34. Gender – follia: inventare parole per ciò che non esiste (il caso “Hen”)

cozy_genderqueer_by_sirpaahdin-d3h4kd7Come da previsioni, il nuovo pronome neutro, senza gender, è ufficialmente entrato nel dizionario della lingua svedese.

“Hen”, si precisa, “verrà usato per indicare una persona transgender o nel caso in cui la specificazione del genere non è necessaria”.

E’ già usato da anni nelle scuole d’infanzia più moderne, per i bambini  (che – si sa – sono “neutri”…)

C’è da scommettere che nel clima di psicosi collettiva che caratterizza gli ultimi tempi, l’ultima novità dei tanto avanzati paesi nordici non sia destinata a rimanere isolata.

Partiamo da qui: da quando non è più necessario il principio di individuazione? Perché di questo, e non d’altro si tratta: le persone, tutte, sono materialmente, sessualmente e psicologicamente determinate. Negarlo significa negare l’evidenza e le ragioni di questo statuto ontologico si fondano su un dato di fatto originario, che è l’evidenza stessa: lo stesso chiederne giustificazioni teoriche è una pretesa assurda, oltre che infondata e preoccupante per lo stato mentale di chi la pretende: “E’ da pazzi – scriveva il fondatore della filosofia occidentale – chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza dimostra come fatto”. (Aristotele, Topici I, 11, 105a 3-7).

<< Nessuno nasce senza sesso >>

Anche da un punto di vista teorico, il principio di individuazione ci dice che ogni essere non possiede soltanto un carattere specifico (un uomo, l’umanità, etc.), ma un’esistenza singolare, concreta, determinata nel tempo e nello spazio, rigidamente sessuata: ed è la psicologia a dirci che è proprio in base a questa originalità che l’individuo è capace di relazionarsi con l’altro-da-sé.

 “Individuo” significa appunto in-divisibile e questa sua profonda unità interna ne garantisce ad un tempo la chiarezza a se stesso e la distinzione dagli altri. Tale distinzione originaria, che corrisponde all’impossibilità di con-fusione di ogni io con l’altro-da-sé, non solo stabilisce la possibilità della relazione intersoggettiva ma risulta applicabile o riscontrabile al di là della sola specie umana: il principio di individuazione fonda tutta la totalità, ogni singolo ente.

Questa battaglia teorico-linguistica, subdolamente portata avanti in molti paesi d’Europa, è oggi ormai chiaramente venuta alla luce e si presenta come una declinazione delle premesse dei gender studies: non esisterebbe una sessualità pre-determinata, occorrerebbe distinguere tra sesso e genere, maschio e femmina sono stereotipi culturali che devono essere distrutti. Nella gender theory, complessivamente, si sostiene più o meno esplicitamente che il linguaggio è “performativo”: sarebbe – secondo la teoria gender – una determinata prassi linguistica a determinare lo statuto ontologico della realtà. Per cui  nulla è oggettivo, nulla è vero in assoluto, ma tutto è relativo al racconto che ha determinato una certa descrizione del mondo. Racconto che può essere tranquillamente de-costruito con una nuova realtà (anch’essa racconto, e così via).

Al di là dell’impressionante spessore psicotico di questa guerra contro l’evidenza, salta agli occhi un altrettanto impressionante mutamento linguistico che ha come effetto proprio quello che la teoria gender promette: il sovvertimento della realtà costituita con un nuovo mondo, creato dalla lingua, cui ci si deve adattare. Volenti o nolenti, anche se tale mondo linguistico è palesemente assurdo e del tutto slegato dal vero, così come tutti possiamo constatare.

Ad “hen”, infatti, proprio in virtù del principio di individuazione, non corrisponde alcun ente. Nessuno, sulla faccia della terra, è o sarà mai “hen”: sia “quello” che “quella” o “nessuno dei due”. Si nasce biologicamente determinati, sessualmente e psicologicamente identificati: questa è la norma, questo è normale. Entro la 10° settimana di gravidanza possiamo già fare un test genetico per conoscere il sesso del nascituro, tramite l’analisi del DNA del feto, reperibile nell’urina della madre. DNA maschile e femminile sono diversi e non si possono confondere. Al di là di quanta confusione psicologica possano soffrire gli individui, essi sono e restano – oggettivamente – o maschi o femmine: al principio di individuazione segue un aut aut, non un et et.

La fandonia con cui la creazione di questo genere neutro viene presentata come se fosse un’assoluta necessità si collega a tutto ciò che sta accadendo sul piano formativo nelle scuole e – sul piano sociale – nel dibattito etico politico: ormai siamo costretti a discutere se siano meglio uno, “due” o “tre” papà e così via (non sarà a questo punto superfluo ricordare che ontologicamente padre è uno solo e nessun individuo viene naturalmente generato da due padri o da due madri), quali siano i danni che i bambini subiscono in famiglie “omogenitoriali” (il concetto di “omogenitorialità” è altrettanto assurdo: non esistono individui generati da due genitori “omo”, dello stesso sesso) e così via, in una sequela di distorsioni linguistiche che alimentano quello stato psicotico in cui l’intero mondo occidentale sta lentamente scivolando. Non sarà forse inutile ricordare che il disturbo illusorio della psicosi consiste nell’avere forti convinzioni in cose che non sono vere: “hen”, semplicemente, non esiste.

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Alessandro Benigni (pubblicato in Notizie Pro Vita, 30/03/2015)

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