A chi conviene negare l’esistenza di una “natura umana”? [n. 3]

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Nelle prime due riflessioni (qui la prima puntata e qui la seconda) eravamo partiti constatando come oggigiorno sia sorprendentemente diffusa l’idea che in fondo l’uomo non abbia una specifica natura umana e che sia perciò del tutto assimilabile al mondo animale (e quindi viceversa). Per meglio comprendere questa deformazione culturale – che non esito a definire una vera e propria deriva psicotica, di fatto inoculata e gestita attraverso la complicità dei media, con una regia che prevede l’utilizzo di straordinarie tecniche di ingegneria sociale – avevamo dato avvio ad una brevissima rassegna storico-filosofica, centrata appunto sul concetto di natura umana. Questa brevissima esposizione – come avevo precisato – ha lo scopo di mostrare come ci siano – nella storia del pensiero occidentale  – non pochi tratti in comune e come tutti questi elementi, discussi dai Filosofi secondo prospettive diverse, siano poi fondati sull’evidenza più incontrovertibile: l’uomo non è assimilabile a nessun altro animale vivente.

La nostra analisi (qui i precedenti) prosegue dunque con il “maestro di color che sanno” (Dante, Inferno, canto IV): Aristotele.


Aristotele

Nonostante le differenze – talora piuttosto nette – rispetto alla filosofia di Platone, anche Aristotele parla di un’origine divina dell’anima, riaffermando una teleologia che sull’anima si fonda: “bisogna farsi immortali e fare di tutto per vivere in funzione della parte più elevata di quelle che sono in noi; se anch’essa per estensione è piccola, per potenza e per valore eccelle di molto sulle altre”, scrive lo Stagirita nell’Etica nicomachea.

Con uno sguardo tenta di abbracciare in modo sintetico l’immenso lavoro del Filosofo, possiamo dire che Etica nicomachea e Politica sono i due luoghi in cui Aristotele insiste maggiormente sul concetto di natura umana, fondato sulla natura particolare – unica – dell’anima dell’uomo: l’anima infatti è enteléchia (ἐντελέχεια, da εντελές entelés – ciò che è perfetto poiché ha conseguito il suo télos, τέλος, il fine, scopo della sua stessa esistenza) del corpo poiché trasforma in atto la potenza di vita che ha un corpo. L’anima quindi non è autonoma dal corpo, come nella dottrina platonica: come non è possibile separare nella statua il marmo dalla forma-figura rappresentata, così non si può distinguere, o almeno lo si può solo concettualmente, l’anima dal corpo. Ora, siccome per Aristotele l’érgon (opera, intesa tanto come attività e lavoro che come prodotto) proprio dell’uomo, non è il vivere, non è il sentire, ma il ragionare, la discussione aristotelica sull’anima mette in evidenza questa facoltà in modo del tutto speciale: abbiamo anche noi una vita nutritiva che è tipica dei vegetali, una sensibile tipica degli animali, ma soprattutto una razionale, nostra esclusiva assoluta. L’essere umano si trova così ad avere un’anima tripartita, ma è però solo nel lògos, nella ragione, che troviamo il suo elemento specifico, la sua essenza.

L’altro aspetto, celeberrimo, dell’antropologia aristotelica, si condensa nel celebre passo (siamo questa volta nella Politica) in cui Aristotele definisce l’uomo per natura politikòn zoòn, animale politico. “Per natura”: cioè “per essenza” ed in modo distintivo rispetto a tutti gli altri esseri viventi. Il legame con la corporeità – come in Platone – permane abbastanza negativo: solo gli animali e gli dèi sono autonomi, bastanti a se stessi, mentre invece gli uomini sono carenti dal punto di vista corporeo, potremmo dire biologico, e sono quindi bisognosi di sostenersi a vicenda con la ragione, la tecnica, e così via.


Stoicismo

Gli stoici pongono all’origine di tutto un Lògos, un fuoco universale che tutto illumina, rendendo tutto vivente: inclusa l’anima umana. Anche nell’ottica stoica, segnata da un determinismo assoluto, l’uomo ed in particolare l’anima umana mantengono una loro specificità rispetto al resto del mondo. L’uomo ha, come ogni altro elemento del cosmo, un destino, un compito che dovrà svolgere. A differenza della visione epicurea (per Epicuro non si può escludere a priori l’idea di casualità o di libero arbitrio), gli stoici obiettavano che la casualità è il modo con cui noi diamo un’etichetta a ciò che non conosciamo e non siamo in grado di prevedere, il che accade ogni qual volta quando ignoriamo le cause necessarie che producono determinati fenomeni, indipendenti dalla volontà umana. In tal senso il loro concetto di “provvidenza“, ereditato e riproposto in forma nuova dal Cristianesimo, in qualche modo riabilita anche il male in quanto lo finalizza, contro la sua volontà, a una strategia di bene più complessa e globale. In questo senso, la natura umana non può essere pensata in modo contraddittorio rispetto alle regole che danno vita al cosmo: l’uomo è moralmente sano quando vive secondo natura e secondo ragione. La condotta umana è così espressione della natura dell’uomo ed è alla ricerca della felicità, che però va ricercata nella dimensione dell’interiorità – tratto distintivo e specifico dell’umano rispetto al resto del mondo animale – in una serenità interiore che si concretizza nella soddisfazione d’aver compiuto il proprio dovere). Questa teleologia che fissa come obiettivo ultimo dell’esistenza la rettitudine prevede che il fine specifico dell’uomo non necessariamente possa essere realizzabile in maniera piena. Emerge quindi la consapevolezza della differenza reale tra l’aspirazione al Bene e la sua conquista. La razionalità e la consapevolezza di sé, insieme alla conoscenza del dovere, sembrano dunque essere le caratteristiche principali dell’antropologia stoica. L’espressione animale razionale (zòon logihikòn) compare nel pensiero stoico corredata dall’ulteriore connotazione mortale (thnetòn), che distingue l’uomo da Dio. Questa differenziazione, come vedremo, sarà incessantemente ripresa nei secoli, da prospettive anche molto diverse. Nei frammenti raccolti dal Von Arnim il pensiero di Crisippo, uno dei maestri dello Stoicismo, sottolinea la ratio come fattore distintivo dell’uomo rispetto agli animali bruti. Inoltre essa è senz’altro comune a tutti gli uomini, per questo gli stoici hanno considerato per primi l’uguaglianza. La ratio è tratto specificante della specie umana, che consente all’uomo di interpretare attivamente le leggi della natura.


Epicuro

Anche per Epicuro l’uomo è un essere tutto particolare, che va liberato, guarito. Gli animali, al contrario, sono perfetti nella loro costituzione sempre identica e priva di libertà, oltre che di ragione. La sua è una filosofia che si propone, appunto, come farmaco, come liberazione. E anche Epicuro non si sottrae all’idea di una teleologia speciale per l’essere umano: è proprio volendo scoprire il fine cui l’uomo tende che Epicuro individua nel conseguimento del piacere il fine cui tutti gli uomini tendono. Piacere inteso non come godimento sensuale, ma come moto regolato (εὐστάϑεια), equilibrio dell’essere con sé medesimo, che eviti al soggetto di confondere i beni con i mali (come già Socrate insegnava) e risparmi perciò il fallimento (che per Epicuro è il dolore). L’uomo ha un compito, insomma: acquisire la saggezza. E che fa il saggio? Prima di tutto cerca e mantiene l’equilibrio, adottando – a differenza degli animali – conoscenze e tecniche specifiche, fondate sulla ragione: per esempio contentandosi di poco e vivendo appartato (λάϑε βιώσας: “vivi nascosto“, era il motto di Epicuro, che verrà poi ripreso da Cartesio). La filosofia stessa ha così un fine terapeutico. E’ la ragione umana che può guarire l’uomo, grazie ad un “quadrifarmaco” che riesce ad annientare la sintomatologia dei quattro principali timori che rendono infelice la vita dell’uomo: il timore degli dei, della morte, del dolore (che è intenso e allora passeggero, o cronico e allora sopportabile serenamente), dell’impossibilità di raggiungere il piacere. Questa guarigione, questa liberazione però non può venire che da un sano criterio (“canone“) di verità (e “canonica” è detta la dottrina del “canone della verità“), il quale sta nell’evidenza posseduta dalle sensazioni, fondamento di tutta la conoscenza (i concetti essendo riassunto mnemonico del percepito e anticipazione – “prolessi” – del percepibile). Interessante notare, direi non da Epicuro ma soprattutto con Epicuro, la connessione tra psicologia ed etica. Dal discorso di Epicuro sembra emergere l’idea consapevole che non vi possa essere alcuna concezione etica che non presupponga una visione antropologica e una rappresentazione psichica dell’uomo e delle forze che ne governano la condotta. Certamente, in questo quadro, Epicuro è e resta principalmente un atomista, e dunque – per ricorrere a una categoria dei nostri tempi – un riduzionista. Rispetto a Socrate, Platone, Aristotele, il percorso è inverso: se questi indicano un’idea del Bene che, attraverso differenti definizioni, è frutto di una scoperta e non di una costruzione umana, ed in questa misura si rivela capace di garantire felicità, cioè benessere e realizzazione dell’essenza più pura di ciò che si è, Epicuro procede in modo opposto, alla rovescia: posto che l’uomo agisce sempre sotto l’influenza di una ricerca di soddisfazione (piacere) o fuga dal dolore, il raggiungimento pieno e stabile di una condizione beata è anche l’orizzonte etico più elevato, cioè l’unico possibile bene. Nella concezione epicurea, dunque, la base della vita psichica è data dal manifestarsi di sensazioni piacevoli o spiacevoli e per strada si costruisce un’etica. In sostanza, l’etica dovrebbe dipendere da ciò che l’uomo è, da com’è fatto: se la ragione riesce a comprendere quando sarà il caso di rinunziare a un piacere, onde evitare un maggiore dolore, o ad accettare un dolore, per procurarsi un più grande piacere, potrò farlo. Ma non in quanto vincolata ad un’idea di Bene superiore, quanto solo per il mantenimento del proprio piacere e quindi del proprio equilibrio soggettivo.

Scetticismo

Lo scetticismo greco è vario e complesso, presentando diversi periodi imperniati rispettivamente sulle figure di Pirrone di Elide e del suo allievo Timone, quindi di Arcesilao nell’Accademia platonica di Atene ed infine di Enesidemo e soprattutto di Sesto Empirico, medico e filosofo, al quale dobbiamo la più ampia e sistematica. L’atteggiamento prevalente in questa corrente di pensiero è piuttosto combattivo ed antidogmatico, ma ciò nonostante fa sempre implicitamente riferimento ad una natura umana ben definita, anche se per via negativa

In generale e riassumendo per sommi capi, lo scetticismo promuove una rinuncia alla verità in nome della felicità umana. Lo Scetticismo (ricordiamo che in greco il termine skêpsis significa «ricerca»), più che una scuola filosofica vera e propria, è infatti un atteggiamento, uno stile di vita, un modo di porsi di fronte alla realtà e ai problemi sul piano della conoscenza e sul piano della morale. Un atteggiamento che ha origine nella sofistica, si afferma in epoca alessandrina, per attraversare tutto il mondo antico e per giungere fino all’età moderna e ai nostri giorni. Tale atteggiamento può essere riassunto nella convinzione che tutto l’insegnamento della filosofia vada finalizzato a risolvere il problema della felicità dell’uomo. L’uomo, dunque, rimane sempre al centro della discussione. Più che dare il proprio assenso a una verità piuttosto che a un’altra, il saggio deve trovare una maniera di vivere che sia priva di turbamento: il primato dell’etica, come si vede, è presente anche nello Scetticismo. Pirrone ritiene impossibile qualsiasi forma di conoscenza dal momento che non ha alcuna fiducia né nei sensi né nella ragione e chi pretende di possederla in realtà propone dogmi ai quali si chiede di credere, non verità sostenibili con argomentazioni razionali. Le sensazioni non sono né vere, né false, perciò l’unico atteggiamento che il saggio deve avere è quello dell’indifferenza. Vale la pena ricordare che in questo l’uomo è capace di una scelta che sarebbe impossibile per il resto del mondo animale. L’atteggiamento che Pirrone propone come premessa all’imperturbabilità è dunque l’afasìa, il non dire, il tacere (che si accompagna necessariamente alla ricerca della solitudine: strano che però gli Scettici abbiano parlato, scritto, e pure parecchio…). All’afasìa segue l’atarassìa, come stato di perfetto equilibrio e di serenità: la dimensione teleologica, come si vede, è fondamentale perfino per gli Scettici. Questo è lo spirito dello Scetticismo: il rifiuto dell’assenso a qualsiasi forma di affermazione o di negazione della verità. Il dubbio, atteggiamento metodologico presente in molte filosofie precedenti (da Socrate agli stessi stoici), non è però per gli Scettici provvisorio, ma definitivo: visto che non si può dire nulla di certo sulle cose, occorre evitare di prendere posizione per l’una o l’altra delle tesi alternative, giacché nessuna può essere meglio fondata delle altre. L’epoché, cioè la «sospensione» del giudizio, consiste nel non affermare, né negare, nel non accettare, né rifiutare. La cosa interessante è che dal punto di vista etico questa sorta di paralisi conoscitiva viene superata facendo riferimento proprio ad uno dei tratti distintivi della natura umana: la ragione. Per gli Scettici, infatti, è sempre possibile individuare un criterio per la condotta di vita: la ragionevolezza (eúlogon) secondo Arcesilao, la persuasività (pithanón) per Carneade, e così via. Come non esistono criteri di verità, così non esistono, secondo Pirrone, norme morali universalmente valide, senza che questo comporti l’impossibilità di compiere delle scelte nella vita quotidiana. È sufficiente adeguarsi nei comportamenti alle tradizioni e ai costumi vigenti: «Pirrone diceva che niente è bello né brutto, niente è giusto né ingiusto e similmente applicava a tutte le cose il principio che nulla esiste in verità e sosteneva che tutto ciò che gli uomini fanno accade per convenzione e per abitudine e che ogni cosa non è più questo che quello». Solo di passaggio, notiamo comunque che la contraddizione di questa caduta nel Relativismo è evidente: si negano le norme universali, esibendone una che dovrebbe avere carattere assoluto (e più in generale si nega l’esistenza di una verità assoluta, pretendendo di dire ciò che è assolutamente vero).

 

 

 

[… segue]





 

Alessandro Benigni

 

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