49. Pseudo argomenti pro matrimonio same-sex, terza puntata: dove Nicla Vassallo si sbaglia

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(Pubblicato in Notizie Pro Vita il 7 Giugno 2015)

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Nelle due precedenti puntate (vedi qui la prima e la seconda parte) avevamo già indicato come l’ultimo studio di Nicla Vassallo si presti, già a partire dal titolo (“Il matrimonio omosessuale è contro natura: falso!”), ad una serie di contestazioni.

1) Quando infatti l’autrice afferma: “Contro natura: è uno degli scudi che si leva per opporsi all’introduzione del matrimonio omosessuale”, sembra di fatto dimenticare che questo è solo uno degli argomenti (peraltro uno dei più sofisticati dal punto di vista filosofico) con cui moltissimi critici del matrimonio same-sex fondano le loro tante e solide ragioni. In realtà, infatti, per opporsi al matrimonio tra persone dello stesso sesso, non occorre basarsi necessariamente su una premessa di questo tipo. E nemmeno, beninteso, sull’idea che l’omosessualità sia a-normale, non-normale, una malattia, etc. Tutti argomenti che hanno una loro base razionale, per carità, ma il più diretto argomento che rende contrari al matrimonio tra persone dello stesso sesso (che siano omosessuali o meno non è importante) non è né religioso né basato sull’argomento “naturale”, ma si basa sulle evidenti e logiche conseguenze che derivano da questa nuova idea di matrimonio che si va affermando, in base alla quale “tutti possono sposarsi con tutti”.

Se infatti il matrimonio non è più quella “struttura strutturante” che è sempre potenzialmente aperta alla generazione, o anche, da un punto di vista sociale e legale, quell’istituzione che unica, tra le altre, articola e protegge l’unione stabile, permanente (e non “liquida”) dell’uomo e della donna e garantisce così uno scudo giuridico alla successione delle generazioni, se il matrimonio non è più questo, allora ne consegue necessariamente che, in base ad un sentimento (perché poi solo “l’amore?”- ammesso e non concesso che esista un solo significato del termine), dovremmo concedere per esempio che un uomo possa sposarsi con una donna già sposata (perché no?). Ugualmente, una donna dovrebbe potersi sposare con due o più uomini per il solo fatto che li ama entrambi e che ciascuno di loro vuole essere suo marito. O ancora, un padre dovrebbe – in base al sentimento dell’amore – potersi sposarsi con sua figlia: a patto, naturalmente che siano maggiorenni e consenzienti e che siano legati da un sentimento di “amore”. Perché no? Quindi: se si ammette il “matrimonio per tutti” si dovranno poi ammettere – per non discriminare altri gruppi (e ve ne sono un numero tutt’altro che trascurabile) – forme di matrimonio insostenibili, ma logicamente coerenti dallo svincolo del legame unico e universale uomo-donna che fonda il matrimonio. Ancora: perché concedere il matrimonio a due persone dello stesso sesso e non a tre o quattro o più persone, per esempio? Daccapo: se si decide che il matrimonio non è più l’unione fisica, morale e legale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) in completa comunità di vita, al fine di fondare la famiglia e (volendo) perpetuare la specie, allora perché non concederlo anche a fratelli e sorelle, padri e figli/e, madri e figli/e, tre uomini, cinque donne, otto zie, padri con nonni e nipoti, un’intera squadra di rugby, o a chiunque ne faccia richiesta?

Il fatto è che per questa strada, indicata dalla Vassallo (ed altri, naturalmente), si smarrisce il senso stesso del matrimonio e si incorre inevitabilmente in una serie di assurdità insostenibili. Il senso, il significato, l’unica funzione socialmente condivisa e condivisibile del matrimonio è infatti quella di istituire la famiglia, cioè di una cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri. Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo o falsificarlo in qualsiasi modo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

Poi, per carità: in base al diritto positivo possiamo anche stravolgere il senso del matrimonio e svincolarlo da quello che è (e dovrebbe essere), proseguendo per la strada dell’assurdo e dello svuotamento del significato dei termini: se davvero tutti possono sposarsi con tutti che senso avrebbe alla fine un’istituzione socialmente condivisa e vincolante come quella del matrimonio? Se il matrimonio è per tutti, significa alla fine che nessuno è davvero sposato: il matrimonio per tutti svuota di senso ciascun singolo patto matrimoniale.

2) Ed è pure evidente l’artificio retorico (l’ennesimo) della studiosa quando poco più avanti fa unilateralmente appello all’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani, il quale, osserva la Vassallo, non afferma che uomini e donne debbano sposarsi tra loro o, “più specificatamente”, che un uomo debba sposare una donna e viceversa, e quindi non escluderebbe affatto – secondo la studiosa – il matrimonio in questione. Unilateralmente, abbiamo visto, perché

a) una posizione di questo tipo dimentica l’evidenza: ai tempi della Dichiarazione universale (siamo negli anni ’40 del secolo scorso, non dimentichiamolo, per non dire poi che in larga parte confluisce in questa Dichiarazione la precedente e più datata Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, stesa nel lontano 1789, durante la Rivoluzione Francese) non era affatto necessario specificare che per matrimonio s’intende solo l’unione tra uomo e donna. Il delirio dei nostri tempi, in cui si arriva a proporre il matrimonio tra specie diverse (purché “consenzienti!) o si celebrano matrimoni tra tre uomini, doveva ancora venire. Ma non è finita qui. Cosa ancor più grave, unilateralmente in quanto

b) la studiosa dimentica che esiste anche un articolo 7 della Convenzione universale dei diritti del bambino, il quale sancisce in modo inequivocabile il diritto di ogni creatura umana ad essere cresciuta ed accudita dal proprio padre e dalla propria madre. Cosa che rende inevitabilmente inaccettabile dal punto di vista etico un matrimonio tra persone dello stesso sesso: il matrimonio implica la possibilità di adozione e là dove pure vi fossero tutte le altre condizioni necessarie, in una coppia dello stesso sesso il bambino si vedrebbe sempre e comunque negato il diritto di essere cresciuto da entrambi i suoi genitori biologici.

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Ci eravamo dunque lasciati, nella precedente puntata, chiedendoci se fosse mai accettabile la posizione etica di chi sostiene che per garantire uguaglianza ed equità tra gli adulti è accettabile anche deprivare con inaudita violenza i bambini di padre o di madre, quando ecco che un paio di pagine più avanti la Vassallo (come ormai da consuetudine per i sostenitori del “matrimonio per tutti”), tira in ballo la Chiesa Cattolica.

Avevamo già sottolineato che si tratta dell’ennesimo artificio retorico, connesso alla fallacia logica detta “dell’avvelenamento del pozzo” (con cui si prova a screditare quello che una persona sostiene presentando informazioni – vere o false che siano – a discredito di essa), per poi rilevare che in questa discussione – che riguarda una legge di uno stato laicoquello che pensano i Cattolici o i cittadini che professano altre religioni è del tutto irrilevante, e portati dalla speranza di trovare argomenti più seri avevamo voltato pagina, pronti ad un nuovo capitolo.

Ma, ancora una volta, niente da fare. A parere della Vassallo il problema è la Chiesa Cattolica. Tant’è vero che la studiosa – con la solita tecnica espositiva dello straw man argument – poche righe più avanti afferma:

Che per la Chiesa cattolica il matrimonio sia sacro non implica tuttavia che tutti i matrimoni debbano risultare sacri. Rimane pur sempre necessario separare l’ambito religioso da quello civile: una qualsiasi religione, quella cattolica inclusa, può dichiarare sacro o non sacro quanto ritiene tale, ma ciò, assieme a eventuali anatemi, non riguarda la legislazione della società civile”.

Come dire: i Cattolici devono chiudersi nelle loro case, a vita strettamente privata, e quando si parla di politica, di scelte che vanno a rifondare la società in cui vivono, devono rinunciare alla loro visione del mondo, del bene e del male, per aderire acriticamente ad ogni progetto antropologico, anche di devastante portata, proprio come quello cui stiamo assistendo ai giorni nostri.

Tale curiosa separazione, in base alle fedi, viene proposta chiaramente poche righe più avanti:

Il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione comporta anche il diritto all’agnosticismo e all’ateismo. Così ritengo corretto che i cattolici (non necessariamente tutti i cristiani, specie se cristiani critici), per dichiararsi tali, rispettino i dettami della loro Chiesa, e lo stesso vale per ogni altro fedele rispetto ai dettami della propria religione. Chi, invece, non crede in quanto ateo, o in quanto agnostico sospende il giudizio sull’esistenza di Dio, ha comunque diritto al matrimonio: lo hanno atei e agnostici eterosessuali, e pochi si sognano di accusarli di minacciare il matrimonio sacro. Lo stesso deve dunque valere per le persone omosessuali […]”.

Come dire: chi ha una fede, può seguire quella, purché sia circoscritta ad una dimensione privata, da dimenticare quando si parla di bene socialmente condiviso e condivisibile, e comunque tutti sarebbero obbligati – credenti e non – ad accettare “ciò che è bene” per una determinata visione laica del mondo. E’ chiaro infatti che si tratta di una determinata visione, poiché come abbiamo ripetuto fino ad ora, le ragioni per opporsi al matrimonio same sex non sono affatto solamente religiose, ma al contrario sono ben e chiaramente dettate dalla ragione, a partire da una semplice analisi delle conseguenze che il matrimonio per tutti comporterebbe (ha già comportato, in effetti, là dove è stato stabilito per legge): qui una serie di riflessioni in merito.
Prosegue poi la Vassallo, citando Martha Nussbaum:

“«[…]   il matrimonio ha, anzitutto, una dimensione di diritto civile. Le persone sposate ricevono dallo Stato una serie di benefici che i non sposati solitamente non hanno». Visto che qui non si sta chiedendo il riconoscimento alle persone omosessuali del diritto al matrimonio religioso e sacro, bensì al matrimonio civile, non si capisce perché questo riconoscimento venga costantemente e da più parti rifiutato”.

Non si capisce, lo ripetiamo, perché da una prospettiva adultocentrica, fissata su ciò che spetta (spetterebbe!) di diritto solo agli adulti, a prescindere dal bene e dai diritti richiesti dai bambini, non si vede affatto. Occorre cambiare prospettiva e mettersi dal punto di vista del bambino. Occorre chiarire questo punto: o si parla di matrimonio – e come tale implica la possibilità di adozione – oppure si parla d’altro. Matrimonio e “persone dello stesso sessoè una contraddizione in termini, sia che queste persone siano omosessuali che eterosessuali, bi-sex o quello che si vuole.

Inoltre, si sono alternative: non è necessario imporre l’assurdità del “matrimonio per tutti”, è bene ricordarlo. E lo ricorderemo a Roma, il 20 giugno, in una grande manifestazione.

Finita questa parte la Vassallo si porta sul concetto di ordine /disordine e del (presunto) disagio che qualcuno proverebbe “all’idea che vi sia qualcosa di femminile in un uomo e di maschile in una donna”. Siamo così, senza soluzione di continuità rispetto alle critiche alla Chiesa Cattolica, all’interno della inesistente (?) eppur evidente gender theory. Da qui parte la critica all’essenzialismo (per “essenzialismo” s’intende la ricerca filosofica orientata alla ricerca dei principi essenziali, intesi come realtà prime e definitive degli oggetti di conoscenza). Ovvero: la critica all’evidenza. Per la Vassallo, infatti, come del resto per i critici che si rifanno agli studi sul genere, uomini e donne non esistono in assoluto, ma solo in relativo. Maschile e femminile sarebbero stereotipi frutto di una determinata tradizione culturale: in sé, non esistono. Questa in sintesi l’incredibile tesi oggi tanto di moda (inesistente, dicono, però con un’agenda chiarissima).

Leggiamola direttamente dalle sue stesse parole, anche perché si tratta di una perfetta sintesi delle teorie del genere (che – insistono a bacchettarci i grandi teorici –da una parte non esistono, ma guarda caso sono perfettamente riassunte dalla Vassallo nei termini che seguono):

“[…] in troppi si ostinano a confidare nell’essenzialismo della differenza sessuale, ossia nella convinzione che la femmina e il maschio o la donna e l’uomo esistano, che si dia un’essenza femminile e una maschile, dalle quali si fa derivare la complementarità dei due sessi e generi (chissà poi perché solo due: basta rivolgersi alle scienze per accorgersi che le cose stanno altrimenti), stabilendo che cos’è “ naturale” e “normale”, ovvero l’eterosessualità, ciò in cui questa si concretizza, e ciò che invece è contro natura e anormale. Prima di proseguire oltre e sostenere che la femmina e il maschio, e la donna e l’uomo, non esistono, voglio ricordare la distinzione, spesso invece tralasciata, tra sesso e genere: quando impieghiamo espressioni quali la femmina e il maschio ci riferiamo a categorie biologiche che, in quanto tali, è compito della biologia chiarire; viceversa quando impieghiamo espressioni quali la donna e l’uomo ci riferiamo a categorie socioculturali, che, come tali, dovrebbero connettersi al sesso biologico di appartenenza in senso contingente: di conseguenza, potrebbe non esserci corrispondenza tra la femmina e la donna, e tra il maschio e l’uomo. Tale corrispondenza, invece, viene spesso data per assodata: la donna deve possedere caratteristiche femminili, convenzionalmente femminili, ossia attribuite alla femmina; l’uomo deve possedere quelle caratteristiche convenzionalmente maschili, ossia attribuite al maschio […]”.

Si tratta di una esposizione spettacolare, non c’è che dire. Essa si fonda sulla distinzione tra dato biologico-naturale (il sesso maschile e quello femminile) ed il dato psicologico e sociologico (il maschile ed il femminile). Mentre il dato biologico sarebbe per così dire espunto da questo orizzonte (in quanto oggetto della biologia), uomini e donne sarebbero invece riducibili a concetti di derivazione socio-culturale, nient’affatto riconducibili ad una realtà biologica sottostante ben definita.

Peccato che questa curiosa interpretazione (perché di questo si tratta) dimentichi un piccolo particolare: sono uomini e donne, sessualmente, geneticamente, biologicamente determinati e differenziati a fare la storia e la cultura, e non viceversa.

E se da una parte è vero che per qualcuno (vogliamo parlare di percentuali? Secondo i dati Istat, in Italia, le persone omosessuali sono l’1,8% della popolazione) il dato biologico non corrisponde all’identità percepita resta un dato evidente che la normalità dell’esperienza umana attesta che normalmente gli uomini si percepiscono uomini e le donne si sentono donne: si riconoscono quindi in perfetta corrispondenza a ciò che sono dal punto di vista biologico, pur ovviamente con tutte le sfumature e le originalità che definiscono per natura l’essere umano, sempre unico ed irripetibile.

Non sarà forse inutile ricordare che il primo criterio per stabilire ciò che è normale, anche nel campo delle scienze umane (in primis nella Psicologia), è infatti quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.

E’ interessante poi notare che l’interpretazione della Vassallo (ma il discorso vale anche più in generale per i teorici del gender) non regge nemmeno alla prova degli altri due criteri che in Psicologia vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale.

Secondo il criterio assiologico, infatti, dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera. Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, come abbiamo visto, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Strettamente collegato al criterio assiologico è infine quello funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa).

Sarebbe poi interessante prendere in esame la curiosa proposta della Vassallo, là dove scrive che le “caratteristiche femminili [sono] convenzionalmente femminili”: come spiegare che in tutto il pianeta le donne presentano caratteristiche (femminili, appunto) – evidentemente correlate alla dimensione fisico-corporea – formalmente pressoché identiche? Prima delle quali è quella di distinguersi dagli uomini, e viceversa. D’altra parte, Nessuno ha ancora spiegato come mai se è vero che uomini e donne (maschi e femmine) non sono differenti, gli omosessuali sono attratti solo dai maschi, le lesbiche solo dalle femmine e le persone normali (oltre il 98% della popolazione) da persone del sesso opposto.

Il fatto è che la differenza tra uomo e donna e quindi tra maschile e femminile precede e fonda qualsiasi sovrastruttura culturale.

La cultura è fatta da uomini e donne, maschi e femmine, non viceversa. Uomini e donne sono realmente, psicologicamente e fisicamente differenti. Questa è la normalità. Affermare il contrario significa non solo pretendere di pensare l’impensabile, ovvero che “A” sia uguale a “non-A”, ma anche andare contro l’evidenza più limpida che si possa avere.

Ma viviamo in tempi in cui già si deve lottare per dimostrare l’ovvio, secondo la profetica battuta attribuita al grande Gilbert Keith Chesterton:

“La grande marcia della distruzione mentale proseguirà. Tutto verrà negato. Tutto diventerà un credo. È un atteggiamento ragionevole negare l’esistenza delle pietre sulla strada; sarà un dogma religioso affermarla. È una tesi razionale pensare di vivere tutti in un sogno; sarà un esempio di saggezza mistica affermare che siamo tutti svegli. Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Saremo tra coloro che hanno visto eppure hanno creduto”.

Tant’è vero che ancora oggi sulla più consultata enciclopedia del Web alla voce teoria del gender leggiamo testualmente che “il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”.

Peccato che tutto questo sia già stato ampiamente smentito, sia da un punto di vista scientifico, sia dal punto di vista del comune buon senso.

In particolare, citiamo qui di seguito solo alcuni dei tanti contributi reperibili on-line che evidenziano l’infondatezza dell’ideologia gender:

1) Teoria gender, scienza o ideologia?

2) Gender: una teoria scientificamente infondata

3) Gli ideologi del gender confondono le idee, ma hanno idee molto confuse

4) Gender- Oltre l’uomo e la donna

5) Gender, omosessuali, omosessualismo: chiariamoci le idee

6) L’ideologia gender non esiste?

7) Imporre l’ideologia gender è un crimine contro l’umanità

8) La teoria del gender è oggettivamente priva di basi scientifiche

9) “Nel nome dell’Infanzia” – Ideologia gender tra Alfred Kinsey e John Money

10) Cambio sesso: puoi modificare tutto, ma non il cervello

11) Donne si nasce, non si diventa

12) Genere o gender? La voce della scienza

13) Differenze comportamentali naturali tra maschi e femmine

14) L’inconsistenza scientifica della teoria del gender

15) Chi sostiene il gender ha paura della diversità

16) Perché il mondo Lgbt ha bisogno di negare l’esistenza della teoria del gender?

17) La femminista Naomi Wolf smentisce la teoria del gender

18) La menzogna della “teoria del gender” e l’incapacità ad educare

19) Il genere ha un ruolo determinante nel caratterizzare gli aspetti fisici del corpo, la struttura del cervello, le tendenze comportamentali, nonché la sensibilità e la reazione agli stati di malattia.

20) L’ideologia del “gender”: se la conosci la eviti

21) Materiali: Genere o Gender? Una lettura scientifica, di Chiara Atzori [Pdf da scaricare]

22) Gender theory? NO, grazie: donne & uomini, teste diverse (lo dicono pure le neuroscienze)

Ora, a parte tutte le analisi che vanno a sottolineare (ma davvero ne abbiamo bisogno?) l’evidenza, ovvero che uomini e donne sono normalmente differenti sia da un punto di vista fisico che psichico, come non accorgersi che equiparare astrattamente realtà concretamente diverse è una pretesa illogica, oltre che immorale (per le conseguenze che abbiamo visto circa il problema delle adozioni, inscindibilmente correlato al matrimonio) ed in definitiva concretamente impossibile? L’errore di fondo balza agli occhi: il considerare l’eccezionale come la norma (lo abbiamo visto per il principio statistico) e il far conseguire da questo capovolgimento delle conseguenze che poi si pretendono di universalizzare e di elevare a verità assoluta. In questo modo si concretizza un salto antropologico – nel vuoto – senza precedenti: si passa da una visione unitaria della persona ad una visione (almeno) dualistica, radicalmente frammentata. Quindi più debole ed in definitiva più facile da controllare e manipolare in modi diversi.

Alessandro Benigni

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