A chi conviene negare l’esistenza di una “natura umana”? [n. 10]

 

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Nella precedente riflessione ci eravamo lasciati, dopo aver discusso di Tecnoscienza e Nichilismo, concludendo che la nostra è diventata ormai una società a rischio, dove la ragione si è piegata alla Tecnica ed è stata assorbita nel quadro più generale del Progresso, del tutto privata del suo valore di critica del circostante e quindi di dialogo tra soggetti liberi e uguali. Si tratta di un punto concettuale di assoluto rilievo all’interno del quadro storico-filosofico dell’idea di natura umana che stiamo componendo in queste puntate.

 

A proposito: con questa siamo già alla decima puntata.

Nelle prime nove riflessioni

(vedi qui la prima puntata, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, qui l’ottava e qui la nona)

avevamo esposto alcuni spunti di riflessione per smontare quell’idea – oggi tanto diffusa – secondo la quale non esisterebbe affatto una specifica ed originale natura umana, ma che al contrario uomini e animali sarebbero sostanzialmente disposti su una stessa linea evolutiva (e quindi senza alcuna differenza ontologica – ovvero di valore – tra loro).

Per meglio comprendere questa malattia culturale – che non esito a definire una vera e propria deriva psicotica, diffusa ad arte da sofisticate e pervasive tecniche di manipolazione mentale ed ingegneria sociale – riprendiamo questa brevissima esposizione e mostriamo, con i grandi pensatori dell’Occidente, come le pur diverse posizioni antropologiche confermino quanto l’evidenza più incontrovertibile attesta chiaramente ogni giorno: l’uomo non è assimilabile a nessun altro animale vivente.

Il nostro excursus prosegue con un nuovo grande capitolo, che possiamo intitolare “La metafisica della sostanza”.

 

 


 

 

Nel Seicento, la cornice del quadro generale delle discussioni filosofiche è complessivamente stabilita dal problema del metodo. Si tratta di un tema che riguarda sia la filosofia che la scienza, con importanti ripercussioni su tutti gli ambiti della cultura. L’interesse per la discussione sulla natura e sulla natura umana, sul ruolo e sulle procedure d’indagine che il soggetto esercita rispetto al circostante, è così sentito che già compare fin dai titoli di molte opere dei principali filosofi del tempo: Discorso sul metodo e Regole per la direzione dell’intelletto di Cartesio, Nuovo Organo di Bacone, Emendazione dell’intelletto di Spinoza, Saggio sull’intelletto umano di Locke, e così via.

Ci torneremo su un po’ più avanti.

Ora, essendo la filosofia moderna caratterizzata dalla centralità dell’uomo, dal Rinascimento all’Illuminismo compreso, il problema del metodo converge con quello dei limiti della conoscenza umana.

La metafisica della sostanza è senz’altro anche una metafisica del soggetto, che sia pure rimanendo spesso dietro le quinte detta l’indirizzo della discussione e stabilisce implicitamente l’orizzonte di ricerca: quali sono i criteri che fanno della conoscenza umana una conoscenza certa?

Se poco prima potevamo riassumere la cifra della gnoseologia medievale con la formula “adaequatio rei et intellectus”, l’adeguarsi dell’intelletto alla res, all’oggetto da conoscere, ora la gnoseologia moderna pone gradualmente al centro dell’attività conoscitiva il soggetto, i suoi limiti, le sue procedure: quindi la sua essenza distintiva.

Il percorso sarà portato a termine da Kant, alla fine del Settecento, quando affermerà – è questo un primo senso della sua “rivoluzione copernicana” – che è l’oggetto che si deve adeguare al soggetto e non viceversa. L’ “Io penso”, suprema facoltà dell’autocoscienza umana, costituirà il nodo concettuale che farà da ponte per il successivo affermarsi dell’Idealismo.

Ora, in questa centralità moderna del soggetto un ruolo fondamentale verrà sempre più assegnato alla ragione, all’intelletto, intesi come capacità precipue ed originali del solo genere umano. Vi sarà chi – come i filosofi razionalisti – riconoscerà valore conoscitivo alla sola ragione e chi invece – come gli empiristi – porrà come fonte della conoscenza l’esperienza. Ma, anche in questo caso, si riterrà altrettanto importante la funzione della ragione: più che pensare ad una contrapposizione radicale tra razionalismo ed empirismo, bisognerebbe quindi distinguere fra un razionalismo puro e un empirismo razionalista.

Ora, al di là di questo, emerge con sempre maggior forza la consapevolezza del ruolo straordinario dell’uomo nel mondo e nella storia. L’uomo è ancora innanzitutto un animale, ma è sempre più un animale speciale, del tutto unico, in grado di risolvere problemi su se stesso con tecniche ed argomenti sempre più sofisticati. Si afferma insomma una sostanza che è sempre più auto-cosciente.

Se l’uomo è in primo luogo un animale e possiede tutte le caratteristiche di un animale, è anche un organismo: possiede organi di senso, cresce, si nutre, si muove, possiede potenti impulsi come l’istinto di conservazione e di lotta, l’istinto sessuale e altri, proprio come ogni altro animale.

Ma se paragoniamo l’uomo agli animali superiori, quelli che oggi è di moda posizionare lungo una immaginaria linea evolutiva il cui vertice è costituito appunto dall’homo sapiens sapienes (quasi come se vi fosse una reale continuità qualitativa tra gli anellidi e il cervello umano), vediamo che esso costituisce semplicemente una specie tra le altre specie animali.

Eppure, al di là del mero dato fisiologico, l’essere umano è un essere vivente del tutto anomalo: dal punto di vista fisiologico, infatti, l’uomo non avrebbe i numeri per imporsi su tutto il mondo animale, anzi sul mondo intero, di dominarlo, e così via. Complessivamente considerato, è anzi un animale piuttosto “mal riuscito”, per usare un’espressione di Nietzsche. Vista cattiva, olfatto quasi trascurabile, udito scadente, è uno dei più deboli tra gli esseri viventi (si pensi che una formica solleva 8 volte il suo peso, il serpente anaconda può stritolare un uomo in una decina di secondi, l’orso grizzly solleva tranquillamente oltre 600 Kg, perfino la mucca comune è fortissima, se paragonata all’uomo: riesce infatti a trascinare oltre 900 Kg su qualsiasi genere di terreno, etc.). Gli mancano quasi completamente armi naturali, per esempio artigli, etc. Non può né correre né nuotare velocemente; inoltre è nudo, di per sé incapace di proteggersi dal freddo e dal caldo: biologicamente considerato, non avrebbe diritto all’esistenza.

Eppure l’uomo ha cambiato il mondo. E questo perché, a differenza degli altri animali, l’essere umano è dotato di una speciale identità, fondata sull’intelligenza. Ma non è solo questo. L’uomo – in ragione della sua forma speciale d’intelligenza, ha inventato una Tecnica, una Tradizione, il Progresso, l’Arte, esprime i suoi valori in un’Etica codificata, stabilisce i canoni del socialmente condiviso con la moda, si nutre l’anima con la Religione, è capace di istituire i processi di insegnamento (Pedagogia) ed è in grado di avanzare una profonda riflessione su se stesso (vogliamo chiamarla Filosofia?).

In particolare (e in breve), un accenno alla Tradizione. La Tradizione non ha nulla a che vedere con gli istinti: la tradizione si apprende, l’uomo la impara, a seconda dello spazio e del tempo in cui si colloca la sua avventura su questo mondo. La può apprendere perché l’uomo, ed egli solo, possiede un complicatissimo linguaggio. La Tradizione sola basterebbe già di per sé a distinguere nettamente l’uomo dagli altri animali. Ma il linguaggio, come Chomsky ha mostrato, fa veramente dell’uomo un essere speciale.

Per carità, non apriamo qui la parentesi sul linguaggio o ne usciamo più. Torniamo invece per un attimo al concetto di Tradizione – stupefacente, o no? E’ grazie alla tradizione che l’uomo è progressivo. L’uomo accumula – è questa la differenza sostanziale col resto del creato – il sapere e il saper fare. L’uomo impara sempre di più: non apprende solo il singolo individuo – ciò avviene anche tra gli altri animali -, ma è l’umanità intera, è il mondo umano che imparaL’uomo è ingegnoso; mentre gli altri animali trasmettono di generazione in generazione in modo fisso il loro sapere, ogni nostra generazione sa di più, o almeno può sapere di più della precedente.

Abbiamo detto più sopra che che la ricerca intorno alla natura e al metodo del conoscere caratterizza la filosofia moderna e segna il passaggio da un orientamento ontologico e teologico proprio del pensiero antico e medievale a un orientamento prevalentemente gnoseologico, tipico dell’età moderna. 

Il primo grande pensatore che dobbiamo considerare nella nostra analisi è senz’altro Cartesio.

Ne abbiamo già parlato qui (a proposito della sua luminosa dimostrazione dell’esistenza di Dio).

 

 


Cartesio

Cartesio è senz’altro un filosofo assolutamente originale, per certi versi impossibile da etichettare. Può essere considerato come uno dei fondatori del meccanicismo moderno, anche se poi a ben vedere si discosta radicalmente dal meccanicismo classico (in quanto ne rifiuta l’atomismo ed accetta invece una teoria della materia di tipo corpuscolarista, che prevede il pieno e nega il vuoto).

Ora, in generale secondo la filosofia meccanicista tutti i fenomeni della realtà, compresi quelli che riguardano gli esseri viventi e il corpo dell’uomo, sono da spiegare in termini di materia e movimento. La materia viene identificata da Cartesio con la pura estensione mentre il movimento viene spiegato con il principio d’inerzia (lo stato naturale dei corpi non era più la quiete, come pensava Aristotele, ma il movimento rettilineo uniforme; solo se interveniva una causa esterna, un corpo poteva modificare il proprio movimento o rimanere in quiete).

Così che nella visione cosmologica cartesiana tutto quello che esiste si è andato formando a partire da una materia omogenea primordiale, nella quale Dio ha impresso una quantità di movimento destinata a conservarsi inalterata nel tempo. Subito dopo la creazione materia e movimento hanno prodotto una serie di vortici, che col tempo hanno formato le stelle, i pianeti, la terra e tutto quello che su di essa esiste, compresa la vita. Intorno al Sole, posto in posizione centrale secondo il modello di Copernico, girano i pianeti trasportati dai rispettivi vortici di materia elementare. L’universo appare insomma come una gigantesca macchina, interamente regolata dalle leggi della meccanica. Quello stesso universo, che gli antichi avevano spesso definito come un grande animale dotato di un’anima, si era ora trasformato in un grande orologio, creato e governato, tramite la natura e le sue leggi, dal grande Orologiaio divino.

Allo stesso modo, anche la formazione della vita e dell’uomo veniva spiegata da Cartesio in senso meccanicistico. Tutti gli esseri viventi non sono altro che macchine, formate e prodotte dalla materia e dal movimento.

 

Ecco quello che scriveva nel “Traité de l’homme”:

“Voglio che consideriate che tutte queste funzioni di questa macchina sono la necessaria conseguenza della disposizione dei suoi solo organi, così come i movimenti di un orologio o di un altro automa conseguono dalla disposizione dei suoi contrappesi ed ingranaggi; cosicché per spiegarne le funzioni non è necessario immaginare un’anima vegetativa o sensibile nella macchina”.

Ogni fenomeno vitale umano, compresa la sensibilità, viene quindi ricondotto da Cartesio a precisi processi fisico-meccanici che appartengono alla dimensione dei corpi, ovvero al mondo della res-extensa. Solo l’anima spirituale dell’uomo esce da questo quadro meccanicista, secondo una prospettiva ontologica dualistica che segnerà l’intera storia della filosofia, fino ai nostri giorni.

Questa distinzione della realtà in due piani, ontologicamente distinti, è in effetti piuttosto difficile da contrastare.

Non dimentichiamo che Cartesio è per formazione e per mentalità filosofica un matematico puro: non a caso proprio nella forma del ragionamento matematico ha individuato gli strumenti che gli hanno consentito di fondare una scienza nuova, la geometria analitica, che unisce il rigore deduttivo della dimostrazione algebrica con i vantaggi intuitivi della geometria. La matematica viene proposta da Cartesio come modello per produrre conoscenze scientifiche, che apre straordinarie possibilità in ogni direzione del sapere, ma anche per costruire l’argomentazione filosofica: essa si costituisce su un metodo rigoroso e deduttivo di conoscenza, muove da premesse certe ed evidenti e arriva a risolvere i problemi più difficili attraverso una catena più o meno lunga di dimostrazioni. Ma ogni singolo anello è verificabile e dotato del carattere deduttivo ed incontrovertibile di tutti gli altri: per questo la catena intera gode delle proprietà di ogni singolo anello ma è nello stesso tempo molto più che la somma delle sue parti. Per Cartesio il metodo deduttivo presenta inoltre il vantaggio che un solo architetto possa costruire un progetto unitario del sapere a partire da pochi principi generali. L’immagine che Cartesio propone è quella piramidale: nei Principi della filosofia scrive che “la filosofia è come un albero, di cui le radici sono la metafisica, il tronco è la fisica, e i rami che escono da questo tronco sono tutte le altre scienze, che si riducono a tre principali, cioè la medicina, la meccanica e la morale“. La filosofia può quindi elevarsi come un albero che affonda le sue radici nel terreno della metafisica e si articolerà nelle grandi divisioni scientifiche avviate al tempo: fisica (da intendersi in senso generale, comprensivo dell’astronomia), medicina, meccanica (lo studio delle macchine), morale (scienza che avrebbe dovuto definire la sfera dei comportamenti e delle azioni umane e che verrà sviluppata soltanto per quanto riguarda l’analisi delle passioni).

Detto questo, la fisica cartesiana pone al centro i concetti di materia, identificata con l’estensione (res extensa), e di movimento. Un simile orientamento a suo modo “materialistico” consentirà la definizione di una biologia meccanicistica, che spiega il movimento e la sensibilità degli esseri animati tramite l’azione degli “spiriti animali”, particelle materiali sottilissime in rapido movimento: le funzioni vitali e quelle connesse alla sensibilità non richiedono l’intervento di un’anima, propria soltanto degli uomini, esseri razionali.

Anche nella ricerca incompiuta sulle passioni dell’anima, che conclude il suo progetto unitario affrontando la definizione di una scienza morale, Cartesio ripropone il problema delle relazioni tra anima e corpo.

A differenza degli altri animali, nell’uomo l’anima razionale reagisce tramite la volontà alle passioni convogliate degli “spiriti animali”, ma soltanto in modo indiretto, in quanto non può interagire con il meccanismo materiale delle passioni. La saggezza consiste – secondo un ideale che risale allo stoicismo antico – proprio nel saper controllare le passioni, tramite l’abitudine a contrastarne gli effetti negativi: l’uso della ragione è determinante per considerare le motivazioni di comportamenti alternativi a quelli suscitati meccanicamente da una passione.

L’uomo si differenzia dal resto del creato, insomma, proprio in ragione del suo spirito, della sua mente, della sua anima inestesa (e dunque immateriale). Siamo così al problema dell’interpretazione dualistica della realtà: da un lato la sostanza pensante, consapevole e libera, che costituisce l’io; dall’altro la sostanza corporea, divisibile in parti e quindi estesa, inconsapevole e meccanicamente determinata, che costituisce le cose. Scrive Cartesio:

“La sostanza cui inerisce immediatamente il pensiero è chiamata Spirito. La sostanza che è il soggetto immediato dell’estensione e degli accidenti che presuppongono l’estensione, come pure della figura, della posizione, del movimento locale si chiama corpo. Noi concepiamo chiaramente lo Spirito, cioè una sostanza pensante, senza il corpo, cioè una sostanza estesa, e d’altra parte concepiamo con uguale chiarezza il Corpo senza lo Spirito. Lo Spirito, quindi, può essere senza il Corpo e il Corpo senza lo Spirito. Ora, le sostanze che possono essere l’una senza l’altra sono realmente distinte, dunque lo Spirito e il Corpo sono realmente distinti.”

Il cogito come capacità di autocoscienza appartiene solo agli uomini dotati di un corpo che funziona come una macchina; gli animali invece, privi di coscienza, sono semplici macchine. L’autocoscienza, insomma, secondo Cartesio determina la differenza ontologica tra l’essenziale che c’è nell’uomo e gli uomini e uomini-corpi o macchine animali. E’ il pensiero (lo spirito, l’anima) l’essenza indubitabile dell’essere umano. Tutto il resto, passa per il benestare della potenza Divina. “Penso, dunque sono” (cogito ergo sum). Ma che cosa sono? Un essere umano in carne e ossa, o qualcos’altro? A ben vedere, osserva Cartesio, non posso essere sicuro della mia corporeità, suggeritami dai sensi e quindi soggetta al dubbio. Fuori di dubbio è soltanto il mio pensare, e quindi Cartesio scrive chiaramente: “da ciò conobbi di esser una sostanza, la cui essenza tutta, o natura, non sta che nel pensare e che, per essere, non necessita di luogo alcuno né dipende da alcuna cosa materiale. In tal modo questo io, cioè l’anima, per cui sono ciò che sono, è assolutamente distinta dal corpo”. Io sono, essenzialmente una cosa o una sostanza pensante (res cogitans), non corporea. L’uomo, in altre parole, esisto indipendentemente dal corpo, qualora esso ci sia, e la sua esistenza non ha bisogno di alcuno spazio, essendo immateriale. Questa è la prima verità indubitabile, certa come un primo principio in matematica, da cui possiamo ricavare altre verità. Sta di fatto comunque che è l’autocoscienza la dimensione essenziale della natura umana: l’unica che disponga, sempre e comunque, di un fondamento indubitabile ed assolutamente evidente. 

Come ha scritto Karl Löwith (Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, Donzelli Editore, pag. 27), parlando di provenienza sovrannaturale della sostanza immateriale dell’anima razionale e l’immortalità che ne deriva,

” […] Accanto alla conoscenza di Dio, la giusta comprensione dell’anima rientra tra gli argomenti più importanti poiché, se l’uomo fosse animato solo nello stesso modo in cui lo è un animale, allora anche noi avremmo da sperare e da temere dopo la morte tanto poco quanto sperano e temono le formiche e le mosche.

[scrive Cartesio] Quando si sappia quanto grande differenza vi sia, si capiscono molto meglio le ragioni a prova del fatto che la nostra anima è di una natura completamente indipendente dal corpo, e che quindi non è soggetta a morire con lui; poi, dato che non si scorgono altre cause che la distruggano, si è naturalmente portati a giudicarla immortale.

 

La differenza rispetto all’antropo-teologia di Agostino, che confessa di anelare a conoscere unicamente due cose, Dio e se stesso, e nient’altro, risiede nel fatto che Cartesio da fisico, fondandosi sulla certezza dell’esistenza di Dio e di se stesso, tra loro affini, ricostruisce scientificamente e sulla base di idee matematiche la realtà incerta del mondo sensibile, con lo scopo di fare dell’uomo il signore della terra, secondo quanto all’uomo era stato promesso dal Dio dell’Antico Testamento. Ma «maître et possessuer du monde» l’uomo può diventarlo solo perché, nella sua essenza, egli non è né un corpo che appartiene esclusivamente al mondo né è un meccanismo fisico, ma è piuttosto coagitatio, volontà e spirito, un Io che pensa e vuole. La differenza sostanziale tra spirito e corpo consiste nel fatto che ogni ente corporeo è per sua natura divisibile, mentre lo spirito, o l’anima, non lo è. Se prendo in considerazione me stesso esclusivamente in quanto sostanza pensante, mi riconosco come un tutto indivisibile, unitario e semplice”.

E fa giustamente notare, il Löwith, come lo stesso argomento appaia più avanti per esempio in Kant nella fondazione della tesi che la sostanza dell’anima o dell’Io, in quanto intelligenza, è incorporea, immateriale, semplice e indivisibile.

“La massima: Io sono, è stata assunta da Cartesio come la prima massima empirica che è evidente […]. Questo lo può essere preso in due sensi: Io come uomo e Io come intelligenza. Io come uomo sono un oggetto del senso interno ed esterno; lo come intelligenza sono un oggetto soltanto del senso interno; io non dico: io sono un corpo, bensì: ciò che mi sta addosso, è un corpo. Questa intelligenza, che è collegata al corpo e costituisce l’uomo, si chiama anima ma considerata da sola, senza il corpo, si chiama intelligenza. […]. Io in quanto anima sono determinato dal corpo e sto in commercio con questo. Io in quanto intelligenza non sto in alcun luogo; il luogo infatti è una relazione dell’esperienza esterna; ma in quanto intelligenza io non sono un oggetto esterno, che possa essere determinato nell’esperienza della relazione. Il mio posto nel mondo viene dunque determinato mediante il posto del mio corpo nel mondo”. (I. Kant, Lezioni di metafisica, citato in K. Löwith, Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, Donzelli Editore, pag. 30).

 

Poi sulla questione della critica di Kant alla concezione del Dio garante della conoscenza, oltre che dell’essere umano e del mondo intero (propria di Cartesio e di Leibniz, ma anche del grandissimo Berkeley) torneremo magari più avanti (si tratta infatti di un discorso più logico e teologico che antropologico).

Per ora ci basti ricordare che anche Kant, sulla scorta di Cartesio, affermerà che:

 

“Già la semplice coscienza mi fa capire la differenza tra anima e corpo; infatti, il lato esteriore che vedo in me è chiaramente distinto dal principio pensante che è in me; e questo principio pensante è di nuovo distinto da tutto ciò che può essere soltanto oggetto del senso esterno. — Un uomo, a cui è stato lacerato il corpo, può vedere le sue viscere e tutte le sue parti interne; questa parte interna, dunque, è semplicemente una sostanza corporale, e del tutto distinta dalla sostanza pensante. Un uomo può perdere molte sue parti, eppure continua ad essere, e può dire: Io sono. Il piede gli appartiene. Ma se viene amputato, allora egli lo guarda come guarda ogni altra cosa che non può più usare, come un vecchio stivale, che egli deve gettare via. Egli stesso però rimane sempre immutato, e il suo Io pensante non perde nulla. Ognuno, dunque, capisce facilmente, anche grazie al più ordinario degli intelletti: l’uomo ha un’anima, che è distinta dal corpo“.

 

A Cartesio insomma si deve l’aver individuato nell’uomo (in ogni uomo) una caratteristica di fondamentale importanza che lo eleva al di sopra di tutto il creato, vale a dire la sua autocoscienza, la capacità di ragionamento, che gli permette addirittura di elaborare la prova stessa dell’esistenza (sua e di Dio).

 

Nel quadro della metafisica della sostanza, quindi, secondo Cartesio l’uomo è dotato di una sostanza speciale rispetto al mondo materiale (esteso): la sua capacità di autocoscienza lo differenzia dagli animali e lo porta a compiere azioni secondo la sua volontà, che gli dà la possibilità di provare emozioni autentiche, e di scegliere come impostare la sua vita. L’uomo è una macchina, ma anche gli animali lo sono, dice Cartesio. La differenza sta nel fatto che i primi sono “esseri pensanti” e pienamente viventi (auto-coscienti e razionali); gli altri, invece, no, perché mossi esclusivamente dall’istinto bestiale: solo gli uomini, potendo ragionare, comunicano in modo cosciente, a differenza degli animali che producono suoni perché spinti dalla loro natura.

Il potere dell’anima sta nella sua volontà libera, che distingue l’uomo da tutto il resto del creato:

“La volontà tuttavia è, per sua natura, talmente libera che non può mai essere forzata; dei due tipi di pensieri che ho distinto nell’anima, di cui gli uni sono le sue azioni, cioè le sue volizioni, e gli altri le sue passioni, prendendo questa parola nella sua accezione più generale, che comprende ogni sorta di percezioni, le prime sono assolutamente in suo potere e non possono essere cambiate che indirettamente dal corpo, così come, al contrario, le ultime dipendono assolutamente dalle azioni che le producono e non possono essere cambiate che indirettamente dall’anima, salvo quando essa stessa ne è la causa”. (Cartesio, Le passioni dell’anima, Art. XLI)

[… segue]

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 


 

 

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