Sulla logica dell’assembramento (Lorenzo Lasagna)

E’ da qualche settimana che mi ripropongo alcune riflessioni il più possibile obiettive intorno agli ‘assembramenti’ che stanno avendo luogo nelle nostre città. Non tanto a causa del paternalismo mostrato dai media (che nel corso dell’ultimo anno hanno raggiunto una credibilità pari a zero, alla faccia della capacità di distinguere l’Informazione dai siti di fake news). Nemmeno mi stupisce il fastidio dei commentatori di turno, guidati da argomenti che appaiono spesso meno razionali di quanto i loro estensori sembrino disposti ad ammettere. La questione su cui volevo soffermarmi è semplicemente: cosa sta accadendo? Possibile che la gente sia impazzita, e abbia deciso di ignorare il pericolo di veicolare il contagio, per cedere al desiderio di farsi un aperitivo in compagnia? Posto in questi termini, sembrerebbe un tradeoff ‘a prova di scemo’. In realtà, secondo me, questa formulazione è fuorviante. Ricordo che la prima lezione della mia professoressa di filosofia, al liceo, fu dedicata alla necessità di imparare ad analizzare la realtà senza ricorrere a giudizi moralistici. Quindi: no, la risposta a ciò che vediamo non è: “La gente è impazzita” oppure “La gente è stupida”, e nemmeno “La gente agisce in modo insensato”. Il che naturalmente non significa sostenere che assembrarsi sia saggio o corretto, ma solamente precisare che l’assunto alla base di questa condotta, che rinuncia ad adottare determinate linee di prudenza, dev’essere analizzato senza le comode scorciatoie del ‘di questo passo dove andremo a finire…’. Propongo perciò qualche osservazione in ordine sparso. 1) Nella scorsa primavera, la strategia adottata dalla classe politica e da quasi tutta l’informazione per ottenere comportamenti virtuosi da parte dei cittadini è stata molto semplice: terrorizzarli. Si tratta di una strategia efficacissima sul breve periodo. Se avete un bambino, lo sapete bene: fategli paura, e diventerà docile e obbediente. Ma – al di là delle considerazioni etiche – la pedagogia della paura presenta almeno due controindicazioni pratiche che sul lungo periodo la rendono una cattiva opzione: a) mina le basi del ragionamento razionale, in favore dell’emotività; b) è una droga potente, che però dà una veloce assuefazione. Ciò che mi terrorizza oggi, tutt’al più mi inquieterà domani, forse mi innervosirà dopodomani, ma la settimana prossima mi lascerà quasi indifferente. A meno che non si aumenti il dosaggio, dopo un po’ la paura scema. Oggi noi raccogliamo il frutto avvelenato della strategia del terrore attuata nei mesi scorsi: a) emotività (cioè scarsa propensione al ragionamento), e b) desensibilizzazione al pericolo. 2) In linea generale, dinnanzi a pericoli complessi l’essere umano non ha comportamenti pienamente razionali, da teoria dei giochi. Se gli date uno schiaffo si scanserà, d’accordo. Ma questo è un pericolo puntiforme e immediato. Schivare lo schiaffo non è lo schema generale con cui affrontiamo i pericoli. Il nostro schema è tendenzialmente un altro: preferire un vantaggio concreto e immediato ad uno teorico e differito (avete presente l’uovo oggi e la gallina domani? Quello). Ciò vale soprattutto se il divario tra le due opzioni (uovo o gallina) si allarga, e se il costo che devo pagare per il vantaggio teorico e differito consiste, nell’immediato, in gravi svantaggi e sacrifici. Funzioniamo così, c’è poco da fare. Chi di noi sceglie di seguire condotte alimentari rigorose, in considerazione dei danni che comporta il consumo – che so – di grassi animali? Quanti si astengono dal bere alcolici sulla base dei dati che riguardano le patologie causate dall’alcol? Quanti comprano l’auto elettrica per non inquinare? Quanti continuano a fumare nonostante l’aumento drammatico della probabilità di sviluppare un ictus? E non cadiamo nel cattivo argomento (anch’esso falsato dal ‘bias della distanza’) secondo il quale la pandemia sarebbe più grave del riscaldamento globale o del diabete mellito. Non lo è. Basta passare da un orizzonte temporale di qualche anno a un altro che misuri il tempo in decenni, ed ecco che l’alimentazione scorretta le emissioni serra arriveranno a produrre danni ben più consistenti del Coronavirus. 3) Un ulteriore sbilanciamento del tradeoff è causato dall’evidenza (dopo un anno di pandemia) del fatto che, in una larga maggioranza dei casi, colui che deve compiere sacrifici straordinari (e starsene chiusi in casa per un anno non è un sacrificio ordinario, non rientra cioè tra le normali condotte di prudenza e senso civico) e colui che da quei sacrifici ricaverà il più consistente vantaggio NON sono la stessa persona. Un giovane sa perfettamente che nel 99,9% dei casi il danno peggiore che potrà subire in conseguenza di un atto imprudente è modesto. Questo rende il comportamento virtuoso prescritto, oltreché gravoso (e alla lunga insostenibile), anche puramente altruistico. Gli studiosi di morale sanno che la scelta di compiere atti sommamente dannosi per sé e sommamente benefici per altri è un caso limite, e che tali atti non possono essere raccomandati, e tantomeno pretesi. Oppure sì, li possiamo anche prescrivere, ma pragmaticamente: senza aspettarci che vengano adottati dalla maggioranza degli esseri umani. Anche in ciò, oltretutto, si raccoglie quello che si è seminato. Si pensi all’isteria con cui è stata spenta sul nascere ogni discussione che riguardasse provvedimenti mirati e differenziati per categorie, preferendo restringere le libertà di tutti, per ottenere vantaggi (nella sostanza) limitati ad alcuni. Sento già l’obiezione moralistica: ‘Ci vuole solidarietà!’. E’ un’obiezione da anime belle (quasi sempre beneficiarie degli effetti concreti della norma generale che si invoca), e nella pratica è poco stringente. Nessuno di noi, quando arriva il suo momento, ragiona così. O meglio: pochissimi tra noi lo fanno. Io non consiglio a nessuno di assembrarsi, naturalmente. E approvo il fatto che le norme vengano applicate. Per quanto mi riguarda, sto seguendo con scrupolo le regole e i dettami del buonsenso. Ma i sussulti moralistici (e ancora una volta: terroristici) sul ‘dove andremo a finire’, mi sembrano manifestazioni di paura e di fastidio ben poco razionali e – soprattutto – di nessuna concreta utilità e impatto sulla dura realtà che stiamo vivendo.

Lorenzo Lasagna (fonte)

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