Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio? (2)

 

header31*

Qual è la scienza meravigliosa della quale Cartesio nella notte del 10 novembre 1619 vide in sogno i fondamenti?

Gli studiosi ne hanno discusso parecchio e in molti hanno pensato alla geometria analitica, perché questa è in­dubbiamente una delle scoperte scientifiche più importanti di Cartesio, ma dal racconto autobiografico e da quello che sappiamo in base all’evoluzione della ricerca è forse più probabile che il filosofo si riferisca al metodo, cioè ai principi di una riforma radicale e totale del sapere e delle scienze. Una riforma che, se trovava nelle matematiche un efficace modello, non esauriva però in questo riferimento la sua portata e il suo scopo.

*

*

 

Quale logica?

Quello di Cartesio è un pensiero dettato in prima persona, ma che partendo dall’esperienza personale riesce ad individuare le modalità con cui opera una mente universale, quando si mette alla ricerca delle verità. Ed in particolare di una verità nuova, tutta ancora da scoprire, e non di una semplice e banale tautologia o ripetizione di ciò che si è già scoperto.

Il problema del metodo, che è il fondamento della sua rivoluzione filosofica, porta dunque Cartesio ad escludere di poter accettare (solo) la logica aristotelica ed il metodo scolastico, fondato sul sillogismo: questa forma argomentativa è sì molto potente ed assolutamente certa in fase di deduzione, ma quasi sempre non è in grado di scoprire nuove verità e di conseguenza non risulta sufficiente per il progetto cartesiano di ampliare la conoscenza umana, dopo averla rifondata, prendendo esempio da quello che è stata in grado di fare la matematica, nel corso della sua storia luminosa.

La logica classica, fondata sul sillogismo e svolta secondo una modalità che può già definirsi formale, non ci aiuta infatti a scoprire nulla di nuovo, essendo solo un modo per evidenziare e al limite spiegare meglio dei contenuti, di cui siamo già a conoscenza (ars explicandi).
Anche la logica cartesiana può essere definita come logica formale, ma con un importante cambiamento: mentre il formalismo sillogistico è del tutto indifferente al suo contenuto, il linguaggio formale cartesiano indica le procedure e le regole che rendono possibile la scoperta di qualsiasi contenuto scientifico. In questo senso la logica cartesiana non è autonoma o indipendente rispetto altre scienze: essa diviene invece la condizione di tutte le scienze (ars inveniendi).

La logica cartesiana, pertanto, si presenta con caratteristiche del tutto nuove rispetto alla tradizione scolastica. E’ una logica della scoperta (intesa in senso scientifico), che “insegna a ben condurre la propria ragione per scoprire verità che si ignorano“.

*

*

Quale ragione?

Se la logica è lo strumento per la ricerca della verità, occorre chiedersi chi o cos’è il protagonista di questa ricerca, chi è che alla fine utilizza questo strumento. La risposta di Cartesio è chiarissima: la ragione umana. E’ l’uomo che possiede la facoltà della ragione, in base alla quale, come il filosofo scrive nel Discorso sul metodo, può “giudicare rettamente discernendo il vero dal falso“. La ragione umana è dunque il punto di partenza e di arrivo di ogni ricerca filosofica e di ogni sapere scientifico.

Ma su cosa si fonda, a sua volta, la ragione umana? Che cosa garantisce le sue procedure logico-deduttive? Se la scienza, prima di tutto, è conoscenza del metodo e se il metodo si basa sulla logica della scoperta, in base a quel criterio possiamo stabilire la verità di ciò che la ragione umana riesce a scoprire?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire dal carattere intuitivo della conoscenza.  Per Cartesio la ragione non è una facoltà conoscitiva specifica, distinta da altre fonti di conoscenza (come, ad esempio, l’intuizione interiore): la ragione è già essa stessa sinonimo di intelletto, di lume naturale o – più semplicemente – di buon senso. In generale, la ragione rappresenta insomma la capacità – posseduta naturalmente e spontaneamente da ogni uomo – di attingere conoscenze certe.

E il metodo stesso, a sua volta, non è il frutto di un insegnamento astratto, impartito dalla scuola o da un maestro: il metodo è innato, in quanto costituisce il motore della ragione naturale. E’ una capacità originaria, comune, innata nell’uomo.

Se avesse potuto leggere Cartesio, Socrate avrebbe senz’altro sorriso compiaciuto.

*

*

Quale scienza?

Il metodo cartesiano, quindi, non è altro che il manuale d’istruzioni della ragione umana. Ci spiega come funziona, come si fa a metterla in moto per arrivare a destinazione. La meta è sempre la scoperta di una nuova verità. Quello che Cartesio ha individuato non è quindi “un” metodo, ma “il” metodo. Detto questo, come funziona allora questo metodo? Cosa troviamo nel suo manuale di istruzioni?

Rispondere a questa domanda, significa chiarire che cos’è la scienza. E quindi chiarire che cosa è scientifico, quali sono le condizioni della conoscenza scientifica, significa daccapo tornare a chiarire com’è fatta e come funziona la natura umana.

Vedremo più avanti che la ragione cartesiana, in quanto facoltà specificamente umana, trova soltanto in Dio il garante ultimo della propria validità. Essa si presenta di fatto con caratteri di unità, certezza ed evidenza.

Esattamente come la scienza.

Ma dall’unità della ragione deriva l’unità del sapere: le diverse scienze infatti – pur avendo contenuti specifici differenti – traggono i loro principi da alcune verità fondamentali che la ragione ritrova intuitivamente in se stessa. La ragione riflette dunque sulle scienze la propria unità, così come – secondo la metafora contenuta nelle Regulae – è unica la luce con cui il Sole illumina le cose. Da questo punto di vista, la filosofia si configura come la scienza fondamentale che fonda e coordina tutte le altre discipline. “La filosofia – scrive Cartesio nei Princìpi di filosofia è come un albero, le cui radici sono la metafisica, il tronco è la fisica, i rami che spuntano dal tronco sono tutte le altre scienze, cioè la medicina, la meccanica e la morale“.

La scienza, come la ragione, è una e tutta intera. Non è una somma di diverse discipline divise tra loro da compartimenti stagni. Essa, come la ragione ben condotta, è caratterizzata da certezza ed evidenza: ciò che è ancora a livello di probabilità e rimane oscuro non può essere considerato vero sapere.

In altre parole, dal momento che una scienza non può che essere conoscenza certa ed evidente, bisogna essere ancor più radicali degli scettici, che dubitano di tutto, respingere le conoscenze soltanto probabili e fondare invece il sapere scientifico solo su quelle che sono “perfettamente note e delle quali non si può dubitare“.

E il bello è che sarà necessario trovare soltanto la verità di base, assolutamente certa ed evidente, per poi poter procedere deduttivamente come si fa con le dimostrazioni geometriche.

*

*

Quali strumenti di conoscenza?

Quali sono allora gli strumenti della conoscenza umana? Cartesio indica prima di tutto intuito e deduzione. Per trovare una verità fondamentale, solida ed evidente occorrerà diffidare dei sensi e di tutto ciò che ci dà una conoscenza dubitabile e affidarsi invece soltanto a ciò che si presenta come intuitivamete certo ed indubitabile e da qui cominciare a dedurre. Il primo strumento della conoscenza è dunque l’intuito: “per intuito – scrive Cartesio nelle Regulaenon intendo la mutevole attestazione dei sensi né il giudizio fallace di un’immaginazione che compone indebitamente, bensì la concezione di una mente pura e attenta, concezione così facile e distinta che non resti proprio alcun dubbio intorno a ciò che comprendiamo“. (cit. in L.F.Z. p. 133)

Il secondo strumento di conoscenza è la deduzione: per “deduzione – scrive Cartesio, bisogna intendere – tutto ciò che è necessariamente ricavato da altre cose conosciute con certezza“, cioè ciò che è conosciuto a partire da principi veri e noti “mediante uno sviluppo continuo ed ininterrotto del pensiero che intuisce con trasparenza le singole cose“.

Cartesio può così formulare con chiarezza il principio su cui si fonda il suo modo di procedere nell’indagine conoscitiva: il primato dell’intuizione, cioè di una forma di conoscenza che ci mette a contatto immediato con i primi principi, chiari ed evidenti, che non sono derivati né viziati dall’esperienza sensibile.

*

*

Quale metodo?

Abbiamo visto come la ragione – secondo Cartesio – sia un bene ed un patrimonio comune, ereditato da tutti gli uomini. Ora, se la ragione è una, uno deve essere il metodo con cui essa attinge conoscenze certe. Il metodo costituisce, dunque, il principio formale unitario di ogni scienza. Una scienza totalizzante, a sua volta, come abbiamo visto: e non una molteplicità di discipline che non comunicano tra loro.

Veniamo quindi a vedere di che si tratta. In cosa consiste il metodo cartesiano?

Il metodo cartesiano è definito sin dalle Regulae ad directionem ingenii: “Per metodo intendo delle regole certe e facili, osservando le quali esattamente, nessuno darà mai per vero ciò che sia falso e, senza consumare inutilmente alcuno sforzo della mente, ma gradatamente aumentando sempre il sapere, perverrà alla vera cognizione di tutte quelle cose di cui sarà capace“.

Nel Discorso sul metodo, invece, queste regole sono ridotte a quattro.

1) La prima regola è quella dell’evidenza: essa prescrive di accogliere come vero solo ciò che è evidente, ovvero ciò che è chiaro e distinto.

2) La seconda regola prescrive il procedimento dell’analisi come condizione essenziale per l’acquisizione dell’evidenza. I problemi che si incontrano nella ricerca sono, infatti, facilmente risolvibili se vengono divisi nei loro elementi più semplici.

3) La terza regola prescrive il procedimento della sintesi che consente di risalire dagli oggetti più facilmente conoscibili a quelli più complessi. In tal modo, è possibile ritrovare in essi o imporre a essi un ordine generale.

4) La quarta regola, infine, raccomanda di compiere enumerazioni: grazie a esse, si può verificare di non aver dimenticato nulla e di non aver commesso errori nei passaggi precedenti.

La chiarezza e la distinzione definiscono la conoscenza certa ed escludono la validità di un sapere soltanto probabile o congetturale. Ma attraverso quali strumenti razionali si consegue la conoscenza certa?

Nelle Regulae, Cartesio individua due fonti del sapere certo.

a) L’intuito ha per oggetto le conoscenze immediatamente evidenti alla ragione. Esso riguarda le «cose semplici» (come l’estensione, la figura, il movimento, l’esistenza, ecc.) che possono essere comprese di per se stesse, senza essere ricondotte ad altre evidenze più immediate. La natura di queste cose è infatti immediatamente chiara e distinta a chiunque e non ha bisogno – per essere colta – di artificiose definizioni, come pretendeva la tradizione aristotelico-scolastica.

b) La deduzione riguarda la congiunzione necessaria delle «cose semplici» in modo da formare «cose composte». In altre parole, la deduzione consente di passare dall’intuizione di verità immediatamente evidenti a verità che presentano una complessità sempre maggiore, fino a comprendere l’intera scienza umana. La deduzione differisce quindi dall’intuito, in quanto procede discorsivamente. Essa non coglie immediatamente la verità, ma opera attraverso ragionamenti scanditi da passaggi intermedi. Lavora formando una catena di proposizioni, in cui ciascun anello è legato agli altri dal carattere della necessità. Nel ragionamento deduttivo, da cose immediatamente evidenti si possono derivare altre cose la cui evidenza è soltanto mediata, cioè garantita dalla correttezza delle “congiunzioni” intermedie. Ora, a ben vedere – come Cartesio stesso fa notare – ciascun passaggio intermedio è a sua volta fondato su una certezza immediata. Anche quando attua la deduzione, quindi, il metodo cartesiano conserva il suo carattere intuitivo. La combinazione di intuito e deduzione – ovvero dell’analisi, che consente di cogliere le evidenze più semplici, e della sintesi, che insegna a ricomporle entro nessi necessari – permette di organizzare le conoscenze secondo un ordine tanto esteso quanto si estende il sapere stesso dell’uomo. L’edificio della scienza appare così un tutto ordinato: in esso, ciascun singolo elemento è connesso a tutti gli altri da precisi e univoci rapporti. Per questa esigenza di ordine, il metodo di Cartesio assume come modello la matematica, La concezione cartesiana della matematica, tuttavia, a differenza della tradizione scolastica, non comprende soltanto la matematica pura (aritmetica e geometria) e la matematica applicata (astronomia, ottica, musica). Essa si configura, invece, come matematica universale (mathesis universalis), ossia come «scienza dell’ordine e della misura» in generale.

*

*

 


Conclusione

È allora molto probabilmente proprio questa la nuova scienza meravigliosa che Cartesio aveva scorto in quella sua illuminazione: non tanto la geometria, quan­to invece il principio generale in base al quale si possa fare tabula rasa delle vecchie credenze illusorie, confuse e infondate, o delle tautologie dei sillogismi scolastici, per poi riedificare una scienza nuova, fondata sul carattere dell’evidenza e della necessità delle conclusioni. Le regole ed il metodo così esposto ci potrà anche sembrare, di primo acchito, di una semplicità ed elementarietà sconcertante e vuota. Ma ciò accade proprio perché esse sono implicitamente a fondamento del nostro modo di ragionare e di pen­sare.

Non ci facciamo caso, ma il nostro è ancora un mondo cartesiano.

Alessandro Benigni

*

*

*

*

*

*

*

 

Il genio della modernità: Cartesio (1)

header31.jpg


Una vita straordinaria

Pensatore unico, per la sua intelligenza ed il suo eclettismo, Cartesio (chiamiamo così il francese Renè Descartes), nasce da nobile famiglia a La Haye, nella Touraine, nel 1596. Nella sua vita si occupa con straordinaria capacità innovativa di filosofia, matematica, geometria, fisica, fisiologia umana.

gw_descartes_portret-rene-descartes_frans-hals_1600x400È fin da subito un ragazzino molto sveglio, anche se spesso malaticcio, e viene mandato a studiare in una delle migliori scuole del tempo, il Collegio di La Fleche, tenuto dai gesuiti. Ne esce più tardi molto scontento (fatta eccezione per le materie matematiche), tanto da lamentarsi di come questa scuola, che pure era ritenuta la migliore del tempo, non gli abbia fatto imparare granché di nuovo ed anzi lo abbia portato quasi a cadere nello scetticismo.

Ecco un primo punto da tener presente: Cartesio è un filosofo nemico dello scetticismo.
Sfiduciato e scontento, ma non arrendevole, il giovane Cartesio neo-diplomato si dà da fare per capire, con le sue sole forze, se e quali siano le conoscenze che si possono guadagnare in modo certo, in modo rassicurante, “chiaro” e “distinto” (teniamo a mente questi due termini, ci aiuteranno a capire il suo discorso filosofico).

Nonostante la sua vita avventurosa, quasi sempre impegnato in campagne militari (tra l’altro partecipa alla guerra dei Trent’anni), Cartesio è il filosofo della chiarezza e della sicurezza: il suo è un animo che cerca la serenità, quella pace interiore che viene dal contatto con la verità.

Ma Cartesio è anche il filosofo della mente, dello spirito, delle illuminazioni. Delle visioni mistiche. Nel 1619, all’età di 24 anni, mentre si trova in riposo nei quartieri d’inverno dell’esercito imperiale in Baviera, viene rapito come “in un mistico rapimento” (così ci dice il Filosofo) ed ha una prima visione, folgorante, una potente intuizione di quello che sarà il cuore della sua filosofia: il metodo.

 

corrispondenza-biunivoca-tra-punti-e-coordinateIl “metodo” (poi vediamo di che cosa si tratta) viene subito applicato “alle matematiche”, con successo: all’adozione di questo nuovo metodo Cartesio attribuisce  la scoperta di una geometria analitica, sintesi geniale di calcolo algebrico e figurazione geometrica (per inciso, ricordiamo che per “matematiche“, nel Seicento, si intendono aritmetica e geometria).

Mentre approfondisce gli studi, prosegue anche i viaggi e le avventure. Munitosi di una “morale provvisoria” (anche in questo caso vedremo più avanti di che si tratta), Cartesio si lancia in una serie di viaggi per l’Europa (passa anche in Italia per sciogliere un voto al santuario di Loreto); e al ritorno, dopo aver partecipato all’assedio della fortezza ugonotta di La Rochelle, decide di abbandonare la vita militare per dedicarsi interamente agli studi.

 

René_Descartes_i_samtal_med_Sveriges_drottning,_Kristina.jpgNel 1649 compie un errore che gli si rivelerà fatale: arriva a Stoccolma, cedendo agli insistenti inviti della regina Cristina di Svezia, desiderosa di ricevere da lui lezioni di filosofia. La Regina ha curiose abitudini e chiede al Filosofo di tenere lezioni private alle cinque del mattino. Freddoloso e malaticcio, Cartesio viene colto da polmonite e muore nel 1650.

 

 

 


Opere

Cartesio fa delle scelte radicali ed innovative anche sul piano del genere letterario. La sua forma di comunicazione filosofica è nuova, dirompente per la sua chiarezza e semplicità, caratterizzata da uno stile brillante e coinvolgente, che lascia sempre trasparire una profonda sicurezza dei temi trattati. E’ un anticipatore, di quasi tutto. Si pensi solo al fatto che quando pubblica le Meditazioni metafisiche, nel 1641, fa uscire l’opera con una serie di obiezioni raccolte dai rapporti epistolari che ha tenuto con altri filosofi, alle quali risponde con puntigliosa precisione, chiarendo e difendendo le sue posizioni. Ha ideato in questo modo, una sorta di blog-filosofico, al quale idealmente tutti possono rispondere con il loro commento e la loro obiezione: e questo quattrocento anni prima dell’era dei “social network”.

Il Filosofo pubblica, nel 1637, il Discorso sul metodo, che è allo stesso tempo la narrazione del suo itinerario intellettuale ed il manifesto, redatto in francese, della rivoluzione cartesiana. Dopo questo lavoro ritorno alla lingua tecnica della filosofia, il latino, con le Meditationes de prima philosophia (1641), e Principia philosophiae (1644). Il suo ultimo lavoro, il Trattato delle passioni, fu pubblicato nel 1649.
Le altre opere furono pubblicate soltanto dopo la sua morte: il trattato Del mondo (scritto in latino nel 1634); le Regole per la direzione dello spirito (opuscolo rimasto incompiuto, scritto in latino intorno al 1628). Resta pure una corrispondenza abbondante, soprattutto le lettere alla principessa Elisabetta, sulla morale, o quelle al padre Mersenne, l’intermediario tra Cartesio ed il mondo accademico.

*

Alessandro Benigni

*

*

*

*

*

*

*

 

 

 

Se l’uomo è “uguale agli animali”, come andrà trattato?

Qualche nota a margine….

*

o-PETER-SINGER-facebook.jpg

Il filosofo australiano Peter Singer (Melbourne, 1946)

*

Esce oggi su Critica Scientifica  (link) una nuova, acuta analisi di Enzo Pennetta, che si va ad aggiungere alla già cospicua mole di lavoro di demistificazione e destrutturazione della vulgata scientifica oggi dominante. Vulgata che, non guasta ripeterlo, è funzionale ad una strategia economico-politica, il cui scopo finale è quello di isolare l’uomo, depotenziarlo, piegarlo agli interessi dell’Impero [1].

*

Il merito di Pennetta va senz’altro ben oltre la stretta analisi critica del versante scientifico del darwinismo e delle teorie biologiche ad esso collegate. La replica di Critica Scientifica coglie infatti il punto essenziale già a partire dal titolo: Peter Singer: il gradualismo darwinista serve a renderci uguali agli animali.

La tesi, funzionale ad un sistema di dominio (in cui s’iscrive anche l’utilizzo politico-sociale delle ipotesi darwiniste, vecchie e nuove), è perfettamente indovinata: tra uomo ed animali c’è un continuum. Apparteniamo alla stessa storia filogenetica, abbiamo un unico progenitore, veniamo tutti da lì, insomma: siamo qualitativamente della stessa pasta, qualcuno più organizzato, qualcun altro meno, ma sostanzialmente tra noi e il resto del mondo animale non ci sarebbero differenze.

p2037_peter_singerUna volta inconsciamente o ingenuamente accettata una teoria di questo tipo, tutte le conseguenze possibili diventano via via necessarie. Tra le quali, anche quella che vuole ripiegare l’uomo alle sue (presunte) origini, farlo tornare da dove viene, ridurlo ad animale, attraverso un duplice movimento: da una parte mostrargli che tra la sua costituzione psicofisica e quella degli altri animali, partendo dai più evoluti, non ci sono differenze qualitative, ma solo quantitative, dall’altra elevando gradualmente nell’opinione comune la sensibilità per il cosiddetto problema dei “diritti” degli animali.

Come sempre accade per gli studiosi di spessore, ed è questo il caso di Pennetta, lo sconfinamento nella filosofia è dunque quasi automatico. Dalla competenza disciplinare si passa alla conoscenza, ovvero alla comprensione del senso e del significato di ciò che la scienza dice. O ciò che, come nel caso di Singer, vorrebbero farle dire.

Per Peter Singer, sintetizza in modo lapidario Pennetta,

l’Uomo è uguale agli animali”.

E’ questo il punto: e siamo così nel terreno della Filosofia.

*


Aggiungo quindi qualche nota a margine al discorso di Pennetta.

peter_singerL’argomentazione filosofica di Singer si basa su un assunto di fondo, stabilizzato mediante una serie di passaggi che richiamano da vicino la fallacia logica chiamata “petitio principii”. Se ben utilizzata (e Singer è senz’altro un maestro in questo), questa tecnica sofistica consente di anestetizzare la capacità critica del lettore, mediante una concatenazione di passaggi in cui la premessa maggiore viene abilmente nascosta, in modo da renderla meno evidente – nella sua sostanziale identità, con la conclusione che si vuole ottenere. La stessa definizione latina petitio principii (“petizione di principio” o “risposta con la premessa“) indica infatti un ragionamento nel quale la proposizione che deve essere provata è supposta implicitamente. L’affermazione da dimostrare, quindi, viene data per scontata durante il ragionamento che dovrebbe, al contrario, dimostrare che è vera.

*

Propongo qui un esempio di questa tecnica “in azione”, preso proprio da un testo di Singer. Si parla di uguaglianza, e la tesi del Filosofo australiano è questa: il “principio di uguaglianza” deve portarci a considerare razzismo e specismo come mali morali simili. Perché? Perché uomo ed animali sono uguali. E chi lo dice? Lo dice appunto il fatto che sono simili: provano dolore, hanno interesse a non essere torturati e così via. Come si può notare, una perfetta circolarità che però, come possiamo constatare dalla lettura del brano che segue, non dà scampo al lettore distratto.

Si noti, per inciso, come lo specismo viene eo ipso assimilato al razzismo, e messo sullo stesso piano. Questa è un’altra tecnica sofistica: si chiama “avvelenamento del pozzo“. Chi vorrà essere considerato “razzista“? Se razzismo e specismo vengono presentati come equivalenti, senza prima averne dimostrato l’equivalenza, il lettore sarà condizionato in partenza nella sua analisi, considerando già a priori lo specismo come qualcosa di negativo, da cui dissociarsi, in quanto equivalente, appunto al razzismo. Uno per gli animali, l’altro tra gli uomini, ma poco importa: siccome sono uguali – ed è questa la tesi che però andrebbe preventivamente dimostrata – la tesi è già psicologicamente blindata fin dall’inizio, ed il gioco è fatto.

*

Scrive Singer:

“L’argomento a favore dell’estensione del principio di eguaglianza oltre la nostra specie è semplice, così semplice da non essere più che una esplicitazione del principio dell’eguale considerazione degli interessi. Abbiamo visto che questo principio implica che il tener conto degli altri non deve dipendere dalla loro razza o dalle loro capacità (anche se proprio quanto dobbiamo fare in base a questa considerazione per gli altri può variare secondo le caratteristiche dei destinatari delle nostre azioni). È su questa base che siamo in grado di affermare che il fatto che qualcuno non sia membro della nostra razza non ci autorizza a sfruttarlo, e analogamente il fatto che qualcuno sia meno intelligente non significa che è lecito trascurare i suoi interessi.

[…]

La capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale, una condizione che deve essere soddisfatta prima che si possa parlare di interessi in modo significativo. Non avrebbe senso dire che non sarebbe nell’interesse della pietra essere presa a calci da un ragazzo per la strada. Una pietra non ha interessi perché non può soffrire. Niente di ciò che possiamo farle può introdurre la benché minima differenza nel suo benessere. Un topo, invece, ha interesse a non essere tormentato, perché verrebbe a soffrire di ciò. Se un essere soffre, non può esserci giustificazione morale per rifiutare di prendere in considerazione tale sofferenza. Quale che sia la natura dell’essere, il principio di eguaglianza richiede che la sua sofferenza conti quanto l’analoga sofferenza di ogni altro essere – nella misura in cui confronti del genere possono essere fatti. Se un essere non è capace di provare dolore, o di avere esperienza di piacere o felicità, non c’è nulla da prendere in considerazione. Ecco perché il limite della sensibilità (usando questo termine come un’utile, anche se non del tutto precisa abbreviazione per la capacità di provare dolore o avere esperienza di piacere o felicità) è il solo confine difendibile per il tener conto degli interessi altrui. Tracciare questo confine mediante altre caratteristiche, quali l’intelligenza o la razionalità, sarebbe arbitrario. Perché non scegliere allora il colore della pelle? I razzisti violano il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della propria razza, ove si venga a creare un conflitto fra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. I razzisti bianchi non accettano che un dolore è altrettanto cattivo quando sia provato dai neri. Analogamente, quelli che chiamerò “specisti” attribuiscono maggior peso agli interessi dei membri della loro stessa specie, ove si venga a creare un conflitto tra i loro interessi e quelli dei membri di un’altra specie. Gli specisti umani non accettano che il dolore è altrettanto cattivo quando sia provato da maiali o topi di quando sia provato da umani. [tratto da P. Singer, Practical Ethics (1979); trad. it. di G. Ferranti, Etica pratica, Napoli, Liguori, 1989, pp. 57-58]

*

Come si vede, nel miscuglio delle affermazioni dell’autore, è difficile trovare l’identià tra la tesi da dimostrare e le premesse. Eppure tutto si basa su una serie di sofismi e fallacie logiche che vogliono dare per dimostrato ciò che in realtà viene aprioristicamente preso per scontato.

Si parla di “principio di uguaglianza”, ma uguaglianza fra chi? Anche un bambino sa che sono gli enti uguali a dover essere trattati nello stesso modo. E l’uguaglianza tra uomini e animali, come viene fondata? Sulla “capacità di provare dolore”, risponde Singer. Peccato che , anche per questa via, ci stiamo muovendo in una doppia fallacia. Non basta prendere un elemento in comune, come se una parte ci dicesse che cos’è il tutto. Vediamo almeno due delle tecniche sofistiche più evidenti:

 

1) Primo: “affermazione del conseguente”. E’ una fallacia argomentativa di tipo formale, in cui dall’affermazione di un effetto si evince l’esistenza di una causa. Esempio: “Se piove, allora la strada è bagnata. La strada è bagnata. Dunque piove”. Il ragionamento di Singer slitta su un errore formale molto simile: “se un essere vivente soffre, ha interessi che vanno rispettati, dunque a chiunque può soffrire va applicata un’etica, come per gli uomini”. Ma si dà il caso che potremmo rispettare un essere vivente al di là della sua capacità presunta o reale di soffrire, quindi la premessa esibita risulta insufficiente per arrivare a queste conclusioni. Singer sembra affermare che siccome “la capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale” (principio su cui si fonderebbe, sempre secondo Singer, l’etica) e “un topo, ha interesse a non essere tormentato, perché verrebbe a soffrire di ciò”, allora ne consegue che dev’esserci un “principio di uguaglianza” tra uomo e topo. Ma, daccapo: che uomo e animali siano uguali, resta tutto da provare. Infatti, che il topo e l’uomo abbiano interesse a non soffrire non significa affatto che siano per ciò stesso qualitativamente e complessivamente uguali. Ed arriviamo così alla seconda fallacia, strettamente legata alla prima.

2) Si chiama fallacia di “falsa analogia”. Funziona così: due termini vengono presentati come analoghi, simili o equivalenti in base alla considerazione di acune proprietà. Formalmente: due elementi, A e B, sono presentati come simili per il fatto di avere in comune una proprietà P. Ma un’analogia non può avere estensione illimitata e, soprattutto, non può fondarsi sulla condivisione di una sola proprietà.

Uomo e topo sono uguali, in base alla mera capacità di provare dolore?

Basta la capacità di provare dolore, per essere umani?

Se fosse questo l’argomento fondante, come scrive lo stesso Singer (“Se un essere non è capace di provare dolore, o di avere esperienza di piacere o felicità, non c’è nulla da prendere in considerazione”), allora ne consegue che un essere umano reso incapace di provare dolore, può essere tranquillamente torturato, ed ucciso. Perché no?

E infatti, come ci ricorda Giulio Meotti, il Filosofo australiano è coerentemente favorevole non solo all’aborto, ma anche all’infanticidio.

*

*

*

Alessandro Benigni

*

*

*


Note

[1] La scelta del lessico apocalittico, nel mio caso, scaturisce da una visione globale e da un’allarmata presa di coscienza di ciò che è accaduto e sta accadendo tutt’ora. Occorre intendersi sui termini utilizzati. Nel mio discorso, qui su Ontologismi, parlo di Impero, di Monade-animale, di Overton, di Naturalismo Riduzionista, e così via. Non si tratta di “parole nuove”, o senza significato. Al contrario: propongo termini che riassumano in sé un ventaglio di concetti sufficiente per procedere nell’argomentazione in modo agile e snello, come richiesto questa specifica forma di comunicazione sul web. Solo due precisazioni, dunque, per il lettore che volesse approfondire il mio discorso antropologico su questi temi. Che cosa intendo per “Impero” e per “Monade-animale”?
Impero: accolgo e faccio mia la bella definizione di don Fabio Bartoli: l’Impero “non è un ente politico, ma una concezione di vita, un Impero culturale, un potere pervasivo che in parte è l’ideologia di un mercato senza regole, dove l’uomo scompare tra gli ingranaggi dell’economia, e in parte è l’ideologia di un relativismo che a questo Impero del mercato è funzionale” (Cfr. F. Bartoli, Uscite, popolo mio, da Babilonia, Il Messaggero, Padova, pag. 7)

Monade-animale: cos’è una monade? Per il filosofo, matematico, fisico e logico Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646 – 1716) la monade è la componente ultima del reale: una sostanza semplice, priva di parti, inestesa, indivisibile ed eterna. Le monadi sono “mondi chiusi” – Leibniz li dice “privi di finestre” – non comunicano tra loro e pertanto non possono subire influenza reciproca o la modifica indotta dall’esterno; le monadi sono una sorta di atomi psichici che, pur essendo chiusi in se stessi, sono legati tra di loro in quanto tutti sono aspetti del mondo. La monade è dunque – per il filosofo tedesco – una sorta di atomo spirituale, isolato, coordinato e diretto dall’esterno. Per Leibniz questo “direttore d’orchestra” è Dio, nella mia accezione invece è l’Impero stesso. La monade-animale diventa così il simbolo, la sintesi, l’obiettivo del processo in atto, tale per cui l’uomo viene progressivamente ridotto ad ente qualitativamente equiparabile a tutti gli altri animali evoluti, il cui valore è quindi lo stesso: poco più che niente. Filosoficamente, siamo in pieno Nichilismo estremo. Sarà interessante, nelle prossime riflessioni, cercare di capire quanta influenza abbia avuto il darwinismo su questa inconsapevole convinzione, che come abbiamo visto lega insieme tutti questi fenomeni: l’uomo è poco più di un Bonobo, di un Orango del Borneo, di un Pongo abelii. Quantitativamente più sviluppato, ma qualitativamente sullo stesso piano di una scimmia. O un animale qualsiasi. Del quale l’Impero potrà disporre come meglio crede. Con il consenso, beninteso, del soggetto-ridotto-ad-oggetto, in quanto preventivamente deprivato di ogni capacità di resistenza critica al processo in atto.

*

15202628_618566208329572_2406179032471205014_n-1

*

*

*

*

*

*

*

Che differenza c’è tra uomini e topi?

L’uomo è come un topo?


 

Il naturalismo riduzionista pseudo-scientifico è ormai una Ratte beim Knabbernvisione del mondo consolidata. Ingenuamente accettata dai più.

Siamo oggettivamente in ritardo: tuttavia una Resistenza umana non solo è possibile ma anche necessaria.

Ma il riduzionismo scientifico può essere scardinato.

L’idea che l’uomo sia niente più che un essere naturale, insieme agli altri, può essere demistificata.

Ricondotta al suo valore reale: zero.

Sarà una battaglia difficile e faticosa, in cui la Resistenza si trova a combattere in difesa. Tuttavia, la logica dell’evidenza resta ancora – grazie a Dio – un solido bastione di difesa: invano i piccoli sicari dell’Impero monteranno le loro catapulte.

Prendo ad esempio Peter Singer, leggo una pagina formidabile, giusto per misurare quanto la violenza della riduzione dell’uomo ad animale (a “monade animale”, come preferisco dire da qualche tempo) sia avanzata.

Egli (ma chi di noi, oggi, non è in questa linea di pensiero?) parla di “principio di uguaglianza”. Tra chi? Tra esseri umani ed esseri viventi di altre specie.

Sì, signore e signori: si parla di uguaglianza tra uomini e animali.

L’intera architettura del discorso di questo famoso “filosofo” si basa su un mix di fallacie logiche piuttosto evidente.

Vediamone solo un paio.

Primo: “affermazione del conseguente”. E’ una fallacia argomentativa di tipo formale, in cui dall’affermazione di un effetto si evince l’esistenza di una causa. Esempio: “Se piove, allora la strada è bagnata. La strada è bagnata. Dunque piove“. Il ragionamento di Singer slitta su un errore formale molto simile: “se un essere vivente soffre, ha interessi che vanno rispettati, dunque a chiunque può soffrire va applicata un’etica, come per gli uomini“. Ma si dà il caso che potremmo rispettare un essere vivente al di là della sua capacità presunta o reale di soffrire, quindi la premessa esibita risulta insufficiente per arrivare a queste conclusioni. Singer sembra affermare (le citazioni che seguono sono prese dal suo scritto Etica Pratica, Napoli, Liguori, 1989, pag. 57) che siccome “la capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale” (principio su cui si fonderebbe, sempre secondo Singer, l’etica) e “un topo, ha interesse a non essere tormentato, perché verrebbe a soffrire di ciò”, allora ne consegue che dev’esserci un “principio di uguaglianza” tra uomo e topo.

Ma il fatto che il topo e l’uomo abbiano interesse a non soffrire non significa affatto che siano uguali. Ed arriviamo così alla seconda fallacia, strettamente legata alla prima.

Si chiama fallacia di “falsa analogia”. Funziona così: due termini vengono presentati come analoghi, simili o equivalenti in base alla considerazione di acune proprietà. Formalmente: due elementi, A e B, sono presentati come simili per il fatto di avere in comune una proprietà P. Ma un’analogia non può avere estensione illimitata e, soprattutto, non può fondarsi sulla condivisione di una sola proprietà.

Uomo e topo sono uguali, in base alla mera capacità di provare dolore?

Basta la capacità di provare dolore, per essere umani?

E se in un dato momento un essere umano non ha la capacità di provare dolore, per ciò stesso perde la sua umanità?

Ora, quello che mi preme affermare è però un altro livello del discorso: occorre andare al di là dell’argomento (infondato) in sé. Occorre guardare a dove vuole portarci. Lo scopo del Naturalismo riduzionista è quello di portare l’uomo a smarrire, a dimenticare la dignità del suo essere-umano. Un auto-convincimento di questo tipo, l’idea di essere poco più che un animale, apre di fatto la strada ad una sua completa e radicale riduzione ad oggetto. Non è un’elevazione dell’animale ad un rango superiore, ma semmai una degradazione dell-essere-uomo a mero animale (o monade-animale, come ho cercato di mostrare in questi primi 5 interventi).

 

E’ quello che già da decenni sta puntualmente accadendo: a piccoli passi, ma a ritmo costante.

timthumb

Chissà, in tutto questo discorso, che fine ha fato la “coscienza”. Credetemi, non è un caso che sia questa la bestia nera dei riduzionisti, di ogni epoca e di ogni luogo. Essa è infatti la differenza abissale tra uomo e animale.
Topi compresi.

*

*

*

 

 

 

Alessandro Benigni, Note minime, Novembre 2016
*

*

*

*

Contro il naturalismo riduzionista

 

shadowofmordor1.jpg

*

Le scienze naturali, dalle quali ormai anche la Psicologia sembra pienamente assorbita, proseguono indisturbate nella loro avanzata. Inarrestabili, nel delirio collettivo, si fanno portatrici di principi e di regole. O meglio: sono utilizzate con questo scopo (extra-scientifico). Le scienze sono, e da un pezzo, alla conquista di un territorio lasciato indifeso, che una volta era della Religione e della Filosofia. Il territorio che sta in mezzo ai confini dell’Etica.

In un mondo in cui tutto è andato in frantumi, l’apparente solidità del naturalismo scientifico ha trovato un terreno quasi completamente sgombro da ogni difesa. E così, nella distrazione generale, quasi nessuno sembra essersi accorto che questa ondata planetaria di scientismo positivista è in realtà uno strumento ideologico nelle mani dell’Impero.

La Tecnica, il Mercato: sono questi gli “dèi” che dominano oggi, per conto dell’Impero.

E la scienza è sempre stata dipendente da entrambi e da molti altri “dèi”: sia chiaro.
Ma dalla Tecnica e dal Mercato più di tutti e fin dal suo apparire come scienza galileiana, dal tramonto del Rinascimento.

Oggigiorno questo processo è massimamente evidente nella dipendenza cronica, nella quasi totale mancanza di libertà, dei centri di ricerca. Nati in apparente opposizione all’Impero, ne sono subito stati assorbiti.

Tutto, oggi più che mai, dipende dagli sponsor, dai finanziamenti, dalle amicizie potenti, dagli appalti, dalla grana sottobanco, dall’appoggio politico. Tutto dipende dall’Impero, attraverso Tecnica e Mercato.

Le Università stesse, “dipendono”.

Ora, la naturalizzazione è *l’oggettivazione* più brutale che si sia mai vista, la riduzione ad oggetti più spaventosa, in atto ora, mentre noi siamo qui tranquilli a decidere dove fare l’aperitivo stasera. Non piovono bombe dal cielo: eppure sta succedendo.

Il passo finale di questo processo consiste nel ridurre le persone a cose, a tutti gli effetti, dopo averle de-gradate ad animali e ad averle spogliate del loro posto unico e sovrano, nel mondo naturale.

Finché il principio nichilista di questa operazione e della sua destinazione non sarà sufficientemente portato ad evidenza, le persone continueranno a non capire o peggio a considerare quello che accade per il verso contrario. In un tremendo abbaglio: illudendosi che di progresso si tratti, quando invece è nient’altro che riduzione in schiavitù. Il delirio collettivo amplificato da una volontà di potenza silente ma ipertrofica, farà il resto.

Ai più resterà del tutto impossibile scorgere la progressiva deprivazione in atto, in ragione del fatto che è fuori misura: troppo lenta e troppo veloce insieme per essere colta come un evento tra gli altri. Resterà quindi impossibile scorgere con chiarezza la destinazione verso la quale siamo indirizzati. A forza e con una violenza inaudita: anche se è tutto trasparente e molto ben mimetizzato.

Che cosa dobbiamo intendere per “naturalizzazione”? Badate bene: è questo il termine-chiave, la stella polare per orientarsi. La naturalizzazione consiste nel ridurre l’uomo ad una sola delle sue dimensioni, e precisamente alla mera dimensione fisiologica. Materiale.

L’uomo dev’essere dominato: un Signore si ribellerà, ma un signore convinto di essere servo non opporrà resistenza.

Per questo, l’uomo dev’essere gradualmente portato a sentirsi parte del mondo naturale, in tutto e per tutto soggetto alla sua dimensione psico-fisica. Dopo di che, la degradazione potrà essere completa.

*

*

Alessandro Benigni, Note minime, Novembre 2016

*
*
*
*
*
*
*

Da un po’ più in qua, prima del risveglio

article-0-11927927000005DC-643_634x499.jpg

*

 

Dai confini dell’Universo le stelle ti vedono ancora

calcare la terra, nascere

resuscitare Lazzaro

sorridere a Tua Madre mentre l’acqua diventa vino.

Da un po’ più in qua della Chioma di Berenice

Ti si può vedere – adesso, davvero:

ci guardi ancora con quegli occhi di silenzio

mentre stai per morire

E tutto il Tempo è nell’istante – e non viceversa

E quel sogno si è già avverato

da un po’ più in qua,

prima del risveglio

prima della Tua nuova venuta

Signore dell’Universo.

*

*

Alessandro Benigni, Note minime

Novembre 2016

*

*

*

*

*

*

*