A cosa servono gli “studi di genere”?

Una riflessione di Luciano Dibattista

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Gli studi di genere rappresentano una truffa ideologica sviluppati da una parte del mondo femminista e fatti propri dal movimento LGBT. La prima formulazione del concetto di genere venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin, che ha scritto libri su femminismo, sadomasochismo, prostituzione, pedofilia, pornografia e letteratura lesbica. Sono definiti come una “modalità di interpretazione” ma vengono lanciati come “risultanza scientifica”. Si basano su aspetti della psicologia, sociologia e antropologia e, per tal motivo, non possono offrire certezze ma devono essere sottoposti a dibattiti e confronti in ambito professionale. Invece, l’ambiente LGBT censura e demonizza tutti i professionisti che non concordano con le linee guida dettati dalle associazioni di categoria. Ciò succede già dagli anni ’70 quando si sono segnati i primi passi per la depatologizzazione dell’omosessualità. Gli studi di genere si fondano sulla distinzione tra SESSO BIOLOGICO, inteso come “corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un maschio o una femmina”, e l’IDENTITÀ DI GENERE (gender), intesa come “costruzione culturale, rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo o di donna. Sesso biologico e identità di genere vengono messi in relazione e, quando vi è una DISFORIA DI GENERE (ossia “una condizione in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologica”), tale disagio mentale deve essere curato. Ma cosa deve essere curato secondo il movimento LGBT e l’ambiente “professionistico”? La mente che presenta il disagio o il corpo che è sano ? Ovviamente la mente. Si segue un percorso dove la patologizzazione viene normalizzata e la normalità viene curata. Come ? attraverso la cd. “Terapia di riconversione sessuale” dove il corpo viene adeguato alla mente. È lapalissiano che tale cura è sbagliata perché una mente disagiata deve essere curata e non assecondata. Se mi sento un gatto, trasformo il mio corpo come quello di un gatto ? Sembra un paradosso ma oggi si parla anche di TRANSPECISMO, ovvero quel disagio mentale in cui un uomo si sente “nato nella specie sbagliata”. Come si fa a convincere la gente che è questa la strada giusta ? Attraverso la strumentalizzazione dei casi di INTERSESSUALITÀ, (detta “Sindrome di insensibilità agli androgeni o iperplasia surrenale congenita”). In questo caso, la patologia è nel corpo in quanto la persona intersessuale presenta caratteristiche anatomico-fisiologiche sia maschili sia femminili. La differenza tra TRANSESSUALISMO e INTERSESSUALITÀ è dunque chiara: l’una è condizionata da fattori psicologici e culturali, l’altra da fattori anatomici e fisiologici. Ma non è finita. Nella concezione moderna, ai concetti di sesso biologico e identità di genere, vanno aggiunti l’ORIENTAMENTO SESSUALE e l’ESPRESSIONE SESSUALE. L’orientamento sessuale è l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale di una persona verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o entrambi (bisessualità). L’espressione sessuale è l’insieme di atteggiamenti, movimenti e abitudini che riguarda il movimento del corpo. Dalla distinzione “sesso biologico-identità di genere-orientamento sessuale-espressione sessuale” si intende desumere che ci sia un ventaglio di possibilità di esprimere la propria identità. Concezione nata da una sessualità intesa come “fluida” e “variabile” a seconda delle combinazioni possibili. Non ci sono evidenze scientifiche che mostrino che l’orientamento sessuale sia innato ma l’omosessualità viene definita dall’OMS come “una variante naturale del comportamento umano”.

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Non ci sono evidenze scientifiche che mostrino che “si possa nascere nel corpo sbagliato” ma il movimento LGBT ha chiesto ufficialmente all’OMS di derubricare il transessualismo tra le malattie mentali. Dall’altra parte ci sono risultanze scientifiche che mostrano che solo la coppia eterosessuale può beneficiare della complementarietà anatomica e della potenzialità omologa di procreare ma questo viene trascurato e sovvertito attraverso tecniche artificiali che esulano dai valori bioetici che la medicina deve tener conto. Così la non complementarietà anatomica viene risolta da tecniche che permettono il cambio del sesso (che vanno dalle costosissime iniezioni di gonapeptyl alle ancora più costose operazioni chirurgiche) e la non potenzialità omologa di procreare viene risolta con tecniche di fecondazione artificiale (che trovano la massima espressione nella becera pratica dell’UTERO IN AFFITTO). La chiamano “progressi della scienza” ma la medicina ha lo scopo di curare un paziente e di ristabilire il suo stato di salute. Un intervento al cuore serve a guarire un organo che già c’è, il trapianto del cuore serve a sostituire un cuore che non c’è più. Qui invece si cerca di trovare una situazione nuova e non una cura. È questo ciò che si intende per TEORIA GENDER, ovvero quella teoria che dà per certo ciò che non lo è affatto e che ribalta la biologia, che si basa su risultanze scientifiche certe, con quelle discipline che offrono solo una modalità di interpretazione, che in questo è sbagliata e pericolosa.

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Mamma e papà sono solo “concetti antropologici”?

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uno studio di

 Andrea Pinato

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Attenzione: questo articolo usa un linguaggio politicamente scorretto.

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Il “concetto antropologico”

 

Concetto: rappresentazione mentale, pensiero, che si formula mettendo insieme (cumcipere, cum-capere) aspetti sensibili particolari che una molteplicità di oggetti hanno in comune. Se questi oggetti sono valori, credenze, comportamenti propri dell’uomo allora si usa l’allocuzione “concetto antropologico” (anthropos logos = discorso sull’uomo).

La nozione di concetto antropologico si sta affermando nella psicoanalisi. Scrive Eugenia Scabini [1]:

“[..] per quanto riguarda l’apporto della psicoanalisi si fa avanti prepotente la tendenza a liquidare frettolosamente le vicissitudini identitarie legate alla costellazione edipica che per decenni sono state portate a supporto dell’importanza, per lo sviluppo del bambino, di potersi identificare col padre e con la madre. Il corporeo, segnato dalla differenza sessuale, viene invece da alcuni autori che si rifanno alla psicoanalisi[2] (Lingiardi e Carone, 2013) annullato e assorbito dal mentale (in linea con le posizioni più radicali delle teorie del gender) e l’essenza della genitorialità viene identificata nella qualità della relazione tra i partner, indipendentemente dalla combinazione sessuale della coppia.”[3]

Il principale portavoce presso l’opinione pubblica delle tesi “mamma e papà sono concetti antropologici” e “non ci sono differenze fra omogenitorialita e genitorialità naturale” è l’associazione Famiglie Arcobaleno.

“[..] negli studi teorici – che siano veri e propri saggi oppure riflessioni, interviste, semplici prese di posizione – chiunque può sostenere e argomentare le sue idee senza bisogno di dimostrarne la validità con dati concreti. Uno psicoanalista freudiano classico, per esempio, può sostenere che le famiglie arcobaleno non permettono ai figli di affrontare il complesso di Edipo: e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi. E ovviamente non c’è nulla di male nel fatto che psicoanalisti, filosofi, teologi lascino viaggiare liberamente i pensieri: è anzi necessario che lo facciano[4].”

La voce narrante sul palco è quella di Tommaso Giartosio: il suggeritore nella buca è invece Federico Ferrari[5]. L’ovvia obiezione è che esiste una mole imponente di dati e testimonianze sul “vuoto di origine” da parte di chi è stato adottato. A metterci una pezza ci pensa il regista Vittorio Lingiardi[6]:

 

“Nel caso dell’adozione, l’elaborazione narrativa conterrà i temi del rifiuto e di un altrove corporeo (e spesso geografico) assoluto rispetto a quello dei genitori adottivi, etero o omosessuali che siano. Nelle famiglie dove i genitori sono due donne di cui una ha richiesto, dove la legge lo consente, la fecondazione assistita, oppure due uomini che si sono rivolti, dove la legge lo consente, a una maternità di sostegno [..]Un bambino adottato è stato un figlio rifiutato all’origine, un bambino nato con l’aiuto delle biotecnologie è stato desiderato, pensato e cercato. Questo vale sia quando i genitori sono eterosessuali sia quando sono omosessuali.”

Questo è quello che pensa Lingiardi e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi.”

 

Per validare l’affermazione bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati: figli adulti (quindi consapevoli e coscienti) cresciuti fin dalla nascita in un contesto omoparentale. Per fortuna esiste il What We Know Project con la sua raccolta di studi. Ci armiamo quindi pazienza, ci tuffiamo e andiamo a pesca di tutti gli studi in cui, invece di rispondere concetto antropologico 1&2 sul benessere e pensieri di infanti e adolescenti tramite un set limitato di test psicometrici, rispondono uomini e donne cresciuti fin dalla nascita in un contesto omoparentale.

 

 

 

 


Le ricerche sul campo

La prima sorpresa è questa: a contarli bastano le dita di una mano sola. Perfino questo è già un dato significativo.

 

1995 Tasker, F., & Golombok, S. ADULTS raised as children in lesbian families. American Journal of Orthopsychiatry, 65(2), 203-215. si no
2007 Goldberg, A. E (How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents. American Journal of Orthopsychiatry, 77(4), 550-562. si no
2012 Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers. Journal of GLBT Family Studies, 8(3), 243-257. si no
2013 Lick, D. J., Patterson, C. J., & Schmidt, K. M. Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. Journal of GLBT Family Studies, 9(3), 230-253. si no
2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 si si
What Whe Know Project
lista senatori

 

Se avrete la pazienza di leggerli tutti i vi accorgerete che un primo dato si impone prepotentemente:

isolando l’insieme di adulti che fin dalla nascita sono stati cresciuti in un contesto omoparentale i numeri dei campioni si assottigliano:

 

1995 Tasker, F., & Golombok, S. ADULTS raised as children in lesbian families. American Journal of Orthopsychiatry, 65(2), 203-215. 25  
2007 Goldberg, A. E (How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents. American Journal of Orthopsychiatry, 77(4), 550-562. 10 1
2012 Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers. Journal of GLBT Family Studies, 8(3), 243-257. 32  
2013 Lick, D. J., Patterson, C. J., & Schmidt, K. M. Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. Journal of GLBT Family Studies, 9(3), 230-253.  

 

18*

 

 

2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 11  

 

 

Totale campione: 97
omoparentale lesbico
padre gay
* = non è specificato se cresciuti in un nucleo omoparentale lesbico o gay

 

Se applichiamo l’ulteriore filtro “ricerche che indagano il vuoto di origine” il risultato è impietoso:

 

2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 11

 

Poichè questa è l’unica vera ricerca presente nel What We Know Project che affronta l’argomento merita una lettura più approfondita. Tutte le altre ricerche le propongo in appendice.

Per i più pignoli anticipo che il tema viene anche affrontato dalla ricerca Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. In questa[7] ricerca infatti viene usato il test psicometrico RSF. Fra le 28 domande del test spunta:

 

24) I missed not having one mom and one dad. (1-5)

 

da valutarsi su scala likert da “1: completamente d’accordo” a “5: totale disaccordo”.

Le tabelle pubblicate nella ricerca non indicano cosa abbia risposto il campione a specifica domanda forniscono direttamente il punteggio dell’intero test.

 

Magari a Giartosio, Lingiardi, Lick e Patterson basta. A me no: leggiamo dunque l’unica ricerca che si focalizza sul problema.

 

Donor, Dad, or…? Young Adults with Lesbian Parents’ Experiences with Known Donors

 

 

 

Reclutamento:

Bando pubblicato sul sito della Safe Schools Coalition (è una rete di associazioni che promuove la tolleranza nelle scuole), sul sito COLAGE (organizzazione guidata da e per individui con almeno un genitore lesbico, gay, transgender o queer) e sui siti LGBTQ universitari. Invito diretto a membri della PFLAG (Parents, Families, and Friends of Lesbians and Gays)

 

Richiesta del bando:

Invito a partecipare a giovani adulti fra i 14 e i 29 anni per indagare sul loro punto di vista sul matrimonio (dis)egualitario e sulla loro esperienza in generale sull’esser cresciuti in una famiglia LGB

 

Metodo:

intervista telefonica, analisi dell’intervista e ricerca di temi ricorrenti nelle risposte.

 

Focus domande:

In che tipo di famiglia sei nato/sei stato adottato?[8] Chi consideri genitori? Quale è l’orientamento sessuale dei genitori?[9] Del tuo donatore? Descrivi la relazione con i tuoi genitori e con il donatore.

 

Risultati:

Prima di esporre i risultati vi propongo il commento alla ricerca fornito dalla dr.ssa Paola Biondi nella lista studi consegnata ai senatori:

 

“Le madri sono relativamente aperte e oneste con i figli circa le loro origini, il modo in cui essi sono stati concepiti e l’utilizzo dell’inseminazione artificiale. La maggior parte dei soggetti si dichiara soddisfatta del rapporto instaurato con il proprio donatore.”

E’ un capolavoro dell’uso del politicamente corretto&rassicurante che sfiora la bugia per omissione. La pura e semplice verità è che le risposte fornite dal campione sono così complesse e articolate che l’unico commento onesto possibile è la traduzione integrale della ricerca. Io mi limito alla traduzione completa delle conclusioni dei ricercatori stessi.

 

Conclusioni

Questa ricerca pilota è un contributo alla nascente letteratura (scientifica) riguardo a come giovani adulti definiscono la loro relazione con i donatori conosciuti. Gli intervistati non disconoscono o diluiscono il concetto di “padre”, piuttosto lavorano attivamente per dare un senso su cosa significhi per loro avere madri lesbiche e un donatore conosciuto. “Padre” che ha fornito materiale genetico, ma che tuttavia ha diversi livelli di significato in termini sociali, emotivi nel loro sistema familiare.

 

 

 

Il tema delle radici identitarie è potente: se ne sono accorte le uniche due coppie di madri lesbiche che non hanno rivelato fin dall’inizio l’identità del padre.

Kevin, 24 anni:

“Il donatore è una specie di amico di famiglia; non sapevo che in realtà fosse mio padre. Ma quando avevo circa 5 anni ho puntato i piedi e il mio atteggiamento era del tipo: “hey! So come nascono i bambini, e qui i conti non tornano” Così le mie mamme si sono riunite a porte chiuse e hanno telefonato al donatore per accertarsi che fosse d’accordo sul raccontare chi fosse.”

Briann, 23 anni:

Mentre cresceva le mamme le hanno sempre fatto capire che avevano usato un donatore anonimo, perchè il donatore “chiese di tenerla all’oscuro per il momento, aveva il sentore che la cosa potesse diventare imbarazzante”. Briann ha insistito nell’interrogare la madre[10] sul donatore per l’intera adolescenza: “davvero non sai chi è?”. Non fu prima dei 20 anni che la madre rivelò l’identità del donatore, un amico maschio:

“fu strano. Voglio dire, fu bello perché era qualcosa su cui avevo sempre fantasticato. Avrei desiderato saperlo prima ma fu comunque eccitante. Penso che sia qualcosa a cui tutti tengono, il sapere da dove vieni, l’aspetto del papà[11] (nel testo originale non dice “donor”, Briann usa il termine “dad”: papà n.d.r.), l’aspetto dei parenti

 

Alla faccia dell’ elaborazione narrativa” priva dei “temi del rifiuto” ma riempita di desiderio, pensiero e ricerca perfino i bambini di 5 anni nati “con l’aiuto delle biotecnologie” puntano i piedi e vogliono sapere [12].

E come emerge dalla lettura della ricerca ad un certo punto della vita questi giovani adulti devono fare i conti con il dato biologico, con l’etimologia originale della parola genitore che la neolingua della propaganda lgbt vuole cancellare.

Quindi, ancora una volta occorre sottolinearlo:

La “genitorialità” omosessuale ottenuta attraverso le tecniche di fecondazione assistita porta con se due ineludibili fattori di rischio: viene negata una figura maschile o femminile, vengono recise parte delle radici identitarie dei figli. Qualsiasi sia la capacità genitoriale (e il manuale del buon genitore nessuno lo possiede, questo vale sia per eterosessuali che omosessuali) questa negazione potenzialmente destabilizzante per il benessere psicofisico dei figli viene caricata interamente sulle spalle della prole.

Questa ricerca ha un campione di convenienza che si autoseleziona tramite adesione volontaria. Il campione è costruito scandagliando gruppi LGBT favorevoli al matrimonio egualitario. Si regge su gambe malferme di un campione di appena 11 elementi. E’ limitato alla omogenitorialità lesbica.

Lingiardi sta semplicemente congetturando sul fatto che non ci sono problemi scommettendo[13] sul fatto che:

“Un bambino adottato è stato un figlio rifiutato all’origine, un bambino nato con l’aiuto delle biotecnologie è stato desiderato, pensato e cercato.”

Lingiardi tace sul fatto che non esistono ricerche sull’omogenitorialità gay che interrogano adulti concepiti con la surrogazione.

Lingiardi non si pone il problema se un giovane adulto possa interrogarsi sulle implicazioni etiche della surrogazione, che voglia ricercare un contatto con il padre donatore sconosciuto, che non si accontenti di facebook e voglia una relazione affettiva con la madre gestante, che voglia sapere chi sia la madre biologica.

A ricordarcelo ancora è Eugenia Scabini:

“E non si dica che tale dramma può essere aggirato semplicemente facendo leva sulla trasparenza dell’informazione perché il figlio, in quei casi, non accede al padre ma ad un donatore di seme o peggio non incontra una madre ma una donna che ha venduto il suo corpo… e il genitore sarebbe quello che l’ha comprato. E non servono certo gli abbellimenti semantici che trasformano l’utero in affitto in gestazione di sostegno o addirittura in gestazione per altri, a rispondere alla domanda di senso dei figli.”

Lingiardi queste problematiche è costretto a censurarle (e censurarsele) altrimenti “mamma e papà sono concetti antropologici” diventa immediatamente un concetto ideologico.

 


 

 

 

 

Voce fuori dal coro: editoriale di “Rivista di Psichiatria”

 

Vi propongo infine questo interessante documento del 2015: Omogenitorialità: esiste la necessità di una riflessione degli esperti della salute mentale?[14]

Non lo troverete citato negli articoli di Eugenia Romanelli, nei documenti di Famiglie arcobaleno, negli articoli di Tommaso Giartosio né nelle 38 pagine di bibliografia del libro di Federico Ferrari “la famiglia inattesa”. Mi permetto di citare alcuni passi significativi, ma vi invito ad una attenta lettura dalla prima all’ultima parola.

sugli studi:

“A fronte di una letteratura scientifica scarna[15], e qualunque siano le possibili conclusioni delle ricerche disponibili, certamente non esenti da punti di vista culturali e posizioni di principio individuali, il dato più eclatante appare quello di come l’assenza di riflessione critica, ampiamente diffusa nell’opinione pubblica, soprattutto sotto l’influenza dei media e della classe politica, sia largamente estesa in ambito psichiatrico, psicologico e neuropsichiatrico infantile, dove la competenza dei professionisti dovrebbe invece maggiormente stimolare interrogativi sulle conseguenze del fenomeno, almeno potenziali o comunque meritevoli di essere approfondite ed eventualmente escluse.”

sugli studi longitudinali[16]:

“La letteratura scientifica è assolutamente carente rispetto a studi osservazionali che abbiano indagato gli esiti nel tempo, cioè in età infantile, giovanile, adulta, in popolazioni, non in singoli individui, di soggetti cresciuti in coppie omosessuali e ancora più carente se si fa riferimento alle variabili sottopopolazioni citate all’inizio, cioè bambini maschi o femmine allevati in coppie omosessuali di sesso opposto, bambini nati per procura, etc.”

sulla frettolosa liquidazione della psicologia “classica”:

“È possibile pensare che sia indifferente nello sviluppo psichico di un bambino il riferimento a due genitori dello stesso sesso, nella metà dei casi diverso dal proprio? Secoli di studi e letteratura psicologica e tutte le scuole di psicoterapia di ogni orientamento hanno approfondito in ogni possibile aspetto il ruolo e la valenza psicologica delle figure della madre e del padre, nella loro inscindibile complementarietà. È tutto da azzerare, nella riscrittura di un modello di sviluppo della personalità che non tenga conto dei riferimenti identificativi con le peculiari differenze tra i due genitori? È possibile che, nel nuovo impasto di mutazioni antropologiche che registriamo, un’omosessualità dichiarata della coppia genitoriale possa mettere a rischio un armonico sviluppo psichico di un figlio più di quanto non abbia agito “il non detto” omosessuale nei secoli passati? È possibile ipotizzare che uno sviluppo psichico equilibrato e armonico, come quello in teoria raggiungibile in bambini cresciuti in sufficientemente sane famiglie eterogenitoriali, possa essere raggiunto anche nel caso di coppie omogenitoriali, intrinsecamente non in grado di fornire al bambino il registro completo di emozioni, relazioni, condotte, modelli di comportamento, ma costruite, comunque, intorno a un desiderio di genitorialità adulto e responsabile? Quanto queste differenze potrebbero in età adulta divenire fattore di vulnerabilità per sviluppi abnormi della personalità o per veri disturbi mentali? L’insufficienza della letteratura scientifica, che non può ancora disporre di dati significativi, se non altro per impossibilità cronologica di ottenerli, autorizza comunque conclusioni ottimistiche accettate aprioristicamente come veritiere?”

sulla deriva etica:

“la visione del figlio come risposta al “diritto” alla genitorialità di coppie omosessuali, la visione cioè del bambino come un “oggetto” del diritto della coppia omogenitoriale – ma questo vale anche per le coppie eterosessuali sterili –, non contrasta in modo drammatico con la visione del bambino, in qualunque età della sua vita, come “soggetto” di diritti, tra cui, in primis, quello di essere allevato e cresciuto da una coppia di genitori in grado, nelle condizioni migliori, di offrire la gamma più completa di possibilità di sviluppo identificativo che è alla base di una costruzione completa ed equilibrata della personalità? È possibile misconoscere che il bambino è un “soggetto” di questo diritto, prima, o invece, che un “oggetto” del diritto di una coppia di allevare un figlio?”

sul conformismo dei professionisti della salute mentale:

“I professionisti della salute mentale, le loro associazioni e i loro movimenti di opinione non hanno nulla da dire su questo?”

sul conformismo dei professionisti della comunicazione:

“È accettabile che la passiva acquiescenza dell’opinione pubblica alle imposizioni del “politicamente corretto” sia condivisa anche da chi avrebbe gli strumenti culturali e intellettuali per dare parola, in assenza di dati scientifici conclusivi, alla prudenza, alla riflessione e all’approfondimento?”

Sull’uso strumentale dell’idea di omofobia:

“È accettabile che il timore di ricadere nella dimensione dell’omofobia, diametralmente lontana da qualunque applicabilità alla valutazione scientifica come anche naturalmente da qualunque motivazione alla base delle riflessioni di questo editoriale, possa di fatto costituire un impedimento all’espressione aperta di opinioni non perfettamente allineate all’acritica passività dell’opinione comune?”

 

 

 

 

 


Le alter ricerche:

ADULTS raised as children in lesbian families

 

Nel web si trova solo uno stringatissimo abstract:

 

“ longitudinal study of 25 young adults from lesbian families and 21 raised by heterosexual single others revealed that those raised by lesbian mothers functioned well in adulthood in terms of sychological well-being and of family identity and relationships. The commonly held assumption that lesbian mothers will have lesbian daughters and gay sons was not supported by the findings.”

 

(How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents.

 

Reclutamento:

 

To be included in the present study, participants had to (a) be 18 years of age or older and (b) have at least one lesbian, gay, or bisexual parent.

The study was advertised in the electronic newsletters and on the Websites of two organizations that are geared toward children of gay parents: Children of Gays and Lesbians Everywhere (COLAGE) and Families Like Mine. Recruitment of participants through organizations that are specifically geared toward adult children of LGB parents introduces bias in sampling, in that adults who are aware of these organizations may be more likely to acknowledge their status as a child of a gay parent than adults who are not connected to these organizations. To somewhat lessen such bias, I advertised the study through numerous PFLAG

(Parents, Families, and Friends of Lesbians and Gays) chapters throughout the country, in various geographical regions, as well as Rainbow Families, an organization serving LGB-parent families in the Midwest. People were asked to share study information with individuals who may qualify for participation. My contact information was included with the study description, and interested individuals were asked to contact me for more information. At that point, the study was explained to the participant. If interested, they

were mailed a consent form assuring confidentiality and detailing the conditions of participation. All participants then completed a telephone interview with me.

 

E’ imbarazzante per quanto sia di “convenienza” il campione. Un adulto cresciuto in contesto omoparentale che per esperienza personale negativa sia contrario ai matrimoni “same sex” non verrà mai intercettato con questi criteri. Inoltre non isola la variabile cresciuto fin dalla nascita in un contesto omoparentale. C’è poi l’ulteriore filtro fonte di Bias (preconcetto): adesione volontaria.

 

Campione:

 Participants ranged in age from 19 to 50 (M 30, Mdn 28).The sample consisted of 36 women and 10 men. Nine adults (6 women, 3 men) had a gay father; of these 9 individuals, only 1 woman had actually lived with her gay father while she was growing up, and the remaining individuals had lived with their heterosexual mothers but saw their fathers regularly during their childhood (with the exception of 1 man who lived in a different state from his father and saw him only on vacations). Twenty-five adults (21 women, 4 men) resided with a lesbian mother, 2 women were raised by and lived with a bisexual mother, and 10 participants (7 women, 3 men) were raised by and lived with two lesbian mothers. Of the 10 participants raised by two lesbian mothers, 5

participants’ mothers had been together since they were born, and 5 had been raised by their mother and a partner since early childhood. The remaining 36 participants’ parents either (a) came out to them during their childhood or (b) never officially came out to them, but participants knew of their sexual orientation through

clear indicators such as the presence of a same-sex partner in the home. participants had doctoral degrees. Thirty-eight individuals selfidentified as heterosexual, 4 women self-identified as lesbians, 3 women self-identified as bisexual, and 1 biological male selfidentified as gender queer (i.e., identifying as both male and female, neither male nor female, or the nonbirth gender).

 

Come si può leggere la situazione è variegata: c’è il genitore che fa coming out dopo aver avuto i figli, non sono indicati chiaramente i metodi di concepimento: donatore conosciuto o sconosciuto? E’ ovvio poi che non ci sono figli dell’utero in affitto cresciuti in un contesto omoparentale gay.

 

Concentrandosi sulla variabile “cresciuto fin dalla nascita in un contesto omoparentale” il campione si riduce a 10 adulti cresciuti in un contesto omoparentale lesbico e 1 figlia cresciuta da padre gay

 

Metodo:

Interviste telefoniche semistrutturate

 

Focus:

 

Subjective perceptions of influence. First, where do these adults locate the impact of their family structure? On their own gender development, for example? Their political sensibilities? Second, where do they locate the source of this impact? In their parent’s sexual orientation, for example? Their parent’s gender? Their parents’ values?

Constructions of gender, sexual orientation, and family. How do these adults think about and construct gender, sexual orientation, and family? Are there ways in which they resist or transform traditional notions of gender, sexual orientation, and family?

The role of gender. (How) Do participant gender and parent gender figure into participant narratives? That is, do men and women report different perceptions and experiences? How does this intersect with parent gender (lesbian mother/gay father?)

 

Ecco, accenni marzulliani a parte (..figure into participant narratives) non credo si possa affermare che le tematiche collegate al “vuoto di origine” o “dell’abbandono” siano state sviscerate. Passiamo al prossimo.

Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers.

 

Reclutamento:

 

Participants were solicited through advertisements posted on the online networking Web site Facebook (www.facebook.com), and through flyers posted throughout the University of California Berkeley campus. Participants contacted the lead investigator via e-mail to inform her of their interest in the study and to confirm that they were 18 years old or older and that they had been raised in a lesbian household.

Campione:

 

Individuals 18 years or older (N = 35). The final number of participants was 32, as 3 of the participants failed to complete the questionnaire in its entirety and were therefore excluded from the data analysis. All participants had been raised in lesbian households and were between the ages of 18 and 32 years old. No further demographic data were collected to ensure the utmost confidentiality of participant information.

 

Questionari/Focus:

 

The questionnaire was designed to measure perceived stigmatization, coping mechanisms, and social adjustment. The questionnaire included five openended questions and one yes/no question that assessed three areas: (1) experiences of growing up in a lesbian home, (2) experiences of stigmatisation relevant to their mothers’ relationship and the feelings that emerged because of these experiences, and (3) coping mechanisms used to deal with these feelings. Under the topic of experiences of growing up in a lesbian home,participants were asked to comment on what they felt was the most positive aspect of being raised in a lesbian home, if they feel society discriminates against lesbians, and how peers have responded when they have learned of

the participant’s mothers’ lesbianism. Regarding stigmatization, participants were also asked if they experienced bullying or teasing because of their mothers’ sexual orientation, and if so, how they felt about it. Finally, under the topic of coping mechanisms, participants were asked to identify ways in

which they dealt with the feelings that arose as a result of teasing or bullying.

 

A commento di questa ricerca vorrei riprendere questo punto:

 

Under the topic of experiences of growing up in a lesbian home,participants were asked to comment on what they felt was the most positive aspect of being raised in a lesbian home

 

Hanno chiesto gli aspetti positivi, ma non chiedono se ce ne siano di negativi. Se c’è una cosa interessante di questi studi sono le domande che fanno. Sul quesito mancante lascio al lettore la congettura sul perché di questa scelta da parte di Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Avanti un altro.

Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents.

 

Reclutamento:

 

(1) snowball sampling (passaparola n.d.a) of personal acquaintances, (2) advertisements to gay, lesbian, and bisexual family support groups in person and on the Internet, (3) community advertisements in restaurants and shops with prominently gay or lesbian clientele, and (4) a pool of introductory psychology students.

 

Campione:

 

Participants were 91 adults who grew up with at least 1 openly gay or lesbian parent. They ranged in age from 18 to 61 years old (M = 27.6 years, SD = 7.2 years), and on average they were 7.6 years old (SD = 5.2 years) when they learned that a parent was gay or lesbian. Most had lesbian mothers (69%) and identified themselves as heterosexual (60%) and female (75%). In general, participants and their parents were highly educated (96% of participants and 89% of parents completed at least some college) and lived in the United

States (90%). Finally, most participants were white (91%), though 4% of the sample identified as ispanic/Latino, 2% identified as African-American, and 2% identified with another racial group.

 

Qui, già nel campione, c’è già una notevole anomalia: solo il 60% identified themselves as heterosexual”. Maggiori informazioni si ricavano dallo studio della RSF (rainbow family scale) perché è sul campione n=91 di questa ricerca che hanno calcolato i coefficienti di validità a cronbach e slip-half del test psicometrico RSF.

 

Participant Sexual Orientation :

  • 60 Heterosexual
  • 26 Gay / Lesbian / Homosexual / Queer
  • 14 Bisexual

 

Visto l’anomalia notevole occorre fare questa riflessione:

 

    1. Il campione non riflette l’intera popolazione degli adulti cresciuti in un contesto omoparentale. La ricerca dunque non è fotografia fedele della realtà.
    2. Il campione riflette l’intera popolazione degli adulti cresciuti in un contesto omoparentale: questo fa a pugni con tutte le ricerche fatte con test psicometrici a cui rispondono concetto antropologico 1&2 in cui si assicura che non ci sono effetti perturbativi sull’orientamento sessuale dei pargoli.

 

In realtà questa anomalia statistica sull’orientamento sessuale dei figli non compare solo qui: in “(How) does..” siamo al 17% di figli che non si identificano come eterosessuali. L’incertezza sull’orientamento sessuale e la propensione alla sperimentazione per confermare o disconoscere la propria sessualità è un tema che emerge anche in altre ricerche condotte su adulti cresciuti in contesti omoparentali. Queste anomalie vengono paradossalmente inquadrate dai ricercatori in una cornice “narrativa” di persone libere da “stereotipi eteronormativi”. Ma non sono sempre rose e fiori e visto che siamo in tema apro un inciso e riporto questa testimonianza da un’altra ricerca che ho già presentato:

 

Tratto da: (How) Does It Make a Difference? Perspectives of Adults With Lesbian, Gay, and Bisexual Parents

 

Allo stesso modo, Ryan, un ragazzo ventenne anche lui cresciuto da due madri lesbiche, descrive i pro e i contro nel definire (“developing” nel testo: ovvero Ryan non sente la sua sessualità definita ma ha bisogno di confermarla attraverso un processo nel tempo. N.d.r) il suo orientamento:

 

“credo di avere una attitudine lesbica nelle relazioni. Sento che le cose (immagino i sentimenti n.d.a) devono essere ben definite e comunicate. Ma ho sempre avuto paura di impegnarmi con possibili compagn* (l’asterisco è mio. Non è chiaro dal testo se Ryan sia gay o bisessuale eterosessuale n.d.r). Sono molto sensibile nella sfera della sessualità. Mi sono colpevolizzato (“demonized myself”, in lingua originale l’espressione è più forte n.d.r). Sono una persona sensibile e cresciuta in un contesto molto femminista.”

 

Commento dei ricercatori:

 

“qui Ryan descrive come sia crescere in un contesto culturale femminista lesbico. Le madri hanno decostruito (“deconstructed” n.d.r.) cosa significhi essere un uomo. Il suo relazionarsi è in contrasto con i modelli eteronormativi (non riesco a stare zitto: la parola “eteronormativo” mi sembra, per dirla alla Fantozzi, una cagata antropologica pazzesca. Che gli esimi psicologi LGBT mi diano il capitolato di cosa sia eteronormatività e forse cambio idea) di mascolinità e non ha ancora risolto come conciliare queste due ideologie (“ideologies”, termine quanto mai azzeccato. N.d.r). Lui valorizza comunicazione e parità sessuale, ma la consapevolezza (nel senso di affermazione della sua sessualità n.d.r) della lo ha portato a sperimentare ansia, imbarazzo nell’interazione maschio femmina (quindi i ricercatori lo identificano come eterosessuale alla fine n.d.r).”

 

Ecco, niente male come incasinamento. Forse la “psicoanalisi classica” non ha tutti i torti nel consigliare la presenza di modelli di riferimento maschili e femminili. Chiusa la lunghissima parentesi torniamo alla ricerca in oggetto.

 

Sul campione di questa ricerca altre utili informazioni si trovano nel paragrafo:

 

FAMILY TYPE

Participants who were born in the context of a heterosexual marriage in which one parent later came out as lesbian or gay (N = 73) were compared to those born to or adopted by gay or lesbian parents (N = 18).

 

Questionari/focus:

 

The Rainbow Families Scale (RFS; Lick et al., 2011)

The Center for Epidemiological Studies Depression Scale (CES-D; Radloff,1977)

The Positive and Negative Affect Schedule (PANAS; Watson, Clark, & Tellegen,1988)

The Satisfaction with Life Scale (SWLS; Diener, Emmons, Larsen, & Griffin,1985)

un sottoinsieme di item (N=8) per misurare l’accettazione sociale […]“unlikely virtue” items from

Goldberg’s database (Goldberg et al., 2006; www.ipip.ori.org/ipip)

 

Anche qui i temi collegati al vuoto d’origine e alla complementarietà delle figure maschile e femminile non viene esplorato. Possiamo però vedere come si comporta il test psicometrico Rainbow Families Scale[17] quanto ad affidabilità:

 

“The Rainbow Families Scale (RFS) was created on the basis of focus group discussions (N = 9 participants), and then piloted (N = 24) and retested with a new sample (N =

91) to examine its psychometric properties.”

 

E I risultati non sono dei migliori: su 9 sottoaree 5 falliscono i test di affidabilità a cronbach (a<0.75) e split-half. La verità è che bisogna diffidare di tutte le ricerche che impiegano test psicometrici su campioni ridotti e in un numero ridotto di ricerche sul campo. Sul campione N=24 Patterson e Lick hanno selezionato gli item validi, poi sul campione N=91 5 item sono andati a farsi benedire. Vediamo cosa dicono gli stessi ricercatori:

 

These scores were computed for each developmental period, yielding nine subscales:

  1. Childhood Stigma (Cronbach’s α = .89),
  2. Adolescent Stigma (Cronbach’s α = .89),
  3. Adult Stigma (Cronbach’s α = .84),
  4. Childhood Benefits (Cronbach’s α = .54),
  5. Adolescent Benefits (Cronbach’s α = .56),
  6. Adult Benefits (Cronbach’s α = .63),
  7. Childhood Openness (Cronbach’s α = .68),
  8. Adolescent Openness (Cronbach’s α = .75), and
  9. Adult Openness (Cronbach’s α = .68).

 

Cronbach’s α for most subscales was at or above .7, but values for the Benefits subscales were lower. Therefore, we conducted additional tests of reliability. Split-half methods revealed slightly higher reliability (Childhood Benefits = .65; Adolescent Benefits = .62; Adult Benefits = .68), and Spearman-Brown prophecy analyses showed that the alpha coefficients would have been notably higher with a longer test of the same psychometric properties. In fact, doubling the number of items would have increased Cronbach’s alpha for the Benefits subscales to .64, .66, and .72, respectively. We took this as evidence for acceptable reliability of the RFS subscales in the current sample.

 

Da sottolineare questo:

 

“Spearman-Brown prophecy analyses showed that the alpha coefficients would have been notably higher with a longer test of the same psychometric properties.”

 

La formula “Spearman-Brown prophecy” profetizza la possibilità matematica che una misura statistica aumenti di valore aumentando la lunghezza del test. Ma lo “profetizza”, e c’è differenza fra verità matematica e verità sperimentale. Differenza che Patterson e lick non colgono: “We took this as evidence” cioè si tengono quello che hanno e da quei risultati traggono delle conclusioni. Niente male.

 

 

 

 


Note sull’autore

L’autore, nella testolina di qualcuno, è un negazionista. Nell’articolo di Giartosio citato nella prima pagina compare infatti questa pesante offesa:

 

Non esistono dunque studi che si esprimano diversamente? Sì, ci sono, così come c’è ancora chi sostiene il creazionismo o il negazionismo.

 

Tanto per capirci a essere paragonati a retrogradi difensori del nazismo sono i cattolici dell’UCCR, visto che Giartosio cita questo link definendola pagina degli orrori.

 

Probabilmente Giartosio è convinto di poter offendere gratuitamente perché immagina di essere una vittima della società e a mala parata può sempre dare dell’omofobo: epiteto che quando serve non si risparmia a nessuno.

 

Nel dibattito pubblico sugli studi le uniche cose negate sono le basi della epistemologia e la differenza fra scienza dura e pseudoscienza scienza: lascio al lettore decidere chi sia il negazionista.

 

Se invece non parliamo di studi ma di altro le cose negate sono ben più gravi.
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Andrea Pinato

 

 

 

 

 

 

 


Note

[1] professore a contratto di Psicologia dei legami familiari (Facoltà di Psicologia) e Presidente del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia

[2] Adozione e omogenitorialità: l’abbandono di Edipo? ©Vittorio Lingiardi e Nicola Carone in Funzione Gamma, rivista telematica scientifica dell’Università “Sapienza” di Roma

[3] da un editoriale di Eugenia Scabini pubblicato su Tempi e sul sito dell’Associazione Medicina e Persona

[4] Evidentemente Giartosio è convinto che uno “psicoanalista freudiano classico” impieghi le giornate a fare discussioni filosofiche ai muri e a confessare amici immaginari. Magari invece ha una esperienza clinica trentennale fatta sul campo tramite colloqui con persone in carne ed ossa; qualcosa che potrebbe valere a ragion veduta più di un test psicometrico su un insieme di item limitato compilato su un portale web. Esperienze che vengono comunicate a congressi, tradotte in libri e che vanno ad aggiungersi a una già consolidata letteratura di settore.

[5] I passi citati dall’articolo “Gli studi sull’omogenitorialità: una guida per i perplessi”. Nelle note di chiusura Giartosio ringrazia “per il sostegno Daniela Santoro, Giuseppina La Delfa e in particolare Federico Ferrari, che mi ha permesso di riprendere materiali dal suo “La ricerca scientifica sull’omogenitorialità” (in Le famiglie omogenitoriali in Italia. Relazioni familiari e diritti dei figli, a cura di P. Bastianoni e C. Baiamonte, Edizioni Junior, Bergamo, febbraio 2015, pp. 60-77) e dal suo ampio studio Omogenitorialità. Psicologia delle famiglie di lesbiche e gay (di prossima pubblicazione).”. Personalmente non mi stancherò mai di sottolineare che Federico Ferrari, psicologo psicoterapeuta familiare, è primo firmatario della lettera “Alle e ai responsabili, alle e agli insegnanti degli asili nido e delle scuole dell’infanzia Alle direttrici e ai direttori, alle maestre e ai maestri delle scuole elementari” in cui si denuncia come omofoba ed eterosessista il “rituale” della “festa della mamma e la festa del papà”

[6] Vittorio Lingiardi: psichiatra e psicoanalista, è Professore ordinario presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della “Sapienza” Università di Roma, dove dal 2006 dirige la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica.

[7] Sul tema maschio/femmina e costruzione dell’identità sessuale dei figli questa ricerca offre uno spunto interessantissimo: c’è una anomalia notevole nell’orientamento sessuale del campione:

  • 60 eterosessuali
  • 26 gay lesbiche queer
  • 14 bisessuali

L’anomalia è notevole perché questa è la ricerca su adulti del WWKP con campione più ampio e contrasta con le ricerche in cui si afferma che i preadolescenti e adolescenti non hanno effetti perturbativi sul loro orientamento sessuale a causa delle preferenze sessuali dei genitori.

 

[8] La domanda suona strana a chi non conosce le tematiche LGBT: il senso della domanda risiede nel fatto che i ricercatori sono aperti alla possibilità che chi risponde sia cresciuto dentro l’esperienza della co-parenting, ovvero la genitorialità allargata. Si tratta di nuclei di tre o più persone, generalmente una coppia gay e una coppia lesbica che si accordano su una sorta di genitorialità condominiale. Esiste una ricerca norvegese al riguardo.

[9] Valgono considerazioni nota precedente. Probabilmente i ricercatori erano pure aperti alla possibilità che rispondessero al bando adulti cresciuti in coppia omogenitoriali gay. Questo spiegherebbe il senso della domanda in apparente contrasto con il titolo della ricerca da cui si evince che si sta parlando di omgenitorialità lesbica. Oppure c’entra la possibile bisessualità delle madri. Quando si parla di orientamenti sessuali, sesso in cui ci si identifica, sesso biologico e altre stupidaggini gender con 56 possibili modi di descrivere la propria identità sessuale la confusione è garantita.

[10] Nel testo originale è proprio “madre” e non mamme. L’ha chiesto alla madre biologica.

[11] Briann nel testo originale non dice donor, ma papà

[12] E evidentemente Briann & Kevin non leggono nè Lingiardi né “il piccolo uovo”

[13] Se perde la scommessa non sarà lui a pagare.

[14] Editotoriale de La Rivista di Psichiatria

[15] Il sottolineato è mio

[16] Quelli che seguono nel tempo un dato campione di individui

[17] The Rainbow Families Scale (RFS):   A Measure of Experiences Among Individuals with Lesbian and Gay Parents David J. Lick Karen M. Schmidt Charlotte J. Patterson University of Virginia

 

Ribellatevi

 

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Non cascate nel loro trucco. Loro son molto bravi, coi trucchi.

Vogliono che vi sentiate in colpa, per fare i loro comodi.

L’unica difesa è la ragione.

Ragionate.

Non siete “omofobi“. Non siete razzisti. Non siete antiquati. Non siete malati.

Chi difende il diritto di ogni bambino ad avere una mamma e un papà (e a non essere strappato dal ventre che l’ha partorito, per essere venduto a due gay), non è affatto “omofobo”. Non è affatto malato.

Difendere i bambini non significa odiare le persone omosessuali né discriminarle, in nessun modo. Le persone omosessuali vanno accolte e rispettate, come tutti. Ma non possono avere bambini. Punto. E dall’altra parte il bambino ha diritto a mamma e papà e niente e nessuno, men che meno una legge ingiusta, può cancellare questo diritto.

I veri malati sono quelli che odiano i bambini fino al punto di negargli un genitore, per il solo motivo che ne hanno voglia. Pensano che sia giusto così. Quindi lo fanno, senza scrupoli. Malati di egoismo. 

E malati sono anche quelli che si voltano dall’altra parte: malati d’indifferenza, di menefreghismo. Saranno affari loro, pensano.

E invece no. Perché in ogni bambino è custodita l’umanità intera. Se la perdiamo, abbiamo chiuso.

Ragionate con la vostra testa: ascoltatevi. Quando pensate ai diritti dei bambini lo fate perché odiate qualcuno? State facendo del male? State negando il diritto di qualcuno o difendendo chi è davvero più debole e bisognoso di protezione?

Ragionate.

E ribellatevi.

 

 

Alessandro Benigni

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Il Neo-darwinismo, anticamera del Nichilismo

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La tesi che qui intendo discutere è in sé abbastanza semplice da enunciare. Forse più difficile da argomentare: ci proverò se mi riesce in poche battute, seguendo un’esposizione il più possibile facile e sintetica.

Provo ad esprimerla così:

Il neo-darwinismo, inteso come posizione non solo attinente alla speculazione biologica ma anche filosofica, conduce inesorabilmente al Relativismo, quindi allo Scetticismo e al Nichilismo. La Weltanschauung, la visione del mondo che ne deriva, è in sé profondamente auto contraddittoria.

Passiamo quindi a dare alcune definizioni preliminari (necessariamente sommarie) dei termini qui sopra enunciati.

Primo. Che cosa intendo qui per “neo-darwinismo”?

Tra le tante (troppe?), accetto la definizione che troviamo su Treccani. Il neodarwinismo è qualla teoria bio-evoluzionistica oggi più accreditata dalla scienza accademica internazionale. In estrema sintesi, si tratta, rispetto al darwinismo classico, di una nuova versione, in cui la “selezione naturale interverrebbe a mantenere, fra i caratteri insorti casualmente in una specie a ogni generazione, quelli che meglio rispondono alle esigenze di adattamento all’ambiente” (Treccani). Inoltre, “Tra gli scienziati che negli ultimi anni hanno lavorato al consolidamento della teoria neodarwiniana, di particolare rilievo è C.R. Dawkins, il quale afferma che l’unica vera unità su cui agisce la selezione naturale non è né la specie né il gruppo e neppure, in senso stretto, l’individuo, ma il gene, l’unità dell’ereditarietà. Egli estende inoltre l’idea darwiniana fino a includere sistemi non biologici che mostrano analoghi comportamenti di selezione del più adatto” (Treccani).

Quest’ultimo è naturalmente – almeno per me – il dato più rilevante: il debordare del neo-darwinismo in quella che oggi viene chiamata “sociobiologia“, ovvero quella disciplina che che, intersecando anche la filosofia, si fonda su una base biologico-evoluzionistica e si propone di dare un’interpretazione unificante di tutti i comportamenti sociali delle varie specie animali, fino all’uomo.

Ancor più notevole è un postulato – sottolineo: necessariamente tale – con cui i neo-darwinisti spiegano la mente umana, intendendola come un prodotto casuale dell’evoluzione, una speciale “qualità emergente” della materia, un “epifenomeno”  ovvero un dato, o un fatto, derivato (non si sa bene come, in questo caso) da altri fatti o dati precedenti. E alla base della catena resta, non dimentichiamolo, una materia originaria la cui provenienza è avvolta nel mistero. Così com’è avvolto nel mistero il dato oggettivo: questa materia obbedisce a leggi (fisiche, chimiche, e così via). In particolare, stringendo ancora il campo, la mente umana (che comprendente anche la coscienza) sarebbe per i neodarwinisti un epifenomeno della conformazione cerebrale. Ancora più precisamente: di questa conformazione cerebrale, frutto appunto della nostra storia evolutiva.

Secondo. Che intendiamo qui per Relativismo?

Per Relativismo (conoscitivo) intendiamo qui quella posizione filosofica secondo la quale ogni conoscenza umana è relativa. Il suo padre storico è Protagora (486-411 a.C), secondo il quale “l’uomo è misura di tutte le cose“. Da questa fissazione in poi, ciò che accomuna le varie forme di Relativismo storicamente date (come per esempio il Relativismo culturale, per cui culture diverse presentano costumi e valori diversi, su cui nessuno può emettere giudizi di valore definitivi, o il Relativismo etico, in base al quale i principi e i giudizi etici sono relativi alle norme stabilite dagli individui o a quelle vigenti in determinate culture, cosicché non esisterebbe alcuna etica universalmente vincolante, etc.) sarebbe un elemento molto vicino a quella dello Scetticismo: la convinzione che non esiste la possibilità di arrivare ad una verità assoluta ed incontrovertibile.

Terzo. Che cos’è lo Scetticismo?

Per scetticismo intendiamo qui quella teoria filosofica che riassume in sé le varie correnti scettiche, a partire da quelle greche ed ellenistiche, la cui tradizione fu iniziata da Pirrone di Elide. L’elemento in comune sta nell’affermazione dell’impossibilità di raggiungere una conoscenza solida e stabile. Incontrovertibile. Così argomenta grossomodo uno scettico: perché una conoscenza sia vera occorre che sia oggettiva, ma di fatto le conoscenze umane si presentano sempre e solo come soggettive, come frutto di singole soggettività conoscenti. Se ne deduce allora che qualsiasi pretesa di oggettività non ha fondamento. In altre parole lo scetticismo nega l’epistéme, cioè la conoscenza scientifica dell’essente in sé, fondandosi sull’impossibile rapporto tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto.

Quarto. Che cos’è il Nichilismo?

Per Nichilismo intendiamo qui una posizione culturale e filosofica, ideologica (a ben vedere di fede e non d’altro si tratta) che considera la realtà (complessivamente o particolarmente, circoscrivendosi ai valori etici o alle credenze religiose, e così via), come un nihil, un nulla. In particolare – ed è questo un aspetto fondante della tesi che qui vorrei sostenere – nella nostra epoca per Nichilismo si deve intendere ancora quella particolare forma già individuata da Nietzsche (1844-1900), denominata “nichilismo attivo“: una forma di fede, appunto, nel nulla, che promuove e accelera il processo di distruzione degli ideali tradizionali, per rendere possibile l’affermazione di nuovi valori.

Se accettiamo queste definizioni, credo sia possibile dedurre quanto segue:

  1. Per il neodarwinismo, il caso è alla base delle mutazioni che sono alla base della catena evoluzionistica.
  2. Da ciò deriva che la nostra conformazione cerebrale, di cui la mente e la coscienza sarebbero un epifenomeno, è deriva dal caso.
  3. Procedendo per questa catena, sembra lecito inferire che qualora avessimo imboccato un’altra strada evolutiva (sempre in base al caso: perché no?), ovvero qualora la nostra storia evolutiva fosse stata differente da quella che si è verificata, avremmo potuto trovarci dotati di ben altra mente e / o coscienza.
  4. Essendo però la mente umana, come dire, l’organo che ci permette di intenzionare gli oggetti logici e le verità oggettive (come per esempio quelle della matematica), sorge a questo punto il problema dell’origine di questa classe di enti: non materiali, non soggetti al caso, e pur tuttavia esistenti, vincolanti, impossibili da negare.
  5. Potremmo riassumere il problema in questi termini: le verità della logica (e della matematica, che da questa deriva) sono un prodotto umano (in ultima analisi dipendenti dal caso) o sono invece indipendenti sia dal mondo materiale che dalla particolare storia evolutiva del nostro cervello?

Si danno così due ipotesi: ugualmente contraddittorie:

Nella prima ipotesi la verità della logica e della matematica è un prodotto della mente umana, da essa dipende ed in particolare è relativa alla storia evolutiva (fondata sul caso, ricordiamolo) del nostro cervello. Ma questa, in piena conformità con lo scetticismo, è una contraddizione logica evidente, in quanto afferma ciò che nega. Si afferma infatti – con pretesa di verità epistemica – che non esiste verità assoluta conoscibile dall’uomo, sciolta da ogni dipendenza (umana, evolutiva, e così via). Com’è facile intuire, questa posizione degenera immancabilmente in Relativismo: se non esiste verità assoluta, allora tutte le “verità” o “post-verità”, com’è di moda dire oggi, si equivalgono.

Ma anche nella seconda ipotesi si cade in analoghe difficoltà, in quanto se si ammette un livello ontologico superiore, non materiale, indipendente dall’uomo, oggettivamente valido, resta poi impossibile spiegare come mai il cervello umano, frutto di una storia evolutiva fondata su processi casuali, riesca ad intenzionarlo, a coglierlo, a farlo proprio. Per quale ragione ne risulti strutturalmente vincolato.

Quindi dal momento che la concezione neodarwinista considera la mente come un prodotto casuale dell’evoluzione, di fatto si contorce in un’evidente autofagia in quanto o da una parte è incapace di giustificare la nostra capacità di cogliere verità oggettive, (e quindi ammette anche la propria incapacità di dare adeguato fondamento alla propria impresa scientifica, costringendosi a rinunciare ad essere una descrizione oggettiva del reale) oppure deve confermare l’esistenza di verità oggettive, indipendenti dal caso, alle quali l’uomo deve necessariamente adeguarsi. Ma se esistono queste verità oggettive, daccapo, non ci capisce come una supposta evoluzione casuale del nostro cervello ci metta in grado di cogliere questo livello di verità, e così via.

Ma come si arriva al Nichilismo?

Il neodarwinismo non spiega l’origine della materia. Non spiega come il pensiero, la mente, la coscienza, possano nascere dalla materia. Non è in grado di precisare l’insorgenza dell’epifenomeno mente, sia dal punto di vista cronologico che speculativo. Il neodarwinismo non spiega l’origine delle verità oggettive sulle quali si basa l’idea stessa di epistéme, di conoscenza scientifica. Riduce sostanzialmente l’essere umano alla sua storia evolutiva, basata sulla forza di un caso che non esiterei a questo punto a definire “onnipotente”. Come si è visto, la Weltanschauung che dal neodarwinismo deriva non può accettare l’idea che esista un piano di verità indipendenti dall’uomo e dalla sua storia evolutiva, pena la contraddizione logica (anche se l’altra strada che è costretta ad imboccare non mostra certo maggiori solidità di questa). Da quadro fin qui delineato risulta che non solo l’uomo è “un essere come tanti”, misteriosamente dotato di una coscienza e di una mente (che però, daccapo, avrebbero potuto anche essere diverse o non esserci affatto), incapace di cogliere verità ultime, costretto ad accettare l’assenza di una verità assoluta. A parte questa stessa teoria, evidentemente, non c’è niente di certo, non c’è niente di incontroveritibile, non c’è niente di assolutamente vero: nemmeno i valori morali, di conseguenza possono esserlo. Le porte al Nichilismo attivo sono così spalancate, come non mai: l’uomo è così pre-disposto ad una completa riduzione ad essere manipolabile, perché no, ad oggetto di consumo. Da parte di un altro uomo, s’intende. Magari, perché no, non necessariamente di un convinto sostenitore-del-nulla.

Alessandro Benigni


Postilla

Se posso aggiungere un’ulteriore considerazione, il pasticcio logico dei neodarwinisti deriva dalla mancata accettazione della differenza tra piano logico e piano psicologico.

Viene utilissima, a questo punto, l’indagine che Edmund Husserl aveva condotto, proprio su questo tema.

Per il fondatore della Fenomenologia, com’è noto, le verità sussistono indipendentemente dal fatto che vengono scoperte o meno. “Ciò che è vero – scrive Husserl – è assolutamente vero, è vero in sé; la verità è una e identica, sia che la colgano nel giudizio uomini o mostri, angeli o dei” (E. Husserl, Ricerche Logiche, I). Dall’analisi di Husserl, in sintesi, emerge che la verità è del tutto indipendente dalla psicologia, e questo lo si vede chiaramente se prendiamo in esame il valore delle proposizioni indipendentemente dal fatto che esse siano vere o false oppure che siano formulate verbalmente o pensate da qualcuno. Husserl, com’è noto, ha lungamente lavorato per delineare i confini di una logica pura che consenta di assolvere al compito di fondare le altre scienze settoriali. Ciò di cui sentiva l’esigenza è la messa a punto di una “dottrina della scienza” e da questo punto di vista l’impostazione di Husserl rimane fin qui sulla linea tracciata da Aristotele. Anche per lo Stagirita, infatti, la logica è strumento (organon) propedeutico e fondativo per tutte le altre scienze.

Da questa impostazione deriva il ferreo anti-psicologismo, anti-naturalismo ed anti-scetticismo, oltre che anti-storicismo del Filosofo tedesco. In particolare, per Husserl lo Psicologismo è auto-contraddittorio perché pretende di dire qualcosa di oggettivamente valido basandosi su una teoria sostanzialmente relativista della verità, secondo la quale la mente umana è in grado di cogliere e produrre dei concetti solo in quanto, nella sua storia evolutiva, sarebbe venuta configurandosi in un certo modo. Detto in altri termini, secondo lo Psicologismo noi non siamo mai in grado di cogliere delle verità assolute, ma solo relative al nostro modo di pensare. Ma, obietta Husserl,

affermare con pretesa di verità che non esista alcuna verità assoluta è un’evidente contraddizione.

Le leggi logiche implicano al contrario l’esistenza di verità oggettive che sono del tutto indipendenti dalla mente umana. Husserl sottolinea che la loro validità non dipende affatto dalla nostra possibilità di comprenderle ma al contrario noi possiamo comprenderle proprio in quanto sono valide. Le leggi della logica godono – detto in altri termini – di una validità assoluta, e non relativa. Il principio di non-contraddizione, per esempio, dice – nella formulazione che Aristotele ne aveva dato – che è impossibile che qualcosa al contempo sia e non sia, che contemporaneamente e sotto il medesimo rispetto qualcosa possa essere vero e falso. Per lo Psicologismo la validità di questo principio è limitata e relativa alla natura dell’intelletto umano e della sua incapacità di combinare in compresenza gli opposti di essere e non-essere. Tale incapacità sarebbe poi da addebitare alla nostra conformazione celebrale, alla storia evolutiva del nostro cervello: “la non unificabilità obiettivamente sancita da una legge (si fonda) su un’incapacità soggettiva a realizzare l’unificazione”, scrive Husserl in Ricerche Logiche. Ma se le cose stessero davvero così allora il principio di non-contraddizione sarebbe solo una legge del pensiero, la cui verità dipenderebbe dalle caratteristiche evolutive dell’intelletto umano, dalle modalità con cui esso si è sviluppato nel caso della storia naturale: ogni pretesa di validità assoluta si dimostrerebbe impossibile e lo scetticismo sarebbe pienamente riconosciuto valido.

Le cose, però, non stanno così. Lo Psicologismo, negando nei fatti l’idea di una logica assoluta, i cui principi rimangono veri al di là e indipendentemente dalla mente umana che li intercetta, conduce inevitabilmente a posizioni relativiste: per la sua via non si dà una verità assoluta, in quanto ogni verità dipenderebbe dalla mente che la produce (dalla sua struttura piuttosto che dalla sua conformazione psico-fisica, etc.). Ma, daccapo, tale posizione è evidentemente auto-contraddittoria, come s’è visto sopra. È dunque chiaro che lo Psicologismo fraintende il genuino concetto di logica e non si avvede che i concetti e le leggi della logica sono essenze ideali, hanno cioè una natura ideale.

Resta aperta la domanda: può una teoria scientifica considerarsi tale, laddove pretende di fondarsi su un cortocircuito logico di questa portata?

Alessandro Benigni

L’immersione nel falso, è vera? (1)

di Alessandro Benigni

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Una serie di riflessioni, sulla modernità, sui mass media, su come difendersi dalla dis-in-formazione di massa. E qualche riflessione sul peso che la falsità sistematica occupa, nelle nostre vite. Determinando fedi, scelte, passioni, sofferenze. E, soprattutto, finti traguardi da raggiungere. 

 

 


Primo passo: un pensierino contro corrente

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Historia magistra vitae?  Ma anche no.

E’ chiaro che la Storia, non avendo per oggetto “la” verità, non può direttamente insegnarci nulla. Sì, avete sentito bene: i manuali che si studiano a scuola, che ricostruiscono in modo più o meno critico quello che si pensa sia accaduto da quando l’uomo ha cominciato a lasciare memoria di sé, non ci presentano “la verità”. Il che non implica che sia necessariamente tutto falso, come logica insegna.

Semplicemente, non c’è modo di saperlo.

Ma come!? E allora quelle montagne di libri, ricerche, quelle centinaia di dipartimenti universitari ed altrettanti storici che ci lavorano dentro, che ci stanno a fare?

Fanno il loro lavoro, ovviamente. Che non è quello di raccogliere dati, documenti, testimonianze per raccontarci “com’è sicuramente andata”, ma “com’è presumibilmente andata”.

Le fonti, vanno trovate, individuate, valutate, lette ed interpretate. Collocate in un mosaico più grande, fatto a sua volta di altre micro-ontologie regionali, in cui lo spazio della verità è confinato da quello della fede. Prestiamo attenzione a questo punto: alla storia devo credere. Qualsiasi essa sia. Anche contemporanea.

Banalmente: Napoleone non l’ho mai visto. Voi? E nemmeno Obanana. Ci devo credere: agli storici, alle fonti che dicono di aver visto. E via dicendo. E se anche l’avessi visto io stesso, Napoleone, sarei pur sempre stato io. Appunto. Lo so, è un discorso antipatico. Ma spesso ciò che è logicamente consistente non è solo antipatico, ma pure fastidioso. Ed è fastidioso, immagino, ricordare che di mezzo c’è sempre il mio modo di rappresentarmi il mondo e di vedere le cose. I miei difetti percettivi, cognitivi, etc. Le mie omissioni. Insomma: l’occhio dell’osservatore, la realtà conosciuta attraverso i sensi particolari. E così via.

Riprendiamo il filo, dunque: la Storia non insegna la verità. E cosa insegna, allora? Attraverso il suo costante rimuginare le testimonianze del passato, offre di volta in volta scenari. Ricostruzioni alternative. La Storia è una materia per bastian contrari, non per secchioni. La sua inimitabile valenza formativa ed educativa sta proprio qui: nel capire che cosa c’è di valido (se c’è) in una testimonianza. Nel sottoporla alla prova del dubbio. Nel vedere come e dove collocarla, per darle significato.

In poche parole, la Storia è una materia da Filosofi, più che da Storici. Il che poi significa che i grandi storici son sempre filosofi, e così via: la  Storia è una materia che ha a che fare col pensiero critico.

 

Per questo l’hanno ridotta a volgare cronologia. La messa in scena dell’Impero, dei mass-media e della distorsione planetaria (non tanto della verità, quanto della testimonianza), sarebbe stata respinta al mittente, fin dall’inizio, se solo avessimo studiato Storia.

E non cronologie e storielle, come l’Impero ha voluto.

 

 

Nella prossima puntata: quanto può esserci di vero (e perché) nella moderna comunicazione di massa. 

 

 

 

 

 

 

 

Ma la “post-verità”, è vera o falsa?

 

di Alessandro Benigni,

(pubblicato il 22 Novembre 2016 su Critica scientifica)

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Parafrasando Wittgenstein

(“su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”…).

 

Come è facile notare, il riferimento al vero e al falso rimane ineludibile: quello che si dice è vero o falso? Se la risposta è “dipende”, allora: da cosa dipende?

 

dialettica.jpgLa stessa nozione di “post-verità– oggi tanto di moda – non può che fare riferimento alla verità stessa, sia pure come a qualcosa che si vorrebbe superare, o che secondo qualcuno sarebbe già superato, in una definizione che però a sua volta non solo rimanda problematicamente al concetto di verità, ma può essere esso stesso giudicato “vero” o “falso”, in quanto tale.
Vero “o” falso, non vero “e” falso.

In altre parole, l’ovvietà della domanda sulla verità è inevitabile. E la leziosa e stucchevole, oltre che banale forma di difesa dei sostenitori del relativismo conoscitivo (la pretesa ricollocazione dell’intero discorso entro l’ambito probabilistico dell’intepretazione, della narrazione, delle opzioni valoriali e così via), appare fin dalle prime battute del tutto inutile, in quanto ad ogni tentativo di dissoluzione si può sempre ripetere l’obiezione binaria: se tutto ciò che si pensa sia effettivamente riducibile o meno, e per quali motivi.

Il grande nemico, il braccio destro dell’Impero*, contro cui non possiamo stancarci di lottare è il Relativismo. In ogni sua forma culturale, a partire dalle più seducenti (e folli). E’ infatti un tratto tipico dei nostri tempi una sorta di auto-celebrazione sociale della follia (o meglio di una manifestazione specifica di psicosi) senza precedenti, in ogni angolo del pianeta ed in ogni forma per ora immaginabile. La destrutturazione narrativa della realtà, così come la negazione della ragione, è ormai un elemento dominante del mondo oggi socialmente condiviso. Molte forze sono al lavoro, in sinergia, per ridurre tutto ad interpretazione, a narrazione, a opinione, a “pancia”, a “post-verità”.

Tra tutte le dinamiche in campo (molte delle quali hanno una storia filosofica lunghissima) quella più sconcertante per la sua pervasività è senz’altro il riduzionismo para-scientifico, operante nella visione naturalistica del mondo e della scienza. Una visione ormai imperante, non c’è che ammetterlo, ed assunta acriticamente a dogma scientifico, in particolare dal darwinismo in poi, che prende ancora il nome di Naturalismo.

Nelle brevi riflessioni che seguono, vorrei dunque proporre una specifica critica al Naturalismo, intesa come una forma particolare di difesa con cui si può (e si potrà sempre) contrastare, dal piano logico, qualsiasi forma generale di Relativismo.

Il modello che seguiremo è quello offerto dal logico e filosofo Edmund Husserl (1859 –1938).

La critica al Naturalismo, non a caso, costituisce una delle costanti più significative del pensiero di Husserl: per il filosofo tedesco, l’antinaturalismo ha un invincibile fondamento logico ed una coerente esplicazione nell’esercizio del metodo fenomenologico, di cui Husserl è padre, e costituisce infine un legame teoretico incessante, che fa da ponte tra la gnoseologia e l’etica. Tralasciamo la pars construens del discorso husserliano, che richiederebbe un’esposizione sintetica di che cos’è la Fenomenologia, e concentriamoci invece sulla pars destruens.

Dalle prime opere, ma in particolar modo a partire dal lungo articolo La filosofia come scienza rigorosa (siamo nel 1911), il Naturalismo diventa per Husserl un bersaglio polemico costante ed inevitabile proprio in quanto profondamente ed inscindibilmente legato al Relativismo, che è al tempo stesso causa ed effetto dell’ideologia naturalista.

Nella Filosofia come scienza rigorosa Husserl sembra muoversi su due livelli (concettualmente distinti ma sempre intrecciati sotto il profilo dell’esposizione): quello della riflessione sulla crisi della filosofia e della denuncia delle illusioni del Naturalismo, dello Psicologismo e dello Storicismo (le tre grandi radici del Relativismo culturale e filosofico).

L’argomentazione di Husserl è lunga e complessa, tuttavia è possibile esporne una sintesi eseplificativa.

Mentre lo Storicismo assume sfacciatamente una posizione relativista, dal momento in cui afferma che la verità è figlia del tempo (e quindi mutevole nelle sue forme e nelle sue rappresentazioni storicamente date e circoscritte), lo Psicologismo, considerando i concetti ed i pensieri come meri eventi mentali, si declina in una forma di Naturalismo più sottile ed insidioso, che ci porta ad interpretare la Logica come una branca della Psicologia. Da ciò deriva che l’impossibilità di ammettere come entrambe vere proposizioni contrarie, per esempio, non deriverebbe tanto dalla validità in sė del principio di non-contraddizione, quanto piuttosto dal fatto che la psiche umana “si è evoluta” in un modo tale che le impedisce di pensare contraddittoriamente. Per l’ideologia naturalista, se noi abbiamo una certa concezione, una certa logica (e così via), ciò dipende in sintesi dalla nostra costituzione psichica, che potrebbe anche essere diversa: da qui l’abdicazione rispetto a qualsiasi forma di verità incontrovertibile.

Da questo punto di vista lo Psicologismo non è che una variante del Naturalismo, il quale considera le leggi logiche come espressione delle leggi di funzionamento fisiologico del cervello.

In base a questa prospettiva, quindi, la Logica deriva da una certa struttura del cervello e se – in conseguenza dell’evoluzione – dovesse cambiare la configurazione cerebrale, cambierebbe, di conseguenza, anche la Logica stessa.

Siamo già nel bel mezzo di un corto circuito logico abbastanza evidente: si sta logicamente affermando, con pretesa di verità, che la logica è relativa e che la verità non è assoluta.

Da quanto detto risulterà chiaro che, allo stesso modo, lo Psicologismo ed il Naturalismo sono per Husserl entrambe forme di quel Relativismo soggettivista che non intende mai il vero e il falso in modo assoluto, ma sempre in relazione alle strutture biologiche e psicologiche dell’uomo, anzi, in loro stretta dipendenza. Strutture storiche, se si parla di Storicismo, ma con esiti analoghi: lo Storicismo è ugualmente portatore di conseguenze relativiste là dove non ammette che il pensiero possa avere una validità al di fuori dei confini del contesto storico in cui esso sorge. Ma sempre, beninteso, tutta questa montagna di relatività viene affermata con pretesa di legislazione universale.

In questo modo, ciò che è vero per un essere vivente dotato di un certo tipo di cervello (e quindi di mente), potrebbe essere falso per un soggetto dotato di un differente tipo di mente e di cervello.

Siamo così al cuore dell’argomento di Husserl: questa – del Naturalismo – è una concezione insostenibile ed evidentemente contraddittoria. Per questa via infatti – osserva Husserl – si viene a negare l’idea di universalità e di necessità della ragione e si giunge alla conseguente liquidazione dell’idea stessa di verità. E’ come se Naturalismo, Storicismo e Psicologismo dicessero: “è vero che non esiste alcuna verità”, mantenendo però la pretesa di essere nel vero. L’incoerenza dello Psicologismo del Naturalismo e dello Storicismo sta insomma proprio nella pretesa di verità che esibiscono (così come, del resto, ogni altra teoria da queste derivata).

È secondo Husserl, in particolare, il Naturalismo – tra tutte le forme di Relativismo – il responsabile principale di un gravissimo ritrdo sia etico che filosofico dell’intero panorama culturale occidentale.

Così si esprime il Filosofo tedesco in Filosofia come scienza rigorosa (1911):

«L’incanto che esercita l’atteggiamento naturalistico e che soggioga noi tutti fin dall’inizio, rendendoci incapaci di astrarre dalla natura e di rendere così anche lo psichico oggetto di una ricerca intuitiva nell’atteggiamento puro, anziché psicofisico, ha […] sbarrato il cammino verso una grande scienza, inimitabilmente ricca di conseguenze, la quale è da un lato la condizione fondamentale per una psicologia pienamente scientifica e dall’altro il campo di un’autentica critica della ragione. L’incanto dell’originario naturalismo consiste anche nel fatto che esso rende a noi tutti così difficile vedere “essenze”, “idee”, o piuttosto, poiché noi già per così dire le vediamo costantemente, riconoscerle nel loro carattere specifico invece di naturalizzarle in maniera assurda».

 

Concludendo, l’illusione del Naturalismo era allora per Husserl (come oggi, per noi) un pericoloso ostacolo per la maturazione di un’etica solida ed interosggettivamente condivisa, fondata su una concezione forte di verità e di evidenza (e quindi di diritto naturale, di bene comune, di dignità umana, e così via). L’esclusività con cui, nella seconda metà del XIX secolo, la visione del mondo è stata determinata dallo sviluppo delle scienze “esatte”, delle quali il Naturalismo è il substrato comune, è stata la causa dell’allontanamento dai problemi decisivi di una vera umanità. Ma le scienze così intese, limitandosi ad una pretesa analisi “oggettiva” dei “fatti”, non sono state in grado di dire nulla intorno alle questioni generali che concernono il senso e i valori che devono orientare le scelte umane, individuali e collettive.

E’ così che il tramonto dell’Occidente, per usare le parole di Oswald Spengler, sta effettivamente assumento i contorni di una realtà ineluttabile. Una realtà che si potrà evitare solo a patto di operare incessantemente uno smascheramento dell’ideologia relativistica, oggi tanto in voga, del «politicamente corretto», per la quale tutte le culture e tutte le civiltà si equivalgono e ciascuno è libero di determinare da sé la relatà socialmente condivisa, magari col supporto di una neo-lingua appositamente ideata.

Da quanto sommariamente esposto risulterà chiaro che il Relativismo afferma che per ogni specie di essere vivente in grado di giudicare, ciò che è vero, secondo la sua costituzione o ai sensi delle leggi del pensiero, deve essere preso come vero in assoluto. Questa teoria è una sciocchezza, poiché implica che lo stesso contenuto di una sentenza (la stessa proposizione) può essere vero per un soggetto di specie homo e falso per un soggetto di una specie diversa. Ma lo stesso giudizio contenuto non può essere vero e falso “nello stesso tempo”. Il Relativismo non si accorge (o forse sì, ma fa finta di niente: e questo è ancora un altro problema) che utilizzando i termini di “vero” e “falso” afferma l’opposto del loro senso. In altre parole: affermando che “non esistono verità assolute”, afferma ciò che nega e nega ciò che afferma, cadendo in una contraddizione dalla quale non riesce ad uscire. Ed il naturalismo, portandoci a credere di trovarci tutti sullo stesso piano, insieme alle altre forme viventi del pianeta, porta la relativizzazione ontologica al suo massimo livello.
Se siamo nell’epoca della morte della verità e quello che rimane è solo il sentimento o l’istinto, che cosa ci differenzia dagli animali?

Questo va detto, chiaramente, a chi parla di “post-verità”: se non esiste verità, che senso hanno i discorsi umani?

Meglio allora tacere.

Wittgenstein docet.

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Senza responsabilità, possiamo ancora dire di essere liberi?

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Per forza. Il gioco è necessariamente al ribasso. Ci vogliono a mo’ di bestie: soli, atomizzati, scissi, spersonalizzati, solo efficienti e produttivi, consumatori instancabili. Ma non responsabili, per carità. Perché ammettere la responsabilità, significa ammettere che siamo liberi. E questo, più di ogni altra cosa, va cancellato dalla mente delle persone: la loro, anzi la nostra libertà.

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Intesi?

Del processo di riduzione ad atomi-individuali, “monadi animali”, come preferisco dire, ho cominciato a parlarne qui:

Della monade animale, cap. I-III

Della monade-animale, cap. IV

Della monade animale, cap. V

Forse vale la pena ragionarci su.

Forse vale la pena prenderne coscienza: è un progetto evidente, in atto, già posto in essere, ad uno stadio avanzato. Planetario.

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Alessandro Benigni, Note Minime, Dicembre 2016

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