La dipendenza economica, il “change blindness” e l’effetto incorniciamento. (Della monade animale, cap. V)

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Il metodo della “riduzione a monade animale” [1] viene applicato a più livelli, costantemente, in ogni parte della nostra vita sociale. Lo abbiamo visto in alcune delle sue declinazioni più evidenti (Cfr. Della monade animale, cap. I-III e cap. IV)

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Nell’orizzonte che a grandi linee abbiamo tratteggiato negli articoli precedenti, il livello economico del riduzionismo risulta uno dei più avanzati, sia per metodi che per storia pregressa.

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L’incapacità o comunque l’inefficacia di forme organizzate di protesta rispetto agli scenari economci che sono stato indotti, soprattutto nell’ultimo ventennio, mostrano con chiarezza quanto sia efficiente il sistema di controllo messo in pratica, a maglie sempre più strette, dall’Impero.

L’analisi dovrebbe aprirsi ad una dimensione geopolitica, sovra-statale, e convergere in una trattazione storica e politica di ampio respiro. Non abbiamo qui evidentemente né le risorse né gli spazi per una trattazione approfondita: ci limiteremo anche in questo caso a far emergere alcune strutture di fondo, partendo da casi specifici che ne offrono l’evidenza.

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La strategia dei “passi avanti – passi indietro, poi ancora un po’ più avanti”, funziona perfettamente, nella sistematica procedura che Overton aveva ben descritto nella sua teoria (Cfr. La “finestra di Overton”). Il suo principio guida è, anche nel caso economico, quello di procedere verso una meta prefissa sia pure in modo apparentemente contraddittorio e comunque quasi del tutto impercettibile ai cittadini, scientificamente distratti dai media e portati a considerare altri problemi (reali o fittizi che siano) e comunque indeboliti nel loro sistema immunitario, come dire: “di capacità critica”, da una scuola di massa votata al depotenziamento cognitivo e da un impoverimento impressionante del sistema logico e simbolico trasmesso dagli stessi media. A tutto questo fa da contorno la strumentalizzazione di nuove “battaglie per i diritti e per la libertà” dei cittadini, agitando qualche carota in una direzione, mentre dall’altro i malcapitati (noi) vengono deprivati del diritto più elementare: quello di vivere in una città giusta. Come direbbe Platone.

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*Perché è così importante lo scenario economico? Il suo nesso con l’etica e quindi con l’antropologia, il disegno dell’uomo, di ciò che dell’uomo pensiamo (e quindi ciò che di tutti noi consideriamo lecito, buono e giusto) è massimamente evidente. In una società economicamente indebolita, la libertà diventa una forma astratta in cui il potere dell’Impero può inserirsi ed operare come meglio crede. L’attenzione di tutti sarà comprensibilmente dirottata sul lavoro, sulla fragilità della sicurezza economica, sulla perdita del potere d’acquisto, e così via. Altrove si avvieranno manovre per destrutturare altri settori del mondo socialmente condiviso, che avranno come effetto un ulteriore abbassamento della sicurezza economica e così via, a catena. Questa crisi non è solo monetaria, ma prima ancora valoriale, di sistema: è il sistema deivalori, dei principi, dei diritti, ad essere messo in discussione. Lo stesso sistema di governo, quello che da noi dovrebbe essere de iure democratico, assomiglia de facto più alla democrazia degli antichi che a quella dei governi (si veda ad esempio il sempre attuale saggio di Moses Finley: una democrazia solo per alcuni e non necessariamente “dei migliori”, in senso aristocratico), sta prendendo sempre più i lineamenti di una dittatura della maggioranza: che poi a ben vedere “maggiornaza” non è, ma semmai popolo suddito inconsapevolmente messo in azione e abilmente etero-diretto da alcune élite di potere.

A proposito: sarà vero quello che dice il senatore pentastellato sui deputati PD, a proposito del prossimo Referendum?

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Tornando a noi: la manipolazione economica si fonda, come abbiamo visto fino ad ora, sul linguaggio. Sì, non sui numeri, ma sulle parole. Perché è con il linguaggio che pensiamo, scegliamo, ci rappresentiamo il mondo. Quello che ci deve interessare è il livello neuro-linguistico del problema.

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L’interesse della classe politica per le neuroscienze ai fini del controllo e della manipolaztrasferimento-1ione del consenso non è certo una novità. Il principio (conoscere i meccanismi del linguaggio e della rappresentazione mentale per confondere e controllare il processo decisionale dell’interlocutore, ottenendo il risultato desiderato) risale in qualche modo Platone, all’epoca dei Sofisti [2].

Tuttavia perché la dipendenza sia totalizzante occorre un intervento via via sempre più massiccio anche sul piano economico. Parafrasando Luigi Einaudi, possiamo infatti affermare che non solo la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica ma è imposssibile ci sia un’autentica libertà sociale, senza libertà economica.

In altre parole: la manipolazione della struttura economica di una società costituisce la prima e forse più potente forma di condizionamento sociale.

Ora, solo per citare un esempio significativo tra i casi cronologicamente più recenti, c’è qualcuno che ha parlato – proprio in qesto senso – di “metodo Junker”.

Scrive Alberto Bagnai (Professore associato di Politica economica, Facoltà di Economia, Università degli Studi G. D’Annunzio di Pescara): “Si tratta del metodo di governo […] che consiste nel proporre agli elettori misure formulate in modo sufficientemente incomprensibile perché questi non manifestino reazioni. Se queste invece si manifestano, le proposte vengono ritirate, e poi ripresentate dopo un po’, magari rendendole ancora meno comprensibili. In questo modo, impercettibilmente, gli elettori si trovano intrappolati in un sistema di regole che lede i loro interessi, senza accorgersi veramente di quando e come ci si sono ritrovati. Questo metodo è stato teorizzato apertamente da Juncker, l’attuale presidente della Commissione, in una celebre intervista rilasciata allo Spiegel, ed è poi stato applicato concretamente diverse volte: pensate ad esempio alla cosiddetta Costituzione europea, rifiutata dagli elettori al cui vaglio era stata sottoposta, e poi sostanzialmente riproposta sotto forma di un Trattato espressamente mal scritto (come ci ricordò lo stesso Amato); oppure pensate, in tempi più recenti, al cosiddetto bail-in (il salvataggio delle banche a spese dei risparmiatori), prima proposto e smentito, e poi approvato […]”.

E prosegue: “Quello che mi interessa analizzare con voi oggi è appunto questo secondo aspetto, e in particolare il suo risvolto percettivo. Molti accettano quanto succede forse solo perché non si accorgono che sta succedendo. […] Qualche volta si cita la metafora della rana bollita, attribuita a Chomski. La sua triste storia fornisce appunto una possibile spiegazione del perché lasciamo fare, agli altri e a noi stessi, certe cose”.

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A queste condivisibili osservazioni segue un’altrettanto interessante osservazione del professor Massimo Turatto (del Dipartimentio di Neuroscienze e Psicologia Sperimentale al CIMeC, il centro mente/cervello dell’Università di Trento).

Ma prima di proseguire guardiamo insieme uno dei tanti video che mostrano come sia facile ingannare gli spettatori (avvalendosi della conoscenza del sistema rappresentazionale dei soggetti coinvolti).

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Leggiamo insieme ora il rilievo di Turatto, “[…] in merito a come funziona il nostro cervello quando deve rilevare dei cambiamenti nell’ambiente (quindi, ovviamente hai capito dove vado a parare). So che Chomsky ha già proposto il paradosso della rana bollita, ma secondo me non è azzeccatissimo, in quanto la povera rana, quando la temperatura inizia a salire, non reagisce più perché viene in qualche modo “stordita” dall’eccessivo calore, ma non avrei dubbi in merito che si stia “accorgendo” che qualcosa sta andando male. In realtà lo stordimento non è necessario, perché il nostro cervello rimane cieco a grossi cambiamenti presenti nella scena (visiva per semplicità), se l’attenzione non viene portata nel posto giusto al momento giusto. C’è tutta una letteratura scientifica, cui ho modestamente contribuito, su questo fenomeno, che è stato chiamato Change Blindness. Ci sono molti modi per rendere invisibile qualcosa che è sotto i nostri occhi, ma la cosa interessante, e pertinente all’esempio della rana bollita, è il fatto che se il cambiamento è molto molto lento, il cervello non sa come rilevarlo perché l’attenzione non viene portata su tale cambiamento. Il sistema visivo, infatti, è organizzato in modo da reagire automaticamente a variazioni improvvise (transienti) nella scena, proprio orientando l’attenzione su questi cambiamenti. Questo meccanismo in natura assicura un vantaggio per la sopravvivenza dell’organismo, perché consente, per esempio, di orientarsi verso un nuovo stimolo apparso improvvisamente, potenzialmente pericoloso, e quindi di reagire. Tuttavia, la sensibilità di questo meccanismo per la rilevazione dei cambiamenti è limitata, e se il transiente […] che accompagna il cambiamento è molto debole, perché il cambiamento avviene lentamente, il cervello non lo rileva, e grosse parti della scena che stai osservando possono cambiare senza che tu te ne renda conto”.

Proprio come nel video che abbiamo visto.

Per concludere, vorrei ricordare un altro stratagemma utilizzato da chi ha il controllo sui media per ottenere la manipolazione del consenso. Si tratta dell’effetto incorniciamento, che poi guardacaso ci dice proprio come si possono influenzare le scelte degli individui in base al modo in cui le alternative sono presentate loro, o incorniciate (da qui “di incorniciamento”, traduzione del termine inglese framing). L’espressione framing effect, introdotta in psicologia per studiare problemi di distorsione cognitiva, è stata applicata alla teoria delle decisioni economiche in condizioni di incertezza dagli psicologi D. Kahneman e A. Tversky (Cfr. Choices, values, and frames, in «American Psychologist» 1984, 39, 4). Attraverso alcuni esperimenti, Kahneman e Tversky hanno mostrato che il processo decisionale individuale è facilmente influenzabile ed è possibile indurre un cambiamento decisionale di fronte allo stesso problema di scelta, se esso viene presentato in modi differenti.

Prendiamo un lampante esempio dal bel manuale di Matteo Motterlini (Ordinario di Logica e Filosofia della Scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e direttore del CRESA, il Centro di ricerca di epistemologia sperimentale e applicata), intitolato “Trappole mentali”:

15027573_10207581512119269_6595659988758298312_n“Pesa di più un chilo di piombo o un chilo di fieno? Un chilo non può che pesare un chilo. Ma chi non è mai caduto in un tranello di questo tipo? Il linguaggio usato per descrivere un problema decisionale può notevolmente influenzare le nostre preferenze. Per esempio è più probabile che ci si fermi per un pranzo da McDonald’s se viene pubblicizzato che l’hamburger contiene il 30 per cento di grassi o il 70 per cento di carne magra? Ancora, siamo meglio disposti a pagare un ticket per entrare in città se que sto ci viene presentato come una tassa per arricchire le casse del Comune oppure come il primo passo di un ampio progetto ecologista a tutela della salute pubblica? In tutti questi casi il risultato è identico, a cambiare è la cornice in cui è inserito. A rigor di logica dovremmo preoccupnrci del quadro e non del suo contorno; ma così non fa la nostra mente che spesso si lascia sfuggire gli aspetti salienti di un problema per farsi condizionare da quelli marginali”. (M. Motterlini, Trappole mentali, Rizzoli, 2008, pag. 49).

In quest’ottica andrebbero analizzate tutte le strategie definitorie con cui siamo indotti a ragionare: gli immigrati come “risorse”, le pensioni come “furto generazionale” o i beni immobili come “freno per la mobilità imprenditoriale”, (ebbene sì, con queste parole si espressamente Mario Monti la mattina del 28 luglio 2015, nel corso della trasmissione Agorà in onda su RaiTre: «Quando c’è la casa di proprietà, c’è meno mobilità nel Paese, il mercato del lavoro è meno mobile […] e se noi vogliamo continuare ad avere una scarsa mobilità e giovani che vivono a lungo con i genitori e le caratteristiche che fanno dell’Italia un Paese poco competitivo, allora andiamo avanti a dare un trattamento privilegiato sulla casa».

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Per non parlare del piano antropologico, dove sono ormai entrati nel linguaggio comune i “due padri” o le “due mamme” di cui qualche bambino viene magicamente dotato (mentre l’effetto incorniciamento ci fa tralasciare che non solo due padri o due madri sono impossibili, perché ciascuno di noi ha una madre ed un padre, ma quel che è peggio viene fatto passare in secondo piano la violenza più grave: la conseguente deprivazione di uno dei due genitori a cui quel bambino viene sottoposto), oppure le cosiddette “famiglie omogenitoriali”, e giù giù fino alle sessualità “spirit” o “non binarie” e via ancora di questo passo, fino alla reificazione di un orizzonte immaginario, costellato di termini senza alcun corrispettivo esistente nella vita reale, ma che hanno una valenza simbolica penetrante nella vita di ciascuno fino al punto di condurre le persone a credere che da una parte gli enti realmente esistenti siano solo concetti, mentre dall’altra i concetti di enti inesistenti diventano reali. Quella che da un po’ di tempo a questa parte chiamo “psicosi sociale ad alto tasso di contagio”.

E’ ancora una volta un filosofo economista, il più famoso di tutti i tempi, a spiegarci il meccanismo: Karl Marx. Sembra paradossale, ma proprio a lui dobbiamo una delle più fulminanti e ben riuscite denunce dell’ideologia e del suo abuso logico, concettuale ed infine inevitabilmente, etico. Si tratta di un breve passo tratto da “La sacra famiglia” (del 1844). Il passo è quello, piuttosto famoso, della “dialettica del frutto”:

“Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale «frutto», se vado oltre e immagino che il «frutto» – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che «il frutto» è la «sostanza» della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito. […] (L’hegeliano) vede nella mela la stessa cosa che nella pera, e nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè «il frutto». Le particolari frutta reali non valgono più che come frutta parventi, la cui vera essenza è «la sostanza». […] Questo avviene, risponde il filosofo speculativo, perché «il frutto» non è un’essenza morta, indistinta, immobile, ma un’essenza vivente, auto-distinguentesi, in moto […] Le diverse frutta profane sono estrinsecazioni vitali diverse dell’«unico frutto», sono cristallizzazioni che «il frutto» stesso forma. Il filosofo… ha compiuto un miracolo, ha prodotto dall’essere intellettuale irreale «il frutto», gli esseri naturali reali, la mela, la pera, ecc.; cioè, dal suo proprio intelletto astratto – che egli si rappresenta come un soggetto assoluto esistente fuori di sé – […] ha creato queste frutta… […]”.

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burattini[5].jpgAbbiamo appena letto una delle più azzeccate descrizioni di quello che avviene nell’epoca del Relativismo (e del correlato Nichilismo che immancabilmente ne consegue): la fede nella fantasia supera quella affidata alla realtà. Siamo nel cuore dell’ideologia. Facciamo un esempio, per rendere il passaggio ancora più chiaro. Pensiamo alla “genitorialità”, ormai oggi completamente slegata, a quanto sembra, dall’essere genitori. Com’è facile notare, siamo di fronte – come appunto Marx denunciava, nel caso della speculazione hegeliana – dell’inversione del rapporto tra soggetto e predicato. Si considerano come dire: “realmente-reali” non gli enti “realmente-esistenti”, ma le “idee”, i “concetti”. Poi ci si trastulla con quelli, fino a creare qualsiasi mostruosità possibile e immaginabile. E’ così che la “genitorialità” può esserci “senza genitori”, proprio come per qualcuno “il frutto” può esserci senza mele, pere, mandorle, e così via. L’essenza della genitorialità oggi s’aggira per conto suo, indipendente e slegata dal piano della realtà, e acchiappa chiunque: due uomini possono essere genitori, così come tre donne, così come un uomo e una donna. E via.

Che male c’è? E’ la Tecnica che lo consente. Dunque è lecito. E pian piano, diventa perfino credibile.

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L’economia si rivela quindi un fattore di condizionamento irresistibile, nel quale si utilizzano le stesse strategie della neuro-linguistica: ma ben poco il condizionamento economico potrebbe agire, in quanto tale, isolato dal contesto valoriale, se prima non non si fosse preparato adeguatamente un popolo a sottomettersi senza fiatare a qualsiasi direzione ideologica voluta dall’Impero. Quella preparazione sta tutta nella capacità sofistica di inventare una neo-lingua e di far circolare lentamente, uno alla volta, concetti pazzeschi, che avrebbero scatenato una protesta insuperabile, se solo fossero stati presentati fin dall’inizio nella loro interezza e nelle drammatiche conseguenze che inevitabilmente portano con sé.

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Alessandro Benigni


Note

[1] Per “monade animale” intendo (Cfr. cap. I-IV de “La monade animale”, su ontologismi.wordpress.com) la prefigurazione di un nuovo modello di uomo e di cittadino, funzionale al sistema globale dei consumi, in cui la persona viene progressivamente ed impercettibilmente ridotta a “monade”, a individuo isolato e sempre più scisso (non più “in-dividuo”) nella sua interiorità, come nei rapporti e nei legami sociali. Convinto di essere poco più che un animale evoluto, e di averne più o meno lo stesso valore, incerto sulla propria dignità, sulla propria identità sessuale, sulla sfera inviolabile dei propri diritti e sulla sacralità della vita umana, sarà più facilmente ridotto ad essere totalmente manipolabile. Il sogno del mercato e la manifestazione più violenta della volontà di potenza, tipica del nichilismo imperiale, che stiamo subendo. E non da tempi recenti.

[2] In breve: la “sofistica” è una corrente filosofica sviluppatasi nell’antica Grecia a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. I Sofisti, sedicenti sapienti, erano maestri abilissimi nell’arte della persuasione e basavano la loro abilità sulla conoscenza dei meccanismi illusori generati dall’uso delle tecniche argomentative più spregiudicate.

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