunitensi avevano consigliato i farmaci a tutti i gruppi a rischio, sulla base di studi che indicano che una pillola al giorno unita al preservativo abbassa il rischio del 25%. «Se gli omosessuali seguissero questa profilassi – sottolinea il comunicato dell’Oms – si potrebbero evitare un milione di nuovi contagi in dieci anni».

 

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Le informazioni che seguono sono tratte dallo studio On The Unhealthy Homosexual Lifestyle, tradotto da Paolo Baroni per il Centro Culturale San Giorgio (link). L’originale è reperibile alla pagina web http://www.home60515.com/4.html

 

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“[…] I ricercatori medici sanno da molti anni che lo «stile di vita» omosessuale è un modo di vivere segnato profondamente dalla malattia. Il fatto che la maggior parte dei media stia sottovalutando e/o ignorando, e/o censurando le cruciali informazioni che seguono dovrebbero suggerirvi quanto essi siano parziali, indegni di fiducia, corrotti, e potenzialmente nocivi. Ad esempio, uno studio del 1982, menzionato nel Journal of the American Medical Association, ha rilevato che la percentuale di cancro all’ano negli omosessuali è al di sopra della media normale, forse più del 50% che negli eterosessuali (2). E uno studio del 1997, apparso sul New England Journal of Medicine, ha attirato l’attenzione sulla «forte associazione tra cancro allano e contatto omosessuale» (3). Tale connessione è dovuta al fatto che il rivestimento dell’ano – completamente diverso dal rivestimento più spesso della vagina – è costituito dallo spessore di un’unica cellula, che si lacera facilmente, divenendo così un punto di facile ingresso per virus e batteri. Come il fumo da sigaretta, intaccando il tessuto del polmone, fa aumentare il rischio di cancro polmonare, così il danno ripetuto all’ano e al retto aumenta il rischio di cancro anale. Il sesso anale provoca spesso danni all’ano e al retto. Questo spiega perché l’AIDS si sia diffuso così facilmente nella comunità omosessuale. Tuttavia, anche quando non si producono lacerazioni nel rivestimento anale, esiste ancora un rischio elevato di infezione HIV perché determinate cellule della mucosa intestinale (le cellule M e le cellule di Langerhans) possono essere infettate e trasportare l’HIVpiù in profondità nel corpo umano. Un altro studio ha rivelato che:

  • L80% dei pazienti sifilitici sono omosessuali;

  • Approssimativamente un terzo degli omosessuali è infettato dal virus attivo herpes simplex anorettale;

  • La chlamydia infetta il 15% degli omosessuali

  • «Gli ospiti di parassiti, di batteri, di virus e di protozoi sono del tutto rampanti nella popolazione omosessuale» (4).

Un altro studio ha scoperto che:

  • L’amebiasi, una malattia parassitica, affligge circa il 32% degli omosessuali;

  • La giardiasi, un’altra parassitosi, colpisce il 14% degli omosessuali (nel corso di questo studio, a nessun eterosessuale sono mai state diagnosticate queste due malattie);

  • La gonorrea affligge il 14% degli omosessuali;

  • L’11% degli omosessuali ha verruche anali (5).

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Un altro studio ha rivelato che la sepsi anorettale, un’infezione batterica potenzialmente tossica, è quattro volte più comune tra i maschi omosessuali che tra gli eterosessuali (6). Secondo un altro studio, «la prevalenza di EBV tipo 2 (il virus EpsteinBarr tipo 2) fra i maschi omosessuali è significativamente più alta (il 39% contro il 6%) di quanto lo sia tra gli eterosessuali» (7). Questo virus provoca la mononucleosi infettiva ed è associato a due tipi di cancro: il linfoma di Burkitt e il carcinoma nasofaringeo. Altri studi hanno messo in evidenza elevate e anormali percentuali di epatite A (8), di epatite B (9), di cancro alla prostata (10), di colite, di enterite, di proctite e di proctocolite 11 nei maschi omosessuali. Nel 1997, un giornalista della rivista pro-gay Time di New York notò che un giovane omosessuale in America ha circa il 50% di possibilità di contrarre lHIV in età media, che molti omosessuali hanno abbandonato il «sesso sicuro» in favore del sesso anale non protetto, e che tra il 1993 e il 1996 lincidenza della gonorrea fra gli omosessuali è aumentata del 74% (12). Secondo uno studio dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), nel 2002, l88% di casi di sifilide a San Francisco sono stati riscontrati in maschi omo e bisessuali (13). Il Chicago Department of Public Health ha riportato che la percentuale di casi diagnosticati di AIDS a Chicago relativa a maschi omo-bisessuali è aumentata dal 37% (nel 2000) al 44% (nel 2003); e a metà del 2006 esso ha riferito che circa il 73% di casi di sifilide diagnosticati a Chicago per l’anno 2005 era costituito da maschi omo-bisessuali. E in un rapporto di settembre 2010 dei Centers for Disease Control and Prevention, intitolato «HIV Among Gay, Bisexual and Other Men Who Have Sex with Men» («L’HIV fra gay, bisessuali e altri uomini che fanno sesso con uomini»), si afferma: «I gay, i bisessuali e gli altri uomini che hanno rapporti con persone dello stesso sesso (MSM) rappresenta approssimativamente il 2% della popolazione degli Stati Uniti, e tuttavia è la popolazione più colpita dall’HIV, ed è l’unico gruppo a rischio nel quale nuove infezioni di HIV aumentano in modo costante dall’inizio dei primi anni Novanta […]. Alla fine del 2006, più della metà (il 53%) di tutte le persone che convivono con l’HIV negli Stati Uniti sono maschi omo-bisessuali o drogati che usano siringhe». E secondo un rapporto dei Centers for Disease Control and Prevention pubblicato a novembre del 2009, il 63% dei casi di sifilide in America nel 2008 è stato riscontrato in maschi omo-bisessuali. Riguardo all’HIV-AIDS, i casi di questa malattia fra maschi omo-bisessuali, nonostante anni di campagne sensibilizzatrici e di prevenzione, continua ad essere così elevata in maniera anomala che il numero di settembre-ottobre 2012 della rivista The Gay & Lesbian Review ha descritto l’HIV-AIDS come una «malattia omosessuale» e «uno dei problemi principali dei gay», e ha affermato che «i gay a cui è stato diagnosticato l’AIDS sono sessanta volte più numerosi degli uomini eterosessuali» (14). Concludiamo questa sezione sulle malattie sessualmente trasmesse presso i maschi omo-bisessuali con tre citazioni oneste da parte della Gay and Lesbian Medical Association (15) .

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  • «Gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini sono ad alto rischio di contrarre l’infezione da HIV […]. Questi ultimi anni hanno visto il ritorno di pratiche sessuali molto pericolose».

  • «Le malattie sessualmente trasmesse (STD) colpiscono i maschi gay sessualmente attivi in una percentuale molto elevata. Esse includono […] la sifilide, la gonorrea, la chlamydia e i pidocchi pubici […], l’epatite A B e C, il papillomavirus, ecc…».

  • «I maschi gay possono essere a rischio di cancro alla prostata, ai testicoli o di cancro al colon […]. Nei maschi omosessuali c’è stata un crescita in percentuale del cancro all’ano».

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Accessorio per il lavaggio del retto. Per un “sesso anale senza imbarazzi” (cit.)

 

Quanto alle lesbiche, esse sono a rischio più elevato di cancro al seno. Uno studio sull’omosessualità femminile ha scoperto che «il 63% delle lesbiche non sono mai rimaste incinte […]. Il fatto di non avere figli aumenta nella donna il rischio di cancro al seno da due a sei volte» (16). Inoltre, il fatto di non generare figli può «essere un fattore di rischio per il cancro ovarico, e può anche causare il cancro endometriale» (17). Un altro studio ha rivelato che le vaginiti batteriche colpiscono il 33% delle lesbiche, e solamente il 13% delle donne eterosessuali, e ha scoperto che «le alterazioni citologiche cervicali non solo erano insolite, ma riguardavano esclusivamente le lesbiche» (18). Tali alterazioni possono sfociare nel cancro alla cervice. Un altro studio sulle lesbiche ha indicato una «prevalenza relativamente alta di malattie veneree virali come l’herpes e il papillomavirus simplex (HPV)» (19). Secondo un altro studio, «le infezioni da papillomavirus genitale e le lesioni squamose intraepiteliali sono comuni fra le lesbiche sessualmente attive» (20). Ilpapillomavirus è stato collegato al cancro cervicale. «L’analisi del DNA ha rivelato circa quindici tipi di virus che incidono per più del 99% di tutti i casi di cancro alle cervice» (21). Una delle ragioni per cui le lesbiche hanno un’incidenza elevata di malattie sessualmente trasmesse è che, come hanno documentato alcuni studi, le lesbiche hanno più partner sessuali delle  donne eterosessuali.

Ad esempio, un ampio studio condotto dalla University of Chicago ha concluso che le lesbiche hanno un numero di partner sessuali quattro volte superiore rispetto alle donne etero (22). Ecco due brevi citazioni provenienti dalla Gay and Lesbian Medical Association. Esse sono state estratte da un documento presente nel sito web di questa associazione e intitolato «Top 10 Things Gay Men Should Discuss with their Healthcare Provider»:

  • «Le lesbiche hanno la concentrazione più elevata di fattori di rischio per il cancro al seno di ogni altro sottoinsieme di donne nel mondo».

  • «Le lesbiche hanno alti livelli di rischio per molti tipi di cancro ginecologico».

Concludiamo questa sezione sulle malattie veneree nelle lesbiche con questa citazione estratta sul numero di ottobre del 2012 di The Advocate, una rivista omosessuale: «Dicono gli esperti che un collegamento tra le lesbiche e il cancro, e in particolare il cancro al seno, è più di una semplice speculazione […]. Gli scienziati credono che le lesbiche abbiano un rischio maggiore di sviluppare il cancro al seno […]. La “National LGBT Cancer Network” asserisce che il cancro colpisce le lesbiche in modo sproporzionato» (23). Si dovrebbe notare che le malattie sessualmente trasmesse nelle lesbiche non sono state oggetto di studio quanto lo sono state le malattie sessuali nei maschi gay. Ciò è dovuto al fatto che si pensava che il sesso saffico fosse relativamente più sicuro. Alcuni medici stanno facendo pressioni sulla comunità scientifica affinché si facciano più ricerche nel campo della salute delle lesbiche. Approfondendo gli studi si potrebbe scoprire che, dopo tutto, lo «stile di vita lesbico» non è poi così sano… Un altro fatto relativamente sconosciuto: il sangue degli omosessuali maschi tende ad essere così contaminato da diversi virus e batteri e  tutti i gay che sono stati sessualmente attivi fino al 1977 non possono donare sangue. Un fattore che contribuisce a tutte le malattie diagnosticate negli omosessuali è la promiscuità abituale; e un fattore che contribuisce alla loro promiscuità è l’uso comune di droghe fra loro. Come ha riportato Jose Zuniga, un articolista della rivista omosessuale Windy City Times, c’è «un uso incontrollato di droga che mina la salute e il benessere della nostra comunità (gay), contribuendo alla trasmissione di malattie sessuali» (24). In uno dei suoi libri, anche l’autore omosessuale Dennis Altman ha notato il dilagare delle droghe fra gli omosessuali: «Ciò che è allarmante è il grado con cui la maggior parte del mondo gay naviga in un mare di alcol e di droga» (25). I progressisti e i loro media vorrebbero restringere i diritti di chi fuma (perché fumare può essere dannoso), di che beve alcol (per ragioni ovvie), di che possiede armi (perché accadono incidenti e omicidi), e di che crede che l’attività omosessuale sia immorale, in quanto i progressisti pensano erroneamente che esista un diritto alle aberrazioni come il comportamento omosessuale e sono anche convinti che qualsiasi «discorso» che si riflette negativamente sugli omosessuali – come le informazioni che state leggendo – dovrebbe essere considerato un’«istigazione allodio», una «discriminazione sessuale»). Ai progressisti piace restringere le nostre libertà in maniera coercitiva («per il nostro bene», naturalmente). Allo stesso tempo, essi credono che sia perfettamente corretto permettere a certe persone di diffondere pericolose malattie sessuali in tutto il Paese [Usa, nfr]. Perché mai non ci è concesso di restringere i diritti di individui che spargono ovunque il veleno delle malattie sessualmente trasmesse? Questa è oppressione e fascismo! I progressisti sono degli ipocriti! Altra cosa: le spese per le ricerche sull’AIDS sono eccessive, totalmente irrazionali e del tutto ingiuste, e gli omosessuali sono così egoisti da non curarsene affatto. Nell’anno 2000, abbiamo speso circa 180.000.000 di dollari per la ricerca sul cancro alla prostata, contro i circa 7.000.000.000 per la ricerca sull’AIDS; ma il numero di uomini colpiti da cancro alla prostata ogni anno negli Stati Uniti è molto superiore al numero di persone colpite da AIDS! Similmente, nell’anno 2000 abbiamo speso solamente circa 425.000.000 di dollari per la ricerca sul cancro al seno contro i 7.000.000.000 per la ricerca sull’AIDS, anche se il numero di donne colpite da cancro al seno ogni anno è di molto superiore al numero di persone colpite da AIDS! È abbastanza chiaro che agli omosessuali interessano ben poco coloro che muoiono per cancro alla prostata, al seno o per altre malattie che hanno ricevuto molti meno fondi per la ricerca rispetto all’AIDS. Dove sono finiti la bontà d’animo e il senso di lealtà? Un’altra precisazione necessaria: gli omosessuali hanno arrecato molto danno a questo Paese [Usa, ndr]. Ad esempio, negli anni passati migliaia di emofiliaci innocenti sono morti a causa dell’AIDS perché gli omosessuali sieropositivi hanno infettato l’approvvigionamento di sangue. Nel 1984, «i Centers for Disease Control hanno scoperto che il 74% di emofiliaci che hanno ricevuto emocomponenti derivati dal plasma di donatori americani erano HIV positivi» (26). Un altro esempio: stiamo spendendo milioni e milioni di dollari dei contribuenti per produrre farmaci anti-AIDS per gli omosessuali che hanno volontariamente fatto sesso pericoloso. A causa di questi oltraggi collettivi, gli omosessuali dovrebbero chiedere scusa all’America per i danni arrecati. Riassumendo, per varie ragioni (gli omosessuali commettono atti fisiologicamente innaturali, e sono notevolmente inclinati alla promiscuità), lo «stile di vita» omosessuale tende ad essere malsano sia per gli individui che per la società che indirettamente soffre o ne paga le conseguenze. Incoraggiare chiunque a prendere parte all’attività omosessuale è chiaramente un atteggiamento irresponsabile e depravato”.

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Note

2 Cfr. Council on Scientific Affairs, «Health Care Needs of Gay Men and Lesbians in the United State» («I gay e le lesbiche degli Stati Uniti hanno bisogno di assistenza sanitaria»), in JAMA, del 1º maggio 1996, pag. 1355. Siccome la percentuale di cancro anale negli omosessuali è molto più elevata della percentuale della stessa malattia negli eterosessuali, e poiché essa è associata al sesso anale frequente, ci sono molti gay (e loro sostenitori) che tentano di negare sfacciatamente questa scomoda verità. Giacché questo è un fatto significativo che riflette negativamente sullo stile di vita omosessuale – fisiologicamente innaturale – offriremo un’ampia documentazione per provare questa realtà. I seguenti articoli estratti, tra i tanti, da riviste mediche dimostrano l’anormale alta percentuale di cancro all’ano negli omosessuali: M. Frisch, «On the Etiology of Anal Squamous Carcinoma» («Sull’eziologia del carcinoma squamoso anale»), in Dan Med Bull., agosto 2002, 49 (3), pagg. 194-209; M. Frisch e altri, «Cancer in a Population-based Cohort of Men and Women in Registered Homosexual Partnerships» («Cancro in un gruppo di popolazione di uomini e donne in relazioni omosessuali registrate»), in Am J Epidemiol, del 1º giugno 2003, 157 (11), pagg. 966-972; D. Knight, «Health Care Screening for Men who Have Sex with Men» («Assistenza sanitaria e monitoraggio per uomini che fanno sesso con uomini»), in Am Fam Physician, del 1º maggio 2004 69 (9), pagg. 2149-2156; S. Goldstone, «Anal Dysplasia in Men who Have Sex with Men» («Displasia anale negli uomini che fanno sesso con uomini») in AIDS Read, di maggio-giugno 1999, 9 (3), pagg. 204-208 e 220; Reinhard Hopfl e altri, «High Prevalence of High Risk Human Papillomavirus-capsid Antibodies in Human Immunodeficiency Virus-seropositive Men: a Serological Study» («Alta prevalenza di alto rischio del virus del papillomavirus negli anticorpi umani nello stato di immunodeficienza umana in uomini sieropositivi: un studio sierologico»), in BMC Infect Dis, del 30 aprile 2003 3 (1), pag. 6; R. J. Biggar-M. Melbye, «Marital Status in Relation to Kaposi’s Sarcoma, non-Hodgkins Lymphoma, and Anal Cancer in the pre-AIDS Era» («La condizione coniugale in relazione al Sacrcoma di Kaposi, al linfoma Hodgkins, e al cancro all’ano nell’era pre-AIDS»), in J Acquir Immune Defic Syndr Hum Retrovirol, del 1º febbraio 1996, 11 (2), pagg. 178-182; P. V. Chin-Hong e altri, «Age-related Prevalence of Anal Cancer Precursors in Homosexual Men: the EXPLORE study» («Prevalenza in base all’età dei precursori del cancro anale negli uomini omosessuali: lo studio EXPLORE»), in J Natl Cancer Inst, del 15 giugno 2005, 97(12), pagg. 896-905; R. Dunleavey, «The Role of Viruses and Sexual Transmission in Anal Cancer» («Il ruolo dei virus e la trasmissione sessuale nel cancro anale»), in Nurs Times, 1-7 marzo 2005 101 (9), pagg. 38-41; P. V. Chin-Hong e altri, «Age-Specific Prevalence of Anal Human Papillomavirus Infection in HIV-negative Sexually Active Men who Have Sex with Men: the EXPLORE study» (La prevalenza in età specifica dell’infezione anale da papillomavirus umano negli uomini sessualmente attivi e HIV-negativi che hanno sesso con uomini: lo studio EXPLORE»), in J Infect Dis, del 15 dicembre 2004, 190 (12), pagg. 2070-2076; J. R. Daling e altri, «Human Papillomavirus, Smoking, and Sexual Practices in the Etiology of Anal Cancer» («Il papillomavirus umano, il fumo e le pratiche sessuali nell’eziologia de0 cancro all’ano»), in Cancer, del 15 luglio 2004, 101 (2), pagg. 270-280; A. Kreuter e altri, «Screening and Therapy of Anal Intraepithelial Neoplasia (AIN) and Anal Carcinoma in Patients with HIV-infection» («Monitoraggio e terapia della neoplasia intraepiteliale anale (AIN) e carcinoma anale in pazienti con HIV»), in Dtsch Med Wochenschr, del 19 settembre 2003, 128 (38), pagg. 1957-1962.

3 Cfr. M. Frisch e altri, «Sexually Transmitted Infection as a Cause of Anal Cancer» («Infezioni trasmesse per via sessuale come causa di cancro all’ano»), in N Engl J Med, del 6 novembre 1997, pag. 1350.

4 Cfr. S. D. Wexner, Sexually Transmitted Diseases of the Colon, Rectum and Anus. The Challenge of the Nineties» («Malattie trasmesse sessualmente del colon, del retto e dell’ano. La sfida degli anni Novanta»),in Dis Colon Rectum (EAB), dicembre 1990, pag. 1048. Per un’ulteriore lettura vedi J. F.Beltrami ed altri, «Trends in Infectious Diseases and the Male to Female Ratio: Possible Clues to Changes in Behavior Among Men who have Sex with Men» («Tendenze nelle malattie infettive e il rapporto maschio-femmina: possibili indizi di cambiamenti nel comportamento fra uomini che fanno sesso con uomini»), in AIDS Educ Prev, del 17 dicembre 2005, 17 (6 suppl. B), pagg. 49-56; AA.VV., «Latest STD Data in United States Continues to Portend Problems with Prevention, HIV. Other Research Notes High STDs Among HIV-infected Women» (Gli utimi dati sulle malattie veneree negli Stati Uniti continuano a predire problemi con la prevenzione, HIV. L’altra ricerca ha denotato un’alta incidenza di malattie veneree nelle donne infette da HIV»), in AIDS Alert, dicembre 2005, 20 (12), pagg. 133-136; H. M. Truong e altri, «Increases in Sexually Transmitted Infections and Sexual Risk Behaviors Without a Concurrent Increase in HIV Incidence Among Men who Have Sex with Men in San Francisco: a Suggestion of HIV Serosorting» («Aumenti delle infezioni sessualmente trasmesse e comportamenti sessuali a rischio senza un aumento concomitante nell’incidenza di HIV fra uomini che fanno sesso con uomini a San Francisco: un suggerimento della siero-discriminazione dell’HIV»), in Sex Transm Infect, dicembre 2006, 82 (6), pagg. 461-466; R. E. Baughn-D. M. Musher, «Secondary Syphilitic Lesions» («Lesioni sifilitiche secondarie»), in Clin Microbiol Rev, gennaio 2005, 18 (1), pagg. 205-216.

5 Cfr. J. Christopherson e altri, «Sexually Transmitted Diseases in Hetero, Homo and Bisexual Males in Copenhagen» («Malattie sessualmente trasmesse in maschi omo, etero e bisessuali a Copenhagen»), in Dan Med Bull (DYN), giugno 1988, pag. 285.

6 Cfr. N. D. Carr e altri, «Noncondylomatous, Perianal Disease in Homosexual Men» («Il condiloma, una malattia perianale nel maschio omosessuale»), in Br J Surg (B34), ottobre 1989, pag. 1064.

7 Cfr. D. van Baarle e altri, «High Prevalence of Epstein-Barr Virus Type 2 Among Homosexual Men is Caused by Sexual Transmission» («L’elevata prevalenza del virus Epstein-Barr tipo 2 tra gli omosesuali è causata dalla trasmissione sessuale»), in J Infect Dis, giugno 2000, pag. 2045.

8 Cfr. K. S. Lim e altri, «Role of Sexual and Non-sexual Practices in the Transmission of Hepatitis B» («Ruolo delle pratiche sessuali enon sessuali nella trasmissione dell’epatite B»), in Br J Vener Dis (B40), giugno 1977, pag. 190; R. S. Remis e altri, «Association of Hepatitis B virus Infection with Other Sexually Transmitted Infections in Homosexual Men» («Associazione dell’epatite B con altre infezioni sessualmente trasmesse nei maschi omosessuali»), in Am J Public Health, ottobre 2000, 90 (10), pagg. 1570-1574; P. J. Saxton, «Sexually Transmitted Diseases and Hepatitis in a National Sample of Men who Have Sex with Men in New Zealand» («Malattie sessualmente trasmesse ed epatiti in un campione nazionale di uomini che fanno sesso con uomini in Nuova Zelanda»), in N Z Med J, del 26 luglio 2002, 115 (1158), pag. U106.

9 Cfr. J. J. Ochnio e altri, «Past Infection with Hepatitis A virus Among Vancouver Street Youth, Injection Drug Users and Men who Have Sex with Men: Implications for Vaccination Programs» («Passate infezioni di epatite A tra la gioventù di strada di Vancouver, tra i drogati che usano siringhe e uomini che fanno sesso con uomini: implicazioni per i programmi di vaccinazione»), in CMAJ, del 7 agosto 2001, 165 (3), pagg. 293-297.

10 Cfr. J. S. Mandel-L. M. Schumann, «Sexual Factors and Prostate Cancer: Results from a Case-control Study» («Fattori sessuali e cancro alla prostata: risultati dallo studio di controllo di un caso»), J Gerontol, maggio 1987, pag. 259.

11 Cfr. Council on Scientific Affairs, op. cit., pag. 1356.

12 Cfr. S. G. Stolberg, «Gay Culture Weighs Sense and Sexuality» («La cultura gay soppesa il senso e la sessualità»), in New York Times, del 23 novembre 1997, sez. 4, pag. 1.

13 Cfr. CDC, «Internet Use and Early Syphilis Infection Among Men who Have Sex with Men, San Francisco, California, 1999-2003» («L’uso di internet e le prime infezioni da sifilide tra i maschi che fanno sesso con maschi, a San Francisco, in California»), in MMWR Morb Mortal Wkly Rep, del 19 dicembre 2003, 52 (50), pagg. 1229-1232.

14 Cfr. J. M. Andriote, «Reclaiming HIV as a “Gay” Disease» («Si parla dell’HIV come di una malattia omosessuale»), in The Gay & Lesbian Review, settembre-ottobre 2012, pag. 29.

15 Esse sono state trovate sul suo sito web (http://www.glma.org) il 4 novembre 2009 in un documento intitolato «Top 10 Things Gay Men Should Discuss with their Healthcare Provider» («Le prime dieci cose che i gay dovrebbero discutere con chi fornisce loro assistenza sanitaria»). Forse sono ancora presenti su questo sito.

16 Cfr. J. Ritter, «Breast Cancer Risk Higher in Lesbians» («Il rischio di cancro al seno è più elevato nelle lesbiche»), in Chicago Sun-Times, del 16 ottobre 1998, pag. 50. Un alta referenza per ulteriori letture: S. L. Dibble e altri, «Comparing Breast Cancer Risk Between Lesbians and their Heterosexual Sisters» («Comparando il rischio di cancro al seno tra alcune lesbiche e le loro sorelle eterosessuali»), in Women’s Health Issues, marzo-aprile 2004, 14 (2), pagg. 60-68.

17 Cfr. Council on Scientific Affairs, op. cit., pag. 1355.

18 Cfr.  C. J. Skinner e altri, «A Case-controlled Study of the Sexual Health Needs of Lesbians» («Uno studio analitico dei bisogni di salute sessuale delle lesbiche»), in Genitourin Med, agosto 1996, pag. 227.

19 Cfr. A. Edwards-R. N. Thin, «Sexually Transmitted Diseases in Lesbians» («Le malattie sessualmente trasmesse nelle lesbiche»), in Int J STD AIDS, maggio 1990, pag. 178.

20 Cfr. J. M. Marrazzo e altri, «Genital Human Papillomavirus Infection in Women who Have Sex with Women» («Infezione genitale da papillomavirus umano in donne che fanno sesso con altre donne»), in J Infect Dis, dicembre 1998, pag. 1604.

21 Cfr. J. Fischman, «Sticking It To Cancer», in U.S. News & World Report, del 3 aprile 2006, pag. 58.

22 cfr. E. O. Laurnarm e altri, «The Social Organization of Sexuality: Sexual Practices in the United States» («L’organizzazione sociale della sessualità: le pratiche sessuali negli Stati uniti», U. of Chicago Press, 1994.

23 Cfr. C. Beredjick, «The Lesbian Breast Cancer Link» («Il collegamento tra la lesbica e il cancro al seno»), in The Advocate, ottobre 2012, pag. 16.

24 Cfr. J. Zuniga, «Viagra Vexation» («Irritazione da Viagra»), in Windy City Times, del 28 maggio 1998, pag. 14.

25 Cfr. D. Altman, The Homosexualization of America, the Americanization of the Homosexual («L’omosessualizzazione dell’America, l’americanizzazione dell’omosessuale») St. Martin’s Press, New York 1982, pag. 222.

26 Cfr. M. Thomas, «Baxter, Other Drug Firms Hit with AIDS-related Lawsuit», in Chicago Sun-Times, del 25 aprile 2005, pag. 65.

La vita deve nascere dall’amore tra un uomo e una donna

di Silvana De Mari

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Chi smanetta su Internet ha già scoperto che i movimenti lgbt e fiancheggiatori spesso citano il concepimento di Cristo come esempio di concepimento fuori dalle normali leggi di natura. È quindi i concepimenti fuori dalle leggi di natura sono giusti.
I campioni mondiali del pensiero analogico, non usano il pensiero basato sulla razionalità ( pensiero logico) ma su concetti arbitrari che si cerca di spacciare come giusti per somiglianza apparente ( da cui analogia ) con qualcosa di bello . O di buono. O di molto bello e molto buono, quello che per me, che sono credente, è il punto più bello e più ricco di tenerezza di quello in cui credo. Sto parlando del concepimento di Gesù annunciato dall’arcangelo Gabriele. L’evento avviene il 25 marzo, giorno in cui Tolkien pone la caduta di Mordor, la caduta del male, e giorno in cui è morto mio padre , che riteneva in mistero dell’annunciazione il più bello. È rappresentato molto proprio per la sua bellezza, bellezza estetica, un angelo e una fanciulla, l’uno di fronte all’altra. L’Angelo è rappresentato con un giglio in mano, e la bellezza del giglio aggiunge il suo luminoso candore alla bellezza della fanciulla bellissima e del bellissimo angelo. Nella mia mente (se sapessi dipingere lo rappresenterei così ) nella mano di Gabriele non c’è un giglio, ma un melograno. Maria è china sullo scrittoio, sta scrivendo, sta copiando per il piacere infinito di farlo, su un piccolo pezzo di pergamena, i primi versi della genesi. Li sta copiando per sentire in ogni lettera la bellezza, perché ogni lettera ha una forma e un significato e tracciandola con la mano lei può sentirne tutta la potenza.
In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
E improvvisamente la stanza si riempie del profumo di melograno. Maria si perde un attimo a godere del profumo, poi pensa che è troppo presto, in quella giornata di primavera , perché già ci siano i melograni. Alza gli occhi e si trova faccia a faccia con l’angelo che ha ali enormi che portano il ricordo del mare e del vento sulle colline e che tiene in mano il frutto tondo che si dischiude sui chicchi, ognuno tondo rosso è magnifico, ognuno con il colore di una goccia di sangue. Maria accetta , dice sì, il suo assenso è stato chiesto, il destino del mondo è affidato al suo assenso
fiat mihi secundum verbum tuum.
E nel suo corpo allora si forma come un chicco di melograno l’origine della nuova vita.
Ed ora arriva l’analogia. La gravidanza di Maria si può considerare come un utero in affitto. No, l’utero in affitto non c’etra un fico. Lei resta con il suo bambino in braccio ben stretto al seno dopo che lo ha partorito, mica arrivano due descamisados a petto nudo per strapparglielo via e stringerlo loro mentre frignano istericamente. Nemmeno l’impagabile logica del militante lgbt può tirare in mezzo l’utero in affitto. D’accordo, riconosce il militante, forse non è un esempio di utero in affitto ma è sicuramente un’eterologa.
È la stessa cosa di un’eterologa.
Una fecondazione senza sessualità.
Un’eterologa.
La stessa cosa? Ma avete battuto la testa? I capelli vi servono per tenere nascoste le cicatrici della lobotomia?
L’arcangelo Gabriele che si inginocchia con un giglio (melograno) in mano per portare un messaggio di Dio, mentre nelle sue ali c’è il riflesso del sole sulle prime onde dell’alba e il fruscio delle ali delle tortore è la stessa cosa che stare su un lettino chirurgico con un tizio che mentre chiacchiera con un altro sull’ultima partita ti dice che devi allargare di più le gambe. Che orrore.
Va bene , obbietta il militante, la sono due esempi, c’è un’analogia, la vita può nascere senza sessualità. Se va bene l’una va bene l’altra.
No, è il contrario. La vita deve nascere dall’amore tra un uomo e una donna. Un uomo deve concepire suo figlio nel ventre di una donna amata, dopo averla sedotta, affascinata, magari anche sposata davanti a Dio e la comunità. Questa regola è la regola di Dio ed è talmente assoluta che nessuno può violarla salvo appunto Dio. Quindi l’omuncolo che fabbrica un figlio nel ventre di una donna che non ha sedotto, che non ha amato, che non conosce nemmeno, è in realtà un omuncolo che nel suo delirio si sta fingendo Dio.

[Segue]
p.s. Se vi interessa un libro sul mistero dell’annunciazione mi permetto di consigliare, a puro scopo pubblicitario, Giuseppe figlio di Giacobbe, Silvana De Mari, ed Effatà. L’annunciazione vista dal punto di vista di San Giuseppe.

 

 

Silvana De Mari

Medico chirurgoPsicoterapeuta

 

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