Pandemia: il punto della situazione (Pierluigi Fagan)

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Per chiarezza e lucidità della fotografia sulla situazione attuale, citiamo un post di Pierluigi Fagan (datato 8 Aprile), che a nostro parere riassume egregiamente quanto oggi possiamo dire e sperare sulla pandemia da Covid-19.

 

 


 

“Facciamo un po’ di punto della situazione, riepilogando dati ed informazioni reperite sulle fonti informative disponibili. Anche per farci un’idea realistica del come andranno le cose nelle prossime settimane e mesi.

A Wuhan in Cina, viene revocato il blocco dopo 11 settimane. Il blocco di Wuhan, complice il fatto che è solo una città (delle dimensioni demografiche più o meno pari alla Lombardia) di un Paese ben più grande, è stato il più severo al mondo. Ciononostante, son passati 76 giorni dalla chiusura alla riapertura. In Italia, se meccanicamente applicassimo la stessa tempistica, arriveremo al 18 maggio, un lunedì. Borrelli si era lasciato sfuggire un 16 maggio, siamo lì. Però, i cinesi imposero il lockdown a 260 casi dichiarati, mentre noi lo abbiamo fatto che eravamo già a 1797. In più avendo avuto un Paese attorno, hanno effettivamente chiuso ogni centro di potenziale contagio, mentre noi abbiamo dovuto lasciare in funzione trasporti (anche se limitati) ed alcune attività industriali. Stante il dubbio che aleggia su i dati, prendendo comunque questi come indicativi, i cinesi sarebbero scesi sotto i 100 nuovi casi giornalieri già un mese fa. Hanno ciò tenuto il blocco per un intero mese, con casi sotto i 100 ed assai spesso sotto i 50 e qualche giorno anche a 0 nuovi contagiati. Noi ieri registravamo ancora 3.039 nuovi casi e purtroppo, tra fabbriche, trasporti, ospedali ed RSA che offrono ancora al virus circolazione sebbene a bassa intensità, sotto i 100 dubito che ci arriveremo mai. Poiché si stima che attualmente noi si sia ad un fattore di contagio 1 (il famoso R0), se domattina riaprissimo tutto, in pochi giorni avremo 6000 nuovi contagi che è poi il dato peggiore registrato sino ad oggi, il 21 marzo, quando i pronto soccorso esplodevano, i medici e gli infermieri piangevano e molti venivano rispediti a morire a casa.

Tutto ciò tanto per dire quanto bizzarra sia questa ossessione dilagante su i media sulla riapertura, alimentata da certi politici che fanno da cassa di risonanza ad un desiderio, per altro comprensibile, di una popolazione che comincia a soffrire della lunga cattività. In realtà, molti “riapristi” sono in modalità “populista” ovvero farsi interpreti del lamento popolare, ma in effetti agiscono per mandato dell’interesse economico che, come si sa, è assai influente. Si comprende dunque la cautela delle autorità nel dare le notizie di lockdown di quindici giorni in quindici giorni, si comprende l’omertoso ed evasivo allineamento delle pubbliche dichiarazioni dei sanitari, si comprende anche che i giornalisti facciano finta di non avere un cervello pensante riportando il come stanno le cose e si comprende ovviamente anche l’aspettativa popolare ad un individuabile traguardo di fine pena. Detto ciò però, la logica non può che prender atto dei numeri che abbiamo dato sopra, il resto è psicologia di massa manipolata dal conflitto “sanità vs capitale”.

E’ possibile che nei prossimi giorni, qualche misura venga allentata, probabilmente riprenderà un più ampio raggio di attività produttive. Tenete però conto che ogni nuova formazione di potenziale diffusione del virus, aumenta i nuovi casi. Quindi il “tornare a lavorare” per alcuni, significherà una o più settimane di lockdown per molti altri. Giorni fa, sul New York Times, è apparso uno studio congiunto M.I.T-Federal Reserve, su i casi di lockdown-riaperture delle città americane ai tempi della famosa “influenza spagnola” (1918-1920). Lo studio mostrava la logica inesorabile per la quale le città che avevano fatto lockdown prima e lo aveva rimosso più tardi, erano quelle che dopo si erano economicamente riprese prima e con più vigore. Si potrebbe dire un meccanismo per il quale quanto più si è severi prima, permette di esser più forti dopo. Andare in compromesso con la severità, allunga i tempi di ripresa. Il caso però vale per le città di un Paese, un po’ come a Wuhan, mentre noi non abbiamo un Paese intorno, noi siamo un Paese.

Se quindi la agognata fase 2 sarà limitata al ritorno al lavoro di qualcuno, ce ne sarà poi una 3, una 4, una 5 e così via. Ogni volta che allenteremo qualcosa, i nuovi casi di contagio risaliranno e si tratterà di un continuo aprire e chiudere la valvola dei nuovi contagi potenziali concedendo un po’ più di libertà e qualcuno che verrà scontata con la minor libertà degli altri. Ogni corsetta al parco varrà una settimana in più a casa degli ultra sessantenni, la libertà di alcuni sarà la condanna di altri, concetto che vedo si fa fatica a comprendere in una società basata sull’individualismo liberale. Sul piano pratico, l’importante sarà che i nuovi contagi non tornino a far collassare il sistema sanitario. Si tenga anche conto che quanto più si monopolizza il SSN su i malati Covid19, tantomeno bene si assistono gli altri, il che fa aumentare la mortalità generale. Tanto più il SSN va al limite, tanto più si morirà di Covid19 in casa. Questo “up&down” durerà mesi, meglio saperlo.

I test seriologici, pare che possano dare un aiutino. Ma quei testi hanno tre problemi: 1) testano solo il fatto che qualcuno abbia gli anticorpi del virus; 2) hanno una affidabilità ancora molto relativa; 3) gli anticorpi in misura rilevabile dal test, si producono dopo almeno 10 giorni che è contratta l’infezione, questo è almeno ciò che ho capito della questione. Quindi, qualche indicazione la danno il che ricade nella categoria “meglio di niente”, ma sono uno strumento un po’ vago che non aiuta decisivamente la gestione dell’epidemia.

Quanto i tamponi, fatta salva la fornitura dei reagenti ed il continuo ampliamento dei laboratori in grado di processare i tamponi, ci vedono già oggi – pare – come il primo tra i grandi Paesi europei per numero di tamponi fatti, prima della Germania. A pari con l’Austria, solo dopo Norvegia, Islanda, Svizzera, Estonia, Slovenia, Malta e Lussemburgo, questi ultimi, ricordo che hanno la dimensione di un Municipio di Roma. Per capacità di tamponare ogni 1 milione di abitanti, la Germania ci segue a stretta ruota, la Spagna è ad un 40% in meno, Francia ed UK ad un 70% in meno. Quanto alle capacità ricettive di letti in TI, stante la Germania che svetta inarrivabile, non sembra che tra Spagna, Francia e Regno Unito, si stia meglio che in Italia dove la ricettività è nel frattempo aumentata, sembra, ad una capienza dedicata al CVD19 di 4000 unità. Sono 3792 attualmente i ricoverati CVD19 in TI, di poco sotto il limite di capienza, ma ogni giorno il bilancio migliora.

Sulle “mascherine” penso siate informati a dovere. Procede intanto la sperimentazione dei farmaci che possano evitare di scivolare nella polmonite bilaterale che porta a T.I. da cui si esce spesso* morti, mentre per il vaccino, le stime internazionali danno un vago “prossimo inverno”. Naturalmente prendere i casi all’inizio e curarli prima che peggiorino, aiuta la gestione del bilancio delle T.I.. Così, pare, siamo messi.”

 

Fonte

 

 

 

 

 


Note. * Aggiungiamo un dato, segnalato dall’ing. Stefano Marchi: “UK ha rilasciato i dati per i trattamenti in terapia intensiva che fino ad oggi nessun paese […], aveva rilasciato: mortalità in terapia intensiva a quasi il 50%. La mortalità per i pazienti che vengono intubati nelle prime 24 ore e’ pari al 65% – notare il BMI medio di 25 quindi peso forma; eta’ media 60 anni, picco tra i 50 e i 70 […]” –  fonte