L’immersione nel falso, è vera? (2)

 

Nella precedente puntata abbiamo accennato alle ragioni per cui la Storia non è – e non può essere – una disciplina che ha per oggettola verità“.

Sostanzialmente, per il medesimo argomento, nessun media (né stampa, né radio, né televisione, né tantomeno Internet) può avere come oggetto di comunicazione “la verità“. Con l’aggravante, in questo caso, della presa diretta tra registrazione del fatto (quando va bene) e utente finale: solo raramente, infatti, le “notizie” vengono raccolte, interpretate, collocate, valutate e criticate da esperti professionisti dello stesso rango degli storici d’alta accademia.

Il più delle volte si tratta di giovanissimi giornalisti – sottopagati – che s’improvvisano reporter e producono quel materiale audio visivo che viene poi tagliato, ricucito e pettinato a dovere, all’interno dei vari palinsesti. Telegiornali compresi.

Non voglio annoiarvi con il solito elenco dei falsi storici più noti o delle manipolazioni delle notizie che vengono fatte passare sui network televisivi o sulla rete, dov’è davvero difficile – paradossalmente – documentarsi in modo certo e capire in poco tempo quando siamo di fronte ad una “bufala” e quando invece la notizia anti-bufala è essa stessa una bufala.

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Vale la pena guardare un attimo questo video: dura poco e riassume perfettamente quello che sto per dirvi:

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Da quanto si vede, siamo nell’era in cui la computer grafica consente davvero tutto, o quasi.

Qual è allora, il punto?

Dare tutto per falso? dare tutto per vero? Passare le giornate a capire se la singola notizia ha fondamento sufficiente per essere catalogata come “plausibile”?

Lo scenario che si apre, a questo punto, è particolarmente complesso.

Tra l’altro, come osserva la filosofa Franca D’Agostini, “La semplice menzogna è ormai piuttosto rara. Infatti, la crescita della comunicazione di massa e della pubblicità, hanno articolato la menzogna in varie forme falsificatorie meno percepibili quali: vaghezza, omissione, distorsione, negazione“.

 

Che fare, quindi?

Semplificando: Non c’è scampo. Bisogna ragionare in prima persona. Usare il cervello. Ma ragionare, come?

Per fortuna, la nostra mente è costruita per lavorare in economia: un surplus d’informazioni la danneggia, finisce col blocco a mo’ di collo di bottiglia. Questo significa che da una parte occorre semplificare, individuare strategie per costruirsi una visione del mondo unitaria, sensata, e possibilmente compatta, mentre dall’altra possiamo appoggiarci – in modo auto-critico e consapevole – ai meccanismi che la mente già di per sé possiede: sto parlando – l’averete intuito – proprio del nemico numero uno: il pregiudizio, ma anche lo stereotipo, l’intuizione,  l’immaginazione (ovvero la capacità di creare immagini mentali), e così via.

E’ il nostro modo di procedere, nessuno ne è immune. L’unica differenza sta nel sapere come funziona la mente o nell’ignorarlo  e supporre che sia sufficiente una letteratura contro gli stereotipi per diventarne immuni.

Il che non significa, ovviamente, assumere sistematicamente giudizi preconfezionati, avvalersi di conoscenze non verificate, accontentarsi di spiegazioni semplicistiche, lasciarsi persuadere da impressioni superficiali. Al contrario, servirsi del modo in cui la nostra mente funziona per costruirci una visione del mondo che sia agile e malleabile, ma al tempo stesso realistica (ammetta cioè la costrizione operativa dovuta alla sovrabbondanza di informazioni e contatti), e ci porti infine ad una coerente organizzazione delle nostre idee sulla realtà.

Lo strumento principale della coerenza è lo studio della logica.

Abbiamo strumenti già pronti, buoni per essere praticati all’istante: basta un po’ d’esercizio.

Un esempio? L’elenco delle fallacie logichequi ne trovate uno particolarmente curato. Era parte integrante di un ottimo corso di filosofia per i Licei, a cura G. Boniolo, P. Vidali (“Argomentare. Corso di Filosofia”, in voll. 5, Paravia – Bruno Mondadori, Milano 2002-2003), che purtroppo non è più in commercio.

Parallelamente alla conoscenza delle principali strategie che vengono utilizzate per far sembrare accettabile un discorso che non lo è, occorre poi praticare metodicamente il dubbio cartesiano sulle fonti. Tutte.

 

Chi dice cosa?

E con quali possibili scopi manifesti / nascosti?

 

Direi che è poi buona cosa partire dall’idea che l’informazione è sempre orientata, ha sempre un fine specifico, al di là dell’esibizione della notizia stessa.

Occorre inoltre cominciare a leggere con attenzione la stampa indipendente. Molto spesso “la verità” (che come abbiamo visto qui dev’essere intesa come “l’ipotesi più plausibile“) sta nel mezzo, ma non di rado sta dalla parte meno ascoltata.

La stampa indipendente, appunto.

 

 

 

Alessandro Benigni

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