67. Modelli-di-pensiero e presunzione di normatività

 

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Il mainstream prevede l’accettazione acritica di “modelli-precostituiti-di-pensiero”, dei veri e propri “usa e getta” per interpretare e comprendere, quindi giudicare, quello che accade.

Con effetti deleteri, per tutti.

Il modello oggi dominante assume slogan ad alto impatto e qualche scampolo di nozioni scientifiche, più o meno ben assemblate, piegando il tutto agli interessi economici e politici del momento, sulla scorta di una sequela di frasi, tra loro concatenate da una debole trama logica.

Ma alla prima scossa della ragione, tutto crolla.

L’ultimo esempio riguarda un personaggio in qualche modo considerato dal pubblico semi-colto un maestro del pensiero: Ascanio Celestini.

Pur sprovvisto del benché minimo riconoscimento accademico o di pubblicazioni sul tema, il nostro si sente di poter dare “lezioni di antropologia” e di “bocciare” il cardinal Bagnasco. Un po’ come la giornalista Eugenia Romanelli, un faro nel panorama della letteratura filosofica e scientifica contemporanea, che ci dava “lezioni” su ciò che dice la scienza obbligherebbe a pensare (a suo dire) sulle adozioni. Con esiti grotteschi: come se fosse un problema scientifico. O, in questo caso, antropologico.

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Ed ecco entrare in gioco il modello-precostituito-di-pensiero. Un tipico esempio, che può essere preso come paradigma: 1) l’antropologia testimonia che si sono dati, nello spazio e nel tempo, diversi tipi di famiglia (per esempio poliandrica: più uomini legati alla stessa donna; poliginica: più donne legate allo stesso uomo, etc.), quindi > 2) non esiste un solo modello universale di famiglia, quindi > 3) tutte le varie tipologie di famiglie sono legittime, compresa l’unione tra persone dello stesso sesso.

Basta un attimo e l’errore balza agli occhi.

 

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Allo stesso modo si sono date nelle culture umane una gran varietà di consuetudini, dal cannibalismo alle unioni tra uomini più che maturi e bambine. Che facciamo, giustifichiamo tutto sulla base della constatazione di un dato di fatto?

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Purtroppo, va ricordato che è precisamente quello che sta avvenendo, sulla base della tecnica di manipolazione del consenso sociale “per gradi” molto ben illustrata da Joseph Overton.

Come chiunque può constatare, in questo modo si deducono da premesse ambigue delle conclusioni illogiche.

È comunque possibile rendersene conto prima che il meccanismo prenda avvio.

In generale il passo falso (logico ed etico, perché è di questo che si parla, non di antropologia o di sociologia dei costumi, e nemmeno di psicologia) avviene sulla scorta di una pretesa di fondo che risulta inaccettabile: passare da una constatazione di fatto ad una pretesa di diritto.

Siccome vedo che le cose vanno così o cosà allora posso pretendere la legittimazione di ciò che osservo, per il solo fatto che esiste.

A rigor di logica, in base a questo modello di ragionamento precostituito dovremmo poter legittimare qualsiasi evento osservabile: compreso furto, omicidio, incesto, pedofilia, e quant’altro. Solo in quanto “oggetto di studio” dell’antropologia.

Perché no?

Non a caso, a piccoli passi alcune di queste follie si stanno già realizzando. Abbiamo così padri che si sposano le figlie, matrimoni a tre, cinque genitori per un solo bambino, e così via.

Com’è facile constatare la questione è etica: si tratta di vedere se una data azione è moralmente accettabile. E questo in base ad argomenti razionali, non certo sulla scorta dei desideri, dei capricci o delle pretese dei singoli.

Sintomatico è che, sempre in base a questo “modello-di-ragionamento-precostituito”, qualcuno ha recentemente affermato che “la madre non esiste, è solo un concetto antropologico“.

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Ecco un tipico esempio di parto da “concetto antropologico”.

 

Davvero notevole: siamo “figli di concetti”.

Entusiasmante.

 
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(Nella tribù dei trobriandesi nella Melanesia occidentale – per esempio – i bambini crescono in maniera piuttosto libera e iniziano a fare sesso a 6-8 anni (le ragazze) e a 10-12 anni. Non ci sono molte inibizioni per quanto riguarda il sesso, anzi esiste una anche casa dello scapolo, dove si hanno i rapporti prematrimoniali)

 

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[Matrimoni di gruppo, poligamia, etc. Qui un breve excursus]

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Per smontare punto per punto questo “modello-precostituito-di-ragionamento” (che ha poi diverse declinazioni possibili) occorre far notare che se ci sono state (in qualche villaggio tibetano o in qualche regione africana) alcune tribù basate su modelli diversi dalla coppia uomo-donna, questo non dimostra né la bontà intrinseca di quei modelli, né che siano preferibili, né tanto meno toglie il fatto che in tutti i continenti la forma più diffusa è quella che prevede l’unione di un uomo e una donna, per la generazione dei figli. Non occorre una curva di Gauss per vedere che in tutti i continenti la forma normale (*) è questa, e che le altre sono da considerarsi poco più che contraddittorie eccezioni.

 

Dovremmo chiederci come mai se è vero che non esiste una “famiglia naturale universale”, d’altra parte “universalmente” si è – “naturalmente” – diffuso un solo modello, in misura schiacciante rispetto a tutti gli altri.

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Poligamia presto ammessa anche negli USA?

 

Se è poi vero che la famiglia è l’istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, allora risulta immediatamente chiara la ragione per cui fino ad oggi mai e in nessun posto è stata considerata “famiglia” l’unione di coppie (o terne, etc.) dello stesso sesso.

 

La grande varietà di forme non ha mai escluso la presenza di uno dei due sessi proprio in quanto per la procreazione e la sussistenza della società sono entrambi indispensabili.

 

La famiglia ha una sua realtà teleologica innegabile, pena una serie di irrisolvibili contraddizioni e paradossi.

E d’altra parte (e qui sta una prima radice della contraddizione) se la forma della famiglia non è quella che sancisce l’alleanza esclusiva tra uomo e donna, per la generazione dei figli, dovremmo poi rispondere a questa domanda: allora ogni forma di aggregato sociale è una famiglia? Basta il sentimento, per fondare il concetto di famiglia? Basta dire “love is love”, e via?

Se la famiglia può essere una coppia o un gruppo qualsiasi, anche solo l’unione di più persone, variamente assortite, quale sarà il suo principio identificativo? In tre, tra l’altro dello stesso sesso, si sono già “sposati”. Perché non allora non quattro? O quaranta? E perché non potranno davvero sposarsi padri e figlie? O madri e figli? Quando porre il limite? E in base a quale ragione? È davvero un bene per la società che tutti possano indistintamente sposarsi con tutti, solo in base ad un consenso volontario, di coppia o di gruppo? Ah, già. Come non ricordare la proposta dell’on. Sibilia: legalizzare i matrimoni di gruppo e tra specie diverse. Purché consenzienti, ci mancherebbe.

A parte questi deliri, va detto seriamente che l’antropologia non è normativa. Come non lo sono la psicologia, la sociologia, etc. L’analisi di ciò che avviene – tra l’altro sulla base di presupposti e metodologie che oggi consideriamo valide, ma che potrebbero non esserlo più domani – non ci dice ancora nulla su come dovremmo regolarci dal punto di vista etico, e quindi del diritto intersoggettivamente condivisibile.

 

 

 

 

 

Alessandro Benigni

www.noein.eu

 

 

 

 

 

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* “Normale”.   Non sarà forse inutile ricordare che il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione. Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale. Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera. Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Strettamente collegato al criterio assiologico è infine quello funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa).

 

 

 

 

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