Andrea Zhok: “Ciò che la filosofia non è”

Vicino Lontano 2014 - Nell'universo del denaroIn queste settimane abbiamo un Andrea Zhok davvero molto in forma. Proponiamo un’eccellente decostruzione (accompagnata da una rigorosa demolizione che condivido in pieno) che vale la pena d’esser letta a più livelli: sia per l’analisi critica in sé, sia per il contenuto particolare, sia per la forma argomentativa (che è in sé un perfetto modello didattico). E niente: a Milano c’è un filosofo…. da leggere!

 

 


 

(Tratto dalla pagina Facebook di Andrea Zhok,

Domenica 24 Maggio 2020)

 

 

 

 

Personalmente non ho mai avuto stima intellettuale per Giorgio Agamben (d’ora in poi G.A.) come filosofo, neppure negli anni in cui scriveva tomi ambiziosi. Anche in tempi non sospetti è stato un maestro dell’autopromozione molto più di quanto sia stato un ‘maestro di pensiero’. Questa inclinazione personale appare fuori controllo in tempi recenti.
Ma tant’è, se dovessimo dare attenzione a tutte le sciocchezze che vengono dette o scritte non resterebbe spazio per la minoranza di cose degne di essere studiate, dunque anche G.A. potrebbe essere lasciato al proprio narcisismo.
Purtroppo l’ultima sortita sui social, non la prima nello stesso spirito, ha attratto troppe attenzioni (e, tragicamente, troppe lodi) da poter essere lasciata correre.
Procediamo allora ad una breve analisi dell’intero testo di G.A. dal titolo “Requiem per gli studenti”.
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• Il testo parte subito col botto:

<“Come avevamo previsto, le lezioni universitarie si terranno dall’anno prossimo on line.”>
• In quale paese? Ovunque? E a prescindere dalla recrudescenza del virus? E chi l’ha detto? Tutte domande che rovinerebbe un bell’incipit in cui si fa un’affermazione infondata (che è tutt’al più un pronostico) e poi ci si assegna una medaglia per averlo previsto.
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<“Quello che per un osservatore attento era evidente, e cioè che la cosiddetta pandemia sarebbe stata usata come pretesto per la diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali, si è puntualmente realizzato.”>
• La pandemia diviene una ‘cosiddetta pandemia’, perché una schizzatina d’occhio alle teorie del complotto è sempre una buona soluzione per aumentare l’audience.
La ‘cosiddetta pandemia’ si trasforma dunque in un pretesto. Pretesto per cosa? Per la diffusione “sempre più pervasiva delle tecnologie digitali.”
E in effetti se non avessimo un “osservatore attento” come il nostro, a tutti sarebbe sfuggita la “diffusione delle tecnologie digitali” negli ultimi vent’anni.
A questo punto ci si potrebbe aspettare una qualche analisi, anche sommaria, del perché la “diffusione delle tecnologie digitali” rappresenti un problema, per chi, in che misura. È un tema complesso e molto interessante.
Ma G.A. ritiene di aver detto più che abbastanza.
A buon intenditor poche parole.
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Perciò il testo prosegue estraendo dall’armamentario della retorica classica una splendida preterizione (e c’è chi dice che la cultura classica non serve).
<“Non c’interessa qui la conseguente trasformazione della didattica, in cui l’elemento della presenza fisica, in ogni tempo così importante nel rapporto fra studenti e docenti, scompare definitivamente, come scompaiono le discussioni collettive nei seminari, che erano la parte più viva dell’insegnamento. Fa parte della barbarie tecnologica che stiamo vivendo la cancellazione dalla vita di ogni esperienza dei sensi e la perdita dello sguardo, durevolmente imprigionato in uno schermo spettrale.”>
• Così, dopo averci detto che non gli interessa parlarne e che dunque sarebbe una piccineria chiedergli precisazioni su una cosa che, dopo tutto, non gli interessa dire, G.A. spiega che la didattica in forma seminariale sarebbe così scomparsa, di colpo. E che questo venire meno sarebbe da inscrivere nella “barbarie tecnologica” che cancella l’esperienza dei sensi e imprigiona lo sguardo in uno schermo.
Di passaggio abbiamo capito che quando dice “didattica” G.A. pensa “didattica universitaria” (come se ciò fosse pacifico).
Ad ogni modo, questo sarebbe un bel tema di discussione, in effetti, se ci fosse qualche materiale al di là di una generica invettiva del tipo “O tempora, o mores”.
Purtroppo G.A. non ci fa la cortesia di spiegarci di chi parla, dunque di quali università, in quali paesi. Siamo semplicemente invitati a credere quello che lui ci garantisce essere vero: non solo la didattica online avrebbe sostituito la didattica in presenza (garantisce lui), ma le forme di interazione seminariale sarebbero scomparse.
Ora, il primo problema è che ciò non è generalmente vero.
È molto vicino ad essere vero nelle macroistituzioni universitarie che gestiscono rapporti penalizzanti tra numero dei docenti e numero degli studenti. Qui le forme di scambio personalizzato tendono ad essere minimizzate. Non è vero in realtà più piccole, e/o meglio finanziate, dove continuano ad esistere ampiamente forme di scambio seminariale.
Se operassimo questa distinzione si aprirebbe una interessante discussione sul modo in cui l’insegnamento terziario si colloca all’interno del capitalismo avanzato, quali pressioni avvengono sui costi dell’istruzione pubblica, quali paesi li affrontano e in che misura.
Ma un tale approccio non sarebbe sexy. Richiederebbe di mettersi a ragionare, portare dati, fare confronti. Ma per l’amor del cielo! G.A. è qui per lasciare cadere con consumata teatralità una presunta ‘verità epocale’ e poi ritirarsi nelle sue stanze.
E la verità epocale è “viviamo nella barbarie tecnologica.”
E non fatemi dire altro, che ho il Vaso di Pandora nella dispensa, vicino ai corn flakes.
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Si giunge così al momento cultural-sentimentale.
<”Ben più decisivo in quanto sta avvenendo è qualcosa di cui significativamente non si parla affatto, e, cioè, la fine dello studentato come forma di vita. Le università sono nate in Europa dalle associazioni di studenti – universitates – e a queste devono il loro nome. Quella dello studente era, cioè, innanzitutto una forma di vita, in cui determinante era certamente lo studio e l’ascolto delle lezioni, ma non meno importante erano l’incontro e l’assiduo scambio con gli altri scholarii, che provenivano spesso dai luoghi più remoti e si riunivano secondo il luogo di origine in nationes. Questa forma di vita si è evoluta in vario modo nel corso dei secoli, ma costante, dai clerici vagantes del medio evo ai movimenti studenteschi del novecento, era la dimensione sociale del fenomeno. Chiunque ha insegnato in un’aula universitaria sa bene come per così dire sotto i suoi occhi si legavano amicizie e si costituivano, secondo gli interessi culturali e politici, piccoli gruppi di studio e di ricerca, che continuavano a incontrarsi anche dopo la fine della lezione.”>
• Questo passo è un quadretto simpatetico, con una certa propensione all’idillico, ma con elementi di verità, della “Grande Tradizione Universitaria”. La possiamo prendere com’è, per avvicinarci alla parte dove inizia la sostanza, politica e contemporanea.
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<”Tutto questo, che era durato per quasi dieci secoli, ora finisce per sempre. Gli studenti non vivranno più nella città dove ha sede l’università, ma ciascuno ascolterà le lezioni chiuso nella sua stanza, separato a volte da centinaia di chilometri da quelli che erano un tempo i suoi compagni. Le piccole città, sedi di università un tempo prestigiose, vedranno scomparire dalle loro strade quelle comunità di studenti che ne costituivano spesso la parte più viva.
Di ogni fenomeno sociale che muore si può affermare che in un certo senso meritava la sua fine ed è certo che le nostre università erano giunte a tal punto di corruzione e di ignoranza specialistica che non è possibile rimpiangerle e che la forma di vita degli studenti si era conseguentemente altrettanto immiserita.”>
• Sembra così che d’un tratto, con il ricorso d’emergenza alla didattica a distanza durante la ‘cosiddetta’ pandemia, patatrac, una idillica tradizione secolare sia venuta meno. Qui G.A. sembra volare altissimo, solleva il mantello e invece di un coniglio ci fa balenare davanti agli occhi la catastrofe della Grande Tradizione Universitaria occidentale.
Qui, come tipico di una forma argomentativa che mesta professionalmente nel torbido, G.A. consolida la sua posizione nella totale infalsificabilità. Siccome il discorso parte già da un dato insussistente (il passaggio generalizzato alla didattica online), tutte le deduzioni da una proposizione falsa sono formalmente false. Ma sul piano retorico non funziona così: l’argomento funzione per accumulo. Ripetere una proposizione insussistente come supporto di un presunto evento temibile sembra accreditare entrambi.
Siamo perciò giunti all’Apocalisse di una realtà secolare. E più non dimandare.
Non avendoci G.A. dato alcun riferimento per capire se parla di Cambridge o Parigi, Yale o Urbino, S. Andrews o Milano, non possiamo neanche provare a falsificare la sua asserzione: dopo tutto da qualche parte quella frase sicuramente sarà vera.
A consolidare l’argomento per accumulo ci si appella ad un breve – e facilmente condivisibile dal vasto pubblico – peana sui destini dell’Università, oramai ridotta a sentina di “corruzione e ignoranza specialistica”. E chi mai negherà che l’Università (in generale, nell’iperuranio) sia un così tetro recipiente di “corruzione e ignoranza specialistica” da meritare la fine di Sodoma e Gomorra. Lo dice anche mio cugino.
È importante comprendere che tutto quello che dice G.A. è criticabile solo sul piano retorico, perché tutta la sostanza dell’argomento è da cima a fondo esclusivamente retorica.
Non c’è nessuna superficie cui aggrapparsi per poter fare leva, intervenire, riformare, correggere. No, siamo all’interno di un’invettiva totalmente astratta, generica, fluttuante a mezz’aria, opinionismo tanto al chilo privo di ogni appiglio.
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Ed arriviamo così al clou, al climax, ciò che un consumato retore sa donare al suo pubblico per dargli quel brivido, l’inebriante impressione di star “prendendo una posizione”, di star “facendo politica”.
<”Due punti devono però restare fermi:
i professori che accettano – come stanno facendo in massa – di sottoporsi alla nuova dittatura telematica e di tenere i loro corsi solamente on line sono il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista. Come avvenne allora, è probabile che solo quindici su mille si rifiuteranno, ma certamente i loro nomi saranno ricordati accanto a quelli dei quindici docenti che non giurarono.
Gli studenti che amano veramente lo studio dovranno rifiutare di iscriversi alle università così trasformate e, come all’origine, costituirsi in nuove universitates, all’interno delle quali soltanto, di fronte alla barbarie tecnologica, potrà restare viva la parola del passato e nascere – se nascerà – qualcosa come una nuova cultura.”>
• Eccoci così alla chiamata alle armi contro il Male. Ci si richiama al coraggio civile di quella manciata di professori che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista e si crea una brillante analogia: l’introduzione di sistemi telematici nella docenza universitaria – in presenza di una ‘cosiddetta’ pandemia – sarebbe una “dittatura telematica”. E chi accetta di usare questo mezzo, latore di “barbarie tecnologica” è né più né meno che un collaborazionista della dittatura.
E gli studenti, forza viva e sangue giovane cui affidare le sorti della ribellione, devono rifiutare di iscriversi alle università “così trasformate” (Quali università? Trasformate come? – Su smettete di disturbare il maestro, che ora è stanco.)
Qui oramai nella sequenza di congetture fatte passare per certezze, insinuazioni, mozioni degli affetti, gesti teatrali, e metafore ardite, ogni speranza di essere di fronte ad un argomento è scomparsa nel nulla. Ci troviamo di fronte ad un appello alla ribellione, appello che, insomma, qualche simpatia non può non raccoglierla, no? Dopo tutto, dopo due mesi di lockdown, di gente con i nervi a fior di pelle ce n’è parecchia.
Sulla rivoltante analogia non mi soffermo neanche, perché parla da sola. Chi si è ingegnato e reinventato, facendo il doppio della fatica, per evitare che gli studenti perdessero un anno, viene trattato come un novello Quisling.
L’unica cosa che voglio aggiungere è una giustificazione, a me stesso, per aver perso un’ora di tempo per scrivere queste pagine su simile spazzatura.
La ragione per cui mi sono sentito in obbligo, è che chi l’ha scritta passa per filosofo e dunque ciò che scrive finisce per passare per filosofia.
Ora, la filosofia, l’esercizio della ragione nelle sue forme più ambiziose, si produce sempre in forme che sfidano l’ovvietà, e che raramente possono appellarsi a metodologie dimostrative cogenti.
Per questo motivo la filosofia è un esercizio delicato, che richiede benevolenza (‘caritatevolezza’) da parte di chi legge, e la massima onestà intellettuale in chi scrive.
Perciò chi brandisce una formazione filosofica, sacrificando la propria onestà intellettuale e vendendo retorica, con il solo fine di soddisfare il proprio narcisismo, mette a repentaglio la credibilità di una disciplina preziosa, millenaria, e terribilmente inattuale.
Chi lo fa dev’essere denunciato e svergognato per ciò che è.