L’omofobia? Non c’entra nulla con gli omosessuali: è solo un trucco per limitare la libertà (di tutti)

Breve storia di uno psicoreato: l’omofobia da invenzione terminologica ad etichetta discriminatoria

 

 

 

bkj3ta3caaa89euL’omofobo è il nemico. Come abbiamo fatto a lasciarci ingannare in questo modo?

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Da quando il termine “omofobia” è stato introdotto su larga scala, entrando nel linguaggio comune, le cose si sono via via fatte più chiare. Oggi sono chiarissime: l’omofobia è un trucco, nient’altro che un inganno introdotto nel contesto sociale, con un fine ben diverso da quello che vorrebbero farci credere. Hanno preparato il terreno, per anni. Mentre le sentinelle a difesa della libertà dormivano. Adesso siamo pronti: nella percezione comune l’equazione è già impressa: “omofobo = nemico“. L’omofobo è il nemico da combattere. Nessuno sa spiegare perché o per come, ma siamo giunti a questo punto. Uscite, sperimentate voi stessi. Ditelo in pubblico, che siete omofobi. Provateci, anche per scherzo. Poi chiedetevi: ne avete visti, di omofobi? Dove sono? Cosa fanno per esistere, in quanto omofobi?

Il fatto è che hanno creato una classe di intoccabili, al di sopra della possibilità di critica, di giudizio, di qualsiasi considerazione che non sia un plauso e un accordo incondizionato. Supino, a priori.

Il che – logicamente – si traduce così: la vostra libertà di espressione è andata a farsi benedire. La vostra libertà di critica, di credo politico, filosofico, religioso, vi è scivolata via dalle mani. Senza che nessuno se ne accorgesse. E al suo posto sono apparse le manette sociali. L’ideologia del pensiero unico: essere omosessuali è bello, piacevole, una variante naturale, non comporta rischi, né danni. Bisogna anzi introdurre il porno a scuola, perché i ragazzi hanno diritto di imparare come si pratica l’omosessualità.

Non lo sapevate? Si chiama “porno-educazione”: “In Inghilterra, ad esempio, emerge come vi siano dei programmi di educazione sessuale, sottolineando, invece, la carenza di specifici percorsi d’apprendimento al sesso LGBT.” Occorrono  dunque”percorsi di apprendimento” per il trasnessualismo e l’omosessualità. Intesi? Sono queste, le nuove materie di studio. Non ci credete? Leggete qui.

E l’elenco delle assurdità che ci stanno facendo piovere sulla testa potrebbe continuare al lungo.

Come mai, direte voi?

E’ ingegneria sociale applicata, bellezza.

Schema di Overton, in piena regola: prima se ne parla. Poi si trovano eccezioni. Poi si giustificano le eccezioni. Poi si dice poverini, fino a convincerti che solo un pazzo può pensare che ci sia sotto qualcosa. Poi si critica la tradizione. Anzi: tutte, le tradizioni. Siamo nel duemila. E’ ora di cambiare. Poi si giustificano altre eccezioni. Poi si smantella, poi s’insinua un generale “perché no?”, al quel solo una minoranza, ormai, sa rispondere. Infine arrivano i tanto sbandierati “studi americani”,  e il gioco è fatto: quello che prima sembrava fantascienza, oggi è socialmente percepito come “assolutamente normale“.

Anzi, doveroso. Così com’è obbligatorio acconsentire. E, viceversa, chi osa criticare, è immediatamente messo a tacere. Visto da tutti come un pazzo.

 

Com’è stato possibile?

Con il trucco dell’omofobia, appunto.

 

Una geniale mossa di ingegneria sociale, appunto, con cui stanno mettendo a punto l’ultimo passo nella riduzione della libertà di parola e di espressione ed il primo verso la sottrazione – vale per tutti, gay compresi, anche se per ora non se ne sono accorti – dei più elementari diritti naturali. Primo dei quali nascere e crescere da una mamma e un papà, come recita la Convenzione internazionale dei diritti del bambino, articolo 7. 

Non ve ne siete accorti? Ma sì. Sono in tanti, ormai, ad andarsi a comprare un bambino all’estero. E quindi? E quindi già adesso – non è fantascienza – i bambini vengono progettati, costruiti nei laboratori di inseminazione artificiale, messi al mondo con una donna che affitta l’utero, e poi venduti.

Ci sono pure i saldi.

Cercate su Google “utero in affitto“. Viene fuori di ogni. Solo il primo (preso da http://www.uteroinaffitto.com):

 

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E guai a dire che c’è qualcosa che non va: siete omofobi. 

Dite che esiste una preoccupante relazione tra Aids e pratiche omosessuali?

(leggete qui, con tanto di bibliografia medica e scientifica, i danni, le infezioni e le statistiche)

Omofobi.
Dite che ai centri infettivi arrivano sempre più ragazzi omosessuali, anche molto giovani, colpiti da Aids?

Omofobi.

Il primario del reparto infettivi conferma?
Omofobo pure lui.

 

 

 

Ma che cos’è, l’omofobia?

Di preciso, non si sa. Nessuno sa delimitarne esattamente i confini, esibirne una definizione che combaci con le altre circolanti. E non si saprà mai: occorre logicamente vaghezza, per costringervi a tacere. Provate a chiederlo. Fate un esperimento. Nessuno sa dare una spiegazione chiara e precisa. Nemmeno i cosiddetti “esperti”: a meno di non incorrere in salti logici pazzeschi, che definire surreali è ancora poco.

 

In effetti, il termine “omofobia” è un’invenzione linguistica, un neologismo introdotto negli studi di psicologia sociale sull’onda del clima del sessantotto, e viene oggi utilizzato come perfetto sistema per linciare, redarguire, far tacere i dissidenti. Il tutto, come vedremo, sulla base di salti logici ingiustificati e definizioni fumose.

 

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Un breve accenno storico

Siamo nel 2006, anno in cui compare una apparentemente innocua Risoluzione del Parlamento europeo in cui si legge che l‘omofobia è qualcosa da combattere, una specie di crimine contro l’umanità.

La risoluzione adotta una terminologia che non è affatto nuova. Se ne parla guarda caso proprio da trent’anni, da quei famosi “trent’anni di studi” di psicologia sociale che hanno determinato il più grande mutamento antropologico della storia umana: quello che è oggi sotto gli occhi di tutti e che vede l’uomo ridotto finalmente a merce totale, mercificato fin dal concepimento e venduto con un apposito contratto, una volta spossessato dei suoi ultimi diritti naturali rimasti (avere un padre e una madre), come se fosse una cosa qualsiasi, anzi come “adorabili oggetti di consumo”, per usare la felice espressione di Claudio Risè.

Ma torniamo a noi.

L’omofobia. Il termine sembra essere stato utilizzato per la prima volta da George Weinberg nel suo libro Society and the Healthy Homosexual (La società e l’omosessuale sano), pubblicato nel 1971.

Siamo sulla prima onda del ’68. Lo vediamo ancora una volta: è da qui che tutto ha davvero inizio.

In questi trent’anni, fini ai primi del 2000, il termine è stato abilmente introdotto ed è circolato come un virus in questi “studi”, ha covato, indisturbato, prolificandosi in pubblicazioni ed ambiti diversi, significando apparentemente una cosa sola: “la paura dello stesso (sesso)“, ovvero un’avversione irrazionale per gli omosessuali.

Avversione soggettiva, individuale, psichica, di ordine emotivo: quindi solo potenzialmente pericolosa, in quanto terreno fertile per un possibile (non necessario) sviluppo di pregiudizi, atti discriminatori o addirittura violenti, nei confronti degli omosessuali.

Di per sé, in quanto tale, incapace di limitare la libertà del prossimo o danneggiarlo in qualsiasi modo.

Fin dall’inizio, è bene sottolinearlo, il termine ha però anche una chiara connotazione politica. Tutt’altro che limitata alla dimensione psicologica, l’ “omofobia” è qualcosa da combattere, da estirpare, in quanto indica un qualcosa che misteriosamente si traduce in azione. Anzi, in discriminazione. L’omofobo è il nemico: qualcosa deve pur fare. No?

Infatti nella risoluzione del Parlamento europeo (Mercoledì 18 gennaio 2006 – Strasburgo) leggiamo:

«l’omofobia si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza»

(Il testo non spiega poi quali siano, esattamente, questi diritti ed in che modo sia leso il principio di uguaglianza, ma su questo torneremo)

Dunque, si tratta di prendere provvedimenti sul piano educativo e correttivo. Leggiamo infatti nella stessa risoluzione:

“[…] considerando che in alcuni Stati membri i partner dello stesso sesso non godono di tutti i diritti e le protezioni riservati ai partner sposati di sesso opposto, subendo di conseguenza discriminazioni e svantaggi; […]  considerando che occorrono ulteriori azioni a livello dell’UE e degli Stati membri per eradicare l’omofobia e promuovere una cultura della libertà, della tolleranza e dell’uguaglianza tra i cittadini e negli ordinamenti giuridici:

1.   condanna con forza ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale;

2.   chiede agli Stati membri di assicurare che le persone GLBT vengano protette da discorsi omofobici intrisi d’odio e da atti di violenza omofobici e di garantire che i partner dello stesso sesso godano del rispetto, della dignità e della protezione riconosciuti al resto della società;

3.   invita con insistenza gli Stati membri e la Commissione a condannare con fermezza i discorsi omofobici carichi di odio o le istigazioni all’odio e alla violenza e a garantire l’effettivo rispetto della libertà di manifestazione, garantita da tutte le convenzioni in materia di diritti umani;

[…]

5.   sollecita vivamente gli Stati membri e la Commissione a intensificare la lotta all’omofobia mediante un’azione pedagogica, ad esempio attraverso campagne contro l’omofobia condotte nelle scuole, le università e i mezzi d’informazione, e anche per via amministrativa, giudiziaria e legislativa”.

 

Ora, la domanda è: come siamo passati da una generica (anche se ambigua) definizione di omofobia intesa come “paura dello stesso (sesso)“, ovvero una generale  avversione per gli omosessuali, ad un’altra che comprende “odio“, “discriminazione” e quindi “violenza“?

Chi lo decide, quando il mio discorso volto a criticare l’omosessualità è intriso d’odio per le persone omosessuali?

In altre parole:

Se dico che provo orrore per le pratiche omosessuali, qualcuno si sente legittimato a dedurre che allora odio gli omosessuali?

Se affermo che l’omosessualità è oggettivamente disordinata, sto discriminando qualcuno?

 

Dove e quando e come, questo salto necessario dal piano soggettivo-individuale, ovvero dal piano psichico dei miei sentimenti, della mia percezione della realtà, del mio gusto personale, delle mie convinzioni, del mio credo religioso (se c’è), al piano oggettivo-sociale, pubblico, viene giustificato e fondato come portatore di discriminazioni, violenze, insomma: di fatti che violano concretamente la libertà o la dignità altrui e quindi sono penalmente rilevanti?

In altre parole: dove sta scritto che automaticamente un discorso fondato su quella che loro stessi definiscono “paura” ed “avversione” si tramuta in azione lesiva dei diritti altrui?

Da quando, esiste il diritto a non essere criticati?

 

E poi: quando e come viene data una definizione di “odio” tale da presentare una rilevanza giuridica?

Chi lo stabilisce, dov’è l’odio in un discorso? In base a quali criteri?

E’ diventato sinonimo di avversione, disaccordo, contestazione, divergenza?

Basta non essere d’accordo, per odiare?

Perché le cose stanno esattamente così: è da questa (indotta ed astuta) confusione, da questi (nascosti) salti logici che deriva la negazione di un diritto esistente, autentico, vivo: il mio. E’ la mia libertà di parola e di espressione ad essere soppressa. E’ sufficiente che il primo si alzi e dica “questo è un discorso intriso d’odio!” per attirarmi le critiche di mezzo mondo.

Il terreno sociale è stato ottimamente preparato, non c’è che dire.

Domanda: la legge-bavaglio che verrà, troverà ancora spiriti liberi e razionali pronti a difendere la libertà (di tutti, omosessuali compresi)?

 


 

 

E – si badi bene – con questo non siamo ancora entrati nel vivo del problema.

Oggigiorno, infatti, quella che abbiamo appena letto sopra non è affatto l’accezione più diffusa del termine omofobia: anzi, ne costituisce casomai una versione debole.

La versione più comunemente accettata? Quella socialmente condivisa?

La possiamo leggere tra le pagine del noto Istituto Beck, in cui viene definita “omofobia”

“quell’insieme di pensieri, idee, opinioni che provocano emozioni quali ansia, paura, disgusto, disagio, rabbia, ostilità nei confronti delle persone omosessuali”.

Sottolineo: idee, opinioni, disgusto.

 

Ovvero: vi stanno dicendo cosa pensare (idee), cosa dire (opinioni) e che gusti avere (disgusto).

E dov’è finita la libertà di pensare, dire e provare le emozioni che voglio?

 

In altre parole, mettendo in sequenza i vari nessi, abbiamo questa conclusione: una Risoluzione europea invita gli stati membri ad estirpare i pensieri, le idee e le opinioni dei cittadini. Anche se queste non si tramutano in azione, in fatti, e quindi in danni misurabili per il prossimo. 

A questo punto il gioco è fatto: l’omofobia è di fatto uno psicoreato, volutamente vago e non definito, che per ora viene “corretto” con l’indottrinamento messo in atto a più livelli, dal bombardamento mediatico alle iniziative politiche, allo stigma sociale gonfiato dal basso da una serie di notizie inventate e fatte circolare ad arte.

Per ora la stigmatizzazione sociale.

Poi, sarà il turno delle multe, dei processi, della prigione.

 

 

 

 

Qual è allora il vero scopo della lotta all’omofobia?

Da quanto abbiamo visto, si deduce che ha quindi perfettamente ragione Diego Fusaro, quando afferma che

l“Omofobia” è l’etichetta in voga con cui si mette a tacere chi osa ancora pensare che esistano uomini e donne e che, pur essendo infiniti gli orientamenti sessuali, due soltanto siano i sessi esistenti. Condannati come omofobici, infatti, non sono soltanto coloro che usano violenza (in questo caso, naturalmente, è giusta la piena condanna dei violenti, come del resto è giusto condannare e punire ogni violenza), ma anche quanti pensano che per natura i sessi esistenti siano due. Come ben argomentato da Enrica Perucchetti e Gianluca Marletta (“Unisex. La creazione dell’uomo senza identità“, Arianna, Bologna 2014), si sta oggi diffondendo su scala planetaria l’immagine di un essere umano ibrido, manipolabile infinitamente, puramente funzionale al rito del consumo e dello scambio di merci. A tal punto che sempre più spesso il semplice presupporre l’esistenza di sessi differenti viene visto come atteggiamento discriminatorio.

 

E’ chiaro che l’esperimento di ingegneria sociale può dirsi a questo punto perfettamente riuscito. Lo scopo era creare un diversivo, utilizzare uno stratagemma, trovare un pretesto per erodere la libertà di espressione e quindi di critica dei cittadini. Una volta individuato il modello, una forma operativa che dà risultati, possono evidentemente utilizzarla anche per altri obiettivi. Qual è il modello? Facile: il capro espiatorio. Sì. una specie di “capro espiatorio al contrario“, dove la vittima viene individuata, esaltata nella sua discriminazione e diventa così l’occasione per negare diritti al gruppo intero (per la funzione usuale del capro espiatorio nei gruppi si vedano gli studi di psicologia sociale di Miller, Bugelski, Leonard, Berkowitz e naturalmente Kurt Lewin).

Non male.

La bomba sociale è innescata: scoppierà presto. Quando l’equazione “criticare le pratiche omosessuali = incitare all’odio“, quindi essere automaticamente “omofobi” verrà applicata a largo raggio, qualcuno comincerà ad accorgersi che la propria libertà di pensiero e di espressione gli viene negata. E questo, grazie a Dio, sta già accadendo.

 

E non è finita. Per non parlare poi dei paradossi che derivano dal pretendere, Costituzione alla mano, il rispetto delle proprie opinioni religiose. Abbiamo infatti un testo che sembra un perfetto capolavoro di omofobia: il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr. n. 2358): verrà messo all’Indice?

Che bella la nostra Costituzione. La più bella del mondo, diceva un Benigni più famoso del sottoscritto. Una delle poche cose su cui concordo con il mio omonimo:

Art. 19 “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Art. 21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

 

Ne vedremo delle belle, c’è da scommetterci.

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Alessandro Benigni

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