L’autodistruzione e la morte non portano affatto ad un ritorno alla beatitudine delle origini

 

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Spazio bianco

Che ci sia una forma di vita e di esistenza intra-uterina non è soltanto la convinzione di chi si oppone all’aborto, è anche un concetto che è necessario introdurre nel trattamento dei pazienti a rischio di suicidio e, più in generale, delle persone in cui prevalgono tendenze autodistruttive. Costoro, infatti, si convincono che la morte rappresenti il ritorno a quello stato di quiete e beatitudine che esisteva prima della nascita. Si tratta di un’illusione pericolosa; per superarla, è necessario che il paziente comprenda che tale esperienza originaria non era in contrasto con quella della vita, ma era essa stessa l’esperienza di una forma particolare di vita. L’autodistruzione e la morte non portano affatto ad un ritorno alla beatitudine delle origini, ma alla fine di tutto. Compito del terapeuta è demolire le pericolose illusioni che il paziente si sta creando; una volta compreso cosa sia effettivamente l’autodistruzione, lo scegliere tra la vita e la morte è un compito che spetta al paziente stesso: nessuno può farlo al posto suo.

 

 

Sabino Nanni, medico Psichiatra

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