Instabilità famigliare: gli effetti sui bambini

imagesInstabilità familiare è un male per i bambini. Questa generalizzazione non si applica a tutti i casi-bambini trarranno certamente beneficio quando la madre calcia fuori un marito violento, per esempio, ma in altri casi non ci sono molte discussioni da fare. I ricercatori stanno ancora scavando nello specifico per evitare ogni generalizzazione, tuttavia, i primi […]

Instabilità familiare è un male per i bambini. Questa generalizzazione non si applica a tutti i casi-bambini trarranno certamente beneficio quando la madre calcia fuori un marito violento, per esempio, ma in altri casi non ci sono molte discussioni da fare.

I ricercatori stanno ancora scavando nello specifico per evitare ogni generalizzazione, tuttavia, i primi fatti ricontrati lasciano pochi dubbi. La ricerca si sta affinando per valutare quali misure e in che misura l’instabilità familiare danneggi i figli? Ci sono differenze di genere e di etnia / razza nel modo in cui i bambini sono colpiti? In che modo l’impatto dell’instabilità famiglia si può paragonare con quella di altri svantaggi per l’infanzia, come la povertà?

I sociologi Dohoon Lee della New York University e Sara McLanahan della Princeton University hanno indagato su queste domande in un recente articolo American Sociological Review. Hanno analizzato i dati longitudinali (alla luce di nove anni) su circa tremila bambini dalle famiglie fragili per un studio sul Benessere dei Bambini secondo la valutazione dei bambini a 3, 5 e 9 anni con le categorie:

a) risultato cognitivo, come misurato dal vocabolario dei bambini;
b) esternalizzazione dei comportamenti problematici;
c) interiorizzare comportamenti problematici, stati ansiosi dei bambini, la depressione e il comportamento ritirato madri;
i) particolarmente interessante sono stati i confronti dei due studiosi (Lee e McLanahan) realizzati tra gli effetti di instabilità familiare, l’educazione materna più bassa e la povertà.

Per esempio, nel caso di sviluppo cognitivo dei bambini, status socio-economico dei genitori è nettamente più importante della struttura familiare instabilità. Per lo sviluppo socioemotivo, però, la storia è diversa. La famiglia instabile ha un effetto maggiore sul comportamento di esternalizzazione dei bambini di quanto non venga causato dall’istruzione materna o dallo stato di povertà e gli stessi effetti problematici si hanno nel comportamento interiorizzato dei bambini. Questi risultati sono coerenti con una crescente mole di ricerche che stanno verificando come la instabilità della struttura famigliare penalizzi il successo futuro dei bambini principalmente riducendo le loro capacità socio-emotive e di salute mentale.

Naturalmente, questi risultati rappresentano una media dei migliaia di bambini studiati. Quando i ricercatori hanno valutato i risultati in base al sesso e alla razza, non si è rivelata una discrepanza significativa. “L’uscita di un genitore dalla famiglia ha un grande effetto negativo sul risultato ‘cognitivo” sia di ragazzi che ragazze. Anche se le transizioni familiari sembravano abbassare il comportamento interiorizzazione delle ragazze, una constatazione che Lee e McLanahan interpretano con cautela (“è possibile che le conseguenze negative di instabilità familiare non compaiono tra le ragazze fino a quando raggiungono l’adolescenza”).

Siamo sicuri che investire sulla stabilità famigliare, invece di spendersi per accelerare divorzi rapidi e nuove forme di convivenze, sia la scelta giusta per un Paese come il nostro? O forse le priorità non si devono valutare rispettando la realtà e i segni che essa ci presenta? Esiste una emergenza educativa nel Paese, i dati del diffuso e alcolismo tra i bambini ce lo ha presentato plasticamente nelle scorse settimane. Forse è arrivato il momento di prenderne atto ed agire di conseguenza, una responsabilità che interpella ogni singolo padre e madre di famiglia ma anche la politica e la società nel suo complesso. Vogliamo favorire la crescita di buoni cittadini di domani oppure, nascondere la testa sotto la sabbia sino alle prossime notizie dei TG?

Fonte: http://www.matchman-news.com/instabilita-famigliare-gli-effetti-sui-bambini/

Bufale Gender, cap. 5: “Meglio adottato da due omosessuali che marcire in un orfanotrofio”

Orfanotrofio

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Andiamo avanti con l’analisi degli pseudo argomenti a sostegno del matrimonio ed adozione per coppie dello stesso sesso. Questa volta è il turno dell’orfanotrofio.

Suona più o meno così:

Diverse migliaia di bambini sono in attesa di adozione ed è meglio per loro essere adottati da una coppia omosessuale che restare in un orfanotrofio”.

Oppure:

Ti invito ad andare negli orfanotrofi a parlare a questi bambini di quanto siano importanti dei punti di riferimento per la loro crescita e quanto sia dannoso non averli: è meglio che questi bambini siano cresciuti da personale stipendiato piuttosto che da persone che li amano?

In base a questo apparente buon “argomento” si sostiene che ai bambini orfani non può essere negata la possibilità di adozione da parte di una coppia omosessuale principalmente per due motivi, collegati  fra loro:

a) la famiglia originaria non c’è più (magari si tratta addirittura di un caso di abbandono), ed i bambini hanno urgente bisogno di affetto e di qualcuno che si prenda cura di loro e
b) non è giusto negare questo affetto che il bambino potrebbe benissimo trovare in un contesto omosessuale per motivi ideologici: la priorità va data ai bisogni del bambino e se nessuno se ne fa carico perché non dare questa possibilità ad una coppia di omosessuali?

Come si risponde alle “ragioni” di questo “argomento”? Dopo aver ricordato che gli orfanotrofi in Italia non ci sono più, ma ci sono case-famiglia con le figure genitoriali di padre e madre, si passerà a rilevare che:

1) Il bambino che richiede di essere adottato ha subito un danno gravissimo.
2) Il bambino adottato ha, più degli altri, bisogno di un padre e una madre.
3) L’abbandono è vissuto dal bambino come una ferita molto profonda, accentuata dalla percezione della diversità oggettiva della propria condizione rispetto a quella della maggior parte dei coetanei.
4) Il bambino abbandonato cerca i suoi punti di riferimento in un padre e una madre – come qualsiasi altro bambino – e aspira a ritrovare ciò che ha perduto.
5) Nel più profondo di se stesso, visceralmente, egli desidera riavvicinarsi alla cellula base che gli ha donato la vita: un padre e una madre.
6) Il bambino adottato deve assumere i traumi simultanei dell’abbandono e della doppia identità familiare.
7) Più di un altro, il bambino ha bisogno di una filiazione biologica evidente. Poiché, più di un altro, non crede di discendere dal frutto di un amore. Qualcosa è andato storto e teme di non essere stato desiderato: non ha gli occhi di nessuno e non si riconosce in nessuno della sua famiglia di accoglienza.
8) È inoltre frequente che il bambino adottato rigetti uno dei due sessi. E’ dunque fondamentale che possa identificarsi a due genitori di sesso differente: a sua madre, poiché ha bisogno di riconciliarsi con la donna; a suo padre per conoscere la presenza di un uomo senza cui sua madre non avrebbe potuto avere bambini.

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Per questi fatti, evidenti, l’adozione da parte di una coppia omosessuale aggrava di fatto il trauma del bambino abbandonato, anziché attenuarlo, in quanto la catena della filiazione viene doppiamente spezzata: nella realtà dei fatti dal suo abbandono, nella simbolica dal fatto dell’omosessualità dei suoi genitori adottivi. 

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Alessandro Benigni

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Approfondimenti:

1) L’inconsistente pseudo-argomento degli orfanotrofi…

2) Adozione: il bimbo non lo vuole nessuno? Lo diamo a due gay.

Mamma e papà servono ancora? L’analisi di Massimo Gandolfini

gandolfini

Alcuni dati dal nuovo libro di Massimo Gandolfini, neurochirurgo, psichiatra: Mamma e papà servono ancora? (Cantagalli, Siena, 2015).

Il testo, di carattere scientifico, ma accessibile, tratta di gender, fecondazione eterologa, adozione, psicologia. Libertà e Persona ne fornisce un brevissimo estratto:

Si sente molto spesso reiterare – in modo automatico ed acritico – una frase, diventata uno slogan: “una mole considerevole di studi scientifici dimostra che – ai fini del benessere del bambino – non esiste differenza fra adozione da parte di una coppia omosessuale rispetto ad una coppia eterosessuale”. L’argomento è stato affrontato ed analizzato in dettaglio in numerosi studi (ai quali rimandiamo), limitandoci ad esporre, in generale, i punti deboli di questi lavori, che li rendono non accettabili sul piano scientifico e non credibili sul piano sociale, soprattutto quando si dovesse trarre da questi delle conclusioni che facciano da sfondo per scelte legislative e giuridiche.

Gli aspetti che limitano gravemente la credibilità di questi studi (ad esempio i 59 studi che l’APA utilizza per sdoganare le famiglie omogenitoriali) sono:
• l’utilizzo di campioni di piccole dimensioni, non rappresentativi in termini quantitativi (si va dalle poche decine ad un massimo di 500 persone);
• la selezione dei soggetti sottoposti allo studio è del tipo “di convenienza” e non casuale (randomizzazione): cioè i partecipanti non sono stati scelti casualmente fra la popolazione, ma sono stati reclutati attraverso annunci, pubblicità e mailing list della comunità gay;
• utilizzo addirittura della fattispecie “amicus brief”, cioè un saggio offerto spontaneamente da un dato soggetto, non direttamente interrogato;
• i questionari somministrati sono “self report”, cioè compilati dagli stessi genitori omosessuali sulla condizione di salute del proprio figlio; uno strumento, quindi, che non ha neppure i requisiti minimi di neutralità ed oggettività (sarebbe come se – per capire se mangiare la carne fa bene o no – facessimo rispondere ad un gruppo di vegetariani stretti);
• i gruppi di controllo, cioè i campioni di bimbi scelti per il confronto, non sono omogenei rispetto al gruppo in esame: ad esempio, si sono analizzati bimbi di coppie divorziate e risposate, figli di single, figli di conviventi senza specificare il tempo della convivenza …
• lo stesso livello economico dei genitori è molto eterogeneo e, quindi, non paragonabile: il livello economico delle famiglie gay è molto elevato (mediamente dagli 80 ai 250 mila dollari all’anno), mentre il reddito medio delle famiglie di confronto è di 60 mila dollari/anno;
• il livello culturale ed il titolo di studio è altrettanto disomogeneo, a netto vantaggio delle famiglie gay (laurea o titolo equipollente).
Inoltre, non si può tacere la faziosa disparità di giudizio nel valutare i vari lavori: da una parte si attribuisce grande valore scientifico a report con le caratteristiche appena elencate, dall’altra si alza forte la voce dell’attacco e del discredito verso lavori ben più completi ed impegnativi, ma che hanno il difetto di giungere a conclusioni non “gay-friendly”.
L’esempio forse più significativo in tal senso è rappresentato dallo studio condotto da Mark Regnerus su 3000 giovani, fra 18 e 39 anni (quindi maggiorenni), cresciuti in coppie omosessuali, cui è stato sottoposto un questionario da compilare personalmente (in “Social Science Researh”, vol.41 (4):752-770, 2012). Il dato che ne è emerso è che vi è un “significativo aumento di problematiche psicofisiche rispetto ai figli di coppie eterosessuali”
Regnerus venne attaccato con epiteti del tipo “odioso bigotto, gregario dell’Opus Dei, vergognoso, bugiardo omofobo”, autore di “dati intenzionalmente fuorvianti per screditare i genitori gay e lesbiche … scienza spazzatura e disinformazione pseudoscientifica, con forte pregiudizio cattolico”, tanto da richiedere il suo licenziamento dall’Università del Texas. Avviata la verifica da parte delle autorità accademiche, viene composta una commissione d’inchiesta che ha analizzato l’intero studio di Regnerus ed il 29 agosto 2012 si giungeva alla conclusione che il lavoro è ineccepibile in tutti i suoi aspetti.
Storia del tutto analoga con il lavoro “It’s not the same: report on child development at same-sex couple”, di Mertinez, Fontana, Romeu (maggio 2005), che concludeva: “Nessuno degli studi dello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie omosessuali dimostra nulla, non soddisfacendo i requisiti minimi scientifici … Al contrario, alcuni dati degli studi suddetti ci portano a concludere che i bambini allevati da coppie omosessuali sono esposti – più spesso che un bimbo in una coppia etero genitoriale – a comportamenti o situazioni svantaggiose”. Vengono, quindi, elencate le possibili situazioni svantaggiose:
• problemi psicologici: bassa autostima, stress, incertezza sul proprio futuro (ad esempio la scelta del partner o decidere se avere figli o meno) e disturbo dell’identità sessuale;
• disturbi del comportamento: tossicodipendenza, abitudini alimentari disfunzionali, basso rendimento scolastico;
• alta incidenza di traumi familiari: separazione dei genitori (ad esempio, le coppie svedesi omosessuali mostrano un più alto tasso di separazione rispetto alle coppie sposate eterosessuali, + 37% nei maschi e + 200% nelle femmine);
• abusi sessuali genitoriali (Cameron P. e Cameron K. , 1996, riportano il 29% di casi d’abuso nei genitori omosessuali, contro 0,6% dei bimbi con genitori eterosessuali);
• la scelta di genere omosessuale è otto volte maggiore rispetto al bimbo allevato da una coppia eterosessuale (Trayce Hansen, 2013, riporta una probabilità sette volte maggiore).
A proposito di quest’ultimo punto, è interessante un lavoro di Walter Schumm (2010, in Journal of Biosocial Science, 42: 721-742) in cui si riporta che il 34,3% delle famiglie omosessuali maschili ed il 57,3% delle famiglie omosessuali femminili hanno un figlio con orientamento non eterosessuale. In particolare, davvero impressionante è il dato che il 61% delle figlie cresciute con due madri lesbiche mostrano un orientamento non eterosessuale. (Libertà e Persona)

Adozioni gay? Gli esperti dicono no.

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Pediatri, sociologi e psichiatri: un coro di critiche alla omogenitorialità. Ma certi temi sono in mano a “gruppi di pressione” e politici avidi di consenso…

Roma, 26 Gennaio 2015 (Zenit.org) Federico Cenci

Fu profetico lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton quando affermò, agli albori dello scorso secolo: “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Oggi, oltre cent’anni dopo, ancora non si armano le mani per difendere realtà empiriche, però si interpellano uomini di scienza per asserire che un bambino abbia bisogno di una mamma e di un papà.

Li si interpellano a seguito di sentenze come quella emanata dalla Prima sezione civile della Corte di Cassazione nel gennaio 2013. Le toghe respinsero il ricorso di un uomo che aveva avuto un figlio da una donna che, successivamente, era andata a vivere con un’altra donna portandosi dietro il piccolo. La Cassazione evidenziò che alla base delle lamentele di questo padre circa le “ripercussioni negative” che il bambino avrebbe potuto subire vivendo con una coppia omosessuale, vi fosse “mero pregiudizio”.

Tra i tanti osanna della stampa laica e progressista, si alzò la voce controcorrente – quanto competente – di Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria. Il medico stigmatizzò il dibattito seguito alla sentenza “teso a promuovere situazioni simili come assolutamente fisiologiche”. Ed affermò invece che “non si può negare, sulla base di evidenze scientifiche e ragionamenti clinici, che una famiglia costituita da due genitori dello stesso genere può costituire un fattore di rischio di disagio durante l’infanzia e l’adolescenza, quando il confronto con i coetanei e le relative ricadute psicologiche, diventano elemento decisivo sul piano relazionale”.

Pertanto – soggiunse Corsello – “non si possono considerare legittimi i diritti di una coppia di genitori senza contemporaneamente valutare contestualmente e nella loro interezza e globalità i diritti dei figli”. L’appello a far sopravanzare i diritti dei figli ai desideri degli adulti è stato raccolto di recente dalla Società Italiana Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). Nell’ultimo numero del 2014 della propria rivista ufficiale, citato dal sito dell’Unione Cristiani Cattolici Razionali (Uccr), il Sipps è tornato sul tema della genitorialità omosessuale.

Lo ha fatto citando innanzitutto gli enti scientifici favorevoli a questo scenario, influenzati dalla posizione dell’American Psychological Association (Apa), sulla quale si allungano tuttavia alcune ombre. “L’Apa è stata criticata – si legge – per aver investito nei pronunciamenti ufficiali circa l’omosessualità in modo particolare Charlotte Patterson, ricercatrice, lesbica, convivente e attivista Lgbt”. Si ricorda d’altronde che il Tribunale della Florida ha escluso le ricerche della Patterson per “mancanza di imparzialità, osservabile nei gravi difetti di campionamento”.

La sentenza dei giudici della Florida trova riscontro negli studi di Loren Marks, sociologo della Louisiana State University, il quale ha confutato le tesi dell’Apa per una serie di mancanze rilevate che vanno dalla “portata limitata degli esiti dei bambini studiati” alla “scarsità di dati sul lungo termine” passando per la “presenza di dati contradditori”. Tutti elementi che hanno fatto giungere Marks alla conclusione che “le forti affermazioni dell’Apa non sono empiricamente giustificate”.

La rivista del Sipps chiama poi in causa “il più serio e condotto con i più rigidi metodi scientifici” studio sull’argomento, che “si basa sul più grande campione rappresentativo casuale a livello nazionale”: quello del prof. Mark Regnerus, dell’Università di Austin, in Texas. Ciò che ha scoperto Regnerus è l’ampia dilatazione di problematiche tra gli adolescenti cresciuti in famiglie “arcobaleno”: maggiore propensione al suicidio, al tradimento, al fumo, all’alcol, più disoccupazione e ricorsi alla psicoterapia e all’assistenza sociale, finanche più abusi in famiglia e più malattie.

Gli studi del prof. Regnerus hanno provocato reazioni di protesta anche animate da parte di associazioni Lgbt, le quali contestano che essi non si basano su un gruppo di confronto formato da figli cresciuti per l’intero arco dei 18 anni con il genitore omosessuale e il compagno, in quanto solo 2 su 248 minori presentano questa caratteristica. Critica che tuttavia, per l’autore e altri studiosi, rappresenta la conferma che la dissoluzione di una coppia omosessuale è un evento “sociologicamente così frequente da rendere raro, per i figli cresciuti in queste famiglie, la presenza stabile del medesimo partner del genitore”. Secondo Regnerus, un neonato affidato a due omosessuali ha meno dell’1% di possibilità di crescere fino ai 18 anni senza che la coppia si separi.

A pensarla come il sociologo del Texas, una serie di altri studiosi d’Oltreoceano, tra i quali Daniel Potter e Douglas Allen, che la rivista del Sipps cita. Le loro tesi sono racchiuse nel documento Homosexual Parenting: Is It Time For Change? (Genitori omosessuali: è tempo di cambiare?), pubblicato dall’American College of Pediatricians, il quale evidenzia i rischi nell’infanzia legati allo stile di vita omosessuale dei genitori.

Tesi condivise dal dott. Italo Carta, direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università Bicocca di Milano. Intervistato da La Stampa, ha affermato: “Ritengo che le coppie di omosessuali e quelle di lesbiche che non solo adottano un bambino ma si fanno ingravidare e inseminare preparino un grave rischio di patologie per la prole”. Cioè “depressioni, disturbi della personalità e dell’identità […], collasso della funzione simbolica paterna”.

Preoccupante la conclusione cui giunge lo psichiatra: simili delicati temi “ormai sono in mano a gruppi di pressione e politici entusiasti di aumentare il proprio consenso”. E quindi “dell’aspetto psicologico clinico importa poco a tutti”.

Ricerche sulle adozioni in coppie dello stesso sesso condizionate dall’ideologia

genitori
[di Costanza Stagetti]
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I bambini allevati da due individui dello stesso sesso hanno le stesse opportunità dei bambini allevati in famiglie con un padre e una madre? Fino a poco tempo fa la risposta a questa domanda era “no”. Tuttavia politici, sociologi, media e anche associazioni mediche (1) oggi asseriscono che è giunto il momento di abolire il divieto per le coppie omosessuali di adottare bambini. Per convalidare la loro posizione i sostenitori delle adozioni gay citano i numerosi studi che avrebbero dimostrato l’assenza di differenze significative tra i bambini allevati da coppie omosessuali e quelli cresciuti in famiglie tradizionali.
La portavoce del governo spagnolo, Maria Teresa Fernandez de la Vega, dopo l’approvazione il 1 ottobre scorso (2004) di un progetto di legge che, se approvato dal Parlamento, farà della Spagna il terzo paese europeo dopo l’Olanda e il Belgio ad autorizzare il “matrimonio omosessuale”,  ha dichiarato: «La Spagna si situa così all’avanguardia dell’Europa e del mondo nella lotta contro una discriminazione secolare che toccava i nostri concittadini». Sulla questione dell’adozione, la più polemica, la signora de la Vega ha affermato che «ci sono migliaia di bambini che in Spagna già vivono con un genitore omosessuale e più di cinquanta studi provano che non c’è differenza tra i bambini che crescono con genitori omosessuali e gli altri».
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Ricerche a forte contenuto ideologico
Il problema è, tuttavia, che molti di questi studi non rispondono ad accettabili standard di ricerca psicologica, sono compromessi da difetti metodologici e sono sostenuti più da programmi politici  che da un’obbiettiva ricerca della verità. La presenza di tali difetti metodologici invaliderebbe qualsiasi altra ricerca condotta in altre aree. L’indifferenza su tali mancanze da parte delle riviste scientifiche  può essere attribuita alla volontà “politically correct”  degli esperti di “dimostrare” che l’ambiente omosessuale non è differente dalla famiglia tradizionale.
Questa conclusione è riproposta anche dalla American Psychological Association nella cui dichiarazione ufficiale sulla genitorialità omosessuale ad opera dell’attivista lesbica Charlotte J. Patterson della University of Virginia si legge:
«In sintesi, non c’è alcuna prova che le lesbiche e i gay siano inadatti ad essere genitori o che lo sviluppo psicologico dei  figli di omosessuali sia compromesso in qualche suo aspetto… Non esiste un solo studio che abbia rilevato che i figli di omosessuali sono svantaggiati in qualche aspetto significativo rispetto ai figli di genitori eterosessuali». 2
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Problemi relativi alla ricerca sulla genitorialità omosessuale
Ad un esame più attento, tuttavia, questa conclusione non è così sicura come sembra. Nel paragrafo successivo Patterson fa delle precisazioni e scrive: «Bisogna riconoscere che la ricerca sui genitori omosessuali e i loro figli è ancora molto recente e relativamente scarsa…. Studi longitudinali che seguono famiglie di gay e lesbiche nel tempo sono assolutamente necessari».3  Inoltre Patterson riconosce che «la ricerca in questa area ha presentato varie controversie metodologiche» e che «sono state sollevate domande riguardo il campionamento, la validità statistica e altre questioni tecniche». (Belcastro, Gramlich, Nicholson, Price, & Wilson, 1993).
Aggiunge significativamente: «La ricerca in questa area è stata anche criticata per non aver usato gruppi di controllo in modelli che richiedono tali controlli….Un’altra critica è stata che la maggior parte degli studi hanno coinvolto pochi campioni e che ci sono state inadeguatezze nelle procedure di valutazione impiegate in alcuni studi».4
Sebbene ammetta i gravi errori metodologici che metterebbero in discussione i risultati di qualsiasi altro studio, Patterson incredibilmente dichiara che «anche con tutte le domande e/o limitazioni che possono caratterizzare la ricerca in questa area, nessuna delle ricerche pubblicate suggerisce conclusioni differenti da quelle che abbiamo precedentemente esposto….» Ma qualsiasi conclusione è attendibile nella misura in cui lo è la prova su cui si fonda.
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Numero insufficiente di campioni
Gli studi che esaminano gli effetti della genitorialità omosessuale sono inficiati da un numero insufficiente di campioni.
Non avendo trovato nessuna significativa differenza fra un gruppo di 9 bambini educati da lesbiche e un gruppo  simile di bambini educati da genitori eterosessuali, S. L. Huggins ha ammesso: «Il significato e le implicazioni di questo risultato sono incerti, e il numero ridotto di campioni rende difficile qualsiasi interpretazioni di questi dati». 5
Una relazione di J. M. Bailey  in Developmental Psychology, commentando gli studi sui figli di genitori omosessuali, indica che «gli studi disponibili non sono sufficientemente ampi da produrre valore statistico». 6
S. Golombok e F. Tasker ammettono nel loro studio successivo sui figli educati da lesbiche, «È possibile che il basso numero di campioni abbia portato ad una sottovalutazione del significato delle differenze fra i gruppi a causa di una bassa validità statistica (errore tipo II)» 7
Altrove essi avvisano che gli effetti negativi sui bambini educati da lesbiche «potrebbero non essere stati rilevati  a causa del numero relativamente basso di campioni. Ne consegue che, sebbene siano state individuate delle tendenze, è necessario fare attenzione nell’interpretare questi risultati». 8
Nel suo studio pubblicato in Child Psychiatry and Human Development  che mette a confronto i figli di madri omosessuali e eterosessuali, G. A. Javaid  con franchezza ammette che «i numeri sono troppo bassi in questo studio per trarne delle conclusioni».9
Nel suo studio sulle “famiglie” lesbiche, Patterson ammette la parzialità dei campioni: «dovrebbero essere riconosciuti alcuni problemi riguardo la scelta dei campioni. La maggior parte delle famiglie che hanno preso parte al Bay Area Families Study avevano a capo delle madri lesbiche bianche, ben istruite, relativamente benestanti e abitanti nell’area della baia di San Francisco. Per questi motivi non può essere fatta alcuna rivendicazione sulla rappresentatività del presente campione». 10
Appena la ricerca si fa approfondita, subito risaltano le differenze tra i due tipi di genitorialità
Al contrario, R. Green in Archives of Sexual Behavior,  ha scoperto che i pochi studi sperimentali che includevano un numero di campioni anche solo modestamente più alto (13-30) di maschi e femmine educati da genitori omosessuali …«hanno rilevato differenze di sviluppo statisticamente significative fra bambini allevati da genitori omosessuali in confronto a quelli allevati da genitori eterosessuali Ad esempio, i bambini educati da omosessuali hanno un maggiore incoraggiamento dai genitori nello scambio dei ruoli di genere e una maggiore inclinazione al travestitismo».11
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La mancanza di campioni casuali
I ricercatori usano campioni a caso per garantire che i partecipanti allo studio siano rappresentativi della popolazione che viene studiata (ad esempio gay o lesbiche). I risultati che derivano da campioni non rappresentativi non possono essere legittimamente generalizzati.
L. Lott-Whitehead e C. T. Tully ammettono il punto debole del loro studio sulle madri lesbiche: «Questo studio era descrittivo e quindi aveva intrinseci limiti metodologici pari a quelli di altri studi simili. Forse il limite più serio riguarda la rappresentatività….. Il campionamento a caso era impossibile. Questo studio non pretende di portare un campione rappresentativo e quindi non si può ipotizzare una sua generalizzazione».12
N. L. Wyers  riconosce di non aver usato il campionamento casuale nel suo studio sui partners omosessuali, rendendo il suo studio «vulnerabile a tutti i problemi associati ad una selezione a senso unico dei partecipanti».13
Golombok scrive del suo studio: «un ulteriore obiezione ai risultati risiede nella natura dei campioni studiati. Entrambi i gruppi erano volontari ottenuti attraverso associazioni e riviste gay. Ovviamente questi non costituiscono un campione a caso e non è possibile conoscere quali parzialità siano coinvolte nel metodo de selezione dei partecipanti». 14
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La mancanza di anonimato dei partecipanti alla ricerca
Le procedure di ricerca che garantiscono l’assoluto anonimato sono necessarie per prevenire una fonte di parzialità riguardo chi acconsentirà a partecipare quale soggetto della ricerca e garantiscono la veridicità e la sincerità delle loro risposte:
M. B. Harris e P. H. Turner osservano sul Journal of Homosexuality: «La maggior parte dei genitori omosessuali che partecipano a tali ricerche si preoccupano della loro paternità/maternità e dei loro figli, e la maggior parte ha  un’identità gay pubblica. È difficile identificare i genitori omosessuali “segreti” e i loro problemi possono esser piuttosto diversi da quelli dei genitori più apertamente gay».
Harris e Turner hanno impiegato tecniche superiori di ricerca per assicurare il completo anonimato dei loro soggetti. Come risultato, al contrario di altri studi, essi hanno riportato problemi associati alla genitorialità omosessuale che non erano stati riportati dagli studi precedenti: «Forse l’anonimato della presente procedura di campionamento ha reso i soggetti più disponibili a riconoscere quei problemi rispetto a quelli degli studi precedenti». 15
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Falsa rappresentazione di sé 
La mancanza di campionamento casuale e l’assenza di controlli che garantiscano l’anonimato fanno sì che i soggetti  presentino al ricercatore un’immagine fuorviante che si conforma alle opinioni del soggetto e rimuove l’evidenza che non si conforma all’immagine che il soggetto desidera presentare.
Nel suo National Lesbian Family Study N. Gartrell  ha scoperto che 18 studi su 19 riguardanti i genitori omosessuali usavano una procedura di ricerca che era contaminata da questa falsa rappresentazione di sé. Gartrell menziona i problemi metodologici di uno studio longitudinale sulle “famiglie” lesbiche: «Alcune possono essersi presentate volontariamente per questo progetto poiché erano motivate a dimostrare che le lesbiche sono capaci di crescere bambini sani e felici. Nella misura in cui questi soggetti potrebbero desiderare di presentare sé stessi e le loro famiglie nella miglior luce possibile, i risultati dello studio possono essere intaccati da tendenziosità». 16
Harris e Turner ammettono, riguardo al loro studio: «non c’è modo di conoscere quanto sia rappresentativo il campione…… L’alta proporzione di soggetti gay che hanno manifestato la volontà di essere intervistati indica che forse erano interessati agli argomenti trattati nel questionario e che quindi erano desiderosi di rivelare la loro omosessualità ai ricercatori.  Inoltre, anche se il questionario era anonimo, i genitori gay avrebbero potuto  essere particolarmente interessati a enfatizzare gli aspetti positivi della loro relazione con i figli, immaginando che i risultati avrebbero potuto avere implicazioni in futuro sulle decisioni di custodia. Di conseguenza ogni generalizzazione deve essere considerata con prudenza….Poiché tutti i dati riferiti a voce dalle persone sono soggetti a parzialità e poiché i genitori possono deliberatamente o inconsciamente minimizzare la misura dei conflitti con i loro figli, questi risultati non possono essere presi per buoni». 17
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Note
1 American Academy of Pediatrics, “Co parent or Second-Parent Adoption by Same-Sex Parents,” Pediatrics. 109(2002): 339-340.
2 Charlotte J. Patterson, “Lesbian and Gay Parenting,” American Psychological Association Public Interest Directorate (1995): 8.
3 Ibid.
4 Ibid., p. 2.
5 S. L. Huggins, “A Comparative Study of Self-esteem of Adolescent Children of Divorced Lesbian Mothers and Divorced Heterosexual Mothers,” Journal of Homosexuality 18 (1989): 134.
6 J. M. Bailey et al., “Sexual Orientation of Adult Sons of Gay Fathers,”  Developmental Psychology 31 (1995): 124.
7 Susan Golombok and Fiona L. Tasker, “Do Parents Influence the Sexual Orientation of Their Children? Findings from a Longitudinal Study of Lesbian Families,” Developmental Psychology 32 (1996): 9.
8 F. Tasker and S. Golombok, “Adults Raised as Children in Lesbian Families,” Developmental Psychology 31 (1995): 213.
9 Ghazala A. Javaid, “The Children of Homosexual and Heterosexual Single Mothers,” Child Psychiatry and Human Development 23 (1993): 245.
10 Charlotte J. Patterson, “Families of the Lesbian Baby Boom: Parent’s Division of Labor and Children’s Adjustment,” Development Psychology 31 (1995): 122.
11 Richard Green et al., “Lesbian Mothers and Their Children: A Comparison with Solo Parent Heterosexual Mothers and Their Children,” Archives of Sexual Behavior 15 (1986): 167–184.
12 Laura Lott-Whitehead and Carol T. Tully, “The Family Lives of Lesbian Mothers,” Smith College Studies in Social Work 63 (1993): 265.
13 Wyers, “Homosexuality in the Family,” p. 144.
14 Golombok et al., “Children in Lesbian and Single-parent Households: Psychosexual and Psychiatric Appraisal,” Journal of Child Psychology and Psychiatry 24 (1983): 569.
15  Mary B. Harris and Pauline H. Turner, “Gay and Lesbian Parents,” Journal of Homosexuality 12 (1985):  p. 112.
16 Nanette Gartrell et al., “The National Lesbian Family Study: Interviews with Prospective Mothers,” American Journal of Orthopsychiatry 66 (1996): 279.
17 Harris and Turner, “Gay and Lesbian Parents,” p. 111, 112.

Lo studio-bufala dell’Università di Melbourne rilanciato dal quotidiano “La Repubblica”

I figli delle coppie gay sono più felici?

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Lo studio-bufala dell’Università di Melbourne rilanciato da “La Repubblica”

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“Più in salute e felici”. Sarebbero queste le caratteristiche dei figli di coppie gay rispetto a quelli cresciuti in famiglie “tradizionali” composte da un padre e una madre. Almeno, questa è la conclusione di uno studio dell’Università di Melbourne, pubblicato sulla rivista scientifica Bmc Public Health (La Repubblica, 8 luglio). “Si dice sempre che i bambini di genitori gay abbiano una vita più difficile perché senza un padre o una madre”, ha detto il professor Simon Crouch a capo del team di ricercatori. “Ma la realtà, come dimostra il nostro studio, è diversa”.

Nel dettaglio il campione esaminato per la ricerca è di 315 famiglie omogenitoriali in tutta l’Australia, per un totale di 500 bambini (l’80 per cento di essi con due “mamme”, il 20 con due “papà”). I figli di famiglie omogenitoriali sarebbero, secondo i calcoli scientifici dell’Università, del 6% più in salute di quelli con una mamma e un papà e mostrerebbero una maggiore propensione alla coesione familiare. Mentre per quanto riguarda parametri come autostima, salute mentale e comportamentale non mostrerebbero alcuna differenza.

L’articolo, ben enfatizzato da La Repubblica, ha incassato un numero record di condivisioni su Facebook: ben 8mila in due giorni. Ma siamo davvero di fronte ad uno studio così rivoluzionario nell’ambito della psicologia infantile? Oppure è una ricerca mirata ad esaltare una condizione (quella della genitorialità omosessuale) che punta al clamore per incassare consensi tout court, sfruttando scorciatoie mediatiche? Aleteia ha chiesto ad una serie di autorevoli esperti della materia una valutazione nel merito e nel metodo circa la presunta “rivoluzionaria” ricerca australiana.

Emiliano Lambiase, coordinatore dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, contesta il metodo adottato nella ricerca. «Il campione è molto ridotto, soli 500 bambini, rispetto ai due campioni di controllo che sono di 5.335 e 5.025 bambini con genitori eterosessuali». Un altro grosso limite riguarda il modo in cui sono state reclutate le famiglie. «Si tratta di un campione di convenienza e non di un campione casuale e rappresentativo della popolazione. Sono famiglie che hanno partecipato volontariamente, come ammettono gli stessi autori: “The self selection of our convenience sample has the potential to introduce bias that could distort results”».

In tal senso, va detto che «le valutazioni della salute mentale dei bambini cresciuti in case con genitori omosessuali vengono fatte tramite valutazioni dei genitori appositamente per lo scopo della ricerca, mentre il campione di controllo viene da due studi nei quali la valutazione è stata fatta per altri scopi e quindi senza il rischio di poter influenzare i risultati». Inoltre, le informazioni sullo stato delle famiglie nelle quali i bambini vivono e sullo stato della famiglia al momento dell’inserimento del bambino al suo interno «sono confuse o assenti».

Altro pesante limite, è la composizione del campione stesso: le coppie gay con figlio sono solo 92 rispetto alle lesbiche che sono 344, per cui la percentuale è sproporzionata. A cui si aggiungono 69 bambini nati da precedenti relazioni eterosessuali che probabilmente saranno in contatto anche con l’altro genitore, è la tesi di Lambiase. Di questi bambini non si sa l’età, la percentuale di maschi o di femmine, da quanto tempo vivono con la nuova famiglia omosessuale e se in affidamento full-time o part-time. Al momento della ricerca 47 bambini non vivono con la famiglia omosessuale (12 con un altro genitore, 1 vive da solo e 24 “altro”). Non si sa per quanto tempo ci abbiano vissuto e quanti anni hanno.

«Buona parte dei bambini – spiega il coordinatore dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale – non crescono esclusivamente nella famiglia omosessuale e una buona percentuale è stata concepita in una relazione eterosessuale. Non vengono specificate le età dei figli e i differenti percorsi di vita e la relativa durata. Un conto è un figlio di 17 che vive in una famiglia omosessuale e lo fa da 6 mesi. Un altro paio di maniche è un bambino di un anno. Diverso ancora è un bambino di 16 anni che vive lì dalla nascita e via dicendo. I dati non sono confrontabili. Quindi lo studio – sentenzia Lambiase – non ci dice niente sullo stato di salute dei bambini cresciuti in famiglie omosessuali, ma piuttosto sul loro stato di salute attuale».

Lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini ribalta la tesi della ricerca, evidenziandone ulteriori limiti. «Lo studio – nota Marchesini – non confronta bambini cresciuti da coppie omosessuali con bambini cresciuti in famiglie tradizionali, ossia con un gruppo di controllo selezionato con caratteristiche simili al campione, ma con la popolazione generale che contiene bambini allevati in famiglie tradizionali, bambini orfani, adottati, con genitori separati e divorziati».

I risultati, sottolinea lo psicologo, non sono stati ottenuti tramite strumenti oggettivi, ma «attraverso valutazioni date dai genitori che, lo ricordiamo, hanno partecipato a questa ricerca come volontari e appartenenti alla militanza omosessualista. Può essere che le madri militanti lesbiche sovrastimino le loro capacità genitoriali? E’ quello che conferma un altro articolo pubblicato dalla rivista “Infanzia e adolescenza”, che presenta una ricerca condotta tramite la somministrazione – a 16 padri gay, 16 madri lesbiche, 16 padri e 16 madri eterosessuali – di un’intervista semi-strutturata e questionari self-report per indagare le competenze genitoriali, la soddisfazione di coppia. Risulta che le madri lesbiche riferiscono un’elevata soddisfazione di coppia ed una valutazione più favorevole degli esiti di sviluppo dei bambini. Eppure Gartrell, una ricercatrice lesbica militante, ha trovato un tasso di rottura delle coppie lesbiche del 56% contro il 36% della media nazionale.

L’impostazione della ricerca, prosegue Marchesini, fa emergere altri dubbi. «Ad esempio: che dire della mole di ricerche che hanno evidenziato numerosi disturbi in bambini cresciuti anche con un solo genitore con tendenze omosessuali, soprattutto per quanto riguarda l’identità di genere? Sempre per restare in Australia, il dottor Sarantakos, basandosi su un campione rappresentativo, ha analizzato lo sviluppo di 58 bambini cresciuti da coppie omosessuali, 58 bambini cresciuti da coppie eterosessuali non sposate e 58 bambini cresciuti da coppie eterosessuali sposate, scoprendo che le competenze cognitive, valutate in modo oggettivo dagli insegnanti, decrescono in modo significativo passando dai figli di coppie eterosessuali sposate, a quelli di coppie eterosessuali conviventi a quelli di coppie omosessuali.

La ricerca, poi indaga il benessere dei figli di coppie omosessuali fino a 17 anni. «E poi? – si domanda lo psicoterapeuta – cosa accade a questi ragazzi? Come è possibile che questo e altri studi simili ricevano una tale enfasi sui media? Quante ricerche vengono pubblicate nel mondo ogni mese? Ad ognuna di esse i media danno questo risalto? Il tutto fa pensare ad una campagna mediatica volta a cambiare l’opinione pubblica nei confronti dei matrimoni gay e dell’omogenitorialità; una campagna nella quale il mondo scientifico rinuncia alla sua neutralità per buttare sulla bilancia la propria credibilità, rischiando così di eroderla».

«In questa ricerca non c’è nulla di nuovo – sentenzia il professoreVittorio Cigoli, docente della Facoltà di Psicologia dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Direttore dell’Alta Scuola di Psicologia “Agostino Gemelli” – ormai sono alcuni decenni che vengono proposti studi secondo cui i genitori di una famiglia di gay o lesbiche trasmettono più affetto ai figli. Intanto non sono ricerche neutre. Danno evidenze rispetto alla cornice di pensiero dei ricercatori e rispetto alle metodologie utilizzate, in questo caso 300 famiglie e 500 bambini. Bisognerebbe capire le modalità con cui viene effettuato il confronto tra loro per giungere alla conclusione della vita felice in caso di famiglia gay».

In secondo luogo, prosegue Cigoli, sono ricerche che si basano sul tema della qualità dei rapporti, di tipo cognitivo-comportamentale. Si tratta di un filone tipico dei recenti studi psicologici, ma con un grosso limite: «Ricerche come questa non dicono nulla sul versante generazionale, vale a dire non analizzano quello che succede nello scambio tra una generazione e l’altra. E non parliamo della generazione genitori-figlio, ma di tre o quattro scambi che andrebbero presi in considerazione ed esaminati. Pertanto non sono ricerche credibili, né sono in grado di affermare qualcosa di problematico. Provate a leggerne l’esito: sembra che il mondo dei figli di coppie gay sia quello del “mulino bianco”, tutto rose e fiori, dove si è felici e contenti. Direi che è sconcertante una conclusione del genere perché sappiamo bene che non è così, che la quotidianità è fatta di momenti belli e brutti».

Per lo psicologo Ezio Aceti, esperto di educazione nell’età evolutiva, al di là delle evidenti lacune metodologiche della ricerca, a partire dalla ristrettezza del campione, sono presi in considerazione alcuni indicatori di benessere come l’autostima, un concetto fondamentale nella vita di ognuno, che però in questo caso non presenta variabilità tra i figli di coppie omosessuali e figli di coppie eterosessuali. «Ma lo star bene con se stessi vuol dire tanto e nulla». Né, ragiona Aceti, può essere strettamente correlato all’identità sessuale dell’individuo. «La sessualità è anche frutto della cultura, del contesto; è un linguaggio, si manifesta in ogni persona e può essere educato. Su questo punto anche il cattolicesimo è d’accordo».

Per lo psicologo una cosa che non si può disconoscere è la percezione corporea dell’essere uomo o donna, «perché siamo nati così». «La vera felicità, per un cristiano – evidenzia – è nel donarsi, aprirsi all’altro, un modo di amare maschile e femminile». Una spinta forte e naturale che nelle coppie omosessuali «è un po’ tarpata». «Dirò di più: la forza del cristianesimo è il linguaggio, che dà un senso anche alla sessualità, come modo di amare maschile o femminile. Nella vita consacrata usiamo chiamare “padre” o “madre” un prete o una suora perché anch’essi generano dei figli, ma di tipo spirituale. E concludo dicendo che la sessualità è funzionale in terra così come in cielo: lì non saremo più uomini e donne con il corpo, ma con lo spirito».

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Fonte:

26. Adozione: il bimbo non lo vuole nessuno? Lo diamo a due gay! Logico.

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L’Huffington post ci colpisce al cuore con la storia di questo ragazzino brasiliano rifiutato da tre famiglie perché “brutto e nero” ed infine dato in adozione ad una coppia di omosessuali.

Colpisce per la profonda tristezza del caso che – realmente accaduto o no che sia – indica fino a che punto oggi abbiamo perso tutti la bussola. Le foto ritraggono il ragazzino sempre sorridente, in compagnia dei due uomini, in atmosfera ludica: in spiaggia, alla festa di carnevale, in giardino a giocare col cane.

C’è da chiedersi se siamo impazziti.

E’ questa, la nuova famiglia?

Oltre l’interpretazione immediata di questa volgare messa in scena c’è ben altro. Lo scatto estemporaneo che cristallizza un lampo di divertimento, in una storia di abbandono, non può infatti sostituirsi alla nuda e cruda realtà, al significato generale di questa vicenda.

Esso ci parla di una storia di solitudine, in cui – sempre se la notizia corrisponde a realtà – il legame con la famiglia è tre volte spezzato. Una prima volta: con la perdita della famiglia originaria. Una seconda volta, col rifiuto (presunto tale) di una famiglia sostitutiva, con un padre e una madre che possano svolgere per lui quel ruolo simbolico e relazionale fondamentale per crescere ed individuarsi. Una terza volta, con l’impianto nella casa di due omosessuali, dove, ancora una volta la famiglia è negata. Si noti con attenzione: in questa coppia di omosessuali, la madre dov’è? Non è che se ne sia andata, deceduta o altro. Non è mai esistita, né mai esisterà.

E dove non c’è – e non c’è mai stata – una madre, di conseguenza non può esserci nemmeno un padre. Quindi il bambino non è in una famiglia, ma in affido a due adulti.

Potrebbero essere tre o diciotto amici (come indicava Giuseppina La Delfa), o altri gruppi: il discorso non cambierebbe di una virgola. E – sia chiaro – non nego che questi due uomini possano provare sentimenti di amore genuino nei confronti del ragazzo: nego che al minore sia stata data una famiglia, una struttura strutturante data dalla complementarietà del valore simbolico e relazionale delle figure di padre e madre. Detto per inciso: si può essere fotografati in un momento di divertimento anche con la squadra di calcio o con gli amici, in gita scolastica. Questo non ci dice nulla della situazione reale, così come una foto di un bambino sorridente non ci dice se questo bambino è davvero rispettato nel suo diritto naturale ad avere un padre e una madre o due sostituti (non variamente assortiti).

Riepilogando: 1) il bambino che richiede di essere adottato ha subito un danno gravissimo; 2) il bambino adottato ha, più degli altri, bisogno di un padre e una madre; 3) l’abbandono è vissuto dal bambino come una ferita molto profonda, accentuata dalla percezione della diversità oggettiva della propria condizione rispetto a quella della maggior parte dei coetanei; 4) il bambino abbandonato cerca i suoi punti di riferimento in un padre e una madre – come qualsiasi altro bambino – e aspira a ritrovare ciò che ha perduto; 5) nel più profondo di se stesso, visceralmente, egli desidera riavvicinarsi alla cellula base che gli ha donato la vita: un padre e una madre; 6) il bambino adottato deve assumere i traumi simultanei dell’abbandono e della doppia identità familiare; 7) più di un altro, il bambino ha bisogno di una filiazione biologica evidente. Poiché, più di un altro, non crede di discendere dal frutto di un amore. Qualcosa è andato storto e teme di non essere stato desiderato: non ha gli occhi di nessuno e non si riconosce in nessuno della sua famiglia di accoglienza; 8) è inoltre frequente che il bambino adottato rigetti uno dei due sessi.

E’ dunque fondamentale che possa identificarsi a due genitori di sesso differente: a sua madre, poiché ha bisogno di riconciliarsi con la donna; a suo padre per conoscere la presenza di un uomo senza cui sua madre non avrebbe potuto avere bambini.

Per questi fatti, evidenti, l’adozione da parte di una coppia omosessuale aggrava di fatto il trauma del bambino abbandonato, anziché attenuarlo, in quanto la catena della filiazione viene almeno doppiamente spezzata: nella realtà dei fatti dal suo abbandono, nella simbolica dal fatto dell’omosessualità dei suoi genitori adottivi. Se poi viene spezzata tre volte, come in questo caso, il danno è ancora maggiore.

A un bambino già profondamente ferito dal suo passato, si ha il diritto di imporre di adattarsi alla situazione affettiva dei suoi genitori, differente sia da quella della maggioranza degli altri bambini sia da quella che egli aspira a ritrovare? Incombe forse sul bambino adottato il dovere di adattarsi alle scelte di vita affettiva dei suoi genitori?

Occorre ripeterlo: l’adozione esiste per dare una famiglia con padre e madre ad un bambino, e non per dare bambini ad adulti che li desiderano. Occorre ribadire che il senso dell’adozione è quello di dare un padre e una madre al bambino che non li ha più e non quello di dare bambini ad adulti che li desiderano: nessuno ha il diritto di alleviare il proprio fardello o soddisfare i propri desideri a spese degli altri, e ancora meno caricandolo sulle spalle degli innocenti, degli indifesi, dei più deboli.

La sofferenza della coppia non fertile non è quindi una ragione sufficiente perché questa coppia ottenga il diritto di adottare. Occorre ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino. Il bene primario da tutelare è sempre e solo il diritto del minore.

L’adozione è destinata a riparare una situazione di difficoltà per il bambino. È dunque indispensabile discernere bene la richiesta di ogni coppia che faccia domanda di adozione: il bambino è adottato per se stesso o per soddisfare un bisogno di coppia? La coppia vuole rimediare alla situazione di difficoltà del bambino o desidera rimediare alla sua situazione dolorosa di non poter avere figli?

Beninteso, una coppia non adotta un bambino se non ne sente il bisogno. Però, bisogna vigilare affinché l’interesse del bambino sia prioritario, come si desume dal nostro diritto di famiglia: ogni bambino ha diritto a una famiglia, in primo luogo alla sua, e – in mancanza della sua – quella che ha la vocazione a diventare la sua per adozione, se tale è il suo interesse. Ecco perché è necessario ricordare che desiderare un bambino non è sufficiente per adottarlo, e che le soluzioni compassionevoli e apparentemente semplici non sono sempre delle buone soluzioni: è possibile causare molte ferite in nome del bene.

Ed è incredibile che si cerchi di manipolare l’opinione pubblica con questi messaggi subliminali costruiti ad arte (è chiaro che dietro c’è la mano di un sapiente regista) invece che facilitare, per esempio, l’adozione internazionale per quei paesi in cui ancora esistono orfanotrofi. Siamo come sempre alle solite: per soddisfare i desideri degli adulti si tracciano tutti i sentieri più inauditi, fuorché la strada maestra: quello di mettere il bambino al centro, al primo posto. “E’ stato rifiutato da tre famiglie perché brutto e nero”, si dirà. Che strano. Una famiglia che conosco personalmente, per fare un esempio, ha adottato un bambino non certo bello e per di più autistico.  E non si tratta di un caso isolato. 

Mi chiedo: una quarta famiglia, prima di collocarlo in casa di due uomini, è stata sentita?

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Alessandro Benigni