Per riaprire è ancora presto: la soluzione alla crisi economica non può essere una crisi sanitaria

 

 

 

di Silvio Paone, dottore di ricerca in Malattie Infettive, Microbiologia e Sanità Pubblica

Il dibattito impazza ferocemente, nel nostro Paese, alimentato soprattutto dai rappresentanti degli industriali che continuano a chiedere a gran voce una rapida riapertura delle attività produttive, nella drammatica e difficilissima situazione che stiamo vivendo.

La storia dell’avversione degli industriali verso le chiusure inizia a fine febbraio, quando la Confindustria di Bergamo pubblicava un video dal titolo “a Bergamo gli affari continuano”. Appena 5 giorni dopo l’Istituto Superiore di Sanità consigliava di chiudere alcuni comuni della produttivissima Val Seriana, nel bergamasco. Proprio quella Val Seriana che ha poi pagato un costo in vite umane spropositato rispetto a qualsiasi altra zona del Paese. Nella provincia di Bergamo le morti ascrivibili a coronavirus nel mese di marzo sono state 4500, stando ad un’indagine de L’Eco di Bergamo. E da più parti, inchieste giornalistiche segnalano che ci sono state diverse pressioni dagli ambienti industriali per evitare l’instaurarsi di una zona rossa simile a quella del lodigiano.

Ma le pressioni degli industriali proseguono per tutto il mese di marzo, con dichiarazioni a mezzo stampa dei principali rappresentanti della categoria che puntano ad evitare le chiusure delle attività produttive, in particolare in Lombardia, nonostante l’elevatissimo numero di morti e l’enorme carico sugli ospedali della regione. Col decreto “chiudi Italia” del 22 marzo, il Governo prende – tardivamente – la decisione di fermare le attività produttive, escludendone però 80 tipologie ritenute “essenziali”, pari al 39% del totale. Una porzione già di per sé piuttosto elevata,a cui si vanno a sommare quelle aziende che, nel caso in cui svolgano un ruolo sussidiario rispetto alle 80 tipologie individuate dal decreto, possono rimanere aperte semplicemente inviando un’autocertificazione alla Prefettura. Le aziende che hanno richiesto questa deroga sono attualmente circa 71mila, di cui il 45% in Lombardia ed Emilia Romagna, le regioni più colpite dall’epidemia, e circa 2000 nella sola provincia di Bergamo. Diverse organizzazioni sindacali stanno denunciando l’elevatissimo numero di richieste di questo tipo.

Insomma, pare chiaro che per alcuni industriali italiani sia veramente insopportabile il #lockdown. Mentre invece pare altrettanto chiaro che nessuno tra gli “esperti” e gli addetti ai lavori, tra le autorità sanitarie e scientifiche di questo Paese, ritenga plausibile l’idea di una riapertura sostanziale e rapida. Perché? Quali sono le ragioni scientifiche che ci suggeriscono di evitare riaperture avventate?

Fin dall’inizio, il modello preso a riferimento è stato quello del lockdown cinese. Il nostro Paese sta di fatto seguendo una versione “light” di quell’approccio. Ma vediamo cos’è successo in Cina, nello specifico nell’Hubei, e proviamo a capire perché, se quello è il riferimento, siamo ben lontani dall’ipotesi di una riapertura in sicurezza.

Il lockdown in Hubei è durato dal 23 Gennaio (data del primo lockdown a Wuhan) fino al 25 Marzo. A Wuhan, fino all’8 Aprile. Due mesi nella regione complessiva, due mesi e mezzo nell’epicentro dell’epidemia. In Italia siamo ad un mese. E soprattutto, in Italia registriamo ancora dati importanti sul numero di nuovi contagiati (Fig.1).

Qual è stato l’incremento dei nuovi casi in Cina nei giorni tra il 19 e il 23 febbraio, cioè a 1 mese dall’inizio del lockdown? Solo il 4%. E qual è lo stesso incremento in Italia dal 5 al 9 Aprile? Il 15,2% (Fig.2). Questo significa, come è noto, che il lockdown cinese è stato molto più efficace. Le misure prese in Cina sono state draconiane, tra isolamento dei sospetti contagiati in strutture apposite, uscite dalle abitazioni ridotte al minimo e controlli digitali sugli spostamenti . Nonostante questo, ha richiesto due mesi e mezzo per essere dismesso ovunque.

Qual è stato l’incremento dei nuovi casi in Cina nei giorni tra il 30 Marzo ed il 9 Aprile (10 giorni precedenti la riapertura a Wuhan)? Lo 0,47%. E in Italia a quanto siamo nello stesso periodo? Al 41%. Stando all’andamento italiano non saremo in una condizione simile a quella cinese prima del 10 di maggio (Fig.3).

Questi sono i ragionamenti estrapolati dal confronto tra i due Paesi, ma sappiamo bene che in Italia circa il 50% della statistica è da attribuire alla Lombardia, proprio la regione dove con più insistenza gli industriali chiedono di riaprire quanto prima e dove più numerose sono le attività tuttora in funzione. Insomma, tutti i dati ci indicano che una riapertura frettolosa potrebbe avere conseguenze terribili su una situazione che proprio in questi giorni inizia a ridimensionarsi ma che resta comunque drammatica ed allarmante.

La Cina è però solo uno dei Paesi che fanno da modello nella gestione dell’epidemia e sarebbe errato pensare di percorrere acriticamente la stessa strada. Dunque, guardiamo ad un modello diverso: quello della Corea del Sud.

La Corea del Sud ha utilizzato un approccio soft, riassunto nella definizione di “Test, Track, Treat”. È stato evitato un lockdown pervasivo e stringente, preferendo agire con altri strumenti: smart working e chiusura di scuole, biblioteche ed università, un elevatissimo numero di tamponi, effettuati da strutture sanitarie, universitarie e private, e un contact tracing capillare, tramite gps, telecamere di sorveglianza e dati delle carte di credito, per risalire immediatamente a tutti i contatti stretti avuti da un individuo positivo. In particolare le autorità sanitarie di Seoul segnalano che tra i luoghi dove si verificano i più alti livelli di trasmissione ci sono proprio le aziende con alte densità di lavoratori nello stesso spazio.

Attualmente l’Italia è quanto di più distante dal modello coreano. È ormai opinione condivisa da tutta la comunità scientifica che i tamponi effettuati siano un quantitativo irrisorio rispetto a quello richiesto per poter realmente sorvegliare la circolazione del virus e per quanto riguarda il contact tracing, diverse app sono in via di sviluppo ma attualmente non sono disponibili.

Per quanto sia augurabile passare quanto prima dalla fase di lockdown ad una gestione della sorveglianza dell’epidemia con misure meno stringenti, è evidente che attualmente non siamo pronti. Il dato dell’enorme sottostima del numero di contagiati (che sono realisticamente circa 10 volte quelli confermati) ci dà il senso dell’attuale inadeguatezza del nostro Paese nell’adottare un approccio simile a quello coreano.

Dunque, appare chiaro che una riapertura frettolosa potrebbe portare unicamente ad una nuova ondata di contagi, con conseguenze catastrofiche.

Sappiamo bene che il lockdown sta causando problemi economici, anzitutto alle fasce più deboli della popolazione: quelle prive di un posto fisso, di un reddito mensile, ai piccoli commercianti, alle partita iva. Ma se si vuole veramente tornare ad una qualche normalità, è fondamentale tenere in piedi le attuali misure ancora a lungo: fin quando il numero di contagiati non si ridurrà a valori tali da permettere che strumenti diagnostici su larga scala e sorveglianza sanitaria possano contenere l’epidemia.

Una dissertazione sulle conseguenze economiche e sociali del lockdown esula dagli scopi di questo articolo. Tuttavia, se si teme un impoverimento di massa, ci sono svariate misure adottabili che non comportino un elevato costo di vite umane. Ad esempio, tramite elementari politiche redistributive. Secondo l’ultimo rapporto dell’Oxfam sulle disuguaglianze, il 5% più ricco degli italiani detiene il 70% della ricchezza nazionale, mentre il 60% più povero ne detiene appena il 13,3% . I primi tre miliardari italiani possiedono ricchezze pari a quelle del 10% più povero della popolazione. Negli ultimi 20 anni la forbice della disuguaglianza si è enormemente allargata in Italia: è una situazione di grande crisi ed è auspicabile che chi ha di più, contribuisca maggiormente nell’aiutare chi ha di meno,magari attraverso un sistema di tassazione più rispettoso dei nostri principi costituzionali. In poche parole: potremmo evitare il disastro sociale anche senza tornare a produrre, ma non potremmo evitare il disastro sanitario se dismettessimo frettolosamente il lockdown. La soluzione alla crisi economica non può essere una crisi sanitaria.

 

 

 

Autore: Silvio Paone, dottore di ricerca in Malattie Infettive, Microbiologia e Sanità Pubblica

 

 

Fonte: Coronavirus – Dati e Analisi Scientifiche

 

 


Figura 1: Andameno del lockdown in Italia ed in Cina (Da Worldometers)
Figura 2: Nuovi casi giornalieri a un mese dall’inizio del lockdown in Italia ed in Cina (Da worldometers)
Figura 3: Proiezioni sull’andamento futuro dell’epidemia (Da Analisi Numerica e Statistica Dati Covid-19)