Come ti riducono ad essere uno schiavo? Raccontandoti che la libertà è gratis…

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Spazio bianco

Come ti riducono ad essere uno schiavo?

Raccontandoti che la libertà sia gratis.

Logico.

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Hai infranto “le regole della Community“.

Ma basta, dire sciocchezze. A forza di dirle, le si pensano pure. E a forza di pensarle, si finisce col crederci. Davvero.

Ma dai. Non esiste alcuna “comunità”, né su Facebook, né su nessun’altra piazza virtuale.

I media sono nelle mani di qualcuno, questi qualcuno sono soggetti in carne ed ossa, mica “Community“: proprietari di aziende, quotate in Borsa. Girano vagoni di soldi: credete davvero che importi a qualcuno stabilire delle regole insieme a noi?

Se avete l’illusione di potervi esprimere liberamente, sappiatelo: questa illusione è funzionale ad un guadagno, ad un’operazione commerciale. Quindi politica, quindi di potere.

Potere che viene esercitato contro di noi.

E’ bene ricordarlo.

Le regole, prima di tutto non si trovano: e poi sono imposte. Quindi non sono della “Community“: questo è quello che vogliono farci credere. Sono imposte. Da chi, astutamente, resta dietro le quinte dell’intero processo di formazione del pensiero e del consenso. Perché a questo, serve Facebook.

O forse qualcuno credeva che servisse “per restare in contatto con gli amici”?

Facebook serve a farmi comprare delle cose.  A farmi pensare in un certo modo. Senza che ci pensiamo su più di tanto. Tra cagnolini, cuoricini, notizie, fotografie delle vacanze, Facebook cambia lentamente, impercettibilmente, ma concretamente, il nostro modo di pensare.

Una prova?

Ci sta abituando all’idea che certe cose non si possano dire. Alcune sì, altre no. Alla faccia della Costituzione, art. 21. Per esempio? Si può bestemmiare. Si possono insultare i cristiani. I cattolici, in particolare. Si può inneggiare all’utero in affitto e alla vendita di bambini. Ma dire “sessista“, “omofobo” o “xenofobo” o “razzista“, no. Se lo dici, anche solo facendo ironia o come provocazione, ti sbattono fuori. Un mese alla volta.

Che regola è?
Quale legge misura le mie vere o presunte fobie?
Se avessi scritti che sono “sessista”, ma “pochissimo”: chi avrebbe misurato? In base a quale Codice?

Quindi?

Quindi siamo già in una gabbia-del-pensiero-critico.

Che ne siamo consapevoli o meno.

Arriverò subito al punto.

E’ legittimo, dunque, che su Facebook chi scrive da uomo libero sia censurato, a suon di 30 giorni di sospensione per volta?

Certo che sì. E’ legittimo. Perché Facebook appartiene al signor Mark Zuckerberg & Soci. E questo giovinotto, che si presenta con un innocente faccione da giovane americano (ma si sa, mai come in questi casi l’abito non fa il monaco), si sta facendo il giro degli States. Cosa pensate, che voglia fare la gita scolastica?

Mi direte: d’accordo, è in politica de facto. E quindi?

Che c’entra con noi?

Ah beh. Se siete disposti a credere che l’America sia di là dell’oceano, avete ragione. Per me invece è qui: di fronte a questo monitor, mentre sto scrivendo. Perché non di America si tratta, ma di Impero.

Ed abituarci a tacere, a mollare, a desistere, ad abituarci, a rassegnarci, è la prima delle strategie dell’Impero.

Faranno la legge, state tranquilli. Quando saremo abbastanza addormentati, come le famose rane nel pentolino, quando saremo tutti ubriachi di cazzate, quando il cavallo di troia delle “fake news” avrà fatto effetto, silenziando i principali protagonisti della stampa indipendente, allora, finalmente, potranno farlo: vietarci per legge di pensare, di scrivere, di dire, di criticare. Da tempo, saremo già abituati ad essere zittiti, censurati, allontanati, messi fuori: proprio in base alle “regole della Community“.

E il bello è che l’avremo fatto noi. Con la crocetta messa distrattamente all’inizio, appena registrati, quando si dà il consenso ad entrare in questa fabbrica di schiavi. Sì, schiavi. E dei peggiori, perfino. Proprio in quanto convinti di essere liberi.

Non è questo, il sogno di ogni Impero?

Ebbene: glielo stiamo realizzando noi. Facendo finta di niente, tacendo, accettando lo schiaffo in faccia. Come se niente fosse.

Ma io dico no.
Sono solo? Tutti guardano da un’altra parte?
Fa lo stesso: vuol dire che tutti si sbagliano.

Io no: ho avuto un padre. E mio padre mi ha insegnato ad essere libero. E a restituire i colpi, uno per uno, costi quel che costi.

Così farò, e così insegnerò ai miei figli: la libertà è la prima cosa.

Tutto il resto, viene dopo.

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Alessandro Benigni

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… Intesi? Nemmeno non dico la critica, il pensiero libero (finché non si traduce in azione, ovvero in fatti, non si può nemmeno pensare?) ma neppure, come in questo caso, la palese ironia, il sottinteso “… è quello che mi dicono”.

Pazzesco.

E lo stesso trattamento è riservato agli amici che condividono le mie riflessioni:

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