A chi conviene negare l’esistenza di una “natura umana”? [n. 1]

 

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Domanda: ma perché è ancora così decisivo tornare alla domanda sulla natura delle cose e, in particolare, sul concetto di natura umana?

 


 

Antefatto: la sperimentazione sulle scimmie antropomorfe. Non è di scimmie che voglio parlare, né di sperimentazione. Non in queste prime battute, almeno. Si tratta solo di riprendere l’occasione che mi è stata data per questa riflessione. Leggevo in un articolo, qualche tempo fa, che stiamo procedendo a tutta birra con la sperimentazione sugli animali al fine di studiare meglio alcune malattie per ora inguaribili, e che per questo si pone il problema delle manipolazioni genetiche. Riporto un pezzo dell’articolo:

 

“Sembra l’inizio del film L’alba del pianeta delle Scimmie, ma è l’ultima frontiera per tentare di combattere Alzheimer, Parkinson e autismo. Ed è così che sono state create scimmie dal Dna modificato con un gene umano per studiare l’autismo e topi con cellule staminali per avere a disposizione per la prima volta modelli di malattie neurologiche.

Questi nuovi obiettivi della sperimentazione animale sono descritti in due articoli pubblicati su Nature e sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas. Soprattutto i test sulle scimmie, condotti in Cina, sono destinati a far discutere, ma per gli esperti sono anche la premessa per passi in avanti decisivi nella comprensione e nella cura di malattie molto diffuse.

Nel mondo occidentale nessuno può più toccare le scimmie antropomorfe, che hanno uno stato giuridico assimilabile a quello di un paziente” e pertanto non sono arruolabili in attività di sperimentazione pre-clinica, ha osservato con l’Ansa il direttore del Laboratorio di Biologia dello Sviluppo dell’università di Pavia, Carlo Alberto Redi”.

 

Il testo prosegue poi con la notizia (ma come dicevo sopra, non è di questo che voglio discutere ora). Ho sottolineato il punto: le scimmie antropomorfe hanno uno status giuridico. Sono animali che non si possono toccare. Perché? La risposta si evince dalle definizioni. Ne propongo una, quella di Treccani:

 

antropomorfe, scimmie – Scimmie (dette anche antropoidi) che per aspetto esteriore e struttura anatomica si avvicinano molto all’uomo: sono Primati del sottordine Catarrine, famiglia dei Pongidi, privi di coda e di borse guanciali, senza callosità ischiatiche o appena rudimentali; faccia e dita prive di peli, arti anteriori assai più lunghi dei posteriori, denti canini ben sviluppati, placenta discoidale. Comprendono i generi: gibbone, gorilla, orango (o urango o rangutan), scimpanzé.

 

 

Eccoci dunque al punto, che io credo sia di rilevanza assoluta. C’è un’affascinante teoria, che ho letto da qualche parte e che ritrovo più o meno esplicitamente espressa in tante prese di posizioni oggi alla moda, sia sui temi politici che etici – e più in particolare bioetici – sia più generalmente filosofici, e così via. Come naturale sua conseguenza, essa è molto peggio dell’approccio tipico del riduzionismo fisicista da cui deriva, approccio che come sappiamo pretende(va?) di spiegare la natura umana prendendo avvio (ma anche fermandosi) alle sole basi fisiologiche. Si tratta di un modello che ha mostrato tutti i suoi limiti a partire dall’impossibilità di spiegare la relazione tra dimensione corporea ed interiorità (Cartesio sarà antipatico, ma aveva le sue ragioni nel mettere in primo piano l’esperienza soggettiva del pensiero) ed assolutamente incapace di descrivere concetti fondanti dell’esperienza umana, rispetto ai quali facciamo tutti ogni giorno esperienza diretta, come per esempio i concetti di dovere e di coscienza-intenzionale, e così via.

 

Questa nuova, sorprendente teoria propone di fatto un sostanziale abbandono del problema. Il caso della scimmia intoccabile che ho citato in apertura rende perfettamente l’idea. Possiamo provare ora ad esplicitarla  più o meno in questo modo: dopo tutto, meglio affermare che in fondo una (la) natura umana non esista affatto.

 

Sì, avete letto bene: siccome è difficile definirla, siccome la storia della cultura e del pensiero critico (diciamo pure: della Filosofia) hanno mostrato che si sono susseguite, nel tempo e nello spazio, concezioni della “natura umana” molto diverse, talora e non di rado opposte tra loro, allora meglio farla finita ed accettare che “una” natura umana, fissata una volta per tutte, intangibile, al di là di ciò che è o dovrebbe essere a disposizione dell’intervento umano, semplicemente Sacra: ecco, una cosa così, non esista affatto.

 

D’altra parte, argomentano più o meno esplicitamente i sostenitori di questo approccio, quando è stata tentata la via di una de-finizione della “natura umana”, abbiamo sempre avuto delle conseguenze aberranti. La storia ed in particolare la storia dei totalitarismi del secolo scorso lo insegna bene (ma non solo quella recente: si pensi per esempio alla furia colonizzatrice del Cinquecento, quando appunto si discuteva se e fino a che punto gli indigeni delle nuove terre dovessero essere considerati “esseri umani”, e così via).

 

Mi preme allora chiarire preliminarmente, subito ed in modo inequivocabile, la mia posizione in merito: io credo che sia precisamente l’abbandono di questo terreno che porta e porterà all’epoca dei mostri. Un’epoca in cui le barbarie del passato saranno rimpiante. E’ precisamente l’affievolirsi o addirittura lo scomparire della volontà di de-finizione della “natura umana” e della sua sacralità unica, nel mondo, che porterà ad una con-fusione massima e ad una riduzione dell’Umano all’animale. Una riduzione che – ben lungi dall’elevare l’animale alla dignità dell’umano – piegherà l’umanità intera alla forma di dominio più temibile che si possa immaginare: quella culturale, quella del pensiero, quella che l’Impero esercita senza l’uso delle armi e senza che gli individui abbiano la benché minima percezione del loro stato di schiavitù reale o della violenza – altrettanto reale – che viene loro inflitta in un mondo che essi percepiscono invece come liberato e liberante.

 

Ma come si può parlare, ancora, di “natura umana”? Ed in particolare: perché è oggi più che urgente ri-definirne i molteplici piani di discussione? E prima ancora: posto che – come vedremo – i livelli di discussione intorno a questo tema siano andati intersecandosi fino a comporre un difficile labirinto concettuale, che senso ha porre ancora una domanda del genere? E per finire: per come stanno andando le cose, ora, non sarebbe più opportuno chiedersi: “Che cosa è stata la natura umana?” Non sarebbe più corretto porre una domanda declinata al passato?

 

Sì, perché il giochino pseudo-logico che da più parti si ripete è più o meno questo: mostrare come il concetto stesso di natura sia un retaggio metafisico, da abbandonare con disprezzo, se non si vuole fare la figura “dei medievali”, limitandosi al massimo ad una sommaria storia del concetto di natura e/o di natura umana che metta sul piano le infinite discussioni, tralasciano il terreno comune sul quale queste prendono corpo, giusto per porre una pietra tombale su ogni speranza di discussione ulteriore. Chiudere il discorso, quindi, proprio in ragione della vastità e della complessità delle ragioni contrastanti, nessuna delle quali sembra abbastanza forte da poter prevalere sulle altre e forse nemmeno di reggersi a lungo sulle proprie gambe, tanto da poterci accompagnare in questo difficile presente.

 

Eppure, di metafisica e di ontologia si può e si deve ancora parlare.

 

A nessuno sfuggirà che la questione, posta in questo modo, si gioca prima di tutto su un piano ontologico e precisamente nella contrapposizione dialettica tra essere e divenire, proprio nella misura in cui la natura umana sembra oggi definitivamente sottratta al piano dell’essere e consegnata a quello del divenire.

 

E non si tratta certo di una consegna neutra, priva di conseguenze.

 

La rinuncia ad una conoscenza sostanziale della natura umana ha portato con sé notevoli effetti, tutt’altro che secondari sul piano etico e sul piano del socialmente condiviso, ma prima di tutto sul piano personale, individuale, del riconoscimento di sé: un discorso che ogni essere umano è destinato ad affrontare (posso dirlo? per sua natura) sia pure spesso in modo poco consapevole o peggio controllato e deformato dal gregge sociale in cui tutti siamo inseriti.

 

Ma su quali argomenti possiamo fondare l’indicazione di conseguenze così gravi che vengono dal considerare la natura umana come un work in progress?

 

Se non sbaglio è stato Platone, per primo, a sostenere che solo dell’essere, dell’immutabile, possiamo avere una conoscenza certa, quella che i Greci chiamavano epistéme. È precisamente questo un primo motivo per cui occorre tornare alla ri-definizione della natura umana, sottraendola al mondo liquido delle interpretazioni per riconsegnarla semmai a quello della chiarificazione fenomenologica. Detto in altri termini: proseguire sì, nell’accertamento e nella discussione della varietà delle espressioni, vagliando i nessi tra le diverse manifestazioni umane, in una tensione che non pretenda né di esaurire l’essenza ideale di ciò che si manifesta e nemmeno – peggio ancora – di dissolverla al fine di renderla di fatto meglio manipolabile.

 

Supporre invece che la natura umana sia totalmente inconoscibile (o peggio non esista) spalanca – inevitabilmente – le porte al dominio sull’uomo e ad una sua completa sottomissione. Sì, perché se nell’uomo non c’è nulla di umano, allora dell’uomo non resta che l’animale. E come tale, andrà trattato: come un ente tra gli altri, sprovvisto di una sua Dignità inviolabile, e consegnato invece a disposizione del potere (quale che esso sia).

 

In questo senso ridefinire significa proteggere, sottraendo appunto la natura umana al piano del divenire e del possibile per riconsegnarla a quello dell’Essere e del Sacro. Dell’Immutabile e dell’Intoccabile. Non che con questo si voglia negare un’evoluzione, una storia, una miriade di cambiamenti, nel viaggio dell’uomo. Si tratta invece di distinguere – aristotelicamente – la sostanza dall’accidente e, in questo, il bene dal male. Se infatti la natura umana viene lasciata a perdersi nel fiume del divenire, se il suo concetto stesso svanisce, l’uomo diventa qualcosa che può essere di fatto modellato, ri-modellato in modo indefinito, da chi ha i mezzi e il potere per farlo. Non a caso Nietzsche – il più temibile nemico di Platone e di Husserl anche su questo specifico versante – proclamava la nuova era, quella della liberazione che avrebbe portato all’oltre-uomo – come caratterizzata dal poter fare della propria vita un esperimento.

 

D’altra parte sostenere che la natura umana è indefinibile (è questo in sostanza il risultato logico di chi presuppone di poterne negare l’esistenza) dovrebbe portare ad ammetterne l’origine trascendente e non invece a concludere appunto – contro l’evidenza – che non esiste affatto. Contro l’evidenza: perchè se non esiste una natura umana specifica, ontologicamente differente, allora daccapo l’uomo non è che un ente tra gli altri, e nella fattispecie: un animale come gli altri. Ma allora la stessa definizione di uomo (che si può pensare qui come una sintesi tra 1) posizioni che fondano l’essenza umana in rapporto al confronto con Dio; 2) posizioni che si soffermano sulle specificità dell’essere umano nei confronti di tutti gli altri esseri viventi; 3) posizioni che si fondano sul piano esistenziale, di auto-consapevolezza e di auto-progettazione e dunque di libertà dell’uomo, che in questo modo si differenzia dal resto del mondo) non ha più senso alcuno al di là della sua oggettivazione ed assimilazione inclusiva e totale al mondo animale.


L’uomo, dunque, come gli altri animali. Là dove “come” è chiaramente sinonimo di “ridotto a”: infatti è precisamente su questo “come”, allora, che si combatte quella guerra di resistenza critica che in tanti, da più parti e a livelli diversi, stiamo combattendo.

 

Chiamiamolo riduzionismo o in qualsiasi altro modo, il concetto è chiaro: una volta equiparato l’essere umano a qualsiasi altro essere animale, come tale verrà trattato – senza che nessuno abbia motivi validi per opporsi.

 

Le pretese dell’Impero possono così essere svelate per quello che sono: a partire dall’enfasi con cui si abbandona il Sacro terreno della dignità umana e nella misura in cui gli intellettuali non sono più in grado di difenderlo adeguatamente. Dignità umana speciale che – vale la pena ricordarlo – ha come presupposto logico ed ontologico quella differenza con tutto il resto del mondo vivente di cui parlavamo pocanzi.

 

Sia chiaro: non c’è qui la pretesa di mettere tra parentesi la difficile, complessa, per certi versi estenuante discussione filosofica che nei secoli si è attorcigliata sul tema, dando vita ad un labirinto nel quale è davvero difficile orientarsi. Ma anche questo è – evidentemente – uno dei segni della forza imperiale: creare insicurezza, ripetendo all’infinito – per la bocca del Nietzsche che si sta ammalando del suo stesso pensiero – che “non esistono fatti ma solo interpretazioni”. E da qui in poi, non ci sarebbe che una resa assoluta, scivolando nelle interpretazioni delle interpretazioni, fino a non capirci più nulla, in una sorta di sbornia planetaria in cui l’unico a restare sobrio è chi ha venduto il vino.

 

Difficile è anche solo un flash, un excursus da Bignami, su una matassa di questa portata, su un cubo di Rubik che non si può risolvere.

 

Diamo quindi spazio solo a qualche punto fermo, tenendo presente che il fine principale di questa brevissima rassegna storica, opera dell’accetta e non di un bisturi, è quello di mettere in evidenza come l’idea di natura umana sia andata differenziandosi e complicandosi in un prospettivismo che nel corso della Storia della Filosofia ha portato senz’altro un risultato oggettivo: dare motivi concreti ai critici dell’esistenza stessa di una natura umana, sacra ed inviolabile, per avanzare indisturbati l’idea che siccome non c’è accordo su questo tema, ciascuno è autorizzato a dire quello che vuole.

 

Come cercherò di mostrare nelle riflessioni che seguono, a ben vedere è proprio dall’analisi delle diverse posizioni che emergono non pochi tratti in comune, tutti, a loro modo, fondati sull’evidenza più incontrovertibile: l’uomo non è assimilabile a nessun altro animale vivente.

 

 

 

Alessandro Benigni

 

[… segue]

 

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