Esse est percipi: si può dire che qualcuno soffre, se nessuno lo sa?

 

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(da Alessandro Benigni – pubblicato su Critica Scientifica e su The Debater)

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Ovvero: possiamo dire di soffrire se non ne siamo consapevoli?

 

Istintivamente, saremmo portati a rispondere di sì. Ma: pensiamoci bene. Si può dire che qualcuno soffre, senza auto-coscienza? Per esempio: quando siamo sotto anestesia e veniamo operati, possiamo dire di aver provato dolore se per l’appunto non ne eravamo coscienti?

 

E quali ragioni ci sono, in generale, per affermare che un individuo soffre – senza esserne consapevole?

 

Veniamo ai fatti.

 

Mi ha molto sorpreso la condanna unanime, il planetario coro di voci che ha gridato inorridito allo scandalo, in seguito alla notizia circolata qualche giorno fa: ebbene sì, in un esperimento di laboratorio sono state utilizzate alcune scimmiette per testare i gas di scarico delle automobili (nota).

 

Quanto sono realmente dannosi questi benedetti gas? Non sapendo rispondere con esattezza, per svolgere un esperimento di questo tipo sembrerebbe più sensato utilizzare degli animali: delle scimmie, appunto (da notare, per inciso, che in questo studio nessuna scimmia è stata uccisa).

 

E invece: apriti cielo!

 

Ne abbiamo lette di ogni: dai commenti pacati (ma logicamente assai discutibili) alle minacce di provvedimenti, agli insulti inviperiti degli animalisti più accesi (a proposito: “inviperiti” si può dire – senza che nessuna vipera si offenda?)

 

E così mi sono fatto un paio di domande, che vorrei condividere con voi.

 

La prima: la vita di una scimmia vale tanto quanto quella di un uomo?

La domanda è semplice e chiara. Più complicato sembra invece giustificare la risposta, qualsiasi essa sia. Eppure il punto fondamentale, dal quale dipendono almeno due diverse strategie argomentative, è proprio questo: gli animali e uomini stanno sullo stesso piano? hanno uguale dignità? hanno gli stessi diritti?

La mia risposta in merito è secca, e già la conoscete. Tuttavia, come dicevo, vorrei illustrare le principali perplessità che emergono a partire da alcune tesi (per quanto mi riguarda non propriamente tesi ma semmai ipotesi accettate per vere senza tante discussioni) che in questi tempi sembrano farsi maggiormente strada.

Prima di tutto l’ipotesi della sofferenza. Si sostiene da più parti che gli animali siano esseri “senzienti” e “sofferenti” proprio come noi e “quindi” (di conseguenza) debbano godere degli stessi diritti.

Ma mio parere si tratta di una tesi-ipotesi incredibile: a parte la fallacia logica di “falsa analogia” (ammesso e non concesso che siano “senzienti” – qualsiasi cosa significhi questa espressione – e “sofferenti” proprio come noi, animali ed esseri umani differiscono comunque per tantissime altre facoltà e caratteristiche fondamentali: l’autocoscienza, l’intelligenza, il linguaggio, la capacità d’invenzione e la capacità di utilizzo di una tecnica cumulativa, la cultura, l’arte, l’apertura alla trascendenza, che ne so, la stessa tradizione è umana e solo umana, e così via, giusto per elencare almeno quelle più evidenti), allora a parte tutto questo, dicevo, mi sembra molto discutibile che “l’essere senzienti” sia in sé per sé una ragione sufficiente per accampare diritti etici (senza tener conto che se poi si entra nella sfera del diritto si dovrebbe necessariamente discutere anche il tema del dovere e della libertà e di tante altre cose che non possono rientrare nel mondo animale (nota).

Infatti, anche i vegetali o che ne so, i vermi le zanzare, sono a loro modo “senzienti”, o addirittura “intelligenti” (nota).

E quindi?

 

Che facciamo: ad alcuni diamo diritti e ad altri – in condizioni simili – no?

Questa, insomma, una prima aporia.

Tra l’altro, per quanto riguarda la sofferenza il discorso può essere anche molto più complicato di così: a partire dal fatto che darne una definizione (che cosa significa “soffrire”?) è affare filosofico piuttosto complesso, sul quale non c’è affatto accordo.

Inoltre, daccapo, forse potremmo trovarci nel caso di dover ammettere che anche i vegetali, gli insetti ed altre specie animali di ordine inferiore “a loro” modo “soffrono”. Ma che cosa dovremmo dedurne? Moltissime specie viventi non hanno un cervello o non ce l’hanno sufficientemente sviluppato per essere paragonato a quello di specie di ordine superiore: eppure tutti reagiscono come se… ovvero, allontanandosi da ciò che per loro costituisce un danno (il fuoco, per esempio) e avvicinandosi a ciò che dà loro vantaggi (la luce del sole, per esempio). Si può quindi ipotizzare che in qualche modo, a loro modo, anche questi esseri viventi soffrano (o provino piacere, etc.).

 

E d’altra parte alcune reazioni degli animali hanno a che fare con una risposta istintivaprogrammata: noi possiamo catalogarle come espressioni consapevoli e coscienti di sofferenza, in ragione della nostra empatia, ma in realtà sembrano invece reazioni del tutto istintive ed inconsapevoli, pre-determinate dall’istinto.

Per mostrare le difficoltà della teoria che attribuisce dignità agli esseri viventi esclusivamente in ragione della loro capacità di soffrire proviamo ora a prendere la questione dal lato opposto, con quello che i tedeschi  chiamano Gedankenexperiment (esperimento mentale): se dovessimo avere un uomo in tutto e per tutto umano, a parte il fatto di non provare dolore (una sorta di Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis totale ed ampiamente diffuso), saremmo con ciò legittimati ad ucciderlo?

 

Se poi per sofferenza s’intende una reazione a ciò che per l’individuo è un danno, ebbene allora anche i fiori soffrono: si aprono al sole, quando stanno bene, oppure sfioriscono col freddo, quando stanno male. Se la sofferenza di un essere senziente è il criterio, allora si cessi immediatamente d’ammazzare i vegetali, per carità! Sono esseri viventi e senzienti anche loro, no? E tra l’altro, a ben vedere, proprio i vegetali dovrebbero vantare i diritti maggiori, in quanto a) sono loro alla base della catena alimentare di tutti gli esseri viventi, b) senza i vegetali l’aria del pianeta sarebbe irrespirabile e la vita impossibile per tutti, e così via.

 

Ma a parte le battute botaniche, a me sembra che da quanto abbiamo visto fin qui sia lecito dubitare del fondamento logico di tutto il clamore che la vicenda ha destato e soprattutto della condanna senza appello per la modalità con cui l’esperimento è stato svolto. Tanto più che, ripeto, nessuna scimmia è stata uccisa o sottoposta a vivisezione inutilmente crudele.

 

Mi chiedo d’altra parte in quanti avrebbero protestato se gli scienziati avessero scelto topi o maiali per condurre l’esperimento. Anche in questo caso saremmo infatti di fronte ad argomenti improbabili e del tutto soggettivi: c’è chi va matto per i topolini e i criceti e chi considera “animali da compagnia” proprio i maiali (nota), ecceteraecceteraeccetera.

 

E d’altra parte, tornando al punto iniziale, possiamo chiederci: se l’esperimento può salvare vite umane perché non dev’essere condotto? (tutti conosciamo l’effetto devastante dell’inquinamento soprattutto sui bambini che essendo più bassi respirano più polveri sottili: addirittura nel loro caso l’intossicazione da piombo è talmente grave che può rallentare il processo di apprendimento cerebrale e causare danni alla vista). Forse non si ammazzano giornalmente un numero indicibile di animali per nutrirci e quindi evitare che le persone muoiano? Se fosse una regola etica “non far soffrire gli animali” (ripeto: sempre che di “sofferenza”, come la intendiamo noi, si possa parlare) a maggior ragione non dovremmo considerare eticamente inaccettabile allevare mucche, pollame, pecore e cavalli al solo scopo di ucciderli per sfamarci? O anche solamente obbligarli a vivere con noi, come accade con i cani, con i gatti, che ne so: con i pappagalli, i pesci rossi, e così via?

 

Dove starebbe la differenza sostanziale con l’esperimento delle scimmiette?

 

Infine: condannare senza appello un esperimento di questo tipo, con queste specifiche finalità, non significa implicitamente sostenere che la vita e la salute dell’uomo valgono tanto quanto quella delle scimmie?

 

Per concludere, un’ultima domanda: non sembra allora più sensato ammettere che gli animali non vadano utilizzati senza scopo e questo non perché “anche loro soffrono” ma perché semmai è un impegno dell’uomo etico non esercitare violenza senza motivo?

 

 

Alessandro Benigni

 

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