Nulla più come prima?

Introduzione a Contro Corrente, vol. 8: “2020”


Come uscire dal regno dell’omologazione e delle antinomie

Davvero il 2020 entrerà nei libri di storia? Sembra molto probabile. Ma chissà se ciò avverrà più per i morti che per quello che la pandemia da Covid-19 ha determinato dal punto di vista economico, politico, assiologico e sociale in senso lato. Penso ad oggi, guarda caso l’11 Settembre del 2020: mentre mi accingo a scrivere qualcosa – spero di sensato – sul trauma collettivo che abbiamo vissuto, si celebra il ricordo di un evento altrettanto traumatico. Quante volte abbiamo sentito allora, l’11 Settembre di quasi vent’anni fa, che nulla sarebbe più tornato come prima? Ed in effetti per molti aspetti, tante cose sono davvero cambiate. Per sempre. Ma l’essenza della natura umana, forse, quella no: siamo andati avanti, comunque, abituandoci a tutto, sopportando tutto, alla fine superando, bene o male, ostacoli e drammi psico-sociali che in prima battuta sembravano fratture definitive, precipizi dai quali non saremmo più stati capaci di risalire. Anche il dilemma che dobbiamo vincere, quando ci troviamo collettivamente di fronte ad un pericolo definitivo, è sostanzialmente lo stesso. 

Ed è su questo tema che Federico Basso Zaffagno ci illustra un punto di vista originale, facendo abilmente scorrere immagini senza tempo sotto i nostri occhi, come a ricordarci che la natura umana è sempre la stessa: quella che fin dalla notte dei tempi ha avuto a che fare con infezioni fisiche e contagi spirituali. È nelle risposte che diamo queste crisi cicliche si nasconde la cifra della nostra umanità: oggi più che mai, sottolinea Basso Zaffagno, siamo atterriti dalla malattia e dalla morte, ma questa suggestione è forse dovuta all’ansia di superare le ataviche paure senza sacrificio, senza coraggio, dunque per il verso sbagliato. Esorcizzando malattia e morte nelle rappresentazioni più grottesche ed irreali o affidandoci a chi crediamo possa risolverle – medici e scienziati? – senza un nostro impegnativo slancio spirituale – abdichiamo al fondamentale compito politico (individuale collettivo) ed è così che viene a mancare quell’animo che, unico, consente di proteggere noi stessi e gli altri e al contempo mantenere viva e sana la nostra umanità. In questo quadro, rileva il Nostro, la mancanza di una guida politica degna di tal nome ha fatto poi danni incalcolabili. A che pro, si interroga Basso Zaffagno, diffondere tanta paura, da parte di chi detiene i megafoni della comunicazione? Perché si arriva al punto di impegnare le forze dell’ordine nel ruolo di carcerieri, anziché in quello dei protettori dei cittadini? Sono stati tenuti in debito conto gli effetti disastrosi di questa carcerazione preventiva-collettiva, durata settimane e settimane? A questi interrogativi Basso Zaffagno risponde intelligentemente ricordando l’esperienza drammatica della peste in Atene narrata da Tucidide a proposito. Era l’anno 430 prima di Cristo. E oggi l’esperienza dimostra che siamo ancora di fronte agli stessi dilemmi. 

Sulla stessa linea possiamo collocare anche il prezioso intervento di Simonetta Putti: la messa a fuoco e la critica di scelte governative incomprensibili (se non alla luce della più evidente incoerenza, dettata da finalità di consenso politico, o peggio dell’incapacità di operare uno sguardo complessivo su un problema che ha colpito la società intera a tutti i livelli), si accompagna all’osservazione dell’interdipendenza di tutti gli elementi che sono stati messi in crisi dalla pandemia, quasi come se ci trovassimo di fronte ad una serie di ricadute ad effetto domino che si intrecciano tra loro, senza fine. In un quadro, poi, decisamente aggravato da una “oggettiva e purtroppo da tempo prevedibile carenza delle strutture preposte alla diagnosi e cura”, Putti indica – con sferzante chiarezza – in una “prevalente miopia”delle scelte istituzionali l’origine di una serie complessa di danni ulteriori, che hanno colpito soprattutto le fasce più deboli della popolazione: con una sofferenza oltretutto acuita dallo sconcertante “bombardamento mediatico che – pressoché all’unisono – premeva sul tasto della paura”. I rischi fin da subito intuiti dalla Putti erano (e sono) quelli delle “conseguenze regressive del lockdown per la popolazione tutta ed in particolare per i soggetti più fragili”: “In quanto psicoterapeuta, lo scenario di progressive restrizioni delle libertà fondamentali mi appariva potenzialmente portatore di elementi inquietanti per la salute mentale”, ammette sconsolata la Nostra. 

Elementi inquietanti, che ritroviamo anche nell’intervento di Chiara Pigozzo. Prendendo spunto da alcune riflessioni di René Girard sulla peste e sulle dinamiche del contagio, Pigozzo ci porta a considerare l’aspetto mentale e come dire, spirituale, della pandemia. Una volta messo a fuoco il processo di indifferenziazione, colto come caratteristica costante dei contagi, la Nostra mette in rilievo come – secondo Girard – vi siano profonde ripercussioni “non solo a livello medico, ma anche a livello sociale, per cui non solo si ferma ogni attività, ma viene tendenzialmente a crollare la fiducia in ogni istituzione umana. La prima legge costante del contagio è infatti quella di disseminare la morte – attenzione – a tutti i livelli. E questo – prosegue Pigozzo – lo vediamo anche oggi: il virus ha portato non solo morte fisica ma anche un profondo disordine nelle relazioni umane”, e non è finita qui: il disordine sociale può essere infatti additato come corresponsabile del ritorno o dell’aggravarsi dell’epidemia. Nel solco tracciato da Girard, la stringente analisi di Chiara Pigozzo ci porta quindi a considerare la verticalità e la profondità degli effetti della pandemia, a partire dal fatto che il contagio non ha solo una componente per così dire “medica”, ma anche una “sociale”: “L’anarchia – ci ricorda Girard – è una pestilenza, e in un certo senso lo è ancor più della malattia stessa”. Cosa che del resto sappiamo fin da quando abbiamo memoria e documenti storici delle tante epidemie e calamità più o meno naturali che l’umanità ha dovuto affrontare. E anche se vogliamo limitarci ai soli eventi a noi più vicini nel tempo (per non stare qui a ricordare i disastri che ogni epoca ha avuto – l’elenco sarebbe lungo) partendo che ne so, dalla Spagnola – e dunque dalla Prima Guerra Mondiale – per non parlare poi della Seconda, e per quanto ci riguarda da più vicino dagli anni della ricostruzione e via giù negli “anni di piombo”, delle stragi, della paura, e ancora chi non ricorda il disastro di Seveso? e pochi anni dopo quello di Černobyl’? insomma: se vogliamo guardare indietro si vede che costantemente abbiamo a che fare con calamità non solo naturali ma anche umane, disastri che hanno ferito la società intera e che soprattutto hanno colpito l’opinione pubblica più o meno dal momento stesso in cui è sorta, fissando qualcosa che va al di là della sciagura in sé e segna in qualche modo una catastrofe spirituale più difficile da superare. La fine è sempre vicina, ci accompagna. Davvero l’uomo è un essere-per-la-morte, per usare la celebre definizione heideggeriana? E quali sono a questo proposito i legami tra paura e Nichilismo, oggi più che mai imperante?

Ora, se da una parte si deve guardare con sospetto a una visione totalmente individualista della vita, tale per cui ad un certo punto, a certe condizioni, oggi sempre più spesso in Europa si può legalmente (ma chissà se anche legittimamente) prendere in considerazione addirittura l’ipotesi del suicidio (e su questo tema rimando alla lettura della nostra Barbara Lattanzi che in pochi decisi passaggi va a sviscerare il tema del suicidio in Plotino, portandone ad emergenza la forma concettuale che si può ben applicare ai nostri tempi), dall’altra permane il rischio dell’omologazione totalmente passiva, della partecipazione inconsapevole a progetti sociali su larga scala, altrove stabiliti, che non solo disprezzano il singolo, ma ne suggeriscono una riduzione a mero strumento, se non oggetto da consumare. 

Dunque, dicevamo, la storia insegna. E mostra una serie incalcolabile di disgrazie e disastri planetari, naturali ed umani. E sia. Ma che cosa può essere cambiato, se qualcosa è cambiato, in questi tempi? Non certamente l’entità dei lutti, non l’estensione delle calamità, ormai sempre più globali, non il destino che tutti noi conosciamo – fin dall’inizio. Entro qui a gamba tesa e cerco di dire la mia: quello che è cambiato allora forse non è l’uomo, ma semmai gli agenti di condizionamento, che potremmo riassumere in quell’industria culturale globale che in modo sempre più pervasivo indirizza la società degli uomini, che la rende miope, che ne atrofizza il cuore, che ne svuota l’anima, che crea contrapposizioni e polarizzazioni funzionali ad altro, non certo allo spirito, non certo al corpo, non certo al bene di tutti. Una complicata e potente macchina culturale che, in sintesi, imprime abitudini sbagliate, perlomeno contraddittorie se considerate in riferimento ad una struttura sociale a base democratica. Per questo punto mi limito solo a qualche considerazione introduttiva, rimandando alla lettura del corposo e ottimamente argomentato intervento di Federico Cavalli, che indaga con intelligenza le condizioni di possibilità di una democrazia completa

A quest’industria globale (e globalista) dovremmo in effetti attribuire non poche responsabilità. In particolare, credo sia sotto gli occhi di tutti un aumento progressivo dello squilibrio di coscienza e dunque di potere (e quindi un bilanciamento non democratico), nella misura in cui questi dipendono dalla conoscenza e dall’accesso a basi di dati informatizzati, un declino della qualità culturale nella vita democratica appunto – causato dalla mancanza di controllo dello sfruttamento commerciale dei nuovi mezzi di comunicazione – ed una riduzione dell’integrazione sociale e della sfera pubblica, dovuta alla segmentazione e alla frammentazione dell’audience secondo il gusto, la posizione, lo stile di vita, in una parola: a seconda dell’ideologia più o meno consapevolmente vissuta. 

Sappiamo – non da ieri – che la società dell’informazione (o post-industriale o post moderna, a seconda dei caratteri di riferimento) è una società nella quale le informazioni costituiscono la risorsa più preziosa: i media sono quindi l’equivalente di veri e propri mezzi di produzione e i social sono i luoghi in cui questi beni vengono consumati. E se tutte le società avanzate mostrano una tendenza all’espansione rapida e costante di questo settore, sostenuto da una rapida e corposa crescita dell’alta tecnologia, siamo comunque ancora molto lontani da una regolamentazione condivisa (e pensata in funzione della struttura democratica della società) circa l’accesso delle informazioni di prima mano e soprattutto la possibilità di intervento pubblico su qualsiasi tema rilevante: non va dimenticato che nell’era dell’informazione la tipologia dell’emittente si confonde molto spesso con l’affidabilità degli attori che partecipano alla discussione, in modo che una sorta di livellamento generale consente di percepire come dello stesso peso e quindi di mettere sullo stesso piano di credibilità tanto l’intervento dell’esperto quanto la sparata dell’ultimo arrivato. Su chi siano davvero, poi “gli esperti” possiamo anche discutere, ma daccapo è il gioco democratico che prevede delle istituzioni e fino a prova contraria sono queste a garantire la qualità delle formazioni specifiche, di volta in volta offerte da Scuola, Università, centri di ricerca e di formazione del territorio, etc.

E se da una parte è sacrosanta la libertà di parola, dall’altra non tutte le parole hanno lo stesso peso, la stessa autorevolezza: mescolare i due piani significa accettare l’idea che larghi strati della popolazione siano confusi da chi sa vendere bene il proprio fumo e restino sostanzialmente esclusi dai processi di crescita culturale e scientifica, quindi di consapevolezza, che nonostante tutto il vasto mare della rete continua ad offrire. 

S’innesta qui, credo, una possibile valutazione della teoria del complotto, o quantomeno critica delle letture ideologiche che vengono oggi promosse, anche in riferimento alle varie e suggestive ipotesi che da più parti si sono poste in relazione alla pandemia di Covid-19.

Osservava recentemente Fabio Falchi, con la consueta intelligenza che contraddistingue i suoi interventi sui social (eh sì, persino luoghi di tortura intellettuale come Facebook e Twitter possono – anche se raramente – sorprenderci):

«Una delle caratteristiche essenziali del cosiddetto “complottismo” (e uso questo termine senza attribuirgli a priori un significato dispregiativo, giacché è innegabile che dei complotti vi siano) consiste nell’attribuire alla società capitalistica una razionalità che invece la società capitalistica, proprio perché tale, non può avere.

Com’è noto o, meglio, dovrebbe essere noto, la critica marxiana (e marxista) ha sempre insistito su questo punto (non a caso il concetto stesso di “critica” in Marx sostituisce quello hegeliano di “ragione”, Vernunft).

Vale a dire che ciò che è razionale per il singolo capitalista non è affatto razionale per il tutto (l’intero sociale). […] Una società capitalistica – sempre che non si creda alla “favola” della mano invisibile del mercato o dell’equilibrio generale del mercato – è quindi necessariamente caratterizzata da una organizzazione irrazionale ovverosia dalla anarchia capitalistica e in generale dalla disoccupazione e dalla carenza di domanda effettiva. […] Orbene, anche se il concetto di “società razionale” così inteso riflette una discutibile concezione economicistica della stessa “razionalità”, ha comunque il merito di evidenziare un tratto costitutivo della società capitalistica e di porre, perlomeno implicitamente, l’accento sul conflitto all’interno della stessa classe capitalistica.

In sostanza, è escluso, per la “natura” stessa della società capitalistica, che vi sia un centro di potere (capitalistico) in grado di pianificare un controllo pressoché totale dei processi politici, economici e sociali (per non parlare della geopolitica!).

Complotti o cospirazioni, ammesso che vi siano, sono allora solo parte di un agire strategico di gruppi di potere in lotta tra di loro e che comunque si può definire solo apparentemente razionale, in quanto esso stesso espressione di quell’anarchia che contraddistingue una società capitalistica. Se si usasse il lessico hegeliano si potrebbe affermare che la società capitalistica è il regno dell'”intelletto” (Vestand), non della “ragione” (Vernunft)». 

A me sembra che da sola questa tagliente fotografia della struttura reale del mondo in cui viviamo, sia sufficiente per declassare tra le ultime possibili – in una ideale classifica di plausibilità – le varie suggestive ipotesi del complotto. E di questi tempi se ne sono sentite di ogni, dalle più incredibili alle più ridicole: una riflessione più attenta ed una lettura più consapevole di ciò che i media ci presentano, talvolta anche con una certa insistenza (sempre per via della spasmodica ricerca dell’audience – ed è questo un altro elemento irrazionale che difficilmente si può inserire senza danni nell’immagine di società razionale che il sistema stesso vorrebbe consegnarci) sarebbe non solo utile, ma anche necessaria. 

Eppure tra i critici delle narrazioni ufficiali ci sono talvolta anche critiche intelligenti, ben argomentate, decisamente considerevoli.

È questo il caso di Matteo Simonetti, che nel suo contributo mette a nudo le contraddizioni di una lettura ideologica della pandemia da Covid-19, mostrando chiaramente come anche in questo caso, senza riflessione critica, un grave problema sanitario e umanitario possa essere facilmente piegato a fini di propaganda ideologica e politica: il virus dovrebbe addirittura mostrare la nostra xenofobia, mettere allo scoperto i nostri egoismi e convincerci che si deve innestare una marcia in più nella grande corsa verso la globalizzazione? La pandemia dovrebbe mostrare l’inutilità, anzi il sostanziale pericolo, del concetto stesso di “comunità? E così, con una stuzzicante ironia, Simonetti ci mostra impietoso per quali tortuosi argomenti alcuni maestri dell’ideologia arrivino a collegare la pandemia con Trump o Viktor Orban, arrivando addirittura – e questo all’interno di una teoria sostanzialmente complottista! – a denunciare “il complotto mondiale dei sovranisti”. Sembrerebbe quasi di poter dire, su questa linea, che il virus sia il benvenuto, visto che “si fa beffe del sovranismo” e d’altra parte giustifica ed anzi suggerisce l’immigrazione clandestina, magicamente trasformata – come sarcasticamente osserva Simonetti – nella soluzione di qualsiasi problema (verrebbe da sottolineare: soprattutto economico, visto che una gran massa di immigrati è utilissima per ripopolare città desertificate da anni di politiche abortiste e nemiche della famiglia, oltre che per uno scontato utilizzo come manovalanza a basso costo).

La migrazione diventa la panacea, diventa la chiave interpretativa di tutto, diventa un bene di per sé.”: e così anche la critica della lettura ideologica del virus è servita. 

Una lettura che può essere accostata a quella di Lorenzo Borré, che questa volta si concentra sull’igiene verbale. Le sue osservazioni sono fulminee e sferzanti: oggi, afferma Borré, «non è più la solidità degli argomenti, l’evidenza dei fatti, la nitidezza logica dei ragionamenti a sostenere un’affermazione, ma è l’entità della pena edittale a sconfessare la predicabilità di opinioni contrarie o anche solo dissonanti da quelle “corrette”». Il pensiero critico è osteggiato in ogni modo, qualsiasi divergenza rispetto all’uniformità richiesta dal pensiero unico viene immediatamente etichettata come “espressione d’odio”. «E non è un caso – prosegue acutamente il Nostro – che la pervicace volontà di introdurre per via normativa una pedagogia del pensiero che ufficializzi la distinzione tra idee “buone” e pensieri “cattivi” si accompagni al declino dell’autorevolezza dei tradizionali organi di informazione: non è più la solidità degli argomenti, l’evidenza dei fatti, la nitidezza logica dei ragionamenti a sostenere un’affermazione, ma è l’entità della pena edittale a sconfessare la predicabilità di opinioni contrarie o anche solo dissonanti da quelle “corrette”». 

Sul legame tra pensiero unico e industria globale dovremmo forse riflettere in un capitolo a parte. Per ora limitiamoci a tenere in vista la reciproca dipendenza di questi due agenti, entrambi avvantaggiati dal più alto grado di uniformità sociale possibile. 

Ora, non credo ci siano molte obiezioni quando si afferma che quest’industria-globale, costruita sui mezzi di comunicazione di massa, è quella che in questi anni ha visto la crescita più esplosiva, comprendendo in questa definizione sia la tecnologia hardware (computer, reti fisiche, dispositivi come telefoni, tablet, videocamere, etc.) che software (social network, software per la comunicazione interattiva in senso lato, etc.): ma, daccapo, i mezzi di comunicazione di massa sono un’industria oggi sempre più culturale, cioè in grado di definire gli orizzonti di senso e di valore di intere società – in fase di crescita rapidissima e costante poiché costituiscono anche – anzi soprattutto – una fonte di potere ed un mezzo di controllo, di gestione indiretto e ciononostante molto efficiente della società stessa. 

La forza di questa agenzia è quella di incidere in profondità e in modo non trasparente sull’intera assiologia sociale: e così si deve ribadire che senza regolamentazione, i rischi si moltiplicano. I media forniscono infatti uno spazio in cui si svolgono con sempre più intensità ed estensione gli affari della vita pubblica, di quella privata, di quella istituzionale e sociale in senso lato, non da ultime le emergenze sanitarie, fino a modificare il concetto stesso di salute, come Lorenzo Lasagna dimostra chiaramente, nelle pagine che seguono, con il suo consueto rigore teorico. 

Il rischio è che i paradigmi vengano modificati e sostituiti da dietro le quinte, senza che la società civile se ne possa rendere conto e dunque senza nessuna partecipazione attiva e realmente consapevole al processo di cambiamento. In questo modo infatti – dominando la comunicazione sociale – in media e io credo in particolare i social media, proprio per la loro struttura e la loro modalità di accesso e di consumo – sono divenuti una fonte imperante di definizioni ed immagini della realtà (dunque di senso e di significati) tanto per i singoli individui che per vari gruppi sociali. La ridefinizione del concetto stesso di umanità, di società, ma anche di politica, di democrazia, e di salute (quindi di “bene comune” in generale) avviene costantemente entro questi spazi virtuali e all’interno delle loro regole implicite. Ora: quali sono le regole di questo territorio? Chi le ha stabilite? Qual è il livello di trasparenza della più imponente industria culturale di ogni tempo? 

E qui è possibile intravedere il primo punto del discorso che vorrei mettere a fuoco: si sono creati gruppi e sottogruppi, fluidi e a più livelli, che interagiscono tra loro come in un circo a più piste. Si tratta di schieramenti che in casi come questi – mi riferisco certamente anche alla pandemia in atto e quindi a seri problemi di salute pubblica e di ordine sociale – si chiudono a riccio (altrove ho già cercato di individuare almeno un paio di motivi di questo fenomeno – non è il caso di ripetersi qui), provocando legittime ma pericolose divisioni, complice uno sconfortante atteggiamento propagandistico e sensazionalistico della quasi totalità dei media. E mi sembra anche lecito, a questo proposito, sostenere che le notizie sono costruite e divulgate da quest’industria-globale appunto per mantenere viva la contrapposizione sociale, proprio perché nella mancanza di unità i problemi non si risolvono ed è così che il potere politico, anche quello più inetto, trova la sua giustificazione per mantenersi ai posti di comando. Com’era il motto latino? Divide et impera, no? L’anarchia e la rivalità, come già osservava Chiara Pigozzo, la discordia dei popoli soggetti, giova a chi vuole dominarli. E quindi? Come uscire da quest’era delle contrapposizioni infinite, delle antinomie irrisolvibili?

Riprendiamo così il tema principale: usciremo prima o poi da questa emergenza? Torneranno le cose ad essere come prima? Cercherò di spiegare in breve perché questo non è un vero problema e come invece la domanda più sensata sia: come andare avanti? Come correggere gli errori che ci hanno portato fin qui? 

Provo allora a spendere due parole. Prima di tutto io non so dire se le cose torneranno come prima, spero di no, ad essere sincero, e mi chiedo d’altra parte quando, nella storia dell’umanità, il tempo ha fatto dietro-front, o anche si sia solo fermato: quando, le cose sono tornate come prima? Le cose non possono tornare come prima, e soprattutto ora più che mai le cose non devono tornare come prima, in quanto le cose di prima sono state la premessa per questa crisi. Una crisi che dev’essere superata, non evitata, perché si tratta più che di un grave problema solo sanitario, anche di uno smarrimento sociale, di un crollo economico globale, si tratta certo di una crisi politica (politica, sì, ma in un senso etimologico e quindi con un significato ben diverso da quello che diamo alle usuali crisi politiche) ma ancor prima una crisi di valori e, dunque, una crisi teorica, una crisi assiologica, una crisi di senso, di significato, un crollo della teleologia. E’ un tema che viene affrontato in modo diretto ed indiretto da tutti gli autori di questo volume, ma con particolare attenzione da Fabio Fuiano: può essere che la pandemia riesca – là dove altre forze hanno fallito – nell’obiettivo della Rivoluzione? Con il Covid-19, osserva puntualmente Fuiano, si è fermato il mondo intero, ma la Rivoluzione, quella no. Anzi, ora più che mai la Rivoluzione procede nella sua marcia inarrestabile. E che cosa dobbiamo intendere oggi per “Rivoluzione”? Con questo termine, ci spiega il Nostro, ci riferiamo ad un vasto, profondo e radicato movimento culturale (anzi, essendo profondamente misantropico sarebbe meglio dire anti-culturale) che non può essere ridotto a nessuno dei suoi aspetti particolari e che comprende come minimo comun denominatore delle sue molteplici espressioni l’impegno incessante nel «distruggere in maniera definitiva quell’Ordine naturale e divino della Creazione che è stato portato alla sua massima espressione durante l’epoca basso-medievale». Richiamandosi a Plinio Corrêa de Oliveira, Fuiano prende in esame il fastello di crisi intrecciate che caratterizzano la Rivoluzione, come un incendio nella foresta che sì, può propagarsi in direzioni diverse, ma che ha anche un’unica origine, un unica profonda e avvelenata radice. 

La scoperta di questa origine e la discussione della finalità della Rivoluzione, nel quadro di una sintetica ma riuscita sintesi storica, costituiscono l’intelligente prezioso svolgimento dello scritto di Fuiano, al quale va idealmente collegato il lavoro di fr. Gabriele Giordano Scardocci, che qui presentiamo con piacere e gratitudine: qual è il percorso che ci conduce al Bene comune? La polemica condotta da Scardocci, continuamente emergente nella sua trattazione, è rivolta infatti alla cultura post-moderna, un’ideologia che ha dimenticato la Persona e di conseguenza ha implicitamente negato la Comunità: «oggi – scrive il Nostro – l’uomo è ridotto a singola entità ma senza fondamento ontologico ed esistenziale. L’uomo è “gettato nel mondo” nella società attuale, ma senza una meta ben precisa». Il collegamento con la dissoluzione della teleologia di cui parlavamo pocanzi dovrebbe risultare evidente. Una dissoluzione che è effetto logico e prevedibile del peccato originale, un peccato che potremmo anche definire epocale e contemporaneo: l’uomo vuole sostituirsi a Dio, vuole egli stesso dettare i principi del bene e del male, ponendo una nuova costellazione di valori a propria immagine e somiglianza. Valori umani, troppo umani, verrebbe da dire, perché “l’uomo non è Dio e non può rendersi tale”. Anche qui si pone lo stesso problema che abbiamo già incontrato: come superare questa dissoluzione? La ricetta che Scardocci ci mostra ha come suo ingrediente principale il recupero di una nozione fondante di Bene comune (nozione che il Nostro ci chiarisce in modo chiaro ed esaustivo nel suo consistente intervento), a prescindere dalla quale nessuno sforzo sembra destinato al successo. 

Il punto è esattamente questo: senza una dottrina dei valori, delle finalità, del senso delle cose e dell’esistenza umana, al primo scoglio il nostro mondo è condannato al naufragio. 

È quello che abbiamo sperimentato proprio all’inizio della pandemia da Covid-19: da un giorno all’altro, letteralmente, siamo precipitati da un clima rassicurante, da un atteggiamento di supponente tranquillità, se non di illusoria superiorità, alle immagini di pazienti intubati a faccia in giù, in attesa della morte, e da lì il tonfo, la chiusura per mesi di una nazione intera, con una serrata generale di cui non si ha ricordo a memoria d’uomo: una chiusura terribile, che ha sostanzialmente segregato ai domiciliari un’intera popolazione, con danni economici e sociali (questi ultimi meno evidenti, ma non meno gravi) che non sappiamo ancora quantificare. 

Anche di questo punto si occupa magistralmente Lorenzo Lasagna, per cui non mi soffermo oltre. Ma che cosa è successo con il brusco risveglio da una finta realtà ovattata alla realtà delle centinaia di morti giornalieri? Da lì ha preso il via una discussione (spesso senza molta riflessione) che ha coinvolto tutti, a tutti i livelli. La domanda principale, “che cosa è giusto fare?” è stata però presto declinata così: “che cosa è opportuno fare?” Lo slittamento indica chiaramente il vuoto di principi o per lo meno l’assenza di una discussione e di una coscienza condivisa, che caratterizza la nostra società tanto progredita. Quando i posti liberi si sono azzerati, s’è addirittura parlato di precedenze in terapia intensiva, in base alle “ragionevoli speranze di vita” (e quindi non più in base all’ordine di arrivo). 

Anche di questo scrive Giorgia Brambilla nel suo intervento e con chiarezza cristallina ci porta a riconsiderare il fenomeno della pandemia dal punto di vista della parte più debole dell’umanità: che ne è stato dei più fragili, degli anziani, delle persone con deficit, in questi mesi di chiusura? La pandemia ha riesumato – che ne siamo consapevoli o meno – una mentalità eugenetica? C’è forse passato sotto il naso un ulteriore declassamento antropologico, con conseguente deprezzamento del valore della persona umana? Per dare una risposta argomentata a questi interrogativi Brambilla allarga il campo della sua analisi e inquadra criticamente l’orizzonte del funzionalismo, declinandolo in una visione antropologica ben precisa, della quale vengono rintracciate le caratteristiche salienti a partire dalle localizzazioni storiche e geografiche che hanno visto crescere e diffondersi l’eugenetica (si veda per esempio il caso svedese) e soprattutto la realizzazione di questa selezione globale gestita con le regole ed i metodi dell’ingegneria sociale: investimento sociale sì, ma solo se ad alto profitto (se “ne vale la pena”). Il rischio ben messo in rilievo dalla Brambilla è quello di ignorare il tentativo di assorbimento della bioetica da parte della visione funzionalista della vita e dei valori (come d’altronde si è già visto con la legittimazione dell’aborto, oltre che con lo scandaloso rifiuto di cure agli anziani): la funzionalità, l’efficienza, la qualità della vita, il best interest possono essere ritenuti criteri validi per decidere chi e come deve morire? E se sì, chi ha il coraggio di mettere a nudo la logica che sta a fondamento di una posizione di questo tipo? Sono questi gli interrogativi che Giorgia Brambilla, con una straordinaria ferma delicatezza, ci mette di fronte uno dopo l’altro, perfettamente chiariti nella loro disarmante nudità. 

Alla sua analisi stringente aggiungo solo una voce di corollario: che succede quando larghi strati della popolazione, completamente a digiuno dei processi logici che danno forma all’etica (e dunque alla bio-etica), rimangono rapiti dallo slogan del momento, dall’immaginetta, dal meme, dalla battuta, dall’argomentino seducente (ma strutturalmente invalido) e da lì passano direttamente al voto? Che succede quando le agenzie educative, a partire dalla Famiglia e dalla Scuola, sono sostituite dal torrente in piena dei social network? Non a caso, Brambilla osserva puntualmente che in questa direzione non sarà più la forma del diritto a fondarsi sulla nozione di bene (individuale e comune), bensì sarà la forza in quanto tale (e come non pensare qui alla volontà-di-potenza del più grande teorico del Nichilismo di tutti i tempi?) ad assurgere come unico criterio fondativo della legge. 

A questo intervento fa da eco Elisa Brighenti, che con la sua immagine del “medico religioso” ci porta a riflettere sul senso della cura. Se la natura umana emerge e si manifesta primariamente nella cura, nel prendersi cura-di un nostro vicino, intenzionalmente, liberamente e con consapevolezza, oltre che con metodo, allora è possibile rintracciare alcune forme costanti di queste figure, nella storia dell’umanità. Come dovrebbe essere, da questo punto di vista, il rapporto tra medico e paziente? Vediamo così che nell’antica Grecia (siamo nel V sec. a. C.) si manifesta già un notevole livello di coscienza: con Ippocrate l’azione medica si accorda con la legge di natura, “introducendo una inedita alleanza tra il medico e l’uomo“. L’arte medica rimane permeata di religiosità, ma anche di una nuova umanità: da questo modello si evince che “il requisito del buon medico – puntualizza Brighenti – consiste nell’amore per l’arte medica, philotechnia e nell’amore per l’uomo, philantropia. È questo punto – ci mostra Brighenti nel suo intervento – che ricollega l’arte medica ai diversi orizzonti religiosi, tanto che si può affermare che perfino il medico ateo vive una propria forma peculiare di religiosità. L’ateismo o l’agnosticismo del medico non incrinavano dunque di per sé la profonda religiosità insita nella pratica medica. Oggi invece, osserva Brighenti, l’esperienza traumatica della pandemia sembra aver compromesso anche questo stretto legame tra medico e religiosità della pratica medica. Lo si è potuto vedere chiaramente nel momento in cui qualcuno ha parlato apertamente di “aspettative di vita” (con la correlata proposta di istituire una sorta di graduatoria per stabilire le dovute precedenze ai posti letto in terapia intensiva). Molto opportunamente, Brighenti va direttamente al cuore del problema, toccando senza tanti passaggi il vero nervo scoperto, quello del Nichilismo: è questa la vera malattia dei nostri tempi, che trasforma la vita umana in un oggetto di scarso valore, che dal nulla proviene e sempre in prossimità del niente si mantiene, ridotto a cosa tra le cose, ad oggetto persino di calcolo. In modo tale che prima o poi risulta più conveniente morire anziché vivere. Così come per converso, a volte non è conveniente nascere. Ma è proprio il concetto di cura (nozione che andrebbe intesa in modo completo, comprendendo non solo il corpo ma anche la mente e lo spirito del paziente, come d’altra parte osservava anche Lorenzo Lasagna) a mostrarci qual è la via da ritrovare e da percorrere, proprio com’era già stato indicato dai medici dell’antica Grecia ed in seguito dalla bimillenaria tradizione Cristiana.

Da qui un ulteriore interrogativo: come abbiamo fatto a dimenticare questi valori? Com’è stato possibile sostituire, senza che quasi ce ne accorgessimo, un intero universo valoriale con la sottomissione al Relativismo e con l’esclusiva devozione alla Tecnica? Abbiamo ucciso Dio e ora, parafrasando Nietzsche, ci troviamo davvero nel precipizio. Ma com’è stato possibile scivolare così in basso? A me sembra che ancora una volta il veleno si nasconda nella comunicazione. Dalla lotta di Socrate e di Platone contro i Sofisti, mi sembra che nulla sia davvero tanto cambiato. È un’osservazione che in ogni epoca è stata riproposta e più recentemente hanno fatto maestri e pastori: penso a Husserl e a Benedetto XVI, a mio avviso i più grandi avversari del Relativismo moderno (potrei argomentare su questo, ma non è qui il caso di dilungarsi oltre). 

La comunicazione, dunque. Mi sembra questo il primo nodo da sciogliere. Forse anche il più difficile.

È evidente che la comunicazione comporta una serie di problemi e di difficoltà, dal livello individuale a quello collettivo. Per mettere ordine nelle idee, possiamo porci una serie di domande preliminari: chi comunica con chi? Perché si comunica? Come avviene la comunicazione? Su quali temi? Quali sono le conseguenze della comunicazione? Ora, a mio avviso mai come in questi mesi pandemici si è generata una grave confusione di piani e la mancata consapevolezza del peso diverso delle affermazioni, dei soggetti e dei canali di comunicazione, ha determinato fratture e polarizzazioni che hanno peggiorato, e di molto, i già gravi danni portati materialmente dalla pandemia. Siamo caduti così nello spettacolo delle antinomie irrisolvibili. In una società in cui le relazioni sociali si basano quasi interamente sui social-media accade che di solito non solo da essi si acquistano informazioni, ma soprattutto ad essi si reagisce con una presa di posizione, con il risultato che l’individuo si basa più sulla rappresentazione proposta dai mezzi di comunicazione che sull’esperienza diretta e men che meno sulle conoscenze e sulle competenze. La comunicazione scientifica sembra influente e il dialogo filosofico risulta quasi impossibile. Le comunicazioni di massa (in particolare nel mondo dei social) costituiscono un intricato fenomeno sociologico e psicologico insieme, e sono visceralmente legate alla vita della società in generale coinvolgendo la vita dell’individuo solo come riflesso: appaiono sempre più come forme orientanti e capaci di una presa pervasiva, soprattutto laddove i soggetti non abbiano una formazione culturale o una innata capacità di analisi logica che li mettano in grado di assumere una posizione autonoma e criticamente fondata. Ora, i mezzi di comunicazione, per la loro stessa natura, comprendono diverse dimensioni comunicative: una dimensione politica, una dimensione normativa, una dimensione tecnologica e organizzativa, una dimensione connessa alle condizioni di distribuzione, ricezione ed uso ed una più sottilmente pervasiva, che definirei subdolamente orientante, capace in altre parole di dirigere l’attenzione degli individui verso dei temi antitetici le cui possibili soluzioni prevedono come dicevamo un tipico empasse antinomico: le soluzioni opposte, per come viene posto il problema, possono essere entrambe plausibili. In altre parole, la mancanza di un orientamento certo è indotta, la confusione provocata ad arte, il Relativismo posto strutturalmente a fondamento dei canali stessi in cui la comunicazione si dà. Una parte notevole del gioco è poi costituita dalla relazione asimmetrica fra emittente e ricevente. Il ricevente può ricevere le informazioni come singolo o come gruppo, ma poco cambia: nel mondo dei social media, quando leggiamo qualcosa, quando vediamo qualcosa, siamo automaticamente posti in una posizione di ascolto che mai ci sogneremmo nella vita concreta. Tutti sembrano degni della stessa credibilità, in automatico. Come se non bastasse, rispondere sensatamente ad una obiezione banale richiede uno sforzo che quasi sempre viene banalizzato dalla tipologia dell’interlocutore. Con il risultato che anchi chi avrebbe qualcosa di sensato da dire, spesso trova più conveniente tacere. Il potenziale interattivo di chiunque, con chiunque, rende caotico e anarchico il processo comunicativo: tutti possono inviare messaggi nel vasto mondo della rete e in questo mare indecifrabile il confezionamento del messaggio spesso conta molto di più del contenuto del messaggio stesso. Un’immagine, un meme, una statistica fuorviante possono modificare l’opinione pubblica molto di più di un argomento ben strutturato e svolto con grande competenza. Questo livello di comunicazione sta – non a caso – occupando una dimensione sempre più centrale nella scena sociale e politica di tutti i paesi occidentali, rivelando l’aspetto autoritario e profondamente anti-democratico, caratteristico di un sistema comunicativo che in apparenza si mostra però come il più democratico possibile. Ed è per questo che ci illude. Ora, la spiegazione di questo paradosso è a mio avviso abbastanza semplice: il concetto di democrazia viene qui alternativamente sciolto in quello di anarchia o di dittatura della maggioranza (che poi è una minoranza di potere e di controllo, ma questo è altro discorso). Per questo, paradossalmente, si può sostenere – certo non senza altre ragioni che qui sarebbero difficili da riassumere in poche righe – che nel mondo dei social-media il controllo da parte dello Stato o di altre entità sia più limitato di quanto non si possa sospettare. Questo perché nonostante tutto la distribuzione delle informazioni viene gestita in modo evidentemente programmato, ma le reazioni – essendo fondate sul piano istintivo-pulsionale e non su quello della conoscenza e della razionalità – possono facilmente sfuggire di mano. Da questo punto di vista, anche i gruppi e i sottogruppi che si vanno formando, mi sembrano molto più fluidi e sfuggenti di quanto non si creda: all’interno di un piccolo gruppo tutti i membri si conoscono fra loro, e condividono gli stessi valori. Ma i social media lavorano sui gruppi medi e grandi, e con l’aumentare del numero dei componenti del gruppo diminuisce il rapporto di conoscenza reciproca e di conseguenza il grado di omogeneità. Bisogna poi tener conto del fatto che il volume di informazioni è esagerato per poter essere facilmente compreso e gestito e che la reazione di semplificazione per contrapposizioni è incentivata anche da questo fattore. Nel mondo dei social l’equilibrio dei poteri è difficile, perché avviene anche uno spostamento dell’equilibrio del potere dagli emittenti ai riceventi, rendendo disponibile agli utenti molto più contenuto di tutti i tipi, senza che i soggetti dipendano da un’autorità istituzionale (Scuola, Università, etc.) per essere accreditati e trovare seguito. Questo avviene fatalmente in un panorama in cui i sistemi di mediazione e di controllo sono molto fragili e per lo più sottoposti alle regole di chi detiene la proprietà dei sistemi di comunicazione. In altre parole, a me sembra che alla possibilità di aumentare le occasioni di consultazione e di registrazione non corrisponda né un accrescimento culturale né un’autentica democratizzazione non solo del sapere ma anche delle reali e significative possibilità d’intervento. La grande conquista è forse quella della libertà di scrivere sciocchezze a tutto campo e per di più di avere talvolta un cospicuo numero di sciocchi al seguito? Ora, questo sarebbe anche relativamente notevole ed importante, se solo si trattasse di opinioni legate a campi non vitali della nostra società (penso alle opposizioni tra diverse tifoserie, per fare un esempio banale). Ma il discorso cambia, e di molto, se si tratta di opposizioni antinomiche che generano comportamenti di massa a di poco preoccupanti. Ne deduco che non esiste affatto – complessivamente – un reale guadagno nella libertà individuale di ottenere informazioni in quanto non solo non si vede una riduzione del dominio da parte delle fonti centrali, ma quel che è forse peggio dall’informazione data e consumata in questo modo scaturisce un’anarchia concettuale senza precedenti, tale per cui si può affermare senza temere alcunché tutto e il contrario di tutto. Facendo oltretutto una discreta figura ed ottenendo un certo successo nei vari gruppi di semicolti alla ricerca di una guida facile, che prenda bene lo stomaco. Anzi, come se non bastasse, si amplificano in questo modo le occasioni di consenso (fino a diventare per molti, sulla base del noto meccanismo di gratificazione e quindi sulla dopamina – ma non è il caso di soffermarsi qui su questo punto – una sorta di dipendenza cronica, dai risvolti talora grotteschi, talaltra preoccupanti). 

Un ulteriore elemento notevole è poi costituito dall’attenzione. Anche qui non voglio spendere molte parole, anche se ci sarebbe davvero tanto su cui riflettere insieme: mi limito ad osservare che nella prospettiva fin qui delineata, sembra ragionevole ipotizzare che il fine della comunicazione non è più comunicare, ma semmai solo attirare e mantenere l’attenzione su di sé. Lo scopo diventa quello di catturare l’attenzione del pubblico e di mantenerla qualunque sia il messaggio veicolato dal canale: un’altra possibilità che confermerebbe l’imposizione dell’antinomia totale, di cui ho accennato sopra. Se il fine della comunicazione non è più comunicare (per informare, per discutere, per capire, per migliorarsi e migliorare, etc.) ma solo tenere l’attenzione sul prodotto (oserei dire sulla merce – sempre accompagnata da corposa pubblicità – manifesta o occulta che sia), allora poco importa anzi va molto bene se le antinomie vengono mantenute fino all’esasperazione. Deve valere “tutto e il contrario di tutto”, in una sorta di ping pong concettuale infinito, che cattura e divora l’attenzione dei soggetti, fino a disperderne le energie in una scatola virtuale dalla quale non si esce più, senza alcuna possibilità di incidere in qualsiasi modo sulla realtà della vita concreta. 

I media, operando nella sfera pubblica, coinvolgono un sempre crescente numero di persone e svolgono ormai una funzione di trasmissione di tutti i tipi di conoscenza. I mezzi di comunicazione hanno un sempre più radicato ruolo di mediazione fra la realtà sociale oggettiva e le esperienze personali. In particolare i social-media si collocano così tra noi e quella parte di realtà che si trova al di fuori delle nostre possibilità di percezione o del nostro contatto diretto. È evidente che tale mediazione può assumere molti significati. I media costituiscono infatti una finestra sull’esperienza del mondo, ma costituiscono anche un’interprete, un veicolo, un legame interattivo, un filtro, uno schermo o una barriera che nasconde (può nascondere) la realtà per scopi particolari (in particolare mi riferisco ai forti legami tra i media e il mondo economico). Ma al netto degli scopi, i media (e oggi in particolar modo i social media, proprio in ragione del loro alto livello di interattività e d’illusione di comunicazione bidirezionale), tendono a rapportarsi alla società in modo da contribuire alla creazione o alla modificazione dei valori socialmente condivisi. Quindi da una parte i media contribuiscono ad infondere un maggior senso di libertà degli individui, ma dall’altra parte è possibile ritenere che i media possano anche favorire l’isolamento, l’alienazione, la perdita di valori, e soprattutto la confusione mentale che ho cercato di riassumere nel concetto di ‘regno delle antinomie’. Non solo i media in quanto tali, dunque, ma soprattutto i loro specifici modi di funzionare, contribuiscono al diffondersi dell’ideologia che ora non viene imposta con la forza dalle classi al potere, ma subdolamente indotta come risultante di uno stile comunicativo: tutti hanno ragione, nessuno ha più torto: si tratta di una influenza culturale che, socialmente condivisa, serve ad interpretare l’esperienza della realtà, in modo velato ma costante, sotto l’ombra dell’imperante Relativismo argomentativo, culturale ed etico. I media hanno mostrato un’intensa capacità di creare consenso, certo, ma si tratta di un consenso oscillante, fluido, sempre provvisorio, perfetto per la rapidità con cui il mercato e le giravolte politiche proseguono sulla strada dell’innovazione perenne, del cambiamento-per-il-cambiamento, in una furia neo-eraclitea che tutto distrugge, tutto divora, tutto dimentica molto velocemente. Quindi, se i media sono uno strumento di potere ideale per attirare e dirigere l’attenzione, per esercitare una persuasione in materia di opinioni e pareri, per influenzare il comportamento, per conferire o togliere legittimità, essi sono anche in grado di definire e strutturare la percezione della realtà, arrivando a ri-configurare la gerarchia dei valori tanto del soggetto quanto del gruppo. In altre parole, questo cambiamento-per-il-cambiamento diventa strutturale.

Di fronte a queste ben note ma anche spesso dimenticate considerazioni, dovremmo allora chiederci: chi controlla i mezzi di comunicazione e nell’interesse di chi? Come cambia la mappa del mondo di chi ha accesso ai mezzi di comunicazione? Di chi è la visione del mondo che viene presentata? Con quali fini? Quale efficacia hanno i mezzi di comunicazione nell’ottenere i loro obiettivi? Quali sono i fattori che aumentano o limitano il potere dei mezzi di comunicazione, in seno ai processi democratici che dovrebbero fondare il nostro patto sociale?

In altri termini, per orientarsi tra le diverse antinomie e per non finire col pensare pensieri non pensati, è indispensabile riprendere quell’atteggiamento interrogante, e perché no forse talora anche arrogante, che è proprio non solo della filosofia, ma di ogni persona autentica, con del carattere, che voglia vivere un’esistenza non-impersonale. Da parte mia, a questo punto la conclusione è piuttosto semplice: l’imperialismo culturale si vince con nuovo (anzi recuperando un antico) modello di approccio al circostante, capace di portare alla luce giochi e interessi che rimangono spesso nascosti dietro le quinte. Allora forse sarà possibile non solo per piccoli gruppi di dissidenti, ma a anche per schiere più estese delle società, individuare quali siano i valori fondanti per ogni comunità e quali invece gli pseudo-valori che avvelenano il nostro stare insieme. 

Ed eccoci al punto: nuovi dis-valori che vengono subdolamente introdotti dai mass-media, nei social-media soprattutto, pensati per ipnotizzare i cittadini ma che già alla più immediata analisi si rivelano riconducibili agli interessi del neo-liberismo: perché il Relativismo ed il Nichilismo di cui abbiamo dato cenno sopra non sono affatto fini a se stessi: il processo imperialistico, proponendo le figure magnetiche delle antinomie (allo scopo di scoraggiare una autentica presa di posizione personale nei confronti delle questioni comuni), riesce a subordinare tutte le forze vive della società agli interessi capitalistici delle classi neoliberiste dominanti. Da questo punto di vista i media e i social-media in particolare contribuiscono simultaneamente a due tipi di mutamento sociale, concettualmente opposti, ma empiricamente riconciliabili: uno rivolto alla frammentazione e alla individualizzazione della società (effetto centrifugo), per cui siamo tutti più soli e più isolati, e un altro rivolto a un nuovo tipo di integrazione omologante (effetto centripeto), fondato su meccanismi psicologici e biochimici che rendono difficile per molti accorgersi del reale pauroso stato di dipendenza in cui si trovano. Ne risulta una mappa del mondo imposta, costruita ad arte perché il soggetto vi si perda dentro, nonostante tutte le apparenti indicazioni per orientarsi e trovare quello che cerca. 

Ed è così – concludo – che la responsabilità di ognuno si sostanzia oggi soprattutto nell’esercizio della critica, quindi nella pratica della libertà: si tratta prima di una dimostrazione di potere, che di sapere (non a caso quasi sempre questi due fattori sono oggi spesso capovolti): se il nostro mondo di conoscenze fallisce cronicamente nel comprendere il circostante che invoca una spiegazione, allora l’inquietudine profonda che ne scaturisce deve pur spingerci a cambiare approccio a ciò che ci viene dato. Non vedo altra strategia se non il ridare ordine alle cose: nel caso della Pandemia che ci sta assillando, per esempio, far precedere il principio di prudenza ad ogni tipo di valutazione e di iniziativa. Non è infatti un bene limitarsi ad esorcizzare le paure, soprattutto in una fase come questa, semmai scelta più ragionevole sarebbe includerle in un sistema dotato di senso: il problema diventerebbe così non tanto come evitare la sofferenza e la morte, ma semmai come soffrire e al limite anche come morire, ovvero come fare del dolore fisico, della sconfitta terrena o della contemplazione impotente dell’agonia altrui qualcosa di sopportabile, di sostenibile, come dire: di soffribile, proprio in quanto incardinato in un sistema di valori dotato di senso vero. 

Precisamente questo, ovvero assumerci la nostra dose di riflessione libera e critica in vista del bene comune, è stato quello che abbiamo cercato di fare in questo nuovo volume di Contro Corrente.

Alessandro Benigni