Differenziare non è discriminare

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(di Tonino Cantelmi, Psichiatra e psicoterapeuta)

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Colpo di coda del Governo Monti, l’avvio nel 2014 della “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Come educare al maschile e femminile in classe?

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«Da oggi, anzi già da un paio di giorni, è possibile indicare su Facebook che non ci si sente più solo “uomo” o “donna” nelle impostazioni del proprio profilo. Arrivano infatti a disposizione decine di opzioni, fino a 58 opzioni differenti. Sarà possibile, inoltre, scegliere i pronomi con i quali si è disegnati su Facebook – lui/gli, lei/le o neutro – e controllare il pubblico con cui condividere la propria identità sessuale. L’iniziativa – prosegue il commento del presidente nazionale Arcigay – ci dà l’occasione di riportare la questione dell’identità di genere nell’ambito delle scelte individuali e autodeterminate, sgretolando quel binarismo uomo/donna che in molti casi è un vero e proprio muro che esclude chi, rispetto alla propria identità, non si adegua a quel modello».

L’epoca del pensiero debole. Stiamo attraversando un’epoca senza precedenti dove tutto è sottoposto a un processo decostruzionista che intende scardinare verità fino ad oggi pacifiche e punti di riferimento fino a questo momento considerati validi. È l’era delpensiero debole e della mutevolezza come stile preferenziale.

Si impone un “tipo” di individuo che possa inventarsi ogni giorno, e uno stile sociale “incessante” per questo continuo ricrearsi, senza elaborazioni introspettive, senza necessità di dover dare continuità all’esperienza del momento, perché la successiva può già essere differente. La coscienza fluttua e con essa l’identità e la sua costruzione, in modo che la persona non si senta mai obsoleta ma sempre “nuova”, sempre disponibile al cambiamento, pronta a viaggiare in ogni direzione senza troppi rimpianti.

L’identità sessuale partecipa anch’essa della stessa variegazione: il sesso biologico di partenza è un dato solo occasionale, l’importante è come la persona si costruisce, chi vuole essere, quale ruolo vuole scegliere nella vita. Il genere viene sganciato dal sesso, diviene intercambiabile, “uomo” e “donna” sono sbiaditi, come se fossero solo il frutto di una dittatura storica.

Tra i banchi di scuola. In ambito educativo – uno di quelli maggiormente sensibile alla questionegender – questo sta avendo pesanti risvolti: se la cultura ha pesato nella costruzione di ruoli sbilanciati, oggi le si chiede di minimizzare la differenza tra i sessi e in un certo senso di eclissarsi per permettere all’individuo di autodeterminarsi. Le agenzie educative dovrebbero rispettare, si sostiene, questo presunto progresso nel non condizionare la crescita dei bambini secondo stereotipi di parte. Lo diciamo chiaramente: è un falso clamoroso che l’assenza e il vuoto creino libertà. Una certa “timidezza” educativa è una delle piaghe di questa stagione storica e sociale. Se i genitori smettessero di allevare i figli secondo un’educazione al maschile e al femminile il risultato non sarebbe la scelta del bambino di come comportarsi una volta che ne avesse la capacità (che poi quando arriverebbe questa capacità?), ma una dannosa confusione che lo priverebbe di coordinate di riferimento. Voler contrastare il condizionamento sociale che in passato aveva provocato non poche discriminazioni è un conto, manipolare i dati di realtà, negando quello che la scienza è in grado di attestare, è un altro.

Eppure non sono mancati curiosi esperimenti proprio in ambito educativo dove l’istituzione scolastica – prima agenzia dopo la famiglia incaricata di formare l’individuo – ha proposto, e spesso ancora propone, modelli “neutrali” di crescita dei bambini, in modo da non inculcare loro vecchi stereotipi, per cui sono aboliti pronomi personali e qualunque messaggio che tenda a caratterizzare le differenze tra sessi.

Accompagnare maschi e femmine. Lo sviluppo di maschi e femmine avviene secondo ritmi diversi: notoriamente i maschietti hanno un processo di crescita più lento, specie in alcune fasi d’età (7-16); la capacità di concentrazione, le modalità e le tempistiche di apprendimento sono differenti; l’approccio alla lettura è differente; la propensione verso certe modalità di gioco, come il modo di vivere il rischio è differente, nei maschi si manifesta una propensione verso i giochi competitivi e le azioni rischiose, nelle femmine verso quelli cooperativi e meno verso ciò che percepiscono come imprudente.

Questi dati sono alla base del grande apprezzamento che soprattutto i Paesi anglosassoni stanno mostrando nei confronti delle scuole omogenee, dove cioè le classi sono distinte per maschi e femmine, che pure negli Stati Uniti sono una realtà consolidata.

Non ha concordato con questa prospettiva, invece, una recente iniziativa commissionata dall’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali (Unar), di diffondere libretti nella Scuola primaria e secondaria, secondo l’intento di “Educare alla diversità”, ma che di fatto promuovevano la teoria del gender, senza però alcun accordo con il Miur. Invece, deve essere detto con chiarezza: la volontà di non rendere omogenee le linee di crescita di maschi e femmine non equivale a incastrarli in binari a priori. Significa, al contrario, un grande rispetto per le loro peculiarità e caratteristiche naturali, che, se non considerate con la dovuta attenzione dai genitori e dal corpo insegnante, comportano una grande frustrazione per il bambino e una possibile compromissione di una crescita serena e fiduciosa. Genitori e insegnanti efficaci saranno in grado di sostenere bambini e ragazzi ad apprendere il modo di percepire sé stessi e di entrare in relazione con gli altri secondo modalità tipiche del sesso di appartenenza, senza timore di sembrare fuori tempo. Viceversa, il non essere capiti e aiutati secondo ciò che si è, facilmente conduce a giudizi mal posti: “Roberto è troppo vivace”, “Non ha fantasia”, “Non è interessato alla lettura” che rischiano di demotivare l’interesse del bambino verso un miglioramento di sé, vissuto come troppo inetto e incapace di combinare qualcosa di buono. Imparare ad accompagnare maschi e femmine rispettandone le caratteristiche naturali e insieme proponendo stimoli per superare i limiti naturali, favorirà lo sviluppo di adulti, futuri sposi, futuri genitori responsabili e rispettosi della specificità dei figli e ragazzi loro affidati.

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(fonte: Puntofamiglia.net)

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