41. Alle origini della deriva antropologica: lo gnosticismo

gnosi-gnosticismoParte prima: la negazione dell’altro-da-sé

Quando si crede di poter fare affidamento su una nuova lingua, inventata di sana pianta, per di più completamente distorta e destrutturante, oltre che scollegata dalla realtà, si decide implicitamente di correre dei rischi piuttosto seri. Il mondo reale non può adattarsi si significati che noi diamo alle espressioni linguistiche: casomai dovrebbero essere i termini utilizzati a dover aderire il più possibile all’evidenza dell’esperienza umana. Dietro l’angolo, c’è sempre la psicosi ad aspettarci: chi crede che esista – realmente- un solo bambino con “due mamme”? o con “due papà”? A forza di ripeterlo,ormai sono in molti a considerare come un dato di fatto ciò che invece è l’impossibile. Ma non si tratta solo di un piano logico-linguistico: il discorso è tutto ontologico e antropologico. Possono due enti reali essere identici? per il principio degli indiscernibili, Leibniz ha già mostrato di no: non esistono due enti reali con le stesse identiche proprietà. Lo vieta anche uno dei principi basilari del corretto ragionamento umano, già noto fin dai tempi di Aristotele: “A è uguale ad A” e “A è diverso da B”.
Eppure le declinazioni ideologiche degli “studi di genere” (che sono vere e proprie “teorie” sul genere”partono proprio dal presupposto implicito della negazione radicale di ogni identità.

Uomini e donne sarebbero del tutto equivalenti, le differenze tra maschile e femminile ricollegabili a mere stratificazioni culturali, con la conseguenza che i bambini possono essere tranquillamente inseriti in coppie dello stesso sesso senza subire alcun danno o svantaggio rispetto a chi cresce con un padre (maschio) e una madre (femmina).

Abbiamo già discusso, in via preliminare, la necessità di introdurre nel dibattito contemporaneo alcuni nuovi termini, come per esempio eterofobia, genofobia, paidofobia (quest’ultimo al posto di pedofobia per evitare assonanze e facili fraintendimenti), magari un po’ più radicati nella realtà di quanto non lo siano molti dei nuovi neologismi e delle nuove espressioni comuni che, volenti o non volenti, ormai siamo costretti ad utilizzare: come per esempio “famiglia omogenitoriale” o “due papà“, e così via. Non sarà il caso di soffermarsi diffusamente – per l’ennesima volta – sulle ragioni logiche e linguistiche in base alle quali “omogenitoriale” è un termine assurdo, intrinsecamente contraddittorio, che non trova corrispondenza nella realtà e che pertanto va rifiutato a priori, così come non esiste individuo umano con “due papà” o “due mamme”, etc.

Ma tant’è.

Non c’è molto da dire: il mainstreaming ha largamente approfittato dell’inadeguatezza semantica del pubblico semicolto ed è così riuscito ad imporre un linguaggio completamente avulso dalla realtà, sul quale costruire e proporre modelli di grande presa e di grande impatto emotivo. Perché le cose stanno così: i cosiddetti “gender studies“, le poltiglie sociologiche che ci vengono spacciate come verità assoluta, di “scientifico” hanno ben poco e basta un’analisi minimamente sistematica per mostrare che si tratta di teorie campate in aria, senza il benché minimo riferimento al piano dell’evidenza. E,per di più, con effetti devastanti sul piano antropologico, etico e sociale. La loro straordinaria diffusione è provocata al loro impatto emotivo e alla loro capacità di far presa sulle ansie e sulle paure, oltre che sulle sofferenze (queste sì reali) di larga parte della società occidentale.

Abbiamo riflettuto anche sull’utilizzo degli slogan, ai quali andrebbero sempre contrapposti non altri slogan ma casomai analisi rigorose, basate sull’evidenza: anche se è chiaro che è molto difficile trovare in questo clima interlocutori disposti ad accettare che molte idee oggi socialmente condivise si basano su un’accettazione acritica – direi inconscia – di proposte emotivamente persuasive e non su un’analisi rigorosa dei fatti e delle conseguenze di ciò che si pretende.

Non c’è da stupirsi, in fondo, per la superficialità, il disinteresse, l’egoismo, e – aggiungo – per l’odio profondo con cui oggi vengono prese decisioni che comportano un dramma antropologico senza precedenti. E c’è da restare attoniti se si pensa che ad essere accusati di “odio” sono oggi proprio coloro che difendono il diritto del bambino, di ogni bambino, ad avere il proprio padre e la propria madre, come anche la Dichiarazione Universale dei diritti del bambino non manca di specificare, all’art. 7.

I cambiamenti in atto rivelano tutto il dramma di una rivoluzione antropologica devastante, che ha una tripla radice (culturale, economica, ideologica) ma si gioca interamente su un piano simbolico che sfugge oggi a gran parte delle persone. Piano simbolico-concettuale che è profondamente interrelato al piano linguistico.

Tra i tanti, era anche Ernst Cassirer a ricordarci l’uomo è per l’appunto un animale simbolico: in “Filosofia delle forme simboliche” il grande studioso aveva mostrato come la funzione del linguaggio vada ben al di là dell’aspetto comunicativo e faccia invece da tramite fra l’ambito delle impressioni e quello dell’oggettivazione. Questo passaggio avviene grazie all’espressione simbolica: «Il simbolo non è il rivestimento meramente accidentale del pensiero, ma il suo organo necessario ed essenziale. Esso non serve soltanto allo scopo di comunicare un contenuto concettuale già bello e pronto ma è lo strumento in virtù del quale questo stesso contenuto si costituisce ed acquista la sua compiuta determinatezza. L’atto della determinazione concettuale di un contenuto procede di pari passo con l’atto del suo fissarsi in qualche simbolo caratteristico» (Filosofia delle forme simboliche, Introduzione). Il linguaggio costruisce il mondo a cui l’uomo inconsapevolmente dà fede, ed essendo lo strumento simbolico per eccellenza, determina ciò che il mondo significa per tutti, che ne siamo consapevoli o meno. Quello che sta avvenendo in questi anni è quindi devastante proprio ed anzitutto sul piano simbolico e c’è da scommettere che le conseguenze non tarderanno a palesarsi, in modo tragico, e per tutti, nessuno escluso.

Se da un lato l’esistenza umana e la conoscenza sono storicamente condizionate dal linguaggio, dall’altro, è sempre e solo con il linguaggio che l’uomo può esprimere la verità e trascendere i condizionamenti storico-linguistici: la filosofia dell’unisex darà i suoi frutti, c’è da scommetterci, e li darà nel brevissimo periodo. Non può essere un caso che voci allarmate si levino anche tra esponenti di spicco del mondo ateo: penso al caso di Michel Onfray, che ha duramente criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica, considerandola una teoria fumosa e senza fondamento teorico e ribadendo giustamente che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura. 

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Ma che c’entrano l’inconscio, l’odio, con questo problema simbolico-relazionale di cui abbiamo prima accennato?

Ho già detto – purtroppo devo insistere – che si deve parlare di genofobia. E si deve ripetere, gridare se necessario, che la nostra è una civiltà profondamente genofobica: odia la vita, odia la generazione e la odia – beninteso – per lo più inconsciamente. Siamo spettatori atterriti di una profonda e inconscia avversione alla vita, all’avventura e al rischio dell’esistenza, che si protrae fino a negare il processo di generazione naturale per sostituirlo con la fabbricazione di individui. Il passo sarà completo – come ho già scritto altrove – quando la tecnica offrirà finalmente uteri artificiali. A questa profonda ed inconscia avversione per la vita si collega strettamente un’altra avversione: quella per l’alterità complementare. Per questo di deve parlare anche di eterofobia.

Ora, l’ansia di disperdere la propria individualità, di rinunciare al proprio io individuato – un malessere che dà origine sia alla genofobia che all’eterofobia – ha radici lontanissime. Per rintracciarle occorre risalire alle origini del pensiero occidentale: nei miti e nella visione gnostica dell’esistenza.

Quella che emerge dalla pseudo cultura che oggi rischia di diventare dominante è solo superficialmente una distrazione nei confronti della salvaguardia e della protezione della vita: l’ansia della liberazione dal male – e prima di tutto dal proprio male – genera invece un’avversione profondissima verso il corpo e verso l’alterità complementare che resta ancora dietro le quinte, fino a quando non si manifesta appunto come genofobia ed eterofobia. Ma occorrono dei passaggi per collegarla alle sue radici, che come abbiamo detto sono molteplici e variegate: una delle quali è senz’altro la gnosi e lo gnosticismo.

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Lo gnosticismo: il disprezzo per la carne, per l’individuazione, per la vita.

Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), cioè “conoscenza”. Con questo termine si designa un intreccio assai intricato di correnti filosofico-religiose dell’antichità, che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III d.C. Il carattere principale e comune a tutte le varie e complesse diramazioni dello gnosticismo è una radicale avversione per il mondo materiale, per il corpo, per la vita. Dunque per l’alterità (a partire dal non-io rappresentato dalla materia). Un dualismo radicale, di sostanziale derivazione manichea (anche per il manicheismo, infatti, il mondo si fonda sulla lotta di due principi contrapposti e sostanzialmente equivalenti: il bene e il male, la Luce e le Tenebre, che strutturano e determinano l’essere e la vita umana).

Ci sarebbe da notare qui che anche nella tradizione biblica esiste un certo dualismo fra Dio creatore da una parte e l’uomo e l’universo dall’altra, ma tanto la creatura quanto il creato corrispondono a un progetto divino di amore e di relazione e questo conferisce loro dignità: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e la creazione contiene l’impronta del Creatore, al quale l’uomo è chiamato a relazionarsi. L’alterità non è contrapposizione ma apertura allo spazio del dialogo, quindi della relazione, quindi dell’amore. Dal punto di vista antropologico l’amore coniugale è fondato, non dimentichiamolo, dalla sessuazione che rispecchia la complementarietà ontologica di uomo e donna, maschio e femmina. Ogni altro amore che pretendere di essere coniugale a prescindere da questa oggettiva differenza costituisce un tradimento del progetto insito nella creazione.

Lo gnosticismo, invece, adotta un punto di vista radicalmente diverso: esiste una differenza abissale fra il divino e la realtà materiale, lo spirito è sostanzialmente estraneo all’universo e il rapporto con il mondo materiale non può contribuire in nessun modo alla salvezza, alla liberazione o all’elevazione spirituale dell’uomo. Per lo gnosticismo l’unica via di liberazione è la negazione del corpo, quindi la negazione della sessualità generatrice di una nuova vita: la negazione dell’alterità complementare. La concezione negativa dell’esistenza terrena e della vita condiziona profondamente anche i rapporti fra i sessi, tra maschio e femmina, tra uomo e donna. Il piacere dell’incontro con l’altro-da-sé, quindi anche il piacere sessuale, viene prima visto con un profondo sospetto e poi radicalmente svalutato: la carne è un carcere da cui si deve uscire, dal quale ci si deve liberare. Ecco allora che lo gnostico (soprattutto lo gnostico inconsapevole) o rifiuta del tutto l’incontro con l’altro-da-sé,  quindi la relazione complementare con il sesso opposto, oppure separa la sessualità dalla riproduzione, per poter godere del piacere sessuale evitando però di procreare. Il modo distorto con cui lo gnostico inconsapevole vive questo trauma interiore, questa paura dell’alterità complementare, si manifesta in un ventaglio ampio di perversioni, il cui elenco e la cui descrizione fenomenologica lasciamo volentieri alla psichiatria.

Dal punto di vista filosofico, invece, occorre mettere in evidenza un ulteriore elemento paradossale: lo gnostico inconsapevole assume atteggiamenti che esteriormente possono apparire come il trionfo del libertinismo, ma in realtà nascondo l’ansia di un ascetismo radicale ed una paura di affrontare la relazione carnale con l’altro-da-sé, invi inclusa la possibilità di incontro con l’altro per eccellenza: colui che ancora non è nato e che aspetta, proprio in virtù dell’unione carnale, la generazione.

Emblematico è a questo proposito l’utilizzo del preservativo e sintomatico è il tipico ragionamento – implicito o esplicito – che precede il volgare momento in cui la relazione viene interrotta per “prendere precauzioni”, per “evitare l’indesiderato”, e via dicendo.

Al libertinismo apparente, a quello che dovrebbe essere un trionfo della vitalità e della gioia spensierata di chi sa godersi la vita fino in fondo corrisponde invece, dietro le quinte dell’inconscio, un radicale disprezzo per la vita, una paura insopportabile di incontrare l’altro-da-sé.

Al fondo di questa idea malata della realtà umana e dell’esistenza stanno diverse radici, tra le quali quella gnostica, con la sua paura della dimensione carnale e della generazione gioca un ruolo senz’altro non trascurabile. Essa si pone come antitesi radicale non solo ad una concezione biblica dell’esistenza, ma anche, più in generale, ad una concezione più generalmente positiva della vita e del valore dell’umanità, fondandosi su una complessa mitologia che sorge come anestetico per il dolore e la fatica che ogni ex-sistere comporta e si traduce ben presto in un odio, più o meno mascherato, per l’esistenza stessa e per la bellezza che porta con sé. Lo stesso Michel Onfray è arrivato a dire che “la teoria del gender non è che odio dell’eros nascosto da un alibi progressista”. L’iconografia storica rende emblematica questa dimensione della tradizione mitica, in particolare col mito dell’androgino, che è la negazione più radicale della visione Biblica. Come rilevava Jean-Louis Bruguè: “niente è più estraneo alla Bibbia di questo mito dell’androginia delle origini [e] dobbiamo ammettere che la Scrittura su tale punto, come su altri, è diventata estranea alla mentalità contemporanea. Afferma infatti che la differenza tra i sessi è voluta espressamente da Dio ed è costitutiva della natura umana” (Jean-Louis Bruguè, Corso di teologia morale fondamentale, Volume 3, Edizioni Studio Domenicano, 2005, pag. 46).

Ma le teorie gnostiche non sono mai state e non sono nemmeno oggi prive di conseguenze sociali: infatti, se la concezione della realtà terrena come senza ordine e senza alcuna teleologia, mette in discussione l’esistenza del diritto naturale, il giudizio negativo sulla vita e sulla procreazione mina le basi stesse della società, della famiglia e della civiltà in genere. Cosa che, come abbiamo già rilevato, sta puntualmente avvenendo (denatalità, aborti, divorzi, malattie sessualmente trasmissibili, eutanasia: sono questi solo alcuni degli effetti di questa ventata pseudo progressista che maschera in realtà un’antica malattia ben difficile da guarire all’interno di una prospettiva solamente laica e che si chiama “odio per la vita“).

Tornando a noi, la decostruzione del linguaggio e la sostituzione violenta dei termini significativi (in quanto aderenti alla realtà) con termini non-significativi (in quanto completamente slegati dal reale) ha come conseguenza diretta il disfacimento dell’in-dividuo e lo scivolamento in una globale psicosi sociale. E’ questo uno degli effetti delle teorie del genere: l’esaltazione di un nuovo modello antropologico, di un io decostruito e ridotto a centro di pulsioni e desideri, incapace di riconoscere il valore e la necessità di un altro-da-sé, quindi incapace di relazionarsi e di amare, nel senso più genuino del termine. La frammentazione di tutti i piani che nell’in-dividuo sono ricomposti in unità (dimensione fisica, psicologica, linguistica, sociale, etc.) porta poi ad una destrutturazione che rende tutti noi più deboli, più manipolabili, prossimamente non più soltanto soggetti ma anche oggetti di consumo. Tutto questo, si badi bene, sempre come effetto di uno gnosticismo inconsapevole eppure massimamente diffuso.

Da questa prospettiva, in definitiva, lo gnosticismo antico può essere costantemente e puntualmente messo in relazione con alcuni tratti caratteristici della forma mentis dei nostri tempi. Senz’altro, per esempio, ritroviamo la tentazione gnostica nel nichilismo, ma anche nell’esistenzialismo meno genuino, quello che accusa la mancanza di significato dell’esistenza terrena.
Quindi, la gnosi non si esaurisce affatto nei temi dello gnosticismo antico, ma li mantiene vivi, declinandoli in forme nuove, sviluppandone i contenuti ed accogliendo i contributi delle diverse civiltà nel corso dei tempo. Questa forma di reazione al dolore (che nell’ottica cristiana è originario tanto quanto il peccato) nasconde un profondo senso di ribellione verso Dio ed un odio verso il Creato che si manifesta in molti modi. Se Dio è relazionalità, se il mondo e il rapporto di Dio col mondo appaiono come relazione, allora ne consegue che negare la relazionalità significa mettersi non soltanto contro Dio, ma anche contro l’uomo (e viceversa). La mentalità dello gnosticismo si collega perfettamente agli altri nemici dell’uomo che abbiamo già ricordato. I suoi tratti caratteristici sono infatti: credere inconsapevolmente che il mondo e l‘uomo sono connotati dalla negatività, sostenere che la salvezza è possibile solo rifiutando l’ordine naturale, tramite la negazione di una verità assoluta (Protagora), una rivoluzione (Marx) o l’annientamento dei valori tradizionali per una transvalutazione di tutti i valori (Nietzsche) o ancora tramite la liberazione degli istinti (Scuola di Francoforte), pensare ad un uomo nuovo svincolato da ogni legge e da ogni vincolo relazionale, sostanzialmente irresponsabile e dedito esclusivamente al soddisfacimento delle proprie pulsioni, a costo di estirpare il diritto naturale e l’ordine morale socialmente condiviso.

L’uomo deve poter essere pensato come irresponsabile (Nietzsche). L’ansia della liberazione dal proprio male e dal proprio limite oggettivo si manifesta necessariamente come rifiuto del limite stesso e della finitezza in sé, rifiuto di chi non riesce a tollerare che l’uomo non possa essere Dio. Come aveva indicato Nietzsche con parole chiarissime (si veda ilcapitolo “Delle isole beate” in Così parlà Zarathustra).

Non dobbiamo pertanto stupirci dell’attacco violento verso il Cristianesimo, per il quale il mondo ha un grande valore, perché in esso si incarna Dio stesso e perché è voluto da Dio; la relazionalità e l’incontro con l’altro-da-sé (soprattutto con l’infinitamente Altro che pure si fa carne) è il cuore dell’esistenza umana.

Al fondo di questa illusione originaria circa una conoscenza salvifica che sarebbe in grado di salvare l’uomo in completa autonomia sta una concezione profondamente negativa della realtà umana, espressa non tanto mediante analisi d’ordine di livello filosofico, quanto piuttosto mediante miti che fanno leva sul mondo archetipico, più che altro incosciente e ugualmente diffuso in tutte le culture.

Come uscire da questo abbaglio planetario?

Il primo passo è recuperare l’aderenza alla realtà.

Chiamare le cose come sono, rifiutando a priori qualsiasi linguaggio ed espressione linguistica che consideri vero e reale ciò che è impossibile, che dimentichi il dovere e capovolga il diritto in arbitrio personale, pieghi l’individuo alla dittatura del pensiero unico, e confonda bene e male come meglio crede (di poter fare): la Verità non è relativa, e non lo è nemmeno il Bene. Affermarlo significa insistere nella follia: nessuno può essere creduto se afferma che non esiste la verità ma pretende nello stesso tempo che il suo racconto sia vero.

Alessandro Benigni

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