Vincenzo Costa: lo sterminio delle differenze e la globalizzazione

CatturaPer affrontare quanto accade bisognerebbe iniziare col mettere da parte le persone, e parlare del mero fenomeno culturale. Le persone sono troppo preziose, complicate, imperscrutabili e fragili, e dovrebbero essere tenute fuori dalla discussione pubblica. Non così però i fenomeni culturali.

Se ci volgiamo verso il fenomeno culturale emerge allora che noi non ci chiediamo più a che cosa qualcuno ha esattamente aderito: tutto va rispettato, amato, accolto. E per accettare tutto è necessario non chiedersi a che cosa qualcuno si è convertito: è una questione di gusto. Chiederlo significa mancanza di tatto.

Domande di contenuto non vanno poste, diventano un atto di indiscrezione. Non si chiede conto a nessuno delle proprie opinioni. Non si deve chiedere “a che cosa esattamente credi? Che cosa pensi dei diritti universali?”.

Eppure proprio questo rappresenta la fondazione dellOccidente: ognuno deve rendere conto (logon didonai) delle proprie opinioni. Invece, la nuova regola è che “nessuno deve rendere conto di niente, di quello che pensa e di quello che fa”.

E questo significa che, senza accorgerci, non siamo più in Occidente.

Siamo nell’ordine di mercato, in cui tutto è un bene da consumare, di cui fare esperienza. E fare esperienza, consumare è l’unica libertà e l’unica vita autentica, ben vissuta. Il resto, il rendere ragione, deve essere sterminato: esso diventa potere, il potere della ragione, un potere repressivo.

E tuttavia, proprio così, dissolvendo questa idea di ragione, l’ordine globale, in quanto ordine del consumo, mostra un aspetto intollerante, in quanto implica che tutti i popoli devono assumere il consumo come generatore di identità e di legame sociale. In questo modo stermina le differenze. Si può essere cristiani, buddisti, scintoisti, passare dall’uno all’altro così come si passa dal consumo di cioccolata a quello di marmellata.

Anche le culture, che oramai non significano più niente, diventano oggetti di consumo, “esperienze” attraverso cui si è passati, da esibire come il consumo vistoso che era, per Veblen, un mezzo di distinzione sociale.

E tuttavia, se non vale più la forza delle ragioni, che cosa esattamente ha valore?

Una volta eliminata la necessità di rendere ragione tutto va bene: Anything goes diceva Feyeraband, che voleva liberare la gente dal dominio della ragione e insegnare loro a sorridere.

Nell’ordine del consumo le culture non vengono represse, come ancora fanno i regimi autoritari, attardati e superati. Le differenze culturali vengono invece dissolte proprio annullando il loro carattere antagonista, la loro pretesa di verità, rendendole beni da consumare, dunque innocue.

In un certo senso, per imporsi il consumo deve giocare sulle differenze e persino valorizzarle, perché a importare e a rappresentare il livello dell’omogeneizzazione non è il fatto di consumare tutti la stessa cosa e nello stesso modo, ma l’entrare nell’ordine del consumo: guarda che ricca offerta di modi di vita, che supermarket di credenze!

Proprio per questo è sbagliato pensare che l’occidente venga abbandonato, perché a caratterizzare l’occidente è oramai solo il vuoto. Noi non viviamo più da un pezzo in Occidente, ma in una cultura che vede spegnersi tutti i suoi valori uno a uno.

Per noi tutto va bene perché non abbiamo niente da contrapporre all’altro, tranne quel Way of Life che è l’apericena e lo shopping, magari compulsivo.

Non è allora che qualcuno abbandoni l’Occidente: è l’Occidente che ha abbandonato se stesso.

Ciò che viene abbandonato non è l’Occidente, ma la mancanza di valori dell’Occidente, un Occidente che non ha altra identità se non il consumo e la valorizzazione economica, il successo e la competizione: alla fine il consumo come pratica che consente la costruzione sociale dell’identità.

Ciò che accade andrebbe forse letto nel senso che la globalizzazione non è un’europeizzazione, ma lo svuotamento dell’Occidente, la rinuncia alla propria singolarità, poiché ogni cultura che si universalizza perde la propria particolarità e muore, diventa cioè un significante vuoto. L’Occidente è oramai solo un “consuma, consuma consuma, consuma tutto, cibo, relazioni, libri, culture, e più ne consumi più la vita è ricca”.

Chi non lo comprende è solo uno un poco narrow-minded.

 

 

Vincenzo Costa

(fonte: pagina Facebook)