Introduzione al pensiero di Kierkegaard (cap. 1: Caratteristiche generali dell’opera kierkegaardiana, Il singolo e la critica della modernità, La critica alla cristianità stabilita, La critica alla filosofia hegeliana, La disonestà della filosofia moderna, Comunicare il cristianesimo, Vita, Il filosofo dei paradossi: dalla religione alla filosofia)

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Introduzione

Non è raro, accostandosi ai grandi protagonisti della storia del pensiero, imbattersi in filosofi che si distinguono per la loro originalità disarmante.

Tra questi emerge senza dubbio il danese Søren Kierkegaard*.

(* Søren Kierkegaard si pronuncia Sören Kìrkëgħoor, la vocale speciale danese ø equivale a una “o” stretta e si pronuncia come una “ö” tedesca).

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Caratteristiche generali dell’opera kierkegaardiana

L’opera di Søren Kierkegaard esula dagli schemi tradizionali del pensatore filosofico e questa peculiarità rende più complesso il tentativo di sintetizzarne la riflessione.

Gli elementi caratterizzanti

Possiamo tuttavia stabilire alcuni “punti fermi” che vengono comunemente considerati come gli elementi caratterizzanti del suo pensiero.

1) Quello di Kierkegaard è essenzialmente un pensiero religioso. Ha dunque come oggetto principale di riflessione l’ambito della religione e dei problemi connessi a questo tema.

2) Kierkegaard pone alla base del suo pensiero filosofico la categoria del “singolo” e prende particolarmente di mira il sistema hegeliano. Si tende a pensare che la filosofia si occupi solo di verità universali, mentre, secondo il Filosofo danese, l’organo della verità è il singolo. Sergio Givone a questo proposito aveva osservato: “La verità declinata al singolare: ecco il grande paradosso della filosofia kierkegaardiana. La verità che “vale per me” e che tuttavia non è soltanto qualcosa di soggettivo, perché altrimenti non sarebbe più la verità: questo è l’insegnamento di Kierkegaard. Quella di Kierkegaard è, quindi, anzitutto una filosofia del paradosso”. (…) “Il paradosso consiste nel fatto che la verità per me – dunque quella verità che evidentemente è diversa dalla verità per te e dalla verità per l’altro – continua a essere qualcosa a cui io conferisco una validità universale. Non nel senso che posso dimostrare oggettivamente che è quella la verità, ma nel senso che la posso rendere oggetto di comunicazione”.

3) Il singolo nella sua unicità ed irripetibilità non può essere assorbito o cancellato da nessun sistema, non può venire omologato ed inglobato da nessun concetto. Come si vedrà in seguito, dal 1843 in poi (anno della pubblicazione dei due volumi di Enten-Eller) emerge l’idea che l’esistenza finita del singolo esistente non è caratterizzata dall’et-et, cioè dal superamento hegeliano, bensì dalla scelta, cioè dall’aut-aut (o … o).

4) La verità cristiana non è per Kierkegaard una verità “da dimostrare” ma piuttosto una verità “da testimoniare”. Non si tratta di “giustificare” ma di “credere”. E la fede è sempre un salto, sia per chi è contemporaneo di Cristo, sia per chi non lo è. L’esistenza è per il Filosofo danese il regno della libertà: l’uomo è ciò che sceglie di essere, è quello che diventa. Questo vuol dire che il modo di essere dell’esistenza non è la necessità, bensì la possibilità.

5) Se l’uomo trova il coraggio di mettersi in rapporto con Dio lo fa in virtù della categoria del singolo. Ma il modo di essere del singolo è l’esistenza: l’uomo è ciò che sceglie di essere: l’esistenza non è caratterizzata dalla necessità bensì dalla possibilità. “La possibilità – scrive Kierkegaard ne Il concetto d’angoscia – è la più pesante delle categorie”: e chi fu educato mediante la possibilità ne ha compreso anche il suo lato terribile e sa “ch’egli della vita non può pretendere assolutamente nulla e che il lato terribile, la perdizione, l’annientamento abita con ogni uomo a porta a porta”.

6) Kierkegaard non ha edificato un sistema filosofico: la filosofia, sostiene polemicamente il Filosofo danese riferendosi ad Hegel, sembra interessata solo ai concetti: essa non si preoccupa di “quell’esistente” concreto che possiamo essere io o tu, nella nostra irripetibile singolarità. La filosofia si occupa dell’uomo “in generale”, del concetto universale di uomo. Ma la mia o la tua esistenza, per Kierkegaard, non è affatto un concetto. Ecco perché la Filosofia e il Cristianesimo non si lasciano mai conciliare del tutto. Come già si è detto, per il Filosofo danese la verità cristiana non è una verità da dimostrare, essa è piuttosto una verità da testimoniare: quel che Kierkegaard contesta nel corso di tutta la sua produzione filosofica è quindi la “considerazione speculativa del Cristianesimo”, vale a dire il tentativo di giustificarlo con la filosofia. Nell’ambito del religioso, infatti, non si tratta di giustificare, ma di credere. E per credere non è necessario essere contemporanei di Gesù. La conclusione paradossale di Kierkegaard è che vedere un uomo non è mai sufficiente a farci credere che quell’uomo sia Dio in persona. È la fede che ci fa intravedere in un fatto storico qualcosa di eterno: e rispetto all’Eterno, scrive il Filosofo, “ogni epoca sta egualmente vicina”. La fede è sempre un salto, sia per chi è contemporaneo di Cristo sia per chi non lo è.

 


Il singolo e la critica della modernità

La categoria del singolo. Prima di addentrarci nell’analisi della vastissima e complessa opera filosofica del pensatore Danese, riflettiamo ancora un attimo sulla categoria del singolo: è questo, infatti, il centro profondo a cui tutti i molteplici fili dei suoi scritti riconducono. Non a caso nei suoi Diari Kierkegaard scrive che tutta la sua possibile importanza storica è legata al singolo e, se potesse scegliere un epitaffio per la sua tomba, non potrebbe essere che “quel singolo“.

Il tempo, la storia, l’umanità intera, devono passare sotto questa categoria. Nel mondo animale il genere riveste più importanza della singolarità, perché si può capire il comportamento di un individuo animale solo facendo riferimento al genere cui appartiene. Per l’uomo è il contrario: “il singolo è più alto del genere“; il numero, la folla non valgono nulla di fronte al singolo. A differenza del genere, che può essere facilmente ricondotto al concetto, il singolo “esiste” e non si può dare di esso né concettosistema.

Come personalità e soggettività irriducibile, il singolo è condizione della verità; la verità non è tale se non è verità per me.

La categoria del singolo esprime dunque il senso più profondo del Cristianesimo: è la categoria della solitudine, della consapevolezza di essere assolutamente soli al cospetto di Dio. Il singolo, oltre a essere la realtà teoreticamente ed esistenzialmente fondamentale, ciò che intimamente ci costituisce, è anche un compito, una meta per ciascuno. Anche se l’unico singolo in senso stretto è Cristo, l’uomo-Dio, ciascuno deve diventare un singolo e deve assumere su di sé questo difficile dovere. Nel mondo moderno si assiste però al fenomeno contrario: nessuno ha il coraggio di dire “io”, ognuno preferisce nascondersi dietro un’istanza astratta che dovrebbe sgravarlo di questa responsabilità. Così il pensatore si nasconde dietro il sistema, il rappresentante istituzionale di Cristo dietro la dottrina cristiana, e ognuno dietro la massa, il pubblico. Il singolo è così il punto di partenza per una critica della modernità dipanata dal Filosofo su più fronti.

Veniamo così ad un altro punto centrale della riflessione kierkegaardiana: la “cristianità” stabilita come corruzione del cristianesimo.


La critica alla cristianità stabilita

Un processo simile di disfacimento del singolo, e con esso del cristianesimo, si ha quando il Cristianesimo diventa cristianità, ossia religione stabilita. Tutti si professano cristiani senza che nessuno senta il bisogno di esserlo realmente, ossia individualmente, in prima persona. Il cristianesimo viene ridotto così a dottrina filosofica e l’importante è solo che venga insegnata, non praticata concretamente. Il cristianesimo viene insomma comunicato direttamente, come se fosse solo un sapere. Si è così giunti per Kierkegaard ad una posizione paradossale, tale per cui nella cristianità il Cristianesimo è stato di fatto abolito, anzi, la cristianità produce una “demoralizzazione” superiore a tutte le altre religioni.

Per Kierkegaard è un abominio che si parli di “Chiesa di Stato”. In questo modo, come avviene nella comunicazione di massa, al singolo, cui è rivolto il messaggio di Cristo, si sostituisce il numero. Si gioca tutti insieme a fare i cristiani sotto la falsa guida delle lezioni dei docenti di teologia e delle prediche dei pastori. Di contro, l’unico modo per cominciare a prendere sul serio il Cristianesimo è annullare la distanza storica da Cristo, e sentirsi contemporanei a lui.

 


La critica alla filosofia hegeliana

Oggetto della polemica costante di Kierkegaard è così la filosofia hegeliana, che ai suoi occhi è l’espressione più compiuta della filosofia moderna, nella quale il singolo è messo da parte in favore del sistema. L’idealismo trasforma la storia in dominio della necessità, perché gli avvenimenti, nella comprensione retrospettiva del sistema filosofico, finiscono per dipanarsi necessariamente. Ma per Kierkegaard ciò è assurdo. Infatti il passato prima di realizzarsi era una delle molteplici possibilità. Poi, tra quelle molteplici possibilità, una è diventata realtà, tuttavia questo non comporta logicamente che la realtà sia necessaria: si sarebbe infatti sempre potuto verificare qualcos’altro, perché no? Trasformare la realtà storica in necessità significa d’altra parte annullare i concetti di divenire e di movimento, poiché nella necessità tutto è ed è deducibile necessariamente; nella realtà, invece, tutto diviene e diviene attraverso un salto imprevedibile. La necessità è giustificata solo nell’ambito della logica, ma voler estendere le leggi della logica alla realtà storica è un errore. Il divenire, e in esso il salto della fede, appartengono, per il Filosofo danese, al regno non della logica ma bensì a quello della libertà. A sua volta la libertà non va meramente intesa come scelta tra questa o quest’altra possibilità, insomma come libero arbitrio, ma come possibilità di scegliere se stessi, la propria esistenza. Il pensatore speculativo crede di poter fare un sistema dell’esistenza. Ma, perché ciò sia possibile, l’esistenza deve essere conclusa, totalizzata e abbracciata dall’esterno in un unico sguardo, dunque il soggetto non deve esistere più. Invece il pensatore esiste, come tutti, è interno all’esistenza e perciò non può contemplarla disinteressatamente come se fosse per lui un oggetto compiuto. Egli crede di essere eterno e non si accorge della comicità della sua situazione. Nell’ansia di totalizzazione l’hegelismo alimenta l’illusione di poter dominare nel suo sistema tutti i presupposti, ma non si accorge che questa pretesa è impossibile e che il suo immane lavoro per eliminare la patologia del presupposto non fa che alimentare questa malattia. Il pensatore, scrive Kierkegaard, “innalza una costruzione immensa, un sistema, un sistema che abbraccia l’intera esistenza e l’intera storia mondiale; ma se si osserva la sua vita personale, si scopre con stupore qualcosa di orrendo e ridicolo: che egli stesso non abita di persona in questo immenso palazzo che si inarca alto nel cielo, ma in un fienile lì accanto, o nel canile”.


La disonestà della filosofia moderna

Agli occhi del Filosofo danese, la filosofia moderna è profondamente disonesta: non nel senso che inganna consapevolmente, il che significherebbe ancora essere in grado di distinguere tra bene e male, bensì nel senso che si auto-inganna. Si assiste in generale a una corsa all’accrescimento della cultura; quel che conta è non restare indietro e adeguarsi alle esigenze del tempo che si rincorrono a ritmo sempre più incalzante. Scompaiono i concetti, la lingua diventa confusa: è l’età dell’oro della chiacchiera. Per Kierkegaard quel che manca all’età moderna è – paradossalmente – l’ingenuità o la primitività, sostituite dalla falsa impressione di sicurezza, basata sulla fiducia nel progresso, e dall’illusione di sapere tutto. Quell’impressione primitiva dell’esistenza per cui ciascuno si pone la domanda sul suo essere uomo, quell’ingenuità per cui ciò che è ovvio, perché tramandato, viene oggi messo in questione, come se si aprisse per la prima volta gli occhi al mondo. Il primitivo, il semplice, dice Kierkegaard, non è come un presupposto da togliere ma come uno sfondo alle nostre spalle che deve essere ricreato.


Comunicare il cristianesimo

In questa desolante situazione c’è bisogno urgente, per Kierkegaard, di un risveglio cristiano. Così, egli pone a se stesso come compito un’opera titanica e quasi irrealizzabile: reintrodurre il Cristianesimo nella cristianità. Ma come svolgere questo compito? La via che a tutta prima sembra più semplice è la comunicazione diretta: comunicare direttamente la verità. La comunicazione diretta è “comunicazione di sapere”, vale a dire presuppone un comunicante che sia in possesso di un determinato sapere che, come oggetto della comunicazione, viene comunicato a un ricevente. L’importante in questa comunicazione è l’oggetto – in questo caso la dottrina cristiana. Il comunicante, il ricevente, e la riflessione sulla comunicazione stessa passano in second’ordine. Tuttavia proprio questa è la situazione della cristianità e in genere dell’età moderna, dove tutti sono impegnati nel comunicare di più, nell’arricchire a dismisura l’apparato di studi su un argomento. Bisogna allora seguire un’altra strategia. Come Socrate, che fingeva di non sapere nulla per costringere il suo interlocutore a dare ragione delle proprie opinioni e per farlo giungere da sé a una nuova consapevolezza, così Kierkegaard si propone di essere un nuovo Socrate. Un “Socrate cristiano” che sia primitivo nel senso già detto e sia capace di ingannare per portare alla verità. Egli non comincerà col professarsi cristiano mediante la comunicazione diretta, dirà invece: io non sono cristiano, tu lo sei, dunque dimmi cos’è la realtà cristiana. Questa è per Kierkegaard la comunicazione indiretta. In essa l’importante non è il sapere, come nella comunicazione diretta, ma realizzare nell’esistenza ciò che si dice. Qui comunicare vuol dire esistere, esistere come singolo, “reduplicare” nell’esistenza la comunicazione. Dunque la riflessione si sposta dall’oggetto della comunicazione al come della comunicazione, alla comunicazione in quanto tale. Si deve riflettere sul modo di comunicare che possa meglio favorire l’azione. Questo tipo di comunicazione Kierkegaard lo chiama “comunicazione di potere”, comunicazione indiretta, comunicazione d’esistenza. Nella comunicazione indiretta risiede la ragione profonda della pseudonimia. Grazie a essa è sempre un singolo a esprimersi, ossia una persona che dice “io” e reduplica nella sua vita ciò che dice. Un esteta (il personaggio nella prima parte di Aut-Aut) parla di estetica, un uomo etico (il magistrato Wilhelm nella seconda parte di Aut-Aut) di etica, un pensatore (Climacus nelle Briciole filosofiche e nella Postilla) di filosofia, un cristiano eminente (Anti-Climacus nella Malattia per la morte e nell’Esercizio del cristianesimo) di cristianesimo. Inoltre spesso nella comunicazione indiretta degli pseudonimi non è dato sapere se quanto si afferma è, per esempio, scherzoso o serio, oppure un attacco o una difesa del cristianesimo; né l’enigma può essere sciolto ricorrendo alla persona dello pseudonimo, perché costui è una persona inesistente, un nessuno. Così sarà il lettore a dover scegliere in base al proprio animo. L’opera diventa uno specchio che riverbera l’immagine di chi legge e mette il lettore a confronto con se stesso.

Chi attua fino in fondo ed essenzialmente la comunicazione indiretta è Cristo, in quanto è “segno di contraddizione” o “paradosso assoluto“. Egli contiene infatti in sé una contraddizione, anzi la contraddizione suprema, quella di essere un uomo, un modesto e insignificante essere umano, e contemporaneamente di essere Dio. Cristo è Dio interno al tempo, calato nel tempo. Egli è un inconoscibile, perché nella sua essenza è Dio, mentre all’apparenza riveste i panni di un uomo mortale. Un qualsiasi uomo che si presenta in incognito, si pensi per esempio a una spia, può sempre sciogliere l’incognito e rivelarsi in modo diretto. Cristo non lo può in alcun modo: egli diventa assolutamente prigioniero dell’incognito sotto il quale si presenta. Non c’è alcun modo diretto di sciogliere questa contraddizione, perché, per quanto egli affermi di essere Dio, resta sempre un uomo con il suo destino mortale. Egli è dunque un “paradosso assoluto”, un enigma incomprensibile, che si fa specchio per chi ascolta il suo insegnamento, così che ciascuno di fronte a Cristo vede se stesso ed è costretto a rivelare se stesso. Ciascuno è posto di fronte all’alternativa: credere in lui o scandalizzarsi. Non ci sono ragioni oggettive che possono indurre a scegliere l’uomo-Dio. Di fronte alla ragione è e resterà uno scandalo, proprio quello scandalo che la “cristianità stabilita” vorrebbe abolire.

Kierkegaard comprende che se si professasse un singolo o credesse di poter condurre fino in fondo la comunicazione indiretta diventerebbe un fissato. Per questo la comunicazione indiretta degli scritti pseudonimi è controbilanciata da un lato dalla comunicazione diretta dei discorsi edificanti, in cui Kierkegaard parla a nome proprio, e dall’altro dalla teorizzazione sulla comunicazione, che svela almeno in parte la sua strategia comunicativa. Kierkegaard non può che ritenersi un aspirante, un precursore del singolo, e comprende di poter introdurre solo “poeticamente” il singolo.

Egli si definisce poeta del cristianesimo, pur affermando che tra il poeta e il cristiano c’è un’opposizione assoluta e irrisolta. Per Kierkegaard, infatti, il “poeta” è colui che non vive nell’ideale di cui scrive, estetizza la realtà, rende il cristianesimo un racconto toccante o un pezzo di bravura retorica. Ma nel caso della cristianità, o del semplice scrittore, si resta all’inganno senza tematizzarlo, mentre Kierkegaard è consapevole della negatività dovuta al non essere cristiano, sa cos’è essere cristiano pur ammettendo di non riuscirci. Kierkegaard comprende di doversi muovere su un filo sottile, in bilico tra due abissi, l’omologazione della cristianità e il fanatismo.

Non potendo essere fino in fondo un singolo, né potendo reintrodurre il Cristianesimo nella cristianità come un profeta, Kierkegaard, più sommessamente, afferma che tutto il suo sforzo come scrittore è quello di costringere il lettore distratto a prestare attenzione alla realtà cristiana. Pur non volendo avere alcuna autorità, i suoi scritti vogliono essere un arresto, una pietra d’inciampo per il mondo moderno. Un compito negativo, ma non per questo meno essenziale, anzi forse ciò di cui più c’è bisogno.


Vita

Da un punto di vista esteriore, la vita di Kierkegaard non offre particolari elementi di riflessione. Nessun eccezionale collegamento o intreccio con eventi notevoli della vita pubblica, nemmeno limitatamente al ristretto ambito accademico. Nulla si trova nella sua vita che corrisponda alla eccezionalità della sua opera filosofica che è geniale, imponente ed immensa.

Il Filosofo nacque a Copenaghen il 5 maggio 1813, “figlio della vecchiaia” di un agiato commerciante di 56 anni, che dalla domestica di casa, sposata in seconde nozze, aveva avuto sette figli, quasi tutti destinati a morire in giovane età. Søren, l’ultimo nato, venne educato dall’anziano padre Michael ad una severa religiosità, che avrebbe segnato profondamente l’animo del giovane.

Forse per assecondare la volontà paterna, Søren si iscrisse alla facoltà di teologia all’università di Copenaghen, dove fra i giovani teologi dominava l’ispirazione hegeliana. Tuttavia, egli seguì con scarso entusiasmo gli studi, attratto piuttosto dalla poesia, dalla filosofia e dagli ambienti mondani della città, che frequentò con l’atteggiamento dissipato del giovane dandy, amante dell’eleganza e dei raffinati piaceri della vita.

Solo dopo la morte del padre sentì il bisogno di riprendere gli studi, che concluse con la discussione, nel 1840, di una tesi Sul concetto di ironia con particolare riferimento a Socrate, che sarebbe stata pubblicata l’anno successivo e segnerà l’inizio della sua imponente produzione filosofico-religiosa.

Nonostante con la laurea venisse abilitato all’esercizio, non intraprese la carriera di pastore. Nel 1841-1842 fu a Berlino e ascoltò le lezioni di Schelling. Dapprima entusiasta, Kierkegaard ne rimase presto deluso. Tornato a Copenaghen vi si stabilì permanentemente e visse di rendita con il capitale lasciatogli dal padre, completamente impegnato nella composizione dei suoi libri.

Volendo riassumere un quadro interiore parecchio complicato, come emerge dalla lettura dei Papirer, i ricchissimi Diari personali che il filosofo teneva con scrupolo, possiamo individuare le principali vicende della sua vita privata nel rapporto con il padre e nel fidanzamento con Regina Olsen (in particolare con la sua drammatica rottura).

Di notevole interesse è anche il tema del rapporto tra Kierkegaard e la cultura danese a lui circostante, esemplificato da alcuni elementi principali, quali soprattutto l’attacco del giornale umoristico, “Il Corsaro”, di cui si dispiacque e si irritò come di una persecuzione, e la durissima polemica, che occupò gli ultimi anni della sua vita, 1) contro l’ambiente teologico di Copenaghen, specialmente contro il teologo hegeliano Martensen, e 2) contro l’opportunismo religioso , impersonato nel vescovo Mynster, capo della chiesa danese, che raggiunse l’espressione più acuta nei violenti articoli da Kierkegaard pubblicati sulla propria rivista “Il Momento” nel 1855 (con i quali si staccò definitivamente dalla Chiesa ufficiale).

Il senso di colpa e il rimorso, che alimentavano la religiosità del padre, trovarono la spiegazione nella drammatica scoperta che il figlio fece di un misterioso peccato paterno, di cui egli parla nel suo Diario come di un “gran terremoto” che sconvolse per sempre il suo animo, al punto da costringerlo a mutare il suo atteggiamento di fronte al mondo. Egli accenna soltanto vagamente alla causa di questo rivolgimento: «Qualche colpa doveva gravare sulla famiglia intera, un castigo di Dio vi pendeva sopra: essa doveva scomparire, rasa al suolo dalla divina onnipotenza, cancellata come un tentativo fallito». A questo proposito non si riesce ad andare al di là di interpretazioni soltanto sensate, tutte ugualmente probabili. Di fatto, per quanto i biografi si siano affaticati inutilmente a determinare il senso e il significato di questo “gran terremoto”, è chiaro che essa rimane, dinanzi agli occhi di Kierkegaard, come una minaccia vaga e terribile insieme. Quel che importa qui è sottolineare il dato più certo ed evidente: il sentimento di sgomento e di morte vissuto dall’autore, un tormento che viene però anche interpretato da lui come segno di “eccezionalità”, di un destino a una vita spirituale superiore.

Kierkegaard parla poi, sempre nel Diario – e ne parlò anche sul letto di morte – di una “scheggia nelle carni” – che è destinato a portare. Anche qui, di fronte alla mancanza di ogni dato preciso, sta il carattere grave e paralizzante della pena. Forse, fu appunto questa “spina nella carne” a impedirgli di condurre in porto il suo fidanzamento con Regina. Ci fermiamo qui: non ci sono ricostruzioni più precise che possano mostrare dati certi o argomenti inoppugnabili in merito.

È comunque una diversa “chiamata” a sbarrargli la strada del matrimonio: la consapevolezza dell’impossibilità di poter conciliare vocazione religiosa e vita nel mondo. Come Dio ha chiesto ad Abramo di sacrificargli il figlio, così ora a lui chiede di rinunciare a Regina e a una vita di felicità, e di “dargli la precedenza”. Già da queste scelte personali si delinea il cuore pulsante dell’interesse filosofico e religioso del giovane filosofo, quello che egli chiamerà “rapporto assoluto con l’Assoluto”.

Tuttavia, egli non intraprese neppure la carriera di pastore né nessun’altra; e di fronte alla sua stessa attività di scrittore dichiarò di porsi in un “rapporto poetico”, cioè in una relazione di distacco e di lontananza: distanza accentuata dal fatto che egli pubblicò i suoi libri sotto pseudonimi diversi, per impedire ogni riferimento del loro contenuto alla sua persona. Si tratta della “comunicazione indiretta”, ovvero della forma comunicativa più adatta per trattare certe tematiche, come meglio vedremo più avanti.

Quando cadde svenuto per strada, colto da un malore, e ricoverato al Frederickhospital, tornava dalla banca dove aveva ritirato l’ultimo resto del suo deposito, che sarebbe stato lo “stretto necessario” per la degenza all’ospedale e per la sepoltura, com’egli stesso confessò all’amico Boesen sul letto di morte.

L’ultima malattia fu degno epilogo della vita, nel possesso di una pace dell’anima che invano cercò per tutta la vita: la fortezza del suo spirito ricorda un modello greco riportato in clima cristiano. Morì il giorno 11 novembre 1855, di Domenica. O, piuttosto, si lasciò morire, perché a detta dei medici (e di lui stesso), sarebbe bastato che avesse voluto e la vita l’avrebbe ancora sorretto. I funerali, avvenuti la domenica seguente, furono un trionfo tanto inatteso quanto spontaneo.


Caratteristiche generali esteriori dell’opera filosofico-religiosa di Kierkegaard

Prima di addentrarci nell’analisi delle opere, premono ancora alcune considerazioni preliminari.

Da un punto di vista esteriore l’opera monumentale di Kierkegaard riflette il complesso contenuto teorico interno e pertanto non si lascia ridurre a nessuno schema precostituito, in modo tale che non risulta possibile apporre alcuna “etichetta” tradizionale. Di certo possiamo dire che il Filosofo danese non è stato un filosofo “accademico”: nessuna carriera universitaria e nessun interesse per l’edificazione di un sistema filosofico. Anzi, come si vedrà meglio più avanti, Kierkegaard si pone in aperta contrapposizione alla pretesa della filosofia hegeliana di raccogliere e comprendere tutta la realtà entro un sistema definito.

A grandi linee, come s’è detto, quella del Filosofo danese vuole essere prima di tutto una difesa del senso autentico del Cristianesimo, difesa edificata però su solide basi filosofiche, nonché teologiche, che delimita come proprio terreno di battaglia la difesa della categoria del singolo.

È questo infatti il centro profondo a cui tutti i molteplici fili della sua imponente produzione filosofica riconducono: la categoria del singolo. Il singolo, oltre ad essere la realtà teoreticamente ed esistenzialmente indispensabile e fondamentale, è – come abbiamo accennato – anche un compito per ciascuno di noi: ognuno – è questa una delle tesi portanti della filosofia kierkegaardiana – per essere autenticamente deve necessariamente diventare un singolo.

Nel mondo moderno, tuttavia, si assiste sempre più al fenomeno contrario: nessuno ha il coraggio di dire “io” e ciascuno preferisce nascondersi dietro al un gruppo, un “gregge” sociale che dovrebbe sgravarlo da questa responsabilità. Così Kierkegaard si assume in pieno il compito di uscire dalle “mode filosofiche” del suo tempo e dalle rassicuranti concezioni religiose vastamente condivise dalla società (il cosiddetto “pensiero oggettivo“) per diventare un “cavaliere della fede“, come ebbe a scrivere nei suoi Diari, un “poeta del cristianesimo”.

Io sono e sono stato uno scrittore religioso, tutta la mia attività e letteraria si rapporta al Cristianesimo, al problema del divenire cristiani“, scrive Kierkegaard nell’agosto del 1851 (Sulla mia attività di scrittore religioso).

Su questo punto dovremmo riflettere ancora un momento: Kierkegaard è il filosofo dei paradossi.


Il filosofo dei paradossi: dalla religione alla filosofia

La Danimarca è un paese notoriamente cristiano e la società in cui vive ed opera Kierkegaard è completamente cristianizzata. Solo esteriormente, però, tanto che Kierkegaard si assume come proprio compito la soluzione del seguente problema: “come diventare cristiani, essendolo già?”. È in questo compito, in questa battaglia solitaria, che Kierkegaard emerge come forse il più enigmatico pensatore della storia della filosofia: egli valorizza infatti la dimensione esistenziale dell’agire (per aver fede è infatti indispensabile una determinazione esistenziale), scrive pagine al vertice della letteratura universale sul significato della vita vissuta ma conduce un’esistenza appartata, quasi del tutto insignificante, allontanandosi dalla famiglia, dal mondo accademico, dal lavoro, dalla fidanzata. È consapevole della sua bravura e in fondo desidera il riconoscimento della sua opera, ma si nasconde dietro pseudonimi e attribuisce i suoi scritti ad autori inesistenti, polemizzando, come se non bastasse, con i più amati e famosi rappresentanti della cultura del suo tempo. Dichiara la necessità di una vita che sappia testimoniare la verità delle proprie scelte ma della propria verità non parla a nessuno, tenendo Diari segreti in cui peraltro continua ad essere enigmatico circa il punto nodale che riguarda l’origine dei suoi tormenti interiori. Nell’epoca dominata da Hegel e dall’hegelismo definisce la filosofia hegeliana come “la più pericolosa giustificazione” di una mentalità comune ipocrita e nei fatti profondamente nemica del Cristianesimo: per difendere il Cristianesimo non esita a scagliarsi contro il suo vescovo Mynster e a bollare la forma di religiosità più diffusa come “cristianità stabilita”. Nemico e critico dei mezzi di comunicazione di massa (nei giornali Kierkegaard vede la corruzione della vera comunicazione, arrivando perfino a definire la stampa come il principio del male nel mondo moderno), non esiterà a fondare “Il Momento“, un periodico uscito in nove fascicoli, di cui egli è unico autore, con il solo scopo di condurre sullo stesso livello comunicativo la polemica con quella che egli considera, appunto, “la cristianità stabilita”, ovvero quella cristianità che ha snaturato il senso profondo del messaggio evangelico e si è adattata in forme di culto esteriori e superficiali, cercando nella religione una forma di rassicurazione e di pace fittizia.

Contro questo Cristianesimo “travestito”, contro questa “cristianità stabilita” Kierkegaard non smetterà mai di lottare, pubblicando a profusione una mole impressionante di scritti in un periodo di tempo molto ristretto (in tutto una quindicina di anni). Ma è proprio a partire da questa polemica che Kierkegaard estende la sua attività di scrittore ben al di là dei confini della filosofia della religione, penetrando con singolare intelligenza e da una prospettiva innovativa i classici problemi della filosofia classica di ogni tempo: che cos’è la conoscenza? quali sono le sue fonti? che cos’è la verità? che cosa significa “provare” che qualcosa è vero? Esiste Dio? come possiamo conoscere che Dio esiste? possiamo dimostrarne l’esistenza? che cos’è l’etica? C’è qualcosa come la libertà e la capacità di scelta o tutte le nostre azioni sono predeterminate dalle leggi della natura? Che cos’è la religione? che significa essere religiosi? Qual è la condizione dell’uomo? È possibile costruire una filosofia sistematica che risolva in sé tutto il reale? etc. etc.

Dopo questa sintetica mappa iniziale, senza nessuna pretesa di esaustività, speriamo di aver dato al lettore almeno le coordinate essenziali per orientarsi nel quadro complesso delle opere kierkegaardiane, che ora ci apprestiamo a prendere in esame.

(…segue)

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Alessandro Benigni