54. Sulla libertà e sul bene universale

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Il grande profeta del nichilismo europeo ci aveva avvertiti:

«La totale irresponsabilità dell’uomo rispetto alle sue azioni e al suo essere è la goccia più amara che chi vuole conoscere deve inghiottire, se nella responsabilità e nel dovere era avvezzo a vedere la patente di nobiltà della propria umanità. Tutte le sue valutazioni, le sue preferenze e avversioni perdono in tal modo ogni valore e son divenute false: il suo più profondo sentimento che egli tributava a chi soffriva, all’eroe, si rivolgeva a un errore; egli non può più lodare né biasimare, in quanto non ha senso lodare o biasimare la natura e la necessità. Come egli ama, ma non loda, la buona opera d’arte in quanto essa non può nulla per se stessa, come si pone davanti a una pianta, così deve porsi davanti alle azioni degli uomini e alle sue proprie. In esse può ammirare la forza, la bellezza, la pienezza, ma non può trovarvi dei meriti: il processo chimico e la lotta degli elementi, lo strazio del malato che anela di guarire, sono tanto poco dei meriti quanto poco lo sono quelle lotte dello spirito e quegli stati di emergenza in cui si vien trascinati qua e là da motivi diversi, fino a che finalmente ci si decide per il più potente di essi – si fa per dire (ma, in verità, sino a che il motivo più potente decide di noi). Ma tutti questi motivi, per quanto alti siano i nomi che noi diamo a loro, sono cresciuti dalle stesse radici in cui credevamo annidati i cattivi veleni; tra azioni buone e cattive non c’è differenza di genere, ma tutt’al più di grado. Azioni buone sono cattive azioni sublimate; azioni cattive sono buone azioni inasprite e corrotte. L’unico desiderio dell’individuo, quello del godimento di sé (e insieme la paura di restarne privo), si soddisfa in tutte le circostanze, l’uomo può agire come vuole, cioè come deve: sia in atti di vanità, vendetta, piacere, utilità, malvagità, astuzia, sia in atti di dedizione, di compassione, di conoscenza».

(Nietzsche, Umano, troppo umano, Aforisma n. 107, Irresponsabilità e innocenza).

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Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche

Chi di noi non ha mai provato a raccontarsi che le cose stanno in questo modo: che in fondo non c’è nessuna libertà, che una serie infinita di forze ci spingono, ci trattengono, ci frenano da tutti i lati, e alla fine non resta che adeguarsi alla corrente, seguire il corso. Tentare di sopravvivere ai sussulti della propria coscienza.

Coscienza, sì.

Ma coscienza di che cosa? Quanto spazio abbiamo, dentro di noi, asfissiati da tutto quello che da fuori viene a depositarsi, come in un magazzino virtuale in cui lo spazio non basta mai ma pure continuano a stiparsi esperienze, ricordi, fatti, idee di ogni tipo?

Coscienza. Questa parola, dura, che suona come un tonfo, che fa male, che ci strappa senza eccezione ai nostri sogni, che ci riporta di colpo alla realtà.

La stessa realtà che Immanuel Kant chiamava “fatto della ragione”: un’evidenza assoluta, incontrovertibile, che ognuno di noi sperimenta continuamente nella propria esistenza. Anche quando prova a giustificarsi raccontandosi le favole più inverosimili, magari spingendosi anche oltre il tentativo di Nietzsche.

Siamo nella Critica della Ragion Pratica, il secondo dei capolavori kantiani. Prima pagina. Proprio in apertura Kant ci parla di libertà. Perché è chiaro che senza libertà umana il solo pensare ad un’etica sarebbe folle. E ancora più folle pensare ad un disegno, ad un progetto, ad una natura umana da realizzare. Ad un Dio. E’ noto che il mondo naturale e il mondo morale vengono da Kant distinti e contrapposti, governato l’uno dalla legge naturale, l’altro dalla legge della libertà: cercherò di mostrare in sintesi almeno una ragione per cui questa distinzione è fondamentale per la salvaguardia della nostra libertà, quindi della nostra umanità.

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Immanuel Kant

Immanuel Kant

Libertà-umana che è per Kant immediatamente evidente. Come dargli torto. Anche noi sperimentiamo ininterrottamente che la gioia che proviamo, unitamente al rammarico o al rimorso, mostra che siamo liberi di scegliere.

Ma se la scelta è libera, ciò comporta anche che ne siamo responsabili. E se sono responsabile, ne deriva anche che dovrò poi stabilire rispetto a chi o a che cosa si oggettiva la mia imputabilità. Anche per Kant (il padre dell’illuminismo, non dimentichiamolo) sono responsabile di fronte a me stesso, di fronte agli altri e di fronte a Dio.

Si tratta di tre punti di riferimento in certo qual modo interdipendenti e necessari per qualsiasi forma di etica. Formalismo al quale un filosofo della statura di Edmund Husserl si ricollega costantemente (cfr. Lineamenti di etica formale, una magnifica raccolta di lezioni del 1914). E certamente non a caso Kant parla di postulati imprescindibili: quale etica è possibile senza la precondizione della libertà umana? Ed è mai possibile un’etica che non tenga conto degli effetti della mia azione sul prossimo? E quale etica possiamo praticare, senza riferimento ad un bene che non è il mio o il tuo, e nemmeno il nostro, ma non lasciandosi rinchiudere in alcuna definizione contingente indica chiaramente la sua disposizione alla Trascendenza, quindi ad un Assoluto?

E’ quindi chiaro che il punto decisivo di tutta la questione è la conquista della libertà. Qual è lo spazio effettivo della mia libertà? Stabilire fino a che punto sono libero significa mettersi in rapporto al perimetro della mia responsabilità: si tratta, ancora una volta, di un atto raziocinante. Io “devo” solo “quello che so”. Anche in questo caso la risposta kantiana è particolarmente impegnativa ed illuminante: lo spazio della mia libertà è dato dal mio essere uomo, animale: ma razionale.

Sembra così che anche per Kant il male abbia un’essenza negativa, fondata sulla mancanza di essere. Tant’è vero che sembra anche mancare un principio pratico che permetta di intendere l’azione malvagia come liberamente compiuta dal soggetto agente. Come dire: la libertà coincide con la ricerca e con la pratica del bene. Il male è sempre e comunque (anche) il frutto di un ragionamento errato del soggetto.

Questo appare particolarmente evidente nella disposizione che Kant ci dà circa l’interrogativo etico: è la ragione che indica di volta in volta il contenuto che la forma morale della mia azione deve prendere. Una forma morale che il grande filosofo ha individuato in tre imperativi, capaci da soli di indicare a ciascuno la stella polare del bene comune (e quindi anche individuale).

Si tratta di un’impostazione tanto geniale quanto luminosa, di per sé predisposta per una immediata universalizzazione, al di là delle tradizioni, delle fedi, delle culture di appartenenza.

1) “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di legislazione universale”

2) “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo.”

3) “Agisci in modo tale che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice.

Sono tre formulazioni, che dicono sostanzialmente la stessa cosa: la nostra moralità dipende non dalle cose che di volta in volta desideriamo, ma dal principio per cui le vogliamo; principio della moralità che non è quindi il contenuto, ma la forma (è questo, in sintesi, il famoso “formalismo” kantiano). E la forma dell’imperativo etico ci parla di umanità, di fini, di “legislazione universale” (ovvero di legge che possa valere per tutti, in ogni luogo ed in ogni tempo). Non ci parla di noi e del nostro sguardo miope su ciò che è bene e ciò che è male “per noi”, ma ci parla di ricerca, di attitudine all’ascolto, al dialogo, al saper cambiare punto di vista: per chi ha fede, tutto questo prende la forma della preghiera.

E’ nel momento in cui proviamo ad agire in accordo a questo dovere universale – e non più in base al calcolo utilitaristico dei nostri piaceri – che possiamo sperimentare immediatamente quanto sia razionale e realmente produttiva questa impostazione.

Proseguendo sulla scia tracciata da Kant potremmo aggiungere però che la ragione è imperfetta. Almeno tanto quanto la volontà. Chi di noi non ha sperimentato che se c’è sempre una scelta giusta e una scelta sbagliata, la scelta sbagliata sembra quasi sempre la più ragionevole: allora forse se un uomo va giudicato dalle scelte bisogna prendere atto che non si può pretendere che siano solo giuste. La nostra umanità si innalza allora a guardare anche a come abbiamo cercato di venir fuori dalle scelte sbagliate. La libertà, e soprattutto la libertà del bene, si manifesta proprio a partire dal male morale. Male che qualcuno osa chiamare, senza timore, peccato. Verrebbe da dire, e verrebbe da dirlo in molti sensi: un male necessario.

A me sembra che ci troviamo oggi proprio a questo punto: come società, come civiltà abbiamo fatto di tutto per dimenticare il legame originario e strutturale tra la libertà e il bene. Questo legame, paradossalmente, emerge con la sua forza incontrovertibile proprio là dove l’uomo sceglie il male, anche se si tratta di male camuffato da bene.

Eppure, solo questo legame è in grado di allontanare dalla storia dei singoli e dei popoli i mostri partoriti dall’arbitrio brutale della forza. Sappiamo che la forza è brutale quando è cieca, ossia quando è priva di uno scopo ed in particolare di uno scopo giusto, che sia riferito al Bene di tutti: quando non ha nulla in vista che non sia il ripiegamento su sé medesima, in una sorta di delirio di onnipotenza, onnipotenza che sembra risiedere nella facoltà di oscillare infinitamente tra il bene e il male. Ma è una terribile illusione, o abbiamo già sperimentato mille volte: illudersi di dominare il bene e il male, riscrivendoli a propria misura, toglie il carattere dell’assoluto al Bene e questo produce più facilmente il deserto della rescissione dei legami con ciò che nella vita ha valore. E porta infine a sperimentare, direttamente, radicalmente, al limite della disperazione, che cosa significa pretendere di andare “al di là del bene e del male”.

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Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare,

ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

(Proverbio cinese)

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Alessandro Benigni

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(Pubblicato – con autonomi adattamenti della Redazione – in Notizie Pro Vita Rivista Mensile N. 32 – Luglio-Agosto 2015)

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