Aristotele: il rapporto tra potenza e atto

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Il libro IX della Metafisica è interamente dedicato a determinare il significato dei termini “potenza” e “atto” e a studiare le relazioni che intercorrono tra essi. In particolare, Aristotele mette in luce come l’atto per varie ragioni e sotto vari aspetti, sia anteriore alla potenza e coincida con la forma acquisita al termine di un processo. In questo senso, l’atto rappresenta anche il fine al quale tende il processo stesso.

 

 

L’atto precede ogni potenza sia dal punto di vista della definizione, sia dal punto di vista della sostanza; dal punto di vista cronologico in un certo senso l’atto viene prima della potenza, in un altro no. E’ chiaro che l’atto precede la potenza dal punto di vista della definizione, perché ciò che è potenza in senso primario è potenza proprio perché può essere in atto, per esempio intendo dire che è un costruttore in potenza chi può costruire, e che ci vede chi ha la possibilità di vedere, e che è visibile ciò che può essere visto; e lo stesso discorso vale anche per gli altri casi, sicché è necessario che la definizione dell’atto preceda la definizione della potenza, e che la conoscenza dell’atto preceda la conoscenza della potenza [1].

Ciò che è in atto deve precedere cronologicamente ciò che è in potenza, nel senso che prima della cosa in potenza c’è una cosa in atto identica alla cosa in potenza, per specie, ma non per numero[2]. Intendo dire questo, che se un uomo, il frumento, uno che vede sono già in atto, queste cose debbono essere precedute nel tempo dalla materia, dal seme, da ciò che può essere visto che sono così in potenza, ma non ancora in atto, uomo, frumento e vedente. Ma prima di esse nel tempo ci sono altre cose in atto, dalle quali le prime sono derivate, perché sempre ciò che è in atto deriva da ciò che è in potenza per l’intervento di qualcosa che è già in atto, per esempio l’uomo deriva dall’uomo, il musico dal musico, perché c’è sempre qualcosa di primo che muove, e ciò che muove è già in atto[3]. Parlando della sostanza[4] si è detto che tutto ciò che diviene qualche cosa, a partire da qualche cosa e per opera di qualcosa, e che questo è identico per specie a ciò che diviene. Perciò sembra anche impossibile che ci sia un costruttore che non abbia costruito nulla, o un suonatore che non abbia mai suonato, perché chi impara a suonare impara a suonare appunto suonando, e qualcosa di simile avviene anche negli altri casi[5] […]. Ma allora anche a questo modo è chiaro che l’atto è anteriore alla potenza anche secondo il divenire e secondo il tempo.

Ma l’atto precede la potenza anche dal punto di vista della sostanza, in primo luogo perché le cose che vengono ultime nella generazione sono le prime nella forma e nella sostanza, per esempio l’uomo viene prima del fanciullo e l’essere umano viene prima del seme, dal momento che l’uomo e l’essere umano hanno già la forma, mentre il fanciullo e il seme non ce l’hanno[6]. In secondo luogo perché tutto ciò che diviene procede verso un principio e verso un fine, e lo scopo è principio, e il divenire ha per scopo un fine; l’atto è fine, e proprio per l’atto si ha la potenza. Infatti gli animali non vedono per avere la vista, ma hanno la vista per vedere, e analogamente si esercita l’arte costruttiva per costruire, e l’attività teorica per contemplare […]. Poiché per alcune cose tutto culmina nell’uso (come nel caso della vista e in questo caso non nasce nient’altro di diverso, oltre la vista stessa, a opera della vista), in altri casi nasce qualcosa di distinto dall’attività (come nel caso dell’arte costruttiva, nella quale nasce la casa che è distinta dalla costruzione), tuttavia, ciò nondimeno, in un caso l’atto è fine, nell’altro l’atto è fine più della potenza, perché la costruzione sta in ciò che è costruito, e si sviluppano contemporaneamente all’atto del costruire e la casa. Quando ciò che diviene è qualcosa di distinto che sta al di là dell’uso, l’atto risiede in ciò che viene prodotto, per esempio l’atto del costruire risiede in ciò che è costruito, l’atto del tessere in ciò che è tessuto, e qualcosa di simile avviene negli altri casi, e in generale il movimento è in ciò che si muove[7]. Quando non c’è un’opera oltre l’atto, l’atto risiede nelle cose che agiscono, per esempio la visione risiede in chi vede, la contemplazione in chi contempla, la vita nell’anima, e perciò vi risiede anche la felicità, dal momento che questa è una qualità della vita. Perciò è evidente che la sostanza e la forma sono atto. Per questa ragione è evidente che l’atto precede la potenza dal punto di vista della sostanza, e, come abbiamo detto, c’è sempre un atto che cronologicamente precede un altro atto, fino a che si giunge all’atto di quello che in senso primario muove sempre.

Ma l’atto precede la potenza in un senso ancora più pieno. Le cose eterne precedono sempre per la sostanza le cose corruttibili, i non c’è nessuna cosa eterna che sia in potenza. La ragione è questa: ogni potenza è contemporaneamente potenza di due cose contraddittorie, perché, mentre ciò che non può esistere non potrebbe mai essere presente in nessun soggetto, tutto ciò che è possibile può non essere in atto. Ciò che può essere, dunque, può essere e non essere, e perciò la stessa cosa può essere e non essere. Ciò che è possibile che non sia può non essere, e ciò che può non essere è corruttibile, o in assoluto o nel senso che lo è proprio questo di cui si dice che può non essere, cioè secondo il luogo, o secondo la quantità, o secondo la qualità: quando si dice in assoluto si intende dire secondo la sostanza[8]. Perciò nessuna delle cose che sono incorruttibili in senso assoluto è in potenza in senso assoluto, sebbene nulla impedisca che sia in potenza in senso relativo, per esempio secondo la qualità o secondo il luogo. Dunque tutte le cose incorruttibili sono in atto.

 

 

[ da G. Cambiano, M. Mori, Le stelle di Talete, Laterza, Bari, 1911, vol. I]

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Note

 

[1] Aristotele ha argomentato l’anteriorità della definizione di atto rispetto a quella della potenza. Per definire ciò che è in potenza, per esempio ciò che ha potenza di vedere o di costruire, è necessario definire preliminarmente che cos’è vedere e che cos’è costruire. Ciò significa che la conoscenza di ciò che è in atto deve precedere la conoscenza di ciò che è in potenza. Successivamente Aristotele dimostra che questa anteriorità è anche cronologica.

[2] Il seme, in quanto uomo in potenza, è identico all’uomo in atto, compiuto, ma questa identità non è numerica: seme e uomo sono due entità distinte. Si tratta piuttosto di una identità di specie, nel senso che dal seme umano, sotto determinate condizioni, si genera l’uomo.

[3] In un certo senso si può dire che ciò che è in atto è preceduto da ciò che è in potenza: l’uomo proviene dal seme. Ma il seme proviene, a sua volta, dall’uomo, ossia da ciò che è già in atto. Questo è la causa motrice del processo: in questo senso ciò da cui deriva l’uomo è propriamente un altro uomo e, quindi, l’atto è anteriore rispetto alla potenza.

[4] Di ciò Aristotele ha parlato nei capitoli 7 e 8 del libro VII della Metafisica.

[5] Un individuo può essere detto costruttore anche quando non sta costruendo di fatto, ma ha la potenza di costruire. Tuttavia sembra impossibile, secondo Aristotele, affermare che tale individuo ha la potenza di costruire se non ha mai costruito nulla. Non si nasce con la facoltà innata di costruire: è una capacità che si acquisisce e ciò può avvenire solo costruendo di fatto. E’ dunque dal costruire in atto che si acquisisce la potenza di costruire. Anche per questo aspetto, dunque, il costruire in atto antecede la potenza.

[6] Un terzo tipo di anteriorità dell’atto rispetto alla potenza è dimostrato da Aristotele dal punto di vista della sostanza. Ciò avviene attraverso due considerazioni. La prima riguarda la forma: l’uomo adulto possiede la forma compiuta “uomo”, mentre il seme e il bambino non ce l’hanno ancora e, quindi, non sono la sostanza “uomo” in senso compiuto. A ciò si collega la seconda considerazione, svolta da Aristotele nel passaggio successivo, la quale riguarda invece il fine. Ogni processo è orientato verso un fine, il quale è l’atto, il compimento di esso (per esempio, la possibilità di vedere ha come fine il vedere stesso).

[7] Aristotele ha distinto due tipi di attività: quelle culminanti nell’uso e che non danno luogo alla generazione di alcun oggetto distinto da esse (per esempio, la vista, la quale si realizza nel vedere, ossia nell’uso della vista stessa) e quelle produttive di oggetti distinti da esse (per esempio, la costruzione della casa). Mentre nel primo tipo di attività l’atto coincide con l’esercizio in atto (per esempio, l’atto della vista corrisponde al vedere, nel secondo tipo l’atto coincide con il prodotto dell’attività stessa (nel caso specifico con la casa). In entrambe le situazioni, tuttavia, l’atto è il fine delle attività.

[8] Aristotele intende mostrare l’anteriorità rispetto alla potenza anche in base a un’altra considerazione, partendo dalla distinzione tra sostanze eterne incorruttibili e sostanze corruttibili. Queste ultime sono appunto caratterizzate dalla possibilità di essere e di non essere. Tale possibilità può riguardare il luogo (muoversi o no da un luogo a un altro) o la quantità (crescere o non crescere) o la qualità (diventare o no musico); ma può riguardare anche la sostanza (ossia, in senso assoluto, essere o non essere): si tratta di quattro tipi di mutamenti, distinti da Aristotele. Ciò che dal punto di vista sostanziale ha anche la possibilità di non essere è appunto corruttibile; al contrario, le cose incorruttibili in senso assoluto non saranno potenza in senso assoluto (ossia non possono essere o non essere): dunque, esse sono in atto (tali sono il sole, gli astri e il complesso del cielo, il cui movimento non può mai arrendersi ed è, pertanto, eterno).

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