Revel: giornali e menzogne

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In questa lettura vi sono due elementi importanti. Il primo, a conferma dell’impressione di tanti dissidenti russi degli anni Settanta giunti in Occidente, consiste nell’ammettere un apparente paradosso: i meglio informati (gli occidentali) capiscono di meno. Il secondo consiste nel constatare l’importanza decisiva che diamo normalmente alle opinioni di chi scrive e non al rispetto che egli ha verso la verità dei fatti.

J. F. Revel, La connaissance inutile [La conoscenza inutile, 1988]

 

Quando una professione, che ha la sua ragion d’essere nel saper ascoltare l’opinione pubblica e nel saperle parlare, si isola tanto dall’opinione pubblica del suo paese quanto da quella del paese liberato, oggetto della polemica, ciò significa che essa si è rinchiusa in una sorta di autismo tribale poco compatibile con le esigenze della sua missione. L’autismo, per chi ne soffre, è la “polarizzazione di tutta la vita mentale sul proprio mondo interiore e la perdita di contatto con il mondo esteriore”. Per dei professionisti il cui mestiere è quello di osservare il mondo esterno, è un fatto assai increscioso. Da dove viene il male? Ancora e sempre dal fatto che i giornalisti sono troppo presi dalla preoccupazione non di ciò che è, ma di ciò che è necessario dimostrare. E in questo capitolo, lo ripeto per l’ennesima volta, non mi riferisco altro che ai paesi dove la stampa è libera. Degli altri è superfluo parlare. Ma appunto, è interessante esaminare quale uso fa l’uomo della libertà, quando ce l’ha, e anche – è appunto il tema di questo libro – quale uso fa della facoltà di sapere e di dire quello che sa. A proposito dei paesi in cui imperversa la censura, ho spesso notato un paradosso: il cittadino comune e soprattutto l’intellettuale, su molti aspetti dei problemi del mondo, sono meglio informati di quelli delle nazioni libere, perché resi piú abili dall’ostacolo stesso della censura e quindi tanto piú capaci di separare il falso dal vero e di riconoscere l’informazione autentica quanto piú ne sono privati.

Lungi da me l’idea di sostenere che i governi, anche quelli democratici, abbiano sempre ragione e facciano solo cose buone. La stampa li attacca spesso assai giustamente. Sottolineo solo l’atteggiamento caricaturale e puerile di una stampa che giudica indegno tutto ciò che non consiste nell’attacco contro il potere politico e contro ogni potere stabilito. Beninteso, i governi si sforzano di impedire la diffusione di notizie che sono loro sfavorevoli e di amplificare quelle che tornano a loro vantaggio. Beninteso, la ragione d’essere della stampa è quella di ristabilire l’equilibrio e di far conoscere ciò che i governi (ma anche i partiti di opposizione, per ciò che li riguarda) desidererebbero lasciare nell’ombra. Ma questo ruolo della stampa è valido solo se poggia sul rispetto scrupoloso dell’informazione. Ora, i giornali che la rispettano, in ogni democrazia, sono pochi, come pochi sono i paesi che rispettano la democrazia. Negli altri casi, i piú numerosi, la stampa non fa da contrappeso o da antidoto alla disonestà politica: ne fa parte e costituisce uno dei principali strumenti di essa. Quando, durante una conversazione, passiamo in rassegna i giornali e i media del paese dove ci troviamo, noi, senza che vi sia una vera contestazione, li dividiamo spontaneamente in favorevoli e sfavorevoli a quella corrente politica, a quell’ambiente finanziario, culturale, religioso, razziale o sessuale. Nella valutazione che diamo di essi, non è quasi mai la qualità della loro informazione che costituisce il criterio decisivo. D’altronde, l’informazione è il piú delle volte interpretata non per se stessa, per la sua verità o falsità, ma come il segno di un’opinione. Pubblicare la tale informazione mostra che si ha la tale opinione. Che sia vera o no, è secondario.

 

 

J.-F. Revel, La conoscenza inutile, Longanesi, Milano, 1989, pagg. 271-272

 

 

 

 

 

 

 

 

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