Introduzione alla Fenomenologia di Edmund Husserl (cap. 8) La Filosofia come scienza rigorosa (parte terza: Il fenomeno; Coscienza e riduzione fenomenologica; Dottrina d’essenza, visione d’essenza)

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Capitoli precedenti:

1. Introduzione alla Fenomenologia di Edmund Husserl

2. La novità della Fenomenologia

3. Filosofia dell’aritmetica

4. Ricerche Logiche

5. L’idea di Fenomenologia

6. La Filosofia come scienza rigorosa (parte prima)

7. La Filosofia come scienza rigorosa (parte seconda)

Alessandro Benigni

La Filosofia come scienza rigorosa (parte terza)

Il fenomeno

Ma che cosa dobbiamo intendere, esattamente, con “fenomeno“? Sarà bene chiarire anzitutto che Husserl si tiene molto vicino al senso etimologico del vocabolo: fenomeno è “ciò che si manifesta” (in quanto si manifesta).

È bene chiarire anche che per il filosofo tedesco il fenomeno non è qualcosa di contrapposto alla “cosa in sé” di Kant. Per Husserl, fenomeno è semplicemente ciò che è manifesto, in quanto è manifesto. Ogni fenomeno include necessariamente colui dinanzi al quale è fenomeno: manifestarsi è necessariamente manifestarsi a qualcuno. Correlativamente, ogni fenomeno è tale soltanto secondo i modi della coscienza che lo intenziona. È quindi chiaro che, per Husserl, fenomeno e coscienza sono due termini correlativi: ogni coscienza è coscienza di qualcosa, e questo qualcosa è il fenomeno che si dà in quella coscienza. La pratica della Fenomenologia tende a “ridurre” ogni realtà alla condizione di fenomeno. Ora, per Husserl, tutto sta nel dire cos’è questa operazione, cos’è questa “riduzione”. Poiché si tratta di una riduzione di tutto ciò che viene esperito a puro fenomeno, Husserl la chiama “riduzione fenomenologica”. Per intenderne la struttura, è necessario cominciare col chiarire su che cosa opera questa riduzione; solo così riusciremo a determinare la natura peculiare della riduzione stessa e a chiarire in che senso la Fenomenologia riduce l’esperienza al livello fenomenico.

Coscienza e riduzione fenomenologica

Veniamo quindi a chiarire il concetto di “Riduzione Fenomenologica”. Abbiamo detto che la Fenomenologia esercita una riduzione sulla totalità del mondo in quanto tale. Per l’uomo che vive secondo un atteggiamento naturale il mondo è – semplicemente – la totalità delle cose reali. La naturalità della vita naturale consiste nel credere nella realtà del mondo, dei suoi oggetti (al di là dell’esperienza) e di se stessi. Dunque, la vita naturale ha per supporto una «fede» nella realtà del tutto; ogni credenza ulteriore è fondata su questa fede. Ebbene, la “riduzione” opera su questa fede, cioè sulla credenza dell’esistenza “reale” del mondo intero, e consiste nel lasciarla in sospeso. Ma in che consiste, esattamente, questa riduzione? Precisiamo subito che non si tratta di abbandonare puramente e semplicemente questo mondo reale; cioè non si tratta di credere che il mondo in quanto tale non abbia esistenza. Si tratta, al contrario, di continuare a viverlo e a vivere in esso, ma adottando, mentre lo si vive, un atteggiamento particolare: porre in sospensione la validità della credenza nella sua realtà. Non si tratta insomma di negare questa credenza – il che equivarrebbe a sostituirne una con un’altra – ma soltanto di sospendere la sua vigenza, nel senso di astenersene. È quanto esprime il termine greco epoché: sospensione, astensione. Il mondo ed i suoi oggetti vengono così “ridotti” ad essere soltanto ciò che appare alla coscienza e in quanto appare; cioè vengono ridotti a puro fenomeno.

Ecco perché questo tipo di riduzione è “fenomenologica”.

La riduzione fenomenologica comporta il superamento dell’atteggiamento naturale. Tale superamento permette di concentrarsi sull’éidos del rapporto coscienza-oggetti. La riduzione fenomenologica è anzitutto e soprattutto una riduzione eidetica, una riduzione dal fattuale (dato per scontato) all’eidetico. Il mondo, ridotto a fenomeno, risulta essere irreale (in base all’assunzione dell’epoché). Irreale non significa in questo caso finto, falso o artificiale. L’eidetico non è un artefatto, ma è la forma del darsi dell’esperienza. Irrealtà in questo caso significa che prescinde con l’epoché da ogni riferimento alla realtà (che appunto viene messa tra parentesi). Anche in questo punto sembra evidente un superamento della impostazione kantiana. Anche Kant aveva operato una sorta di riduzione, passando dagli enti intesi come oggetto di conoscenza alle condizioni di intelligibilità di ogni oggetto in quanto tale, condizioni che sono la forma stessa dell’intelletto umano. Ma il soggetto trascendentale di Kant rimaneva in qualche modo un soggetto interno al mondo ed è appunto nel mondo e in relazione alle cose del mondo che acquistava il suo grado fondamentale e fondante. Inoltre questo rango centrale dell’io, della coscienza, per Kant doveva consistere nel dare forma all’oggetto in quanto oggetto.

Per Husserl la coscienza non dà forma a ciò su cui si dirige. La coscienza e il suo oggetto non sono in funzione di «conformazione», ma di mera «correlazione» il rapporto è dinamico, come abbiamo detto, e non c’è alcuna superiorità (né da parte della coscienza né da parte dei suoi oggetti correlati). L’unica cosa che la riduzione fa è sospendere la credenza nella realtà del mondo: dunque la coscienza non crea né ridimensiona né legifera sull’oggetto; piuttosto, l’unica cosa che «fa» è avere l’oggetto come qualcosa di manifestato, appunto: relazionarsi, intenzionandolo, all’oggetto.

Gli oggetti dunque, restano indipendenti dalla coscienza, ma si manifestano solo in e per una coscienza. Siamo evidentemente molto al di là, sia della metafisica classica che della critica kantiana. La metafisica classica, da Platone in poi, pensava alla trascendenza come ad un andare dalla realtà del mondo ad una causa (appunto: trascendente) che lo spiegasse. L’intenzione di Husserl è invece – scartata la questione della sussistenza del mondo stesso – di comprendere il come delle cose in relazione alla coscienza che le intenziona. E’ la fine della metafisica della causalità. Potremmo dire che si passa ad una metafisica della modalità? L’oggetto, il nuovo oggetto della filosofia – da questo punto di vista – è l’essenza. Ma si tratta, ancora una volta, di una nozione molto diversa da quella della metafisica classica. L’essenza è per Husserl ciò che una cosa, «è». Essenza è l’essere delle cose. Il risultato della riduzione fenomenologica è la scoperta dell’essenza, dell’essere delle cose. Il fenomeno puro è essenza, è essere: essere uomo, essere pietra, essere cavallo, essere astro, essere verde, ecc. In cambio dell’aver posto tra parentesi la realtà delle cose, alimentata dalla credenza fondamentale, ciò che abbiamo acquistato è nientemeno che l’essere stesso delle cose, la loro essenza. E questo è l’oggetto della filosofia. Questo oggetto ha sì un carattere assoluto, proprio nel momento in cui si finisce con l’interrogarlo dalla prospettiva della metafisica della causalità. Le cose che si danno alla coscienza, per esempio, sono più o meno verdi, triangolari, ecc. Però, «il» verde, «il» triangolo, sono pienamente ciò che sono in se stessi. Ogni realtà di fatto è relativa alla sua essenza, ma invece l’essenza stessa non è relativa al fatto. Sospeso il carattere di realtà, abbiamo davanti a noi qualcosa di assoluto. Ogni relativismo viene dalla realizzazione fattuale dell’essenza.

E’ un completo superamento del platonismo trascendentale? La ricerca dell’assoluto scivola dal mondo delle idee alle modalità con cui la coscienza si relaziona agli oggetti intenzionati. “Assoluto” non è per Husserl solo l’oggetto che si trova di fronte alla coscienza, ma anche la sua particolare manifestazione alla coscienza. Quando percepisco qualcosa come realtà, ci sarebbe sempre la possibilità di un errore, di un’allucinazione o un’illusione. Però, se sospendo questo carattere di realtà, allora rimango con il percepito, così come si manifesta e in quanto si manifesta a una coscienza. Il possibile carattere allucinatorio o reale della percezione è perfettamente indifferente. Ciò che «è» il verde è indifferente al fatto che la cosa sia o non sia realmente verde. La coscienza in riduzione è sufficiente a se stessa; è l’unico ente che non necessita di nessun altro per essere. È, dunque, l’unico essere assoluto.

Paradossalmente, la psicologia sarebbe stata ad un passo dall’imboccare la strada della scienza rigorosa: le sarebbe stato sufficiente riflettere sulla mancanza di distinzione – nella sfera psichica – tra essere e apparire. Al contrario, la psicologia ha preferito evolversi nella direzione della psicofisica, ed in questo modo ha portato innanzi il progetto di una completa reificazione della coscienza.

Dottrina d’essenza, visione d’essenza

È la coscienza pura il punto d’avvio della ricerca fenomenologica, in quanto […]

 

(segue qui: Introduzione ad Husserl e alla Fenomenologia: Volume I – Da “Filosofia dell’aritmetica” a “La filosofia come scienza rigorosa)

 

Alessandro Benigni

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