Perché il ddl Zan non va modificato o adattato

Se libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alle persone ciò che non vogliono sentirsi dire.

George Orwell

Quaestiones de iuris subtilitatibus? Beh, sì. Se vogliamo, anche. Ma quello di cui si parla è sostanzialmente altra cosa: si parla di ragione. E’ chiaro a tutti (o almeno dovrebbe esserlo) che il #ddlZan non può essere discusso, né modificato, né adattato.

Va rifiutato, e basta.

Chi lo ha letto, sa che il principio che muove l’arco tentacolare delle disposizioni è solo uno: decidere – per legge – che la realtà è quello che decidiamo noi, ovvero, che il dato oggettivo di realtà non esiste più. Se per legge chiunque è autorizzato ad essere identificato “per come si stente”, la verità delle cose viene semplicemente sciolta nel vortice delle illusioni soggettive e tutti sono costretti – per legge – a negare il dato reale in favore del sentimento e della percezione soggettiva. Ripeto e sottolineo: per legge. Il che significa uno slittamento abissale: non è che con questa legge finalmente ognuno potrà sentirsi come vuole (questo è ovviamente già possibile), ma semmai – ed è questo il nodo dirimente – nessuno potrà dire che A = A se questo confligge con la pretesa del singolo, secondo il quale A = B.

Ora, grazie a Dio la realtà, che certo ha spazi di libera interpretazione, resta comunque quello che è: un uomo resta un uomo, anche se si sottopone a mille operazioni tanto da risultare esteriormente indistinguibile da una donna.

Non è chiaramente questo il punto: la questione è che se non siamo più liberi di ricordare che la realtà non è costruita dai nostri desideri, allora perdiamo l’ultimo scudo, l’ultima difesa, l’ultimo scoglio che ci protegge dalla violenza e dal dominio. Se la realtà non è quella che è, ma quella che l’uomo decide che sia, ne deriva che chi ha più forza e più potere (economico, politico, sociale, etc.) imporrà a tutti la propria visione, il proprio desiderio, senza che nessuno possa rifiutarsi di accettare tale imposizione.

E siamo così all’uomo ridotto a mero desiderio: un nihil, un quasi-essere, deprivato della propria identità (addirittura biologica), un progetto di dominio e di volontà di potenza di fronte al quale i campioni del Nichilismo del secolo scorso sembrano degli innocenti scolaretti. L’uomo così pro-gettato è infatti un niente infinitamente manipolabile: e questo verrà stabilito per legge. E siamo al cuore del discorso: pretendere di affermarlo “per legge” è una cosa priva di senso, pericolosa e soprattutto risibile. Qui stiamo imponendo – per legge, lo ripeto – un’antropologia che non solo non sta in piedi dal punto di vista filosofico, ma pretende di essere blindata, indiscutibile, inattaccabile, non-confutabile: una sorta di suprema verità metafisica che nessuno può azzardarsi di discutere. E siamo così non solo alla fine dell’antropologia filosofica, ma dell’uomo essere-razionale. Come può essere ancora razionale un uomo che non può più discutere razionalmente di quello che vuole?

Siamo insomma di fronte ad uno spaventoso rigurgito di repressione del dissenso (una roba che farebbe già ridere da sé, visto che a sostenerla sono i “progressisti”): si punirà (e poi si “rieducherà”, come stabilito dal ddl) ogni idea divergente, bollandola come induzione alla violenza, ogni “pensiero-diverso-da” sarà soffocato sul nascere, zittito chiunque abbia da dire la sua, con valide ragioni o meno, non importa.

Il Potere, l’Impero, lo Stato, chiamatelo come volete, deciderà per noi cosa pensare e cosa no: se il dissenso e la critica del circostante vengono puniti per legge, anche attraverso lo spauracchio della patologizzazione del pensiero (cfr. “omofobia”, et similia), il risultato è uno solo: il totalitarismo, pienamente realizzato.

Queste, in sintesi, le ragioni per cui il ddl Zan non va modificato o adattato, ma semplicemente rifiutato in toto.

Alessandro Benigni