Logica dell’alterità

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Senza differenze non c’è vera libertà. Questa evidenza è talmente incontrovertibile da rendere assurda una richiesta di dimostrazione: la vita stessa, in tutte le sue forme è (anche) celebrazione gioiosa della differenza ontologica reale, determinante per chiunque voglia “essere”. Riconoscere ed apprezzare, valorizzare, direi proteggere le differenze significa accettare, riconoscere, e saper gustare la realtà che è fin dall’inizio differenziata. Da qui nasce la meraviglia di cui anche Aristotele parlava, la meraviglia dell’uomo-spettatore che si trova qui, in questo kosmos, in questo tutto-molteplice e perfettamente ordinato. In questa struttura che è originariamente binaria, anche l’essere umano nasce per una originaria differenziazione, da un’alterità irriducibile, da un incontro tra due esseri diversi. Fisicamente, psicologicamente, caratterialmente, storicamente, ecc.: diversi.

La ricerca dell’identico ed il rifiuto per l’altro da sé nasconde una sofferenza per la propria mancata individuazione, un’insofferenza per la struttura originaria dell’esistenza (l’ex-sistere è sempre, originariamente, relazione con l’altro da sé), ma anche la paura per l’avventura della vita, il timore di una relazione vera, dell’incontro con ciò che è alieno, con quella diversità che ci completa ma che richiede uscita-da-sé, apertura, rischio del mettersi in mani che potrebbero fare male.

Il volto altro, che qui ed ora ci permette di essere realmente ciò che siamo, è sempre un volto individuato, che rimanda alla nostra mancanza originaria e quindi al vero Volto della verità.

Alessandro Benigni, Note minime, 2015.