L’induzione all’invidia, come tecnica di controllo sociale


 

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La libertà è un sistema basato sul coraggio”.

Charles Péguy, Il denaro, 1913

 

 

 

 

Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva? […] Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d’evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno “perfetta” e più libera.”

 

Così scriveva Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, quasi un secolo fa, in una descrizione disarmante e lucidissima di quello che sarebbe stato il nostro tempo[1].

Come liberarsi dalle utopie? Forse cominciando a vedere che cosa si nasconde dietro la narrazione utopica. E chi, in ogni epoca, può trarne vantaggio. Le utopie, tutte, hanno sempre promesso l’avvento di una libertà totalizzante. L’escatologia utopistica ci parla di un uomo libero, liberato, finalmente guarito. E in effetti si può dire che l’avventura della libertà coincide con la storia dell’uomo e l’intera vicenda umana è in qualche modo una storia di liberazione. Su questo credo, ci sia ampio consenso. Rimane invece da discutere: da chi? o da cosa?

Ad uno primo sguardo la risposta sembra scontata: si è sempre trattato di liberare l’uomo dal dominio dell’altro uomo. È da questa prospettiva che possiamo leggere i più grandi avvenimenti della storia, fino ai giorni nostri, in cui davvero in pochi esiterebbero ad affermare che ancora, ovunque, gli uomini non sono effettivamente o completamente liberi.

E la cosa è ben strana, soprattutto nella misura in cui proprio nel mondo occidentale si celebrano i fasti (utopici, appunto) del Progresso, della Tecnica. Si prendono le distanze da tutto ciò che in qualche modo può essere considerato “medievale”, tenendo irremovibile (nella sua acclarata falsità storica) l’accezione che gli Illuministi avevano dato del Medioevo. E, paradosso nel paradosso, quasi ovunque la libertà sembra imporsi ed è effettivamente imposta formalmente come un obbligo. Non di rado, coniugata da un curioso concetto di democrazia, fabbricato e divulgato ad uso e consumo di chi vuole e può effettivamente trarne profitto.

Bene. Io credo allora che sia possibile proporre anche in questa prospettiva qualche idea indisciplinata e come dire: contro corrente. E penso anche che sia possibile mostrare come la planetaria ed utopistica lotta per la liberazione dai soprusi e dalle ingiustizie (in atto oggi più che mai, anche se in modo caotico e con effetti paradossali) sia in realtà un abbagliante inganno: ancora una volta uno strumento di dominio del più forte (o del più astuto, se vogliamo) sui più sprovveduti.

Abbozziamo un punto della situazione: oggi – in Occidente – s’è diffusa (o meglio: è stata artificiosamente inoculata) la bizzarra convinzione secondo la quale saremo effettivamente liberi solo quando si sarà posto definitivamente il Relativismo di tutti i valori, la “post-verità”, la fine di ogni struttura immutabile ed edificante (famiglia in primis), ogni differenza che rifletta una qualsivoglia gerarchia ontologica (oddio: è ancora consentito utilizzare il termine gerarchia?) e così via.

Da disciplinato-disobbediente, intendo qui dare sfogo alla mia reazione-reazionaria prendendo a modello proprio uno dei pesi massimi del Relativismo di tutti i tempi: Friedrich Nietzsche. Per una serie di motivi. Ne accenno uno soltanto: il Relativismo è un malinteso e si manifesta prima o poi per il contrario di quello che sembra: il grande, definitivo nemico giurato della libertà. Vorrei che questo primo pensiero da ammutinato venisse preso dal lettore come un punto fermo: il Relativismo è il grande ostacolo della libertà esattamente nella misura in cui si presenta come strumento di liberazione.

 

Il Relativismo inganna, nella sua profonda e irrevocabile contraddizione teorica: non solo non può e non potrà mai liberare nessuno e condurre alla pace civile (sempre ammesso e non concesso che questo sia un bene), ma al contrario conduce dritti dritti alla forma peggiore di schiavitù che si possa immaginare. Quella schiavitù della mente, in cui il soggetto schiavizzato non vede le proprie catene ed è anzi contento della propria condizione.

 

È chiaro che un idealtipo del genere, non si ribellerà mai.

Vediamo perché.

Da Protagora di Abdera in poi (siamo negli anni 80 del V secolo a. C.) la forma generale con cui il Relativismo si afferma dice più o meno così: la verità è questione e posizione soggettiva. Affare mio, dunque (di cui in teoria sarei libero di fare e pensare come voglio):

«L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono»

Così affermava Protagora[2].

 

Massima che è diventata un po’ la madre di tutte le follie, a partire dalla follia che nega l’esistenza stessa della follia-in-atto. Declinata in innumerevoli versioni, oggi assume la forma dell’assai in voga: “Tu sei come ti senti”, ovvero: “Ognuno ha il diritto di essere socialmente riconosciuto per quello si sente di essere, e non per quello che è”, oppure: “Tutto è lecito finché non provoca danni misurabili al prossimo” (compreso il privare un bambino della madre o del padre per venderlo a una coppia same sex), oppure, appunto: “Ai bambini non servono padre e madre ma qualcuno che li ami” oppure: “Il matrimonio si fonda sul sentimento e non sulla differenza sessuale” e da qui il fatidico: “Famiglia è dove c’è amore, a prescindere dal sesso e dal numero dei componenti”, il tutto riassumibile nella forma ancora più generale: “Chi ti dà il diritto di stabilire che cosa sia bene o male per gli altri?” o anche (e questa è davvero generalissima): “Chi sei tu per giudicare?et similia.

 

Se il soggetto è davvero “misura di tutte le cose”, al singolo e a nessun altro compete il diritto di scegliere che cos’è bene e che cos’è male, che cos’è giusto e che cosa sbagliato, compresa la natura della realtà, a questo punto ridotta a pura materia-indifferenziata per ogni forma d’interpretazione possibile. Scelte, interpretazioni, dunque azioni che inevitabilmente ricadono sugli altri. In primo luogo su chi, passivamente, è costretto a subirle.

L’elenco sarebbe lungo, lunghissimo: è sufficiente dare un’occhiata, per distratta che sia, alla cifra concettuale dei movimenti di liberazione sessuale, “pro-choice” (abortisti), all’ideologia gender, o più in prospettiva al Relativismo culturale che s’impone come rispetto assoluto e incondizionato di qualsiasi struttura de-strutturante o “cultura”, come se fosse un bene in sé a prescindere da qualsivoglia giudizio fondato su uno specifico argomento razionale, e in particolare di ordine etico, e così via. Non viene da sorridere? È di qualche giorno fa la notizia che a Malta si possono modificare i passaporti in base alla percezione (soggettiva) del proprio sesso biologico (oggettivo)[3].

 

Un Relativismo ipnotico ormai sistematicamente applicato anche al (non più scontato) venire al mondo: l’aborto, per esempio, oggi è legale in quasi tutti i Paesi europei, ma esistono molte e notevoli differenze tra un Paese e l’altro. Quasi tutte le nazioni europee garantiscono il ricorso all’aborto nei primi tre mesi di gravidanza ma alcune vanno più in là nel tempo, nel secondo trimestre. Per non parlare poi di quello che accade al di fuori dell’Europa. Relativismo-omicida (per qualcuno infatti, non si tratta d’omicidio) applicato anche al sesso del nascituro: secondo uno studio di “Lancet”, prestigiosa rivista medica, in India l’aborto selettivo impedisce la nascita di 500.000 bambine all’anno. Sempre in base alla difesa esasperata del Relativismo-liberante, ben oltre la questione del primo, del secondo o del terzo trimestre, si assiste già da anni alla progressiva legalizzazione dell’infanticidio vero e proprio. Lo rilevava già il compianto Mario Palmaro:

 

L’infanticidio è un diritto delle donne. Lo sostiene, con qualche opportuna sfumatura dialettica, il “Journal of Medical Ethics” di Melbourne, che in un recente articolo spiega le buone ragioni che legittimano l’uccisione di un neonato, quando le sue condizioni di salute siano compromesse. L’articolo rilancia una vecchia idea del vecchio bioeticista australiano Peter Singer, e ne ripropone il ragionamento di fondo. La nostra società – scrivono in sostanza gli autori della rivista di Melbourne – ha ormai legittimato la soppressione del concepito con l’aborto volontario, giustificandolo con le più svariate motivazioni. Ora, proseguono, non esiste alcuna differenza davvero sostanziale tra un concepito di uomo e un neonato. Dunque, se è legittimo per le leggi uccidere un feto di tre mesi, non si vede perché lo Stato non debba permette di fare lo stesso con un neonato handicappato. Il caso australiano è un esempio perfetto di ragionamento che muove da premesse corrette per giungere a conclusioni coerenti, anche se aberranti. È infatti sacrosanto che nascituro e neonato non sono dissimili nelle loro qualità essenziali; ed è altrettanto logico che questa identità umana deve comportare un giudizio di valore pressoché identico. Logico, per concludere, che aborto e infanticidio siano parenti stretti, e che sia contraddittorio disciplinarli in maniera opposta fra loro[4].

 

Relativismo, dicevamo. Esaltazione delle libertà individuali. Ma che c’entra, quindi, con Nietzsche e con l’avvelenamento della libertà?

Ora, la vera natura del Relativismo si mostra nelle conseguenze a cui necessariamente conduce. Il Relativismo finisce prima o poi con l’affermare – ripeto: inevitabilmente – la parte più dura ed estrema del Nichilismo: se il soggetto è metro (métron, misura) per sé stesso, se non esistono verità oggettive, evidenti, non passibili di interpretazioni soggettive, allora non esistono nemmeno valori e dignità assolute e inviolabili. Ohps, mi correggo: non che esistano e siano violabili: il punto è che non esistono affatto.

 

Se ognuno ha infatti i suoi (valori) assoluti, allora non esiste alcun (valore) assoluto. Ma come possono esserci valori che ammettono, nello stesso insieme dei valori, il loro contrario? La contraddizione logica è allora pima di tutto una contraddizione onto-logica: il bene non è il male. Per il principio d’identità e di non-contraddizione, il giusto non è sbagliato. E non può dipendere “dal punto di vista”, in quanto, se così fosse, avremmo realmente nello stesso tempo, giusti-sbagliati, veri-falsi, beni-mali, e così via. Assumere che non esista una verità assoluta anche su Bene e Male significa portarsi nel terreno della follia.

 

Di questo passo – che io considero ormai definitivamente compiuto con l’avvento della neo lingua e di concetti boomerang quali “post verità” (etc.)[5] l’esito finale del discorso è abbastanza chiaro: perché mai, se non esistono valori assoluti, l’uomo stesso dovrebbe essere un valore assoluto? Perché mai dovrebbe essere assolutamente rispettato? Perché mai assoluta e inviolabile dovrebbe essere la sua dignità?

Chissà che ne direbbe, oggi, il buon vecchio Kant (checché se ne dica, uno dei maestri di ogni opposizione al Relativismo, sia etico che conoscitivo). Forse aggiungerebbe qualcosa al suo imperativo categorico “”Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo“?

 

E difatti, logicamente, è per esempio tutta nostra la follia-assoluta del considerare gli animali come soggetti aventi diritto, anzi, in qualche caso sempre più elevati allo stesso piano dell’uomo (operazione condotta con una certa abilità, bisogna riconoscerlo, da filosofi maestri nell’utilizzo delle tecniche sofistiche più avanzate quali Peter Singer & soci)[6].

Un primo punto, dunque: il Relativismo, che si propone come strumento di liberazione, conduce direttamente al Nichilismo, che afferma la fine di tutti i valori, considera l’essere stesso un nihil, un nulla, e l’uomo come un ente tra gli altri, proveniente dal Nulla, destinato al Nulla, esso stesso è un nulla. O poco più.

Ecco: è precisamente quel poco più che svela il trucco. Perché se fosse un nihil, un niente, un nulla (a parte la contraddizione onto-logica), amen. Ma un nulla estremo non è: l’uomo è invece qualcosa. E di quel qualcosa, che ne facciamo? Beh, lo diamo in pasto a quella forza che – nel mare indebolito del Relativismo universale di tutte le opinioni, di tutti i valori e di tutte le argomentazioni più o meno razionali (anche se dalle conclusioni aberranti, come abbiamo visto sopra) – riesce facilmente a imporsi e a dominare. Come? Per esempio con l’inoculazione di una neo lingua che, socialmente diffusa, porta a un altissimo tasso di psicosi sociale. Oppure, sempre per esempio, con l’ideazione e l’attuazione di pratiche di controllo sociale, degne della più sofisticata ingegneria sociale, per portare i popoli dove si vuole. Al livello pre-stabilito, per sottometterli mentalmente (direi anzi spiritualmente) ai propri interessi. E così via.

Torniamo a noi: se l’uomo non è un valore assoluto, figuriamoci se può esserlo la sua libertà. Il Relativismo conduce al Nichilismo, dunque. E il Nichilismo non tollera alcun senso dell’essere, perennemente sottoposto alla forza nullificante del Niente. Il senso è affare del soggetto. Ma attenzione: non di un soggetto qualunque. Non mio, non tuo, bensì di quel Soggetto che può imporre agli altri la sua visione del mondo. Senza che gli altri, ovviamente, se ne possano rendere conto o in modo tale che non abbiano reali possibilità di contrastare questa forma di imposizione e dunque di dominio.

Ed entrambi, Relativismo e Nichilismo, sono dunque in sé un terribile strumento di dominio, espressione della più radicale volontà di potenza in atto che si possa immaginare.

È questa la mia tesi. E credo che non sia rilevante osservare che fa perno su categorie filosofiche nient’affatto recenti. Anzi: considero il fatto che siano già state maturate in passato da talenti di tutto rispetto come un punto a mio favore.

È una cosa d’altra parte intuitiva, che possono imparare anche i bambini. Al cinema per esempio. Penso al film La storia infinita (Die unendliche Geschichte), diretto da Wolfgang Petersen ed ispirato al romanzo omonimo – mi dicono bellissimo – di Michael Ende,

 

“Gmork: Così il Nulla dilaga.

Atreyu: Che cos’è questo Nulla?

Gmork: È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.

Atreyu: Ma perché!?

Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere”.

 

 

È facile dominare chi non crede in niente: chi non crede che esistano verità immutabili sull’uomo e sulla vita e che una posizione equivalga sostanzialmente all’altra. Tanto, dal nulla si proviene e alla fine, nel nulla si va. Ma attenzione: è più facile dominare anche chi vive immerso nella paura e nell’impossibilità di difendersi:

 

“La libertà, come tutti sappiamo, non fiorisce in un paese che sta sempre sul piede di guerra, o che si prepara a combattere. Una crisi permanente giustifica il controllo su tutto e su tutti, da parte del governo centrale”.

 

Così Aldous Huxley, nel Ritorno al mondo nuovo, del 1958.

Allora: Nietzsche, dicevo. Come tutti sanno, il filosofo morto fuori di testa il 25 agosto del 1900 a Weimar è stato uno dei più radicali pensatori di tutti i tempi e a buon diritto può essere considerato il profeta del Nichilismo. Come del resto lui stesso si considerava[7]. Com’è possibile, dunque, prendere a modello proprio un maestro del Nichilismo e del Relativismo per fondare una posizione ribelle e contro-corrente rispetto al Relativismo ed al nichilismo dei nostri tempi? Io credo sia fattibile, eccome e come sempre, proprio in quanto il Relativismo ed il Nichilismo sono in sé profondamente ed irreparabilmente contraddittori. Si prenda ad esempio un brano piuttosto famoso, tratto da Così parlò Zarathustra, intitolato “Delle tarantole” (lo riporto per intero, è troppo bello):

 

«Ecco, questa è la caverna della tarantola! Vuoi proprio vederla? Qui pende la sua rete: toccala, perché vibri.

Eccola che giunge volonterosa: benvenuta tarantola! Nero porti sul dorso il triangolo, tuo simbolo; io so anche che cosa porti nell’anima.

La tua anima cova la vendetta: dove tu mordi si forma una cancrena nera; il tuo veleno fa che l’anima tua s’aggiri con la vendetta!

Così parlo per similitudine di voi, che fate girar le anime, di voi predicatori dell’uguaglianza! Voi siete simili alle tarantole, e v’arde un celato desiderio di vendetta!

Ma io voglio discoprire i vostri nascondigli: perciò vi lancio in volto il riso che viene dall’alto.

Io lacero dunque la vostra rete, affinché il vostro furore v’attiri fuori dalla vostra caverna di menzogne, e faccia sprizzar il vostro desiderio di vendetta fuor dalla vostra parola «giustizia».

Redimer l’uomo dalla vendetta: questo è per me il ponte che guida alla più sublime speranza e l’arcobaleno che brilla dopo lunghe tempeste.

Ma in altro modo l’intendono le tarantole. «Questo appunto è per noi giustizia: che il mondo sia pieno delle tempeste della nostra vendetta», così parlano esse.

«Vendetta noi vogliamo e obbrobrio per tutti coloro che non sono uguali a noi» — così giuran le tarantole nel loro cuore.

La volontà dell’uguaglianza — questo sia di qui innanzi sinonimo di virtù; contro tutto ciò, che è potente, noi vogliamo levare il nostro grido!

O voi predicatori dell’uguaglianza, la follìa cesarea dell’impotenza è quella che in voi chiede «uguaglianza»: le vostre più occulte brame tiranniche si mascherano di parole virtuose!

Presunzione arcigna, invidia trattenuta, forse l’orgoglio e l’invidia dei vostri padri, in voi scoppiano come una fiamma, come una manìa di vendetta.

Ciò che il padre tacque s’esprime nella parola del figlio; e bene spesso trovai essere il figlio il segreto rivelato del padre.

Essi rassomigliano agli entusiasti: ma non già il cuore ispira il loro entusiasmo, — bensì la vendetta. E quando divengono acuti e freddi, non lo spirito li rende tali, bensì l’invidia.

Questa sola li conduce anche sui sentieri dei pensatori; e l’indizio della loro invidia è ch’essi vanno sempre troppo lontano: così che quando sono stanchi devono gettarsi a giacere sulla neve. Da tutti i loro lamenti traspare la vendetta, da ogni lor lode il desiderio di recar dolore: ed esser giudici è per essi la maggiore delle felicità.

Ma questo io insegno a voi, o miei amici; diffidate di tutti coloro, nei quali è potente l’istinto del punire!

È gente di cattiva indole e di trista specie: ha nel volto l’imagine del carnefice e del segugio.

Diffidate di coloro che hanno sempre in bocca la giustizia. In verità, alle loro anime fa difetto non il miele soltanto!

E quando chiamano sé stessi «buoni e i giusti» non dimenticate che per diventar Farisei non manca loro che la potenza!

Miei fratelli, io non voglio essere confuso e scambiato con costoro.

V’hanno taluni che predicano la mia dottrina della vita, e si fanno insieme sostenitori dell’uguaglianza e delle tarantole.

Se essi vi parlano in favor della vita, e sono ciò non di meno rintanati nella loro caverna — quei ragni velenosi — appartati dalla vita, credetemi, essi con ciò vogliono recar dolore.

Essi vogliono recar dolore a quelli che sono ora potenti; giacché per costoro il sermone della morte trova la più opportuna applicazione.

Se la cosa fosse altrimenti, essi insegnerebbero altra cosa; in altri tempi costoro furono i peggiori calunniatori della vita e i bruciatori d’eretici.

Con tali predicatori dell’uguaglianza io non voglio essere confuso o scambiato. Poi che così parlò in me la giustizia: «Gli uomini non sono uguali».

E nemmeno devono diventare tali! Che cosa sarebbe del mio amore pel superuomo, se io parlassi diversamente? Su mille ponti e sentieri essi devono lanciarsi verso l’avvenire, e sempre più ci dev’essere tra di loro guerra ed ineguaglianza: ciò m’insegna il mio grande amore!

Inventori di imagini e di spettri essi devono diventare nelle loro inimicizie, e con le loro imagini e i loro spettri debbono combattere tra di loro la più terribile battaglia!

Bene e male, e ricco e povero, e alto e basso, e tutti i valori, comunque si chiamino, devono essere armi e segnacoli sfolgoranti di questa verità: che la vita deve sempre oltrepassare sé stessa.

In alto la vita lotta a comporsi un edifizio con pilastri e gradini: essa vuole spaziare per grandi distanze e goder di bellezze beate, — per ciò essa ha bisogno d’elevarsi!

E perché ha bisogno dell’altezza, le son necessari i gradini, e le giova il contrasto tra i gradini e coloro che li salgono! La vita vuole salire, e, salendo e sorpassando sé stessa, rigenerarsi.

E guardate un po’, miei amici! Qui, dove si trova la caverna della tarantola, s’ergono le rovine d’un antico tempio, — guardate un po’ qui con occhi illuminati!

In verità, quegli che qui ordinò i suoi pensieri e li tese verso l’alto, conosceva il segreto della vita al pari dell’uomo più saggio!

Che anche nella bellezza sia lotta e ineguaglianza, e guerra per la potenza e per la superiorità: ecco ciò che egli c’insegna in una similitudine molto chiara.

Oh! come le volte e gli archi s’incurvano divinamente nella lotta a corpo a corpo: come combattono tra loro con luce e tenebre i divini lottatori! — Fate che anche i nostri nemici siano altrettanto belli e securi! Divinamente noi vogliamo lottare l’un contro l’altro!

Ahimè! Ecco che mi morse la tarantola, la mia antica nemica! Con sicurezza e bellezza divina essa mi morse nel dito!

«Il castigo e la giustizia devono essere — essa pensa; — non impunemente egli qui potrà inneggiare all’inimicizia!».

Sì, essa si è vendicata! E guai a me, se ora nella sua vendetta farà turbinare anche la mia anima!

Ma perché il vortice non mi avvolga, o miei amici, legatemi fortemente a questa colonna! Preferisco diventare uno stilita, anzi che il vortice della bramosia di vendetta.

In verità, Zarathustra non è un vento che gira vorticosamente; se bene è un danzatore, non danzerà mai la tarantella!».

Così parlò Zarathustra.”

 

 

 

Un brano feroce, evidentemente. Ma che contiene molta verità e che fa proprio a caso nostro. Con le tarantole Nietzsche vuole indicare in fondo il simbolo dello spirito di vendetta, della vendetta di coloro che a vario titolo si sentono o sono inferiori ed hanno mancato il successo o anche solo la realizzazione desiderata. Le tarantole sono quindi i predicatori dell’uguaglianza, nei quali l’impotenza di vita – spirituale e biologica – si vuol vendicare di tutte le forme di vita potente, creativa, generante, rigogliosa nella sua bellezza prolifica, figliante: forme d’essere che sono però basate sulla differenza, sull’ineguaglianza fondamentale, sulla complementarietà delle parti, nel quadro di un universale gioco eracliteo tra opposti irriducibili. Forme d’essere oggettive, dunque, e nient’affatto relative: d’altra parte se tutte le incarnazioni si equivalessero non avremmo nemmeno, per restare allo sguardo di Nietzsche, tarantole invidiose di ben riusciti.

È dunque straordinario ed entusiasmante al tempo stesso scoprire che il maestro del Relativismo e soprattutto del Nichilismo europeo è in realtà un terribile nemico di quell’ideologia (falsamente) egualitaria che oggi riassumiamo con la formula “politically correct”. Nietzsche per primo, udite udite, polemizza proprio con le correnti moderne che sono alla radice della nostra attuale follia: contro Rousseau, contro la Rivoluzione Francese, contro il Socialismo, contro l’esaltazione di una falsa ed annichilente Democrazia, oltre che (e qui le nostre strade si separano) contro il Cristianesimo (in quanto, agli occhi di Nietzsche, nel Cristianesimo sarebbe possibile ravvisare la stessa ideologia dell’uguaglianza che è nemica della vita: l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio).

 

Nietzsche nemico dunque non di tutti i valori, ma di alcuni valori della tradizione Occidentale, oltre che della concezione tradizionale di giustizia. In fondo al Relativismo, troviamo quindi pur sempre differenze strutturali, che sfuggono alla presa finale della furia interpretativa e narrativa della realtà. Anche per Nietzsche, insomma, quanto più potente è una vita che crea e incide la sua impronta, tanto più assumerà l’ineguaglianza degli uomini, proprio nel suo sistema di valori-in-atto. Ma anche viceversa, logicamente: tanto più debole e impotente è una vita, tanto più pretenderà l’uguaglianza di tutti e cercherà di tirare verso il basso (o verso il malato), in una poltiglia di comune mediocrità, i singoli.

Emerge così il nesso impotenza-mediocrità / invidia-esaltazione dell’uguaglianza e quindi, come vedremo – negazione delle differenze e in sostanza lotta senza quartiere alla libertà. Sì, perché si tratta di una forma d’interpretazione malata, che distorce a tal punto la realtà da richiedere la violenza-pura per essere imposta. Il mal-riuscito, per stare alla definizione nietzschiana, vedrà nella forza altrui (e nella differenza che la forza stabilisce) un pericolo se non un crimine contro l’uguaglianza, mentre la sua volontà di parità vorrà annullare le differenze per proclamare – ma attenzione: al ribasso – la fine di ogni potenza, di ogni struttura strutturante, di ogni crescita, di ogni superamento. E così via. Per raggiungere questo scopo, è però necessario prima proclamare la relatività di tutti i valori e dunque – subdolamente – imporre questa visione del mondo attraverso una massiccia azione impositiva, sia di tipo culturale che legislativo, mascherando questo processo con la farsa planetaria della democratizzazione dei popoli, o lotta per i diritti delle minoranze, o anche lotta agli stereotipi, e così via.

 

Nel passo di Zarathustra qui sopra riportato è chiaramente espressa la volontà del Filosofo di smascherare il vero contenuto dell’ideologia egualitaria: quella che viene spacciata per idea di giustizia è in realtà soltanto una mascherata volontà di potenza. Come osservava anche Eugen Fink: “Nell’idea di giustizia dei molti, della massa, dimora la vendetta, quel ragno velenoso che è la tarantola, che annoda le sue reti e vi soffoca la vita nobile”.[8] Non è meraviglioso? Nietzsche relativista, nemico del relativismo.

Fissato quest’altro punto, io credo però che ci si possa spingere anche un po’ più in là, sempre seguendo la direzione indicata da Nietzsche. La tarantola, dicevamo, è anche simbolo dell’invidia. Di un’invidia profonda, pre-disposta, radicale. Ma che cosa ha a che fare l’invidia con il Relativismo e la nozione di libertà (e con l’idea di liberazione ad essa sottostante)?

Io credo che tra questi concetti un legame profondo possa essere individuato e meriti di essere riproposto: l’invidia adotta infatti come scusante proprio il Relativismo dei valori.   Facciamo un altro salto indietro, al VI secolo a. C. parliamo di Esopo, La volpe e l’uva.

 

 

«Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze».

 

Accusano le circostanze”, dice Esopo. La volpe non ammette la sua incapacità, il suo insuccesso, la sua inadeguatezza. Ne soffre e quindi scatta il meccanismo mistificatorio: nega la realtà. Se avesse potuto, c’è da scommetterci, avrebbe fatto di tutto per impedire che altri vi potessero arrivare. Siamo ad un passo da quella che oggi chiamiamo psicosi: la negazione dell’evidenza.

È forse interessante rilevare che da un punto di vista neurologico l’invidia è strettamente collegata ai meccanismi del dolore e in particolare a quella forma di dolore che alcuni definiscono “sociale”: l’area del cervello colpita dal disagio sociale si chiama “corteccia cingolata anteriore dorsale[9]. L’attivazione in questa regione cerebrale si ha in risposta a un dolore sociale, come il senso di esclusione o nella percezione di come e quanto gli altri ci giudicano quando falliamo. E può quindi riflettere la caratteristica dolorosa di un’emozione legata al confronto sociale come l’invidia, con la sensazione di essere esclusi da un campo per sé rilevante. L’invidia, attenzione, è dunque dolorosa per sé, ma potenzialmente pericolosa (e quindi dolorosa) anche per gli altri. Non a caso nella teologia cattolica è uno dei vizi capitali. Perché allora proviamo questa emozione? Perché l’invidia è come la paura, che è sgradevole ma ci prepara a reagire a un pericolo. È un campanello d’allarme: ci avverte che siamo perdenti nel confronto sociale e ci stimola in qualche modo a reagire. Tale reazione può essere sostanzialmente di due tipi: migliorativa (competizione sana: accetto la tua superiorità ed il mio difetto e cerco di migliorarmi) o peggiorativa (competizione malata: voglio negare la tua superiorità ed il mio difetto ignorando le differenze tra noi e quindi sostanzialmente annullandoti).

 

Non a caso parlare d’invidia è difficile. Forse in tanti la proviamo, senza rendercene conto o senza volerlo ammettere. «È l’emozione negativa più rifiutata. Perché ha in sé due elementi disonorevoli: l’ammissione di essere inferiore e il tentativo di danneggiare l’altro senza gareggiare a viso aperto ma in modo subdolo, considerato meschino» scriveva la prof.ssa D’Urso[10].

L’invidia genera dunque una distorta idea di giustizia che si traduce in un livellamento sociale di cui solo i più forti sanno poi trarre vantaggio (utilizzando, beninteso, l’invidia di tutti). Già per Kierkegaard l’invidia è un sintomo psicologico (forse già nell’accezione “sociale”, come noi lo intendiamo) di una mancanza di carattere, di una debolezza strutturale dell’io, di un senso d’inferiorità e di soggezione per i più forti, per quelli che Nietzsche chiama “i ben riusciti”. L’invidioso tenderebbe a livellare tutto per nascondere – forse più a se stesso che agli altri – tale mancanza, elaborando strategie idonee ad abolire – come osserva Elena Pulcini in un suo bel saggio – «ogni pretesa di distinzione ed eccellenza». In questo modo, «essa dà origine a una socialità che si costituisce all’insegna di un’aurea mediocritas nella quale a nessuno deve essere concesso di innalzarsi al di sopra della rassicurante uniformità della massa»[11].

Già da questi spunti io credo si possa cogliere il motivo per cui è possibile considerare il nesso invidia-ideologia egualitaria come un grave ostacolo alla libertà, di cui qualcuno inevitabilmente sa trarre vantaggio. Ma andiamo avanti.

L’invidia nasce da una disintegrazione interna e porta inevitabilmente ad una disintegrazione sociale, sempre nella forma mascherata del suo contrario (il livellamento, appunto: “mal comune, mezzo gaudio”). Il fatto che sia disgregante non può passare inosservato: là dove l’in-dividuo viene spinto alla scissione, alla riduzione a dividuo, daccapo, c’è sempre qualcuno che ne trae vantaggio.

La letteratura psicologica in materia ha spesso evidenziato come l’invidia possa avere radici molto profonde nella personalità: in modo sintomatico, essa può avere origine da una mancanza di affetto nelle prime fasi della propria storia evolutiva, o da desideri che sono stati frustrati, lasciando ferite che stentano a rimarginarsi. L’invidioso prova un sentimento che lo costringe in un continuo stato di insoddisfazione, poiché nell’invidiare non c’è ombra di piacere o di realizzazione di sé, ma solo pena e sofferenza. Secondo due psicologi americani, Sarah Hill e David Buss, l’invidia ha a che fare con chi ci sta vicino[12]. Ma anche per Francis Bacon l’invidia necessita della possibilità di paragonarsi: infatti, “quando non c’è paragone, non c’è invidia”[13]. Dunque, ancora una volta siamo nel pieno del paradosso: l’invidia sorge nella differenza stessa che poi in qualche modo pretende di negare. Potrebbe essere proprio questo corto-circuito a determinare la profonda sofferenza che l’invidia genera: prima nel soggetto, poi nella società intera. Di norma infatti l’invidia, sebbene sia un sentimento logorante per chi lo prova, è sì distruttivo ma non patologico. Diventa malattia in un caso particolare, classificato come “invidia maligna”: quando cioè il soggetto regredisce allo stadio primordiale di questo sentimento, caratterizzato da ostilità, avversione, antipatia, odio molto intensi, in cui prevale l‘istinto aggressivo. Il soggetto identifica ciò che l’altro possiede, non tanto come qualcosa di intensamente desiderato, ma addirittura come qualcosa che gli è stato rubato. In conseguenza di questa percezione distorta della realtà, l’invidioso si sente ferito e, per difendersi, reagisce con violenza[14].

Le cose cambiano quando l’invidia diventa un fenomeno diffuso, di massa, magari indotto con sofisticate tecniche di ingegneria sociale. A quel punto, quando è una società intera a muoversi sotto lo stimolo del senso d’inferiorità, della frustrazione, della sistematica negazione di aspirazioni e desideri, il prodotto dell’invidia – la pretesa di parificare tutte le disuguaglianze sociali – diventa un problema coi fiocchi. In quanto socialmente indotto con tecniche speciali, una difesa efficace all’urto che ne deriva non è affatto semplice: abbiamo ogni volta a che fare con un pubblico feroce, inconsapevolmente affamato e addestrato per isolare e attaccare sistematicamente chiunque si opponga ad un pensiero unico, politicamente corretto.

 

Così come suggerito dai tecnici dell’Impero: se l’invidia è situazione d’inferiorità, essa è anche strumento di controllo. 

 

 

Alessandro Benigni

 

 

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(Pubblicato su “Contro Corrente. Saggi contro la deriva antropologica. Vol. VI”, 134 pagine, disponibile su Amazon in formato cartaceo o eBook)

 

 

 

 


Note

[1] Citato in epigrafe de Il mondo nuovo (Brave New World) di Aldous Huxley, traduzione di Lorenzo Gigli, Oscar Mondadori, Milano 1991.

[2] Così Platone (Teeteto, 152a) ci riferisce quella che è diventata una tra le massime più famose di tutti i tempi.

[3] Si veda ad esempio: http://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2017/09/05/news/malta-l-isola-gender-free-sul-passaporto-scegli-tu-se-ti-senti-maschio-o-femmina-151065

[4] Così annotava Palmaro, su La Bussola Quotidiana, il 2 marzo 2012.

[5] Cfr. https://www.enzopennetta.it/2016/11/ma-la-post-verita-e-vera-o-falsa/

[6] Cfr. https://ontologismi.wordpress.com/2016/12/10/perche-gli-animali-non-hanno-diritti/

[7] Cfr. F. Nietzsche, Il nichilismo europeo. Frammento di Lenzerheide. Adelphi, 2006

[8] E. Fink, La filosofia di Nietzsche, Marsilio editore, pag. 84

[9] Cfr. Douglas Nelson, Il mistero del dolore. Conoscerlo per superarlo, Edizioni Mediterranee, 2017.

[10] Cfr. Valentina D’Urso, Psicologia della gelosia e dell’invidia, Carocci, 2013.

[11] E. Pulcini, Invidia, Il Mulino, Bologna, 2011, p. 84.

[12] Cfr. “Mente&Cervello” 10 (2013)

[13] F. Bacone, Saggi, UTET, Torino, 1971, p. 37.

[14] Cfr. Hidehiko Takahashi et al., When Your Gain Is My Pain and Your Pain Is My Gain: Neural Correlates of Envy and Schadenfreude. Science 13 February 2009, Vol. 323. no. 5916, pp. 937 – 939, citato da Michela Rosati in http://www.michelarosati.it/invidia.html

 

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