Aristotele: la confutazione del relativismo

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Dal medesimo punto di vista [dei Megarici] muove anche il ragionamento di Protagora, e queste dottrine non possono non essere tutte e due ugualmente vere o ugualmente false: infatti, se sono vere tutte le opinioni e tutte le apparenze, allora inevitabilmente tutte le cose sarebbero nello stesso tempo vere e false (giacché molti formulano giudizi che sono tra loro contrari e credono che siano lo caduti in errore coloro che non professano le loro stesse opinioni; sicché necessariamente la medesima cosa è e non è), e se le cose stanno così, necessariamente tutte le opinioni debbono essere vere (giacché quelli che sono caduti nell’errore e quelli che dicono la verità hanno opinioni opposte; e pertanto, se questa è la realtà delle cose, tutti quanti sono nel vero). E’ chiaro, dunque, che entrambe queste dottrine provengono dalle medesime riflessioni; tuttavia non si possono usare verso tutti le stesse maniere, giacché verso alcuni basta servirsi della persuasione, verso altri bisogna far ricorso ad argomentazioni più energiche. Infatti, tutti quelli che hanno abbracciato tali dottrine perché sono partiti da difficoltà reali, si trovano in uno stato di ignoranza che è ben suscettibile di guarigione (giacché noi, andando incontro a loro, non abbiamo a che fare con un discorso preconcetto, ma con una loro posizione mentale); quelli, invece, che parlano solo per il piacere di parlare possono essere medicati soltanto mediante la confutazione delle teorie in piena conformità col modo in cui queste sono espresse nel loro linguaggio e nelle loro stesse parole.
Quei filosofi che sono partiti da difficoltà reali hanno seguìto questa opinione in base ad osservazioni sulle cose sensibili. Essi hanno creduto che le contraddizioni e i contrari coesistono nel medesimo oggetto, perché vedevano che i contrari sono generati dalla medesima cosa; se, pertanto, non è ammissibile che si generi il non-essere, allora si deve pur ammettere, a parer loro, la preesistenza dell’oggetto che si identificava indifferentemente con entrambi i contrari, proprio nel senso in cui Anassagora afferma che il tutto era mescolato col tutto, e in cui Democrito sostiene che il vuoto e il pieno sono presenti indifferentemente in qualsivoglia parte della realtà, solo che il pieno è l’essere e il vuoto è il non-essere. Orbene, a quelli che fondano le loro concezioni su questi argomenti, noi diremo che in un senso essi fanno un ragionamento corretto, ma che in un altro senso essi versano nell’ignoranza: difatti il termine “essere ” può essere usato in due accezioni, di modo che in un senso è possibile che un qualcosa sia generato dal non-essere, in un altro senso no, ed è possibile, quindi, che nello stesso tempo la medesima cosa sia essere e non-essere, ma non secondo la medesima accezione [del termine ” essere “], giacché è possibile che la medesima cosa si identifichi simultaneamente con tutti e due i contrari, ma solo in potenza e non già in atto. E, oltre a ciò, noi chiederemo a costoro di considerare che, tra le cose esistenti, c’è anche una qualche sostanza la quale non presuppone affatto né movimento né corruzione né generazione.
Allo stesso modo anche la teoria secondo cui la verità risiede nelle apparenze è giunta a questi pensatori dall’osservazione delle cose sensibili. Infatti, a parer loro, la verità non è quella che viene giudicata secondo il numero grande o piccolo di quelli che la professano, ma la medesima cosa, quando viene gustata, ad alcuni sembra essere dolce e ad altri amara, e di conseguenza, se tutti fossero malati e tutti fossero pazzi e soltanto due o tre persone fossero sane e conservassero l’uso della ragione, sembrerebbe che proprio queste ultime fossero malate e pazze, e gli altri no. Inoltre quei filosofi dicono che parecchi animali ricevono dalle medesime cose impressioni contrarie a quelle che riceviamo noi, e che persino allo stesso individuo le proprie impressioni sensibili non appaiono sempre le medesime. E pertanto non risulta con chiarezza quali di queste impressioni siano vere e quali siano false, giacché non c’è alcun motivo per ritenere alcune più vere di altre, ma sono tutte vere allo stesso modo. Ecco perché Democrito afferma che o nulla è vero o, almeno, la verità non ci appare con chiarezza. Insomma costoro, proprio perché identificano il pensiero con la sensazione e considerano quest’ultima come alterazione, sostengono che le impressioni ricevute mediante la sensazione siano necessariamente vere; e per questi motivi Empedocle e Democrito e, starei per dire, ogni altro filosofo, sono caduti in balìa di siffatte opinioni.
[…] Ma proprio da ciò derivano le conseguenze più gravi: difatti, se quelli che più di ogni altro sono riusciti a vedere la verità pur nei limiti delle loro possibilità – e costoro sono proprio quelli che massimamente la cercano e l’amano -, se proprio costoro professano tali opinioni e vanno facendo queste dichiarazioni intorno alla verità, come mai non si dovranno perdere di coraggio quelli che intraprendono appena a filosofare? Ché la ricerca della verità si potrebbe identificare con l’inseguimento di uccelli in volo!
Il motivo per cui questi filosofi la pensano così, sta nel fatto che essi, pur cercando di dare al problema della realtà la soluzione esatta, hanno ritenuto che la realtà si identificasse esclusivamente con le cose sensibili: se non che proprio in queste ultime sono presenti ampiamente la natura dell’indeterminato e quei caratteri dell’essere che abbiamo precedentemente rilevati; epperò quello che essi dicono è verosimile, ma non è vero (e così dicendo noi abbiamo verso di loro quel giusto riguardo che Epicarmo non ebbe verso Senofane). Inoltre essi, osservando che tutta quanta questa natura è in movimento e che non è possibile dire alcuna verità su ciò che cangia, sostennero che non si può dire la verità su tutto quello che per ogni dove e per ogni guisa attua il cangiamento. Da questa considerazione, infatti, germogliò l’opinione che, tra quelle da noi esaminate, è la più estremistica, quella, cioè, di quanti si professano seguaci di Eraciito, opinione che è stata sostenuta appunto da quel Cratilo, il quale finì col credere che non si dovesse proferire neppure una parola, e soleva fare soltanto movimenti col dito e rimproverava ad Eraclito di aver detto che non si può scendere due volte nello stesso fiume, giacché la sua opinione personale era che non vi si potesse scendere neppure una volta sola! Contro queste argomentazioni, però, noi diremo che l’oggetto cangiante offre pure a costoro, nell’atto del suo cangiamento, qualche ragione perché essi credano alla sua non-esistenza, ma che tuttavia si possono nutrire dubbi anche su ciò, giacché l’oggetto che sta perdendo una determinazione possiede pur qualcosa di quello che viene perduto, qualcosa di ciò che si sta generando deve necessariamente esistere, e, in generale, se un oggetto sta corrompendosi, permarrà ancora qualcosa di esso che esiste, e se un oggetto si sta generando, deve necessariamente esistere ciò da cui esso proviene e da cui è generato, e tutto questo non può procedere all’infinito. Ma, pur mettendo da parte queste argomentazioni, dobbiamo dire che non sono la medesima cosa il cangiamento quantitativo e quello qualitativo; e anche se ammettiamo che nessun oggetto permanga identico per quantità, tuttavia vi sarà sempre la forma che ce lo farà riconoscere. Ma, oltre a ciò, si può rimproverare a questi pensatori il fatto che essi, pur tenendo presente solo un piccolo numero delle stesse cose sensibili, hanno osato dichiarare che la faccenda sta allo stesso modo anche per l’intero universo: in realtà, la regione del mondo sensibile in cui noi viviamo, è l’unica sede ove si riscontrano la generazione e la corruzione, ma essa è, direi quasi, una particella insignificante dell’universo, di guisa che sarebbe stato più giusto assolvere queste cose sensibili in virtù di quelle celesti anziché condannare queste ultime a causa di quelle. Inoltre, noi faremo anche contro questi pensatori le medesime osservazioni che abbiamo fatte precedentemente giacché bisogna mostrar loro e persuaderli che esiste anche una realtà immobile. Eppure quelli che asseriscono che nello stesso tempo le cose sono e non sono, sono costretti alla fine ad ammettere che la realtà tutta è in quiete piuttosto che in moto, giacché mancherebbe ciò in cui le cose stesse possano cangiare, dato che tutte le cose sono già presenti in tutte le cose.
A proposito, poi, della verità, ossia del fatto che non tutto quello che appare è vero, in primo luogo noi osserveremo che anche a voler ammettere che la sensazione, nei limiti del suo oggetto peculiare, non è falsa, l’immaginazione, tuttavia, non si identifica con la sensazione. Inoltre, noi dovremmo a buon diritto stupirci del fatto che costoro si pongono la questione se le grandezze e i colori siano realmente tali quali appaiono da lontano oppure da vicino, e quali appaiono ai sani oppure agli infermi, e se siano realmente più pesanti quegli oggetti che appaiono pesanti ai deboli oppure ai forti, e se sia realmente vero ciò che sembra tale a chi dorme oppure a chi veglia. Ma è ben manifesto che tutte queste incertezze essi non le provano realmente; del resto, nessuno che creda durante la notte di trovarsi ad Atene mentre, in realtà, è in Libia, si mette realmente a camminare in direzione dell’Odeon. Inoltre, per quel che concerne il futuro, come sottolinea anche Platone, l’opinione del medico non ha certamente la stessa validità di quella dell’incompetente, quando si voglia sapere, ad esempio, se un ammalato guarirà o non guarirà. Anzi, anche a proposito delle stesse sensazioni, bisogna notare che la percezione di un oggetto estraneo a un determinato senso non è valida allo stesso modo di quella di un oggetto che sia peculiare di quel senso, né la percezione di un oggetto che è peculiare di un senso affine è valida allo stesso modo di quella di un oggetto che è proprio di quel senso, ma in realtà, se si tratta di colore, vale la vista e non già il gusto, e se si tratta, invece, di sapore, vale il gusto e non già la vista: però nessuno di tali sensi ci dice, nello stesso tempo e in riferimento ad un medesimo oggetto, che quest’ultimo è simultaneamente così e non-così. Anzi, neppure in un tempo diverso un senso può trovarsi in disaccordo con sé medesimo per quanto concerne una qualità affettiva, ma soltanto per quanto concerne l’oggetto al quale questa qualità appartiene. Voglio dire, ad esempio, che il medesimo vino può sembrare ora dolce ora non dolce tanto a causa di un suo stesso mutamento quanto perché sono mutate le condizioni fisiche di chi lo beve, ma il dolce, così come esso è nella sua reale consistenza, non ha mai cangiato, e su questo punto noi non possiamo mai sbagliare, e necessariamente ciò che anche in futuro sarà dolce avrà siffatta caratteristica. Eppure tutte le teorie che noi stiamo criticando eliminano la possibilità che qualcosa necessariamente esista, proprio in quanto negano l’esistenza di una qualche sostanza; difatti non è ammissibile che il necessario esista ora in un modo e ora in un altro, e di conseguenza, se qualcosa esiste necessariamente, questo qualcosa non può essere così e anche non così.
Insomma, se si ammette la sola esistenza del sensibile, nulla potrebbe esistere qualora non si ammettesse anche l’esistenza degli esseri animati, giacché senza di questi non esisterebbe neppure la sensazione. E forse potrebbe essere anche vero che non esistono né le qualità sensibili né le sensazioni (giacché queste cose non sono altro se non affezione del senziente), ma non è affatto possibile che i sostrati, i quali producono la sensazione, non esistano anche senza la sensazione. Invero, la sensazione non è affatto sensazione di se stessa, ma esiste anche qualcosa di diverso al di fuori della sensazione stessa, ed è indispensabile presupporre l’esistenza di questo qualcosa come anteriore alla sensazione, giacché ciò che muove è, per natura, anteriore a ciò che è mosso; il che non è meno vero anche nel caso che i termini siano correlativi.
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Aristotele, Metafisica, Libro IV, 1009 a – 1010 a
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