Lia Mills e il suo discorso anti aborto

Di Lucia Scozzoli, pubblicato su La Croce

 

 
A febbraio 2009 la dodicenne Lia Mills, di Toronto è diventata una star nella sua scuola e su Youtube con i suoi cinque minuti di discorso a favore della vita, realizzato per un concorso scolastico. Nonostante lo scoraggiamento e l’aperta opposizione degli insegnanti, la presentazione di Lia è stata così ben fatta che ha vinto il concorso dal quale era stata in un primo momento esclusa, a causa proprio dell’argomento “controverso” che aveva scelto.
Il discorso è disponibile nella sua interezza su Youtube, dove è stato visto oltre 2.700.000 volte e ha scatenato una accesa discussione.

 

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Lia pronuncia con voce ferma e viso solare alcune frasi così semplici e così incontrovertibili, da lasciare spiazzati: logiche, per niente politically correct, dirette.

“E se ti dicessi che in questo momento, qualcuno sta scegliendo se tu vivrai o morirai?” inizia Lia con piglio carismatico. “E se ti dicessi che questa scelta non è basata su ciò che puoi o non puoi fare, o su ciò che hai fatto in passato o su quello che potresti fare in futuro? E se ti dicessi che non puoi fare nulla a riguardo?
“Compagni e docenti, migliaia di bambini sono ora in questa situazione. Qualcuno sta scegliendo senza che nemmeno loro sappiano se potranno vivere o morire. Quel qualcuno è la loro madre. E questa scelta è l’aborto.”
“Perché pensiamo che solo perché un feto non può parlare o fare quello che facciamo, non è ancora un essere umano?” Lei chiede. “Alcuni bambini sono nati dopo soli cinque mesi. E’ questo un bambino non umano?”
“Pensate ai diritti del bambino, che non gli sono mai stati riconosciuti. Non importa quali sono i diritti della madre, ciò non significa che possiamo negare i diritti del feto”, ha detto. “Dobbiamo ricordare che con i nostri diritti e le nostre scelte abbiamo delle responsabilità, e non possiamo portar via a qualcun altro i suoi diritti per evitare le nostre responsabilità.”

La madre di Lia si è difesa con forza dall’accusa di essere stata lei a spingere la figlia per questa battaglia pro-life, ha anzi affermato di aver cercato di dissuaderla in tutti i modi ma di non esserci riuscita, come se Lia fosse animata dalla necessità di compiere una battaglia non rimandabile, importantissima, inevitabile, a qualunque costo.
Nonostante gli insegnanti che hanno giudicato il suo lavoro fossero pro-choice, essi sono stati costretti ad assegnarle la vittoria al concorso per la profondità degli argomenti trattati e la loro sostanziale incontestabilità.
E davvero l’effetto che fa questo video è quello di chi compie un gesto banale che però nessuno prima era riuscito a fare, trova la soluzione all’enigma irrisolvibile e tutti a dire “è vero, era così semplice, lapalissiano!”

 

Lia dice cose semplicissime, che però nessuno dice più: non possiamo calpestare i diritti di qualcun altro per sottrarci alle nostre responsabilità. Sì, proprio responsabilità: una parola desueta, che nessuno vuole più sentirsi dire.
La maternità non è un accidente di percorso che può capitare a qualche donna sprovveduta, è sempre un atto che richiede coscienza e responsabilità, perché fa entrare sulla scena del mondo un nuovo individuo, qualcuno che sarà un uomo o una donna come noi, che potrà compiere tanti gesti, vivere, amare, lottare, piangere e ridere. Una persona tutta intera.
Sgombriamo il campo dai discorsi pietisti sui bambini malati: a parte il fatto che le diagnosi possono essere sbagliate, che non possiamo proiettare sui bambini le nostre aspettative e andare nel panico al primo difetto prospettato, che non è vero che una persona che non nasce perfettamente sana sarà infelice, a parte tutto ciò, la stragrande maggioranza degli aborti non avviene per motivi terapeutici in senso fisico, ma per disagi di natura psicologica ed emotiva della madre, cioè per la paura di non sopportare il disagio di una nuova vita da gestire, magari nelle difficoltà economiche, in situazioni familiari controverse, nella precarietà lavorativa o nella solitudine affettiva. Ma spesso non ci sono nemmeno dei veri disagi dietro cui giustificare la tragica scelta: semplicemente non è il momento giusto, la coppia vuole passare ancora un paio di anni in libertà, la donna vuole proseguire la sua carriera senza intoppi, o non vuole perdere la linea, o altre amenità del genere.
Il professor Noia testimoniò ad una conferenza che una donna aveva dato come giustificazione per un aborto il fatto che non si sentiva ancora pronta per diventare madre, le servivano altre sei/otto mesi. Per questo abortiva. Una gravidanza capitata sei mesi prima del previsto.

 

Esiste uno squilibrio paradossale tra i diritti degli adulti e quelli dei bambini, i feti nel grembo della madre sono totalmente indifesi, dal punto di vista fisico e legislativo, nessuno più li tutela. Non sono soggetti di diritto, non sono nemmeno soggetto di cure, i medici, quelli che hanno fatto il giuramento di Ippocrate, li possono tagliare a pezzetti o sciogliere in soluzione salina ed estrarli rattrappiti dal corpo della madre. E non si può dire, dobbiamo nascondere questa banale verità dietro il paravento degli intoccabili diritti della madre.
La natura però ha previsto che il corpo della donna diventi sede della vita altrui, che per 9 mesi non si appartenga più semplicemente, in modo esclusivo, ma che sia la porta della vita per un altro individuo, un essere umano, come lei, con lo stesso valore, dignità e potenzialità. Questa è la realtà dei fatti. Semplice, incontrovertibile.

 

Sentirlo dire dalla bocca di una bambina come Lia rende tutto più chiaro ed evidente: la scelta di abortire, per quanto giustificata da mille difficoltà, resta un atto di soppressione di una vita umana. Se è vero che i diritti di ogni individuo finiscono dove iniziano quelli di un altro, sicuramente è necessario ripensare l’aborto dal punto di vista del bambino, il soggetto debole e muto, un uomo che semplicemente non nascerà.

 

 

Lucia Scozzoli

 

 

 

 

 

 

 

 

La pillola “dei cinque giorni dopo” è abortiva

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La pillola “dei cinque giorni dopo” è abortiva

Il 25 marzo scorso l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha deciso di eliminare l’obbligo di prescrizione medica per EllaOne, che sarà mantenuto solo per le minorenni, con conseguente caduta anche dell’obbligo di accertare l’assenza di una gravidanza preesistente attraverso l’esito negativo di un test di gravidanza per tutte le donne, maggiorenni o minorenni che siano. Una decisione di inaudita gravità, per poter comprendere la quale è necessario fare alcune considerazioni tecniche sul farmaco, per poi soffermarci in breve sull’iter che ha portato l’AIFA ad esprimersi in tal senso pochi giorni fa.

Innanzitutto ricordiamo che EllaOne è un farmaco proposto come “contraccettivo d’emergenza” capace di agire durante le 120 ore (cinque giorni) successive ad un rapporto sessuale non protetto o a rischio, da cui il nome di “pillola dei cinque giorni dopo”; il suo principio attivo è l’Ulipristal Acetato (UPA), appartenente alla categoria degli antiprogestinici, famiglia di molecole che contrastano l’azione del progesterone (pro-gest-erone = ormone steroideo pro-gestazione), detto anche “ormone della gravidanza”, poiché indispensabile per creare nell’utero le condizioni adatte all’annidamento dell’embrione, esaltando le secrezioni tubariche ed uterine necessarie al suo nutrimento e sviluppo, aumentando lo spessore dell’endometrio (la parete interna dell’utero), alterando la viscosità del muco cervicale per bloccare i batteri e inibendo infine la contrattilità della muscolatura uterina, evitando la possibilità di un aborto spontaneo. Più precisamente UPA è un modulatore selettivo sintetico del recettore del progesterone che agisce legandosi ad esso con grande affinità e i cui meccanismi d’azione vengono illustrati nell’ “Assessment Report per EllaOne” (EMEA/261787/2009) redatto nel 2009 dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) al momento di mettere il farmaco in commercio: all’ultimo capoverso di pag. 9/49, infatti, si dice che il farmaco da un lato ha la «capacità di bloccare, impedire o ritardare l’ovulazione»(meccanismo antiovulatorio), anche dopo il picco di LH, e dall’altro ha la«capacità di ritardare la maturazione dell’endometrio in modo tale da prevenire l’impianto [ndr dell’embrione]» (meccanismo antinidatorio). A conferma di quest’ultimo meccanismo, al secondo capoverso di pag. 11/49 dello stesso documento si dice che «il trattamento di colture di cellule con 100 µM di UPA ha inibito significativamente la proliferazione di cellule endometriali stimolata da progesterone ed estrogeni».

Tradotto quindi in termini poveri, EllaOne può agire fondamentalmente con due meccanismi d’azione:

1. se assunto prima dell’ovulazione, è in grado di bloccarla/ritardarla, impedendo la fecondazione e agendo da contraccettivo;

  1. se assunto appena prima o dopo l’ovulazione, è in grado di alterare l’endometrio e impedire all’embrione di impiantarsi in esso, determinandone la morte secondo una modalità micro-abortiva.

Un’ulteriore conferma del tutto la si trova nelle conclusioni al quarto capoverso di pag. 23/49, dove si dice che questi due meccanismi di azione sono «sufficientemente documentati», infatti in letteratura si trovano molti studi a riguardo [1][2][3][4][5][6][7].

A questo punto una domanda sorge spontanea: se EllaOne può anche impedire l’annidamento in utero dell’embrione determinandone la morte, perché si parla di “contraccettivo d’emergenza” e non di farmaco abortivo? Semplice, è bastato spostare l’inizio della gravidanza al momento dell’impianto, per far sì che l’uccisione dell’embrione prima dell’impianto stesso non fosse tecnicamente considerata aborto, ma contraccezione. In passato infatti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la gravidanza iniziava con la fecondazione e conseguente concepimento e terminava col parto: essa identificava quindi, come è logico che sia, il periodo in cui il concepito cresce all’interno del corpo materno dal quale è nutrito e sostenuto anche prima che si impianti tramite le secrezioni tubariche ed uterine indotte dal progesterone; questo valeva fino al 1965, anno in cui l’inizio della gravidanza fu spostato dalla fecondazione all’impianto in utero dell’embrione, che avviene circa una settimana dopo! Venne così molto furbescamente aggirato l’ostacolo bioetico insito nei nuovi contraccettivi ad azione antinidatoria che iniziarono ad essere sperimentati proprio in quegli anni: in base a questa nuova definizione, infatti, qualsiasi farmaco che uccida l’embrione prima di impiantarsi in utero non è più considerato abortivo (cioè capace di interrompere una gravidanza), ma contraccettivo (cioè in grado di prevenire la gravidanza), mentre restano tecnicamente abortivi solo i farmaci che uccidono l’embrione dopo l’impianto! Per questo tipo di aborto mascherato, che avviene invece nella finestra compresa tra fecondazione e impianto, fu utilizzato il termine di “contraccezione di emergenza” o “postcoitale”. Inutile dire che il problema dell’inizio della gravidanza distrae dal vero problema creato da pillole come EllaOne, che è il destino del concepito: che differenza c’è infatti tra uccidere un embrione prima o dopo l’impianto? Lo stesso Étienne-Émile Baulieu, inventore della RU486, ammetteva che «l’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione […] può essere considerata alla stregua di un aborto» (“Il punto sull’RU-486”, The Journal of the American Medical Association, edizione italiana, n.1, vol. 2, gennaio 1990).

A tutto questo quadro a tinte fosche, come se non bastasse, bisogna poi aggiungere che EllaOne appartiene alla stessa famiglia farmacologica del Mifepristone, detto anche “pillola abortiva” (commercialmente nota come RU486) in quanto capace di indurre aborto chimico fino alla settima settimana di gravidanza. Ufficialmente tra questi due antiprogestinici non c’è alcun rapporto, essendo il primo considerato un “contraccettivo d’emergenza”, il secondo un “abortivo”: ma le cose in realtà non stanno proprio così! Innanzitutto bisogna sottolineare la notevole somiglianza fra UPA e Mifepristone sia in termini di struttura chimica (vedere figura), sia in termini di effetti antiprogestinici provocati sull’endometrio uterino.

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A spiegarlo più in dettaglio è il Dott. Bruno Mozzanega, Ginecologo, Docente di Ginecologia all’Università di Padova e Presidente della Società Italiana Procreazione Responsabile (SIPRe), per il quale le due molecole sono quasi uguali «con le dovute proporzioni, s’intende. Per abortire fino (almeno) a sette settimane bastano 200 mg di RU486, i quali equivalgono, quanto a efficacia sull’endometrio, a 200 mg di UPA non micronizzato». E visto che EllaOne contiene 30 mg per compressa di UPA micronizzato (che corrisponde a 50 mg non micronizzato), ecco che con quattro compresse si ottiene un dosaggio equivalente ai 200 mg di RU486! Pertanto, continua Mozzanega, «se una donna si recasse in 4 farmacie diverse, potrebbe tranquillamente interrompere la sua gravidanza! Dobbiamo dunque concludere che l’Europa stia facilitando, se non incoraggiando, l’aborto clandestino?». La cosa più sconcertante è che l’equivalenza tra i due farmaci viene ammessa nello stesso Assessment Report per EllaOne del 2009: a pag. 10/49 infatti si legge che «la capacità di UPA di terminare le gravidanze è stata indagata in porcellini d’India e scimmie. UPA e mifepristone erano approssimativamente equipotenti a dosaggi di 10-30 mg/die nel terminare le gravidanze nei porcellini d’India quando gli animali erano trattati nei giorni 43 e 44 di gestazione». E infatti, sia a pag. 18/49 che a pag. 46/49, si conferma che, «quando dato a porcellini d’India e macachi a stadi più avanzati di gravidanza, UPA ha terminato la gestazione in alcuni animali». Non a caso, a pag. 45/49 dello stesso report, compare un capitolo del tutto inaspettato: «Off-label use as an abortifacient», vale a dire «Impiego fuori etichetta come un abortivo», in cui l’EMA dichiara addirittura di voler monitorare questo possibile uso come abortivo attraverso i «self-report dei medici che prescrivono il farmaco», «un sondaggio retrospettivo nei reparti di ginecologia con donne ospedalizzate per aborto “spontaneo” incompleto» e addirittura tramite «l’uso di registri delle prescrizioni per identificare le prescrizioni fuori etichetta». Insomma, oltre a bloccare l’ovulazione e a impedire l’impianto di un embrione in utero, EllaOne è anche in grado di sfaldare l’endometrio durante i primi due mesi di gravidanza in modo da estirpare e uccidere l’embrione ivi impiantato, proprio come la RU486 abortiva! Tuttavia il farmaco è ufficialmente un contraccettivo in virtù, secondo Mozzanega, di una chiara scelta di marketing dell’Azienda produttrice nel voler «tenere distinte le due molecole gemelle: una, la RU486, ormai poco “presentabile” dato il suo utilizzo nell’aborto chimico, e l’altra, Ulipristal, da mantenere ufficialmente esente da richiami all’aborto».

Tutto troppo incredibilmente scomodo e infatti, grazie a studi decisamente più vaghi sugli effetti embrioletali confezionati ad hoc e presentati all’EMA dalla stessa azienda produttrice, gran parte delle indicazioni all’effetto antinidatorio e all’uso del farmaco come abortivo sono come per magia scomparse nell’Assessment Report più aggiornato dove, in palese contraddizione con la precedente versione che parlava di meccanismi «sufficientemente documentati», si dice che «EllaOne non interrompe una gravidanza esistente».

Per capire gli enormi interessi economici che ruotano attorno a questo farmaco, è utile tornare ora al recente annullamento da parte dell’AIFA dell’obbligo di prescrizione medica per il farmaco. Era il 7 gennaio 2015, quando la Commissione Europea approvò per EllaOne la raccomandazione agli Stati membri di eliminare l’obbligo di prescrizione, in virtù dell’eliminazione della gravidanza in atto tra le controindicazioni all’uso del farmaco, nonché dell’eliminazione dal foglietto illustrativo della segnalazione del possibile effetto antinidatorio: tale decisione faceva seguito alla domanda presentata all’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) da parte dell’azienda HRA Pharma, proprio quella produttrice di EllaOne, per la modifica del regime di fornitura da “medicinale soggetto a prescrizione medica” a “medicinale non soggetto a prescrizione medica”, domanda favorevolmente accolta dall’EMA già il 21 novembre scorso (EMA/710568/2014). Come comprensibile, tale raccomandazione europea suscitò subito non poche perplessità sulla stampa tra numerosi ginecologi e associazioni pro-life: particolare nota di merito va all’On. Gianluigi Gigli, Neurologo e Professore Ordinario di Neurologia all’Università di Udine, nonché neopresidente del Movimento per la Vita, che fu l’unico, col suo gruppo parlamentare, a farsi espressione di queste perplessità in Parlamento, presentando un’interpellanza prolife in merito (Gigli, Dellai n. 2-00800 del 16-01-2015): una decisione presa in sede europea, infatti, ai sensi dell’art. 4, comma 4, della direttiva europea 2001/83/CE, non necessariamente deve essere recepita dagli Stati membri, essendo contraccezione e aborto materie non vincolanti; in virtù di questo Gigli, dopo aver fornito al Ministero della Salute un corposo plico di letteratura scientifica a supporto del meccanismo antinidatorio di EllaOne e dopo aver sottolineato che accettando la direttiva tale meccanismo sarebbe scomparso dal “bugiardino” italiano del farmaco con grave disinformazione perpetrata ai danni delle donne, chiese al Sottosegretario alla salute se il Ministero intendesse recepire la direttiva europea o piuttosto opporsi a una vicenda«sostenuta da interessi economici e commerciali a dir poco giganteschi». Molto illusoria, se letta col senno di poi, fu la risposta del Sottosegretario, il quale dapprima ricordò che il parere posit­ivo dell’EMA a riguardo «non è stato preso all’unanimità, bensì a maggioranza: 21 votanti su 31, e che l’Italia ha espresso il proprio parere contrario» in virtù «della contestata mancanza di dati scientifici sufficienti per trarre conclusioni certe circa l’assenza di effetti fetotossici o teratogenetici»; sottolineò poi la necessità di «rimettere la questione al Consiglio superiore di sanità (CSS)», che quasi all’unanimità il 10 marzo si è espresso per il mantenimento della prescrizione medica per tutte le donne indipendentemente dall’età «per evitare gravi effetti collaterali nel caso di assunzioni ripetute in assenza di controllo medico». L’orientamento negativo espresso in sede europea dai tecnici dell’AIFA nella votazione di novembre era stato quindi sostanzialmente confermato dal CSS e, sebbene l’AIFA non fosse obbligata ad aderire al parere del CSS, decidendo diversamente avrebbe di fatto smentito i suoi stessi tecnici che la rappresentano in Europa nonché il più autorevole organo di consulenza scientifica del Ministero della Salute; cosa che poi è incredibilmente avvenuta il 25 marzo scorso, quando l’AIFA ha deciso di rigettare il parere negativo del CSS, approvando la vendita di EllaOne in farmacia senza ricetta, fatta eccezione per le minorenni, il che significa di fatto equiparare gli effetti collaterali del farmaco a quelli di altri farmaci da banco.

Una decisione quella dell’AIFA a dir poco schizofrenica e incomprensibile, soprattutto alla luce delle dichiarazioni che lo stesso d.g. dell’AIFA, Luca Pani, ha rilasciato dopo il pronunciamento: «Il farmaco non ha grandi problematiche, ma sull’uso ripetuto e incontrollato non ci sono dati sufficienti per garantirne la sicurezza». Incredibile! Ma se non ci sono dati sulla sicurezza in caso di uso ripetuto e incontrollato, chi verifica che non si faccia un simile uso visto che il farmaco può ora essere preso senza ricetta medica? Perché non controllarne l’uso tramite prescrizione? Non sarebbe stata questa una scelta nell’interesse delle donne, come giustamente auspicato dal CSS? Lo stesso Pani infatti, poco più di un mese fa, ammetteva la necessità di «evitare che questo contraccettivo d’emergenza venga utilizzato come una caramella dopo la discoteca»: che senso ha allora mantenere l’obbligo di prescrizione per le minorenni se ad esse si dà allo stesso tempo la possibilità di aggirare facilmente l’ostacolo chiedendo di acquistarlo ad un’amica maggiorenne? Ricacciare le donne nella solitudine dell’aborto clandestino tramite il possibile acquisto di dosi multiple è nel loro interesse? E infine, che ne sarà dell’esercizio della clausola di coscienza da parte di medici e farmacisti, se l’effetto antinidatorio viene poco scientificamente negato grazie a studi promossi dall’azienda produttrice?

A spiegare i veri motivi di questa direttiva europea è Renzo Puccetti, medico e docente di bioetica, membro della Research Unit dell’European Medical Association e vicepresidente dell’associazione “Vita è”, secondo il quale tale raccomandazione è dettata da «una forte spinta commerciale, per cui la HRA Pharma ha promosso studi disegnati e letti in modo tale da minimizzare gli effetti abortivi della sua molecola. L’UPA, infatti, ha pressoché la stessa indicazione del Levonorgestrel (“pillola del giorno dopo”) ma è più costoso; per questo, su 1 milione e 200 mila confezioni di pillole post-coitali vendute in Francia, solo 46 mila erano di UPA, nemmeno un ventesimo del totale»: tale numero ora potrà essere sicuramente aumentato grazie alla vendita senza prescrizione a livello europeo. Logiche politiche e di profitto, quindi, che mirano a garantire facile accesso all’aborto chimico, mascherandolo come contraccezione, hanno quindi prevalso su ogni ragionamento di carattere scientifico, con ripercussioni gravissime non solo per la libertà di agire secondo coscienza del personale sanitario, ma soprattutto per la salute e la corretta informazione delle donne: omettendo infatti queste fondamentali indicazioni dal foglietto illustrativo, grazie al termine “contraccettivo d’emergenza”, le potenziali consumatrici crederanno di scongiurare tranquillamente il concepimento, così come avviene con la contraccezione classica, sebbene sia possibile l’esatto contrario.

A tutto ciò, infine, si aggiunge anche, secondo l’On. Eugenia Roccella, il rischio«di aver introdotto un’anomalia, dato che la “pillola del giorno dopo” in Italia prevede sempre la prescrizione medica: svincolare il commercio di EllaOne potrebbe comportare come conseguenza una “liberalizzazione” di tutte le altre pillole abortive, che diventerebbero così più accessibili di un Aulin».

Ma noi non ci stiamo e faremo di tutto affinché si sappia sempre qual è la verità: nessuno tocchi donne e bambini!

Raffaele Marmo

 

Note:

[1] Kim A, Bridgeman MB. Ulipristal Acetate (ella): A Selective Progesterone Receptor Modulator For Emergency Contraception «Pharmacy and Therapeutics» (2011)

[2] Sarkar NN. The state-of-the-art of emergency contraception with the cutting edge drug «German Medical Science» (2011)

[3] Mozzanega B, Cosmi E, Nardelli GB. Ulipristal acetate in emergency contraception: mechanism of action «Trends in Pharmacological Sciences» (2013)

[4] Gemzell-Danielsson K, Meng CX. Emergency contraception: potential role of ulipristal acetate «International Journal of Women’s Health» (‎2014The state-of-the-art of emergency contraception with the cutting edge drug)

[5] Stratton P1, Levens ED, Hartog B, Piquion J, Wei Q, Merino M, Nieman LK.Endometrial effects of a single early luteal dose of the selective progesterone receptor modulator CDB-2914 «Fertility and sterility» (2010)

[6] Hild SA1, Reel JR, Hoffman LH, Blye RP. CDB-2914: Anti-progestational/anti-glucocorticoid profile and post-coital anti-fertility activity in rats and rabbits «Human Reproduction» (2000)

[7] Blithe DL1, Nieman LK, Blye RP, Stratton P, Passaro M. Development of the selective progesterone receptor modulator CDB-2914 for clinical indications «Steroids» (2003)The state-of-the-art of emergency contraception with the cutting edge drugThe state-of-the-art of emergency contraception with the cutting edge drugThe state-of-the-art of emergency contraception with the cutting edge drug

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(Pubblicato sul quotidiano La Croce)

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La grande miopia del nichilismo occidentale

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La grande miopia del nichilismo occidentale convince (chi è in malafede), ma ha un piccolo difetto: conduce al baratro.

La scienza vorrebbe dirci che l’embrione *non è* persona umana e che quindi sull’embrione tutto è lecito. Ma il concetto di “persona umana” è affare antropologico, non scientifico. Se d’altra parte il feto è un individuo umano* (* in senso aristotelico, unità di materia e forma) – perché di questo si tratta, altrimenti non si potrebbe nemmeno parlare d’aborto – come poi spiegare *esattamente* il salto a persona umana? E’ chiaro che si dovrebbe poi anche spiegare *con esattezza* come può un individuo umano essere qualcosa di diverso da una persona umana.

Non era Tertulliano a dire “è già uomo colui che lo sarà”?

Forse sarebbe meglio guardare anche un po’ indietro, oltre che dentro le lenti del microscopio.

No all’aborto.
No all’omicidio degli innocenti.

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Alessandro Benigni, Note Minime, 2014

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Perché l’ embrione è una persona …

embrioneLa scienza ha dimostrato che la vita e l’attività umana cominciano dal momento del concepimento.

Helen Pearson ha scritto su NATURE nel 2002: “Your destiny from day one“, “Il tuo destino dal giorno uno”. Il giorno uno è il giorno dell’embrione unicellulare (lo zigote) che attraverso un protagonismo biologico realmente e scientificamente evidente si presenta con le sue cinque caratteristiche:

L’identità umana (46 cromosomi).
La sua individualità e unicità (modelli matematici ne hanno dichiarato la fondatezza).
La sua autonomia biologica (noi tutti siamo vissuti per circa 8 giorni, dal concepimento fino all’impianto, senza fonti ossigenative dirette ma utilizzando l’energia trasformata dal materiale tubarico che circondava le nostre cellule iniziali)
L’assunzione del piano-programma genomico con una “capacità manageriale” eccezionale tra gli esseri viventi con gradualità, continuità e coordinazione.
Il cross-talk (colloquio incrociato con la madre) ai fini dell’impianto e della tolleranza immunologica. Giustamente il British Medical Journal, nell’editoriale del novembre 2000, affermava: “l’embrione non è passivo: è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro”.
Questa affermazione, al di là delle sue implicazioni poetiche che vedono l’embrione, e quindi ciascuno di noi, dirigere la sinfonia della vita fatta di luce, di sole, di sentimenti, di gioia, di dolore come le varie parti di uno spartito assolutamente unico nel teatro della storia dell’umanità, ha profonde implicazioni scientifico-biologiche che spiegano le osservazioni scientifiche cui sono pervenuti molti studiosi negli ultimi 20 anni.

Il protagonismo biologico dell’embrione e la sua relazionalità con la madre fatta di messaggi ormonali, immunologici, biochimici sono le condizioni indispensabili perché si abbia un “buon impianto” e dal “buon impianto” si avrà una normale “trofoblastizzazione”, vale a dire la formazione di una placenta che permetterà lo scambio ottimale di ossigeno e nutrizionali importanti per la crescita dell’embrione e del feto. Un peso normale alla nascita (3200-3500 gr), quindi dipende dalla placenta e a sua volta la buona placentazione dipende dall’impianto.

I dati relativi ad alcune patologie dell’infanzia ci dicono che esiste un fenomeno di catch up growth per cui bambini nati sottopeso alla nascita diventano obesi nella prima infanzia (obesity rebound – Jaquet et Al. 2005). In questi bambini è spesso presente una insulino-resistenza e in un gruppo di adolescenti studiati (nati sottopeso) il rischio di sindrome metabolica (condizione patologica gravata da problemi vascolari di diversa entità) fino a una età di 22 anni è circa 9 volte superiore rispetto ad altri adolescenti di peso normale.

La sindrome metabolica, a sua volta, è presente nel 37% di ragazze adolescenti che hanno un disturbo endocrino che viene definito sindrome dell’ovaio policistico. Secondo altri autori (Hergaz et Al. 2005) nelle bambine sottopeso si ha un 10% di sindrome dell’ovaio policistico all’adolescenza e una precoce androgenizzazione nel 5% dei casi. Nella vita più adulta anche i disturbi del comportamento alimentare vengono correlati con bassi pesi alla nascita. Infine una reale prevalenza maggiore di patologie circolatorie, dislipidemie, diabete e diverse alterazioni vascolari è stata riscontrata in adulti che avevano avuto un basso peso alla nascita.

La conclusione è facilmente intuibile: il protagonismo biologico dell’embrione non è solo un’evidenza della relazione che si instaura subito dopo il concepimento ma è espressione di un momento importantissimo che validerà la salute e la vita futura dell’essere umano: “your destiny from day one” una frase apparentemente sibillina se letta in maniera puntiforme ma se la collochiamo nella visione della continuità biologica dell’embrione la comprendiamo nella sua reale scientificità e la possiamo unire all’affermazione fatta nell’editoriale del British Medical Journal: “l’embrione non è passivo: è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro”.

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Giuseppe Noia

Tratto da NotizieProVita n.9 – Novembre 2012 – pag. 16

http://www.notizieprovita.it/voce-della-scienza/i-primi-otto-giorni-dellembrione-2/