44. Ci possiamo fidare dell’APA?

APA

Proponiamo qualche esempio per mettere più a fuoco la credibilità delle Associazioni che considerano certi e definitivi, come dire: vincolanti, gli “studi” che sostengono l’adozione in coppie omosessuali. In merito, abbiamo già proposto due spunti di riflessione che appaiono come una sintesi generale di tutto l’argomento: 1) l’analisi di Massimo Gandolfini e Roberto Marchesini e 2) lo studio “bufala” dell’Università di Melbourne rilanciato tempo fa dal quotidiano La Repubblica…. Ora veniamo a noi.

Ecco un esempio di come lavora l’APA (Associazione Psichiatri Americani):

Storia della derubricazione dell’omosessualità dal DSM

Uno degli argomenti del movimento gay per affermare che l’omosessualità sarebbe “normale” è l’affermazione secondo la quale l’APA, nel 1973, ha cancellato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM (Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD (International Classification of Disease), nel 1991. Pochi però spiegano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione ideologica. Dal 1968 gli attivisti gay manifestavano alle riunioni della “Commissione Nomenclatura” dell’APA, chiedendo e infine ottenendo di partecipare agli incontri. Da quel momento il dibattito scientifico fu sospeso e sostituito da discussioni di carattere politico e ideologico che sfociarono nel 1973 nella decisione di mettere ai voti la questione.
Ebbene sì: l’omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione (5.816 voti a favore e 3.817 contro)! Nel DSM IV rimase la voce “omosessualità egodistonica” (che fu tolta poi nel 1987), espressione che in generale designa soggetti spinti verso uno stato depressivo a causa di un conflitto con il proprio io. Il noto psichiatra Irving Bieber commentò la votazione del 1973: “Non si può davvero sostenere che la nuova posizione ufficiale riguardo l’omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scientifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda”.
[…] È interessante la posizione di Robert Spitzer* (vedi nota in fondo all’articolo), che nel 1973 era presidente della “Commissione Nomenclatura” dell’APA. Egli, in seguito a una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull’efficacia della terapia riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell’orientamento sessuale. In una dichiarazione rilasciata al “Wall Street Journal” il 23 maggio 2001, egli afferma: “Nel 1973, opponendomi all’opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell’omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece infuriare molti dei miei colleghi[…]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fatto sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all’interno della comunità psichiatrica e accademica. Io contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell’orientamento sessuale di un individuo è sempre il risultato della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale…”.

Prendiamo ora in esame il problema del condizionamento.

“Per molti anni ho cercato di contestare le mode intellettuali nella scienza e ancor più in filosofia. Il pensatore alla moda è per lo più prigioniero del proprio conformismo, mentre io considero la libertà…uno dei principali valori che la vita può offrirci, se non il principale” (scriveva sempre Karl Popper).

.

.

.

Adozioni gay: ricerche condizionate dall’ideologia (di Costanza Stagetti)

I bambini allevati da due individui dello stesso sesso hanno le stesse opportunità dei bambini allevati in famiglie con un padre e una madre? Fino a poco tempo fa la risposta a questa domanda era “no”. Tuttavia politici, sociologi, media e anche associazioni mediche (1) oggi asseriscono che è giunto il momento di abolire il divieto per le coppie omosessuali di adottare bambini. Per convalidare la loro posizione i sostenitori delle adozioni gay citano i numerosi studi che avrebbero dimostrato l’assenza di differenze significative tra i bambini allevati da coppie omosessuali e quelli cresciuti in famiglie tradizionali.

La portavoce del governo spagnolo, Maria Teresa Fernandez de la Vega, dopo l’approvazione il 1 ottobre scorso (2004) di un progetto di legge che, se approvato dal Parlamento, farà della Spagna il terzo paese europeo dopo l’Olanda e il Belgio ad autorizzare il “matrimonio omosessuale”, ha dichiarato: «La Spagna si situa così all’avanguardia dell’Europa e del mondo nella lotta contro una discriminazione secolare che toccava i nostri concittadini». Sulla questione dell’adozione, la più polemica, la signora de la Vega ha affermato che «ci sono migliaia di bambini che in Spagna già vivono con un genitore omosessuale e più di cinquanta studi provano che non c’è differenza tra i bambini che crescono con genitori omosessuali e gli altri».

**Ricerche a forte contenuto ideologico**
Il problema è, tuttavia, che molti di questi studi non rispondono ad accettabili standard di ricerca psicologica, sono compromessi da difetti metodologici e sono sostenuti più da programmi politici che da un’obbiettiva ricerca della verità. La presenza di tali difetti metodologici invaliderebbe qualsiasi altra ricerca condotta in altre aree. L’indifferenza su tali mancanze da parte delle riviste scientifiche può essere attribuita alla volontà “politically correct” degli esperti di “dimostrare” che l’ambiente omosessuale non è differente dalla famiglia tradizionale. Questa conclusione è riproposta anche dalla American Psychological Association nella cui dichiarazione ufficiale sulla genitorialità omosessuale ad opera dell’attivista lesbica Charlotte J. Patterson della University of Virginia si legge: «In sintesi, non c’è alcuna prova che le lesbiche e i gay siano inadatti ad essere genitori o che lo sviluppo psicologico dei figli di omosessuali sia compromesso in qualche suo aspetto… Non esiste un solo studio che abbia rilevato che i figli di omosessuali sono svantaggiati in qualche aspetto significativo rispetto ai figli di genitori eterosessuali». 2

**Problemi relativi alla ricerca sulla genitorialità omosessuale**
Ad un esame più attento, tuttavia, questa conclusione non è così sicura come sembra. Nel paragrafo successivo Patterson fa delle precisazioni e scrive: «Bisogna riconoscere che la ricerca sui genitori omosessuali e i loro figli è ancora molto recente e relativamente scarsa…. Studi longitudinali che seguono famiglie di gay e lesbiche nel tempo sono assolutamente necessari».3 Inoltre Patterson riconosce che «la ricerca in questa area ha presentato varie controversie metodologiche» e che «sono state sollevate domande riguardo il campionamento, la validità statistica e altre questioni tecniche». (Belcastro, Gramlich, Nicholson, Price, & Wilson, 1993).
Aggiunge significativamente: «La ricerca in questa area è stata anche criticata per non aver usato gruppi di controllo in modelli che richiedono tali controlli….Un’altra critica è stata che la maggior parte degli studi hanno coinvolto pochi campioni e che ci sono state inadeguatezze nelle procedure di valutazione impiegate in alcuni studi».4

Sebbene ammetta i gravi errori metodologici che metterebbero in discussione i risultati di qualsiasi altro studio, Patterson incredibilmente dichiara che «anche con tutte le domande e/o limitazioni che possono caratterizzare la ricerca in questa area, nessuna delle ricerche pubblicate suggerisce conclusioni differenti da quelle che abbiamo precedentemente esposto….» Ma qualsiasi conclusione è attendibile nella misura in cui lo è la prova su cui si fonda.

**Numero insufficiente di campioni**
Gli studi che esaminano gli effetti della genitorialità omosessuale sono inficiati da un numero insufficiente di campioni.
Non avendo trovato nessuna significativa differenza fra un gruppo di 9 bambini educati da lesbiche e un gruppo simile di bambini educati da genitori eterosessuali, S. L. Huggins ha ammesso: «Il significato e le implicazioni di questo risultato sono incerti, e il numero ridotto di campioni rende difficile qualsiasi interpretazioni di questi dati». 5
Una relazione di J. M. Bailey in Developmental Psychology, commentando gli studi sui figli di genitori omosessuali, indica che «gli studi disponibili non sono sufficientemente ampi da produrre valore statistico». 6
S. Golombok e F. Tasker ammettono nel loro studio successivo sui figli educati da lesbiche, «È possibile che il basso numero di campioni abbia portato ad una sottovalutazione del significato delle differenze fra i gruppi a causa di una bassa validità statistica (errore tipo II)» 7
Altrove essi avvisano che gli effetti negativi sui bambini educati da lesbiche «potrebbero non essere stati rilevati a causa del numero relativamente basso di campioni. Ne consegue che, sebbene siano state individuate delle tendenze, è necessario fare attenzione nell’interpretare questi risultati». 8
Nel suo studio pubblicato in Child Psychiatry and Human Development che mette a confronto i figli di madri omosessuali e eterosessuali, G. A. Javaid con franchezza ammette che «i numeri sono troppo bassi in questo studio per trarne delle conclusioni».9

Nel suo studio sulle “famiglie” lesbiche, Patterson ammette la parzialità dei campioni: «dovrebbero essere riconosciuti alcuni problemi riguardo la scelta dei campioni. La maggior parte delle famiglie che hanno preso parte al Bay Area Families Study avevano a capo delle madri lesbiche bianche, ben istruite, relativamente benestanti e abitanti nell’area della baia di San Francisco. Per questi motivi non può essere fatta alcuna rivendicazione sulla rappresentatività del presente campione». 10

Appena la ricerca si fa approfondita, subito risaltano le differenze tra i due tipi di genitorialità
Al contrario, R. Green in Archives of Sexual Behavior, ha scoperto che i pochi studi sperimentali che includevano un numero di campioni anche solo modestamente più alto (13-30) di maschi e femmine educati da genitori omosessuali …«hanno rilevato differenze di sviluppo statisticamente significative fra bambini allevati da genitori omosessuali in confronto a quelli allevati da genitori eterosessuali Ad esempio, i bambini educati da omosessuali hanno un maggiore incoraggiamento dai genitori nello scambio dei ruoli di genere e una maggiore inclinazione al travestitismo».11

**La mancanza di campioni casuali**
I ricercatori usano campioni a caso per garantire che i partecipanti allo studio siano rappresentativi della popolazione che viene studiata (ad esempio gay o lesbiche). I risultati che derivano da campioni non rappresentativi non possono essere legittimamente generalizzati.
L. Lott-Whitehead e C. T. Tully ammettono il punto debole del loro studio sulle madri lesbiche: «Questo studio era descrittivo e quindi aveva intrinseci limiti metodologici pari a quelli di altri studi simili. Forse il limite più serio riguarda la rappresentatività….. Il campionamento a caso era impossibile. Questo studio non pretende di portare un campione rappresentativo e quindi non si può ipotizzare una sua generalizzazione».12
N. L. Wyers riconosce di non aver usato il campionamento casuale nel suo studio sui partners omosessuali, rendendo il suo studio «vulnerabile a tutti i problemi associati ad una selezione a senso unico dei partecipanti».13
Golombok scrive del suo studio: «un ulteriore obiezione ai risultati risiede nella natura dei campioni studiati. Entrambi i gruppi erano volontari ottenuti attraverso associazioni e riviste gay. Ovviamente questi non costituiscono un campione a caso e non è possibile conoscere quali parzialità siano coinvolte nel metodo de selezione dei partecipanti». 14

**La mancanza di anonimato dei partecipanti alla ricerca**
Le procedure di ricerca che garantiscono l’assoluto anonimato sono necessarie per prevenire una fonte di parzialità riguardo chi acconsentirà a partecipare quale soggetto della ricerca e garantiscono la veridicità e la sincerità delle loro risposte:
M. B. Harris e P. H. Turner osservano sul Journal of Homosexuality: «La maggior parte dei genitori omosessuali che partecipano a tali ricerche si preoccupano della loro paternità/maternità e dei loro figli, e la maggior parte ha un’identità gay pubblica. È difficile identificare i genitori omosessuali “segreti” e i loro problemi possono esser piuttosto diversi da quelli dei genitori più apertamente gay».
Harris e Turner hanno impiegato tecniche superiori di ricerca per assicurare il completo anonimato dei loro soggetti. Come risultato, al contrario di altri studi, essi hanno riportato problemi associati alla genitorialità omosessuale che non erano stati riportati dagli studi precedenti: «Forse l’anonimato della presente procedura di campionamento ha reso i soggetti più disponibili a riconoscere quei problemi rispetto a quelli degli studi precedenti». 15

**Falsa rappresentazione di sé**
La mancanza di campionamento casuale e l’assenza di controlli che garantiscano l’anonimato fanno sì che i soggetti presentino al ricercatore un’immagine fuorviante che si conforma alle opinioni del soggetto e rimuove l’evidenza che non si conforma all’immagine che il soggetto desidera presentare.
Nel suo National Lesbian Family Study N. Gartrell ha scoperto che 18 studi su 19 riguardanti i genitori omosessuali usavano una procedura di ricerca che era contaminata da questa falsa rappresentazione di sé. Gartrell menziona i problemi metodologici di uno studio longitudinale sulle “famiglie” lesbiche: «Alcune possono essersi presentate volontariamente per questo progetto poiché erano motivate a dimostrare che le lesbiche sono capaci di crescere bambini sani e felici. Nella misura in cui questi soggetti potrebbero desiderare di presentare sé stessi e le loro famiglie nella miglior luce possibile, i risultati dello studio possono essere intaccati da tendenziosità». 16
Harris e Turner ammettono, riguardo al loro studio: «non c’è modo di conoscere quanto sia rappresentativo il campione…… L’alta proporzione di soggetti gay che hanno manifestato la volontà di essere intervistati indica che forse erano interessati agli argomenti trattati nel questionario e che quindi erano desiderosi di rivelare la loro omosessualità ai ricercatori. Inoltre, anche se il questionario era anonimo, i genitori gay avrebbero potuto essere particolarmente interessati a enfatizzare gli aspetti positivi della loro relazione con i figli, immaginando che i risultati avrebbero potuto avere implicazioni in futuro sulle decisioni di custodia. Di conseguenza ogni generalizzazione deve essere considerata con prudenza….Poiché tutti i dati riferiti a voce dalle persone sono soggetti a parzialità e poiché i genitori possono deliberatamente o inconsciamente minimizzare la misura dei conflitti con i loro figli, questi risultati non possono essere presi per buoni». 17

.

.

Note
1 American Academy of Pediatrics, “Co parent or Second-Parent Adoption by Same-Sex Parents,” Pediatrics. 109(2002): 339-340.
2 Charlotte J. Patterson, “Lesbian and Gay Parenting,” American Psychological Association Public Interest Directorate (1995): 8.
3 Ibid.
4 Ibid., p. 2.
5 S. L. Huggins, “A Comparative Study of Self-esteem of Adolescent Children of Divorced Lesbian Mothers and Divorced Heterosexual Mothers,” Journal of Homosexuality 18 (1989): 134.
6 J. M. Bailey et al., “Sexual Orientation of Adult Sons of Gay Fathers,” Developmental Psychology 31 (1995): 124.
7 Susan Golombok and Fiona L. Tasker, “Do Parents Influence the Sexual Orientation of Their Children? Findings from a Longitudinal Study of Lesbian Families,” Developmental Psychology 32 (1996): 9.
8 F. Tasker and S. Golombok, “Adults Raised as Children in Lesbian Families,” Developmental Psychology 31 (1995): 213.
9 Ghazala A. Javaid, “The Children of Homosexual and Heterosexual Single Mothers,” Child Psychiatry and Human Development 23 (1993): 245.
10 Charlotte J. Patterson, “Families of the Lesbian Baby Boom: Parent’s Division of Labor and Children’s Adjustment,” Development Psychology 31 (1995): 122.
11 Richard Green et al., “Lesbian Mothers and Their Children: A Comparison with Solo Parent Heterosexual Mothers and Their Children,” Archives of Sexual Behavior 15 (1986): 167–184.
12 Laura Lott-Whitehead and Carol T. Tully, “The Family Lives of Lesbian Mothers,” Smith College Studies in Social Work 63 (1993): 265.
13 Wyers, “Homosexuality in the Family,” p. 144.
14 Golombok et al., “Children in Lesbian and Single-parent Households: Psychosexual and Psychiatric Appraisal,” Journal of Child Psychology and Psychiatry 24 (1983): 569.
15 Mary B. Harris and Pauline H. Turner, “Gay and Lesbian Parents,” Journal of Homosexuality 12 (1985): p. 112.
16 Nanette Gartrell et al., “The National Lesbian Family Study: Interviews with Prospective Mothers,” American Journal of Orthopsychiatry 66 (1996): 279.
17 Harris and Turner, “Gay and Lesbian Parents,” p. 111, 112.

* Nota su Robert Spitzer: integro volentieri con un articolo di Rodolfo De Mattei: Robert Spitzer, lo psichiatra che cercò gli applausi del mondo invece che la verità scientifica

http://osservatoriogender.famigliadomani.it/robert-spitzer-lo-psichiatra-che-cerco-gli-applausi-del-mondo-invece-che-la-verita-scientifica/

Annunci