Le “culture” non sono sacre, né tutte uguali, né tutte “da rispettare a priori”

Non esiste alcuna sacralità culturale, né uno “ius culturae” calato da chissà quale cielo. La “diversità culturale” è generalmente un bene: ma come tutti i beni ha bisogno di limitazioni e di regole razionali. Per quanto mi riguarda il rispetto per una “cultura” non può essere automatico, né dato a priori, ma se e solo se una valutazione razionale (a posteriori) mi consente un certo grado di apprezzamento. Per non parlare delle acrobazie logiche ed etiche che si stendono a lenzuolate dietro il vuoto assiologico dei nostri tempi e della nostra “cultura”.

Ottime, a questo proposito, le parole di Eugenia Roccella:

“I nostri servizi sociali e i tribunali dei minori hanno preso l’abitudine di togliere i figli alle famiglie italiane, e in particolare alle mamme, con notevole facilità. Dicono di farlo per “il miglior interesse” del bambino. Ma nessuno ha pensato al “migliore interesse” di Saman Abbas, la ragazza pakistana che quasi sicuramente è stata uccisa perché rifiutava un matrimonio combinato. Nessuno ha pensato a proteggere la sua vita e la sua libertà. Quando si tratta di famiglie immigrate scatta l’autocensura e il “rispetto” per la diversità culturale, come se l’oppressione nei confronti delle donne, le violenze e le costrizioni a cui sono sottoposte, potessero essere guardate con rispetto. Perché i servizi sociali non mettono in atto una sorveglianza specifica nei confronti di famiglie che appartengono a culture in cui le donne sono tenute in condizione di subalternità? Perché nessuno ha difeso la volontà di Saman di continuare ad andare a scuola? Cosa si intende quando si parla di “ius culturae”, se non siamo capaci nemmeno di far rispettare la cultura della parità tra uomo e donna, pur avendo gli strumenti per farlo?”

– Nella foto: Saman Abbas