L’IPOCRISIA DELLA “DOLCE” MORTE

NelleNote: pro-family, pro-life

L’ipocrisia della “dolce morte”

La mia amatissima sorella si è suicidata a ventidue anni, dunque con il concetto del darsi volontariamente la morte ho dovuto fare i conti nel più tragico dei modi, vivendolo sulla pelle e con la psiche straziata. Perché una persona desidera porre fine ai suoi giorni? Fondamentalmente perché percepisce che la propria esistenza è piombata in una dimensione di non senso, di assurdo. Vivere diventa doloroso in termini estremi e la morte è vista come sollievo. E qui spunta la domanda decisiva: chi è attorno a una persona che è in questa condizione, cosa deve fare?

La risposta orrenda che la contemporaneità vorrebbe dare a queste persone addolorate è: ti aiutiamo a suicidarti. Chi il suicidio di una persona cara l’ha vissuto sulla pelle sa che invece la risposta a quell’assurdo è opposta: farei di tutto per riaverti qui, per darti l’amore di cui non sono…

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