Lo studio-bufala dell’Università di Melbourne rilanciato dal quotidiano “La Repubblica”

I figli delle coppie gay sono più felici?

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Lo studio-bufala dell’Università di Melbourne rilanciato da “La Repubblica”

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“Più in salute e felici”. Sarebbero queste le caratteristiche dei figli di coppie gay rispetto a quelli cresciuti in famiglie “tradizionali” composte da un padre e una madre. Almeno, questa è la conclusione di uno studio dell’Università di Melbourne, pubblicato sulla rivista scientifica Bmc Public Health (La Repubblica, 8 luglio). “Si dice sempre che i bambini di genitori gay abbiano una vita più difficile perché senza un padre o una madre”, ha detto il professor Simon Crouch a capo del team di ricercatori. “Ma la realtà, come dimostra il nostro studio, è diversa”.

Nel dettaglio il campione esaminato per la ricerca è di 315 famiglie omogenitoriali in tutta l’Australia, per un totale di 500 bambini (l’80 per cento di essi con due “mamme”, il 20 con due “papà”). I figli di famiglie omogenitoriali sarebbero, secondo i calcoli scientifici dell’Università, del 6% più in salute di quelli con una mamma e un papà e mostrerebbero una maggiore propensione alla coesione familiare. Mentre per quanto riguarda parametri come autostima, salute mentale e comportamentale non mostrerebbero alcuna differenza.

L’articolo, ben enfatizzato da La Repubblica, ha incassato un numero record di condivisioni su Facebook: ben 8mila in due giorni. Ma siamo davvero di fronte ad uno studio così rivoluzionario nell’ambito della psicologia infantile? Oppure è una ricerca mirata ad esaltare una condizione (quella della genitorialità omosessuale) che punta al clamore per incassare consensi tout court, sfruttando scorciatoie mediatiche? Aleteia ha chiesto ad una serie di autorevoli esperti della materia una valutazione nel merito e nel metodo circa la presunta “rivoluzionaria” ricerca australiana.

Emiliano Lambiase, coordinatore dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, contesta il metodo adottato nella ricerca. «Il campione è molto ridotto, soli 500 bambini, rispetto ai due campioni di controllo che sono di 5.335 e 5.025 bambini con genitori eterosessuali». Un altro grosso limite riguarda il modo in cui sono state reclutate le famiglie. «Si tratta di un campione di convenienza e non di un campione casuale e rappresentativo della popolazione. Sono famiglie che hanno partecipato volontariamente, come ammettono gli stessi autori: “The self selection of our convenience sample has the potential to introduce bias that could distort results”».

In tal senso, va detto che «le valutazioni della salute mentale dei bambini cresciuti in case con genitori omosessuali vengono fatte tramite valutazioni dei genitori appositamente per lo scopo della ricerca, mentre il campione di controllo viene da due studi nei quali la valutazione è stata fatta per altri scopi e quindi senza il rischio di poter influenzare i risultati». Inoltre, le informazioni sullo stato delle famiglie nelle quali i bambini vivono e sullo stato della famiglia al momento dell’inserimento del bambino al suo interno «sono confuse o assenti».

Altro pesante limite, è la composizione del campione stesso: le coppie gay con figlio sono solo 92 rispetto alle lesbiche che sono 344, per cui la percentuale è sproporzionata. A cui si aggiungono 69 bambini nati da precedenti relazioni eterosessuali che probabilmente saranno in contatto anche con l’altro genitore, è la tesi di Lambiase. Di questi bambini non si sa l’età, la percentuale di maschi o di femmine, da quanto tempo vivono con la nuova famiglia omosessuale e se in affidamento full-time o part-time. Al momento della ricerca 47 bambini non vivono con la famiglia omosessuale (12 con un altro genitore, 1 vive da solo e 24 “altro”). Non si sa per quanto tempo ci abbiano vissuto e quanti anni hanno.

«Buona parte dei bambini – spiega il coordinatore dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale – non crescono esclusivamente nella famiglia omosessuale e una buona percentuale è stata concepita in una relazione eterosessuale. Non vengono specificate le età dei figli e i differenti percorsi di vita e la relativa durata. Un conto è un figlio di 17 che vive in una famiglia omosessuale e lo fa da 6 mesi. Un altro paio di maniche è un bambino di un anno. Diverso ancora è un bambino di 16 anni che vive lì dalla nascita e via dicendo. I dati non sono confrontabili. Quindi lo studio – sentenzia Lambiase – non ci dice niente sullo stato di salute dei bambini cresciuti in famiglie omosessuali, ma piuttosto sul loro stato di salute attuale».

Lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini ribalta la tesi della ricerca, evidenziandone ulteriori limiti. «Lo studio – nota Marchesini – non confronta bambini cresciuti da coppie omosessuali con bambini cresciuti in famiglie tradizionali, ossia con un gruppo di controllo selezionato con caratteristiche simili al campione, ma con la popolazione generale che contiene bambini allevati in famiglie tradizionali, bambini orfani, adottati, con genitori separati e divorziati».

I risultati, sottolinea lo psicologo, non sono stati ottenuti tramite strumenti oggettivi, ma «attraverso valutazioni date dai genitori che, lo ricordiamo, hanno partecipato a questa ricerca come volontari e appartenenti alla militanza omosessualista. Può essere che le madri militanti lesbiche sovrastimino le loro capacità genitoriali? E’ quello che conferma un altro articolo pubblicato dalla rivista “Infanzia e adolescenza”, che presenta una ricerca condotta tramite la somministrazione – a 16 padri gay, 16 madri lesbiche, 16 padri e 16 madri eterosessuali – di un’intervista semi-strutturata e questionari self-report per indagare le competenze genitoriali, la soddisfazione di coppia. Risulta che le madri lesbiche riferiscono un’elevata soddisfazione di coppia ed una valutazione più favorevole degli esiti di sviluppo dei bambini. Eppure Gartrell, una ricercatrice lesbica militante, ha trovato un tasso di rottura delle coppie lesbiche del 56% contro il 36% della media nazionale.

L’impostazione della ricerca, prosegue Marchesini, fa emergere altri dubbi. «Ad esempio: che dire della mole di ricerche che hanno evidenziato numerosi disturbi in bambini cresciuti anche con un solo genitore con tendenze omosessuali, soprattutto per quanto riguarda l’identità di genere? Sempre per restare in Australia, il dottor Sarantakos, basandosi su un campione rappresentativo, ha analizzato lo sviluppo di 58 bambini cresciuti da coppie omosessuali, 58 bambini cresciuti da coppie eterosessuali non sposate e 58 bambini cresciuti da coppie eterosessuali sposate, scoprendo che le competenze cognitive, valutate in modo oggettivo dagli insegnanti, decrescono in modo significativo passando dai figli di coppie eterosessuali sposate, a quelli di coppie eterosessuali conviventi a quelli di coppie omosessuali.

La ricerca, poi indaga il benessere dei figli di coppie omosessuali fino a 17 anni. «E poi? – si domanda lo psicoterapeuta – cosa accade a questi ragazzi? Come è possibile che questo e altri studi simili ricevano una tale enfasi sui media? Quante ricerche vengono pubblicate nel mondo ogni mese? Ad ognuna di esse i media danno questo risalto? Il tutto fa pensare ad una campagna mediatica volta a cambiare l’opinione pubblica nei confronti dei matrimoni gay e dell’omogenitorialità; una campagna nella quale il mondo scientifico rinuncia alla sua neutralità per buttare sulla bilancia la propria credibilità, rischiando così di eroderla».

«In questa ricerca non c’è nulla di nuovo – sentenzia il professoreVittorio Cigoli, docente della Facoltà di Psicologia dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Direttore dell’Alta Scuola di Psicologia “Agostino Gemelli” – ormai sono alcuni decenni che vengono proposti studi secondo cui i genitori di una famiglia di gay o lesbiche trasmettono più affetto ai figli. Intanto non sono ricerche neutre. Danno evidenze rispetto alla cornice di pensiero dei ricercatori e rispetto alle metodologie utilizzate, in questo caso 300 famiglie e 500 bambini. Bisognerebbe capire le modalità con cui viene effettuato il confronto tra loro per giungere alla conclusione della vita felice in caso di famiglia gay».

In secondo luogo, prosegue Cigoli, sono ricerche che si basano sul tema della qualità dei rapporti, di tipo cognitivo-comportamentale. Si tratta di un filone tipico dei recenti studi psicologici, ma con un grosso limite: «Ricerche come questa non dicono nulla sul versante generazionale, vale a dire non analizzano quello che succede nello scambio tra una generazione e l’altra. E non parliamo della generazione genitori-figlio, ma di tre o quattro scambi che andrebbero presi in considerazione ed esaminati. Pertanto non sono ricerche credibili, né sono in grado di affermare qualcosa di problematico. Provate a leggerne l’esito: sembra che il mondo dei figli di coppie gay sia quello del “mulino bianco”, tutto rose e fiori, dove si è felici e contenti. Direi che è sconcertante una conclusione del genere perché sappiamo bene che non è così, che la quotidianità è fatta di momenti belli e brutti».

Per lo psicologo Ezio Aceti, esperto di educazione nell’età evolutiva, al di là delle evidenti lacune metodologiche della ricerca, a partire dalla ristrettezza del campione, sono presi in considerazione alcuni indicatori di benessere come l’autostima, un concetto fondamentale nella vita di ognuno, che però in questo caso non presenta variabilità tra i figli di coppie omosessuali e figli di coppie eterosessuali. «Ma lo star bene con se stessi vuol dire tanto e nulla». Né, ragiona Aceti, può essere strettamente correlato all’identità sessuale dell’individuo. «La sessualità è anche frutto della cultura, del contesto; è un linguaggio, si manifesta in ogni persona e può essere educato. Su questo punto anche il cattolicesimo è d’accordo».

Per lo psicologo una cosa che non si può disconoscere è la percezione corporea dell’essere uomo o donna, «perché siamo nati così». «La vera felicità, per un cristiano – evidenzia – è nel donarsi, aprirsi all’altro, un modo di amare maschile e femminile». Una spinta forte e naturale che nelle coppie omosessuali «è un po’ tarpata». «Dirò di più: la forza del cristianesimo è il linguaggio, che dà un senso anche alla sessualità, come modo di amare maschile o femminile. Nella vita consacrata usiamo chiamare “padre” o “madre” un prete o una suora perché anch’essi generano dei figli, ma di tipo spirituale. E concludo dicendo che la sessualità è funzionale in terra così come in cielo: lì non saremo più uomini e donne con il corpo, ma con lo spirito».

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