Oltre Severino, oltre la gioia: l’orrore dell’errore di esser tale

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di Mauro Mendula

 

 

 

Premessa

Ciò che di seguito viene proposto è un testo giovanile risalente ai miei primi anni universitari, trovato in mezzo ad altre carte dell’epoca. Erano tempi nei quali mi cibavo letteralmente di ‘pane e neo-eleatismo’ con una immersione quasi mistica e famelica nei testi di Emanuele Severino, divorati, vissuti e sofferti con quel trasporto senza misure mediane che solo da giovani è possibile avere. E’ anche il testo che decreta la fine di un amore travolgente verso quegli ‘astri eterni dell’Essere’ i quali, superata una prima fase di innamoramento inebriante, cominciarono a mostrarsi sempre più sotto un cono d’ombra di cupo pessimismo. L’immersione profonda nei testi neo-parmenidei svelava infatti delle trame nascoste nel pensiero severiniano che allora ritenevo non fossero in alcun modo chiare e presenti neppure all’autore, capaci di portare però a conclusioni e sentimenti diametralmente opposti a quelli declamati dal Nostro in tonalità magnificenti quali la ‘gioia’ e la ‘gloria’, ribaltati e mutati in disperazione ed orrore. Conclusioni antitetiche, eppure anche queste estremamente coerenti con le premesse poste, capaci di aprire prepotentemente la strada ad una possibile, altrettanto autentica, coerente e rovinosa caduta in un nichilismo più estremo di quello al quale ci si pretendeva di opporre: il rimedio diveniva nuovamente peggiore del male.
I pensieri che seguono non vogliono avere – e non ebbero a suo tempo – la pretesa di documentare meticolosamente i riferimenti bibliografici dai quali furono estrapolati. Ma chi è buon conoscitore di Severino saprà all’istante ricondurre ognuno di essi al maestro. Non vi si troverà che un lampo ermeneutico possibile, tutto da approfondire e ripercorrere, quello di un nichilismo parmenideo. Io non lo feci e queste righe rimasero come mero sottofondo per studi più approfonditi di ontologia e metafisica, maggiormente legati ad una critica elenctica di alcune premesse e passaggi ma non – come invece qui – ad una presa di coscienza di un generale e sistemico non senso, percepibile solo ‘a fine corsa’.

Buona lettura


 

 

 

 

Quale miseria umana ha potuto dare al nichilismo la forza di vestire la maschera del Logos, dando vita ad una tensione dialettica nella quale ciò che appare la più possente antitesi e negazione di esso non fa che riaffermare e potenziare il non senso di cui la tesi è portatrice? E quale potente sortilegio tiene in scacco quel valoroso guerriero col nome di Emanuele Severino, tanto da sopirgli la coscienza che in realtà colui che l’ha arruolato non è sé non il suo stesso nemico? Forse è vero che molti guerrieri della filosofia, costruiti enormi e possenti castelli, difesi da sofisticate armi elenctiche, vanno poi, non si sa come, ad abitare in un granaio. Dovremo dunque – per spezzare l’incantesimo – portar dentro alla fortezza il valoroso, senza muovergli guerra, condurlo a prender coscienza che, ahimè, coerenza urge la struttura della roccaforte, facendo poi luce nelle stanze più nascoste nelle quali soltanto, vi è il segreto dell’intero castello.

Ecco dunque svelato il nostro intento: portare Severino alla coscienza del non senso che trasuda dal suo sistema, percorrendo i luoghi concettuali più importanti del suo pensiero, quali il tema della verità, della contraddizione insita in essa, dell’errore, dell’interrelazione fra i tre ed infine della gioia: concerto che riecheggia un po’ in tutti gli scritto del Nostro.

Iniziamo dunque con la Struttura Originaria della verità, la quale comanda: l’Essere è e non può non essere; ciò si predica necessariamente per ogni determinazione che, in quanto positività anch’essa, è e non può non essere. D’altronde l’Essere è il Tutto, l’apertura immensa, non misurabile – illimitata – che niente lascia fuori di sé, eternamente al riparo dal nulla. Ma “la verità originaria è contraddizione perché è l’apparire del Tutto e, insieme, il Tutto non vi appare nella concreta ed esaustiva ricchezza delle sue determinazioni, ma come semplice totalità formale (costituita appunto dal significato ‘Tutto’ o ‘Totalità dell’ente’, come orizzonte delle determinazioni che appaiono; sì che ciò che non è il Tutto è posto come il Tutto” (SFP).

Questa contraddizione apre la strada all’errore, in quanto “solo perché l’apertura originaria della verità non è la totalità compiuta e concreta dell’ente, può irrompere nel cerchio dell’apparire della verità la volontà di isolare la terra dal destino della verità e la testimonianza dell’isolamento” (ibid.).
Il cerchio dell’apparire dell’essere e della verità è l’orizzonte trascendentale della coscienza, ed il destino non è che lo stare raccolto di ogni ente nella totalità eterna del positivo. Dunque: come l’Essere si semantizza in opposizione al nulla, la verità – a sua volta – si semantizza in opposizione all’errore, ed è tale in quanto sua negazione, “sicché se l’errore non fosse eternamente, neanche la verità sarebbe” (ibid.). L’essenza di esso – e dunque del nichilismo – è il “pensare che la terra sia la regione sicura” dove il mortale, una volta isolata dal destino della verità, si persuade di poter disporre di mezzi che sono idonei alla produzione dei suoi scopi, ritenendo dunque “ogni cosa della terra come ciò che può essere posto qua e là (dis-posto)”.
Ma che cos’è l’errore in concreto? Di esso si dovrà dire che accompagna il mortale fin dalla sua comparsa nel cerchio dell’apparire dell’Essere, individuabile però, nella sua formulazione metafisica, nel senso greco del divenire, il quale palesa ciò che il linguaggio pre-metafisico e l’agire in quanto tali, mantenevano naturalmente implicito: il pensare cioè l’essente come ciò che oscilla tra il nulla e l’Essere, esce da nulla e ad esso torna, il pensare dunque ogni cosa come isolata, completamente slegata dal nesso originario che la unisce al Tutto, quindi estremamente dominabile e disponibile alla volontà di potenza come essenza stessa dell’agire, follia estrema, errare originario il quale vuole l’impossibile: vuole che l’ente sia in realtà un niente. Ma nessuna cosa può esser violata, alterata, turbata da una volontà di dominio, sia essa umana o divina. “Tutte le cose sono eterne, quindi tutte unite tra loro, inseparabili”. La volontà di potenza è “il contenuto di un sogno terribile che regna ormai su tutta la terra”, ma ha sempre regnato – aggiungiamo noi – da quando il mortale è entrato nel cerchio dell’apparire dell’Essere, e spiegheremo il perché.

Possiamo ora catalogare le varie concrete espressioni dell’errore: innanzitutto l’io, inteso come il principio stesso dell’agire: “la volontà di potenza può credere di dominare la terra solo in quanto crede di dominare se stessa, solo in quanto crede di essere un ‘se stesso’, un io (…). L’aver fede in ‘se stesso’ come principio dell’azione è fede in un contenuto che implica con necessità la nientità dell’ente, ossia è fede in un contenuto impossibile, che non può essere realtà, non può essere essente, ed è appunto errore. Proprio per questo l’io, in ogni sua forma, anche quello che appare al di fuori dello sguardo dell’alienazione della volontà, ossia lo stesso apparire della verità, l’apparire dell’apparire del destino della verità, in quanto ‘punto di vista’ o prospettiva che differisce dallo sguardo della verità, non può ascoltare, capire seguire e tantomeno organizzare sé e il mondo conformemente ad essa (…). Tutto ciò che l’io crede di capire della verità è in realtà un equivoco. L’io non può essere educato, ammaestrato, illuminato, reso ragionevole dalla verità (…). Le parole della verità in quanto dette dall’io diventano le parole dell’errore (SFP, 1982). Aggiungiamo noi che – se è vero ciò che dice un famoso passo del Bhagavadgita – “ogni azione, senza eccezione, è contenuta nella conoscenza”, essa stessa dunque è un errore, come il pensare che ne sta alla base, e pare che Severino sia d’accordo con noi quando, in Destino della Necessità afferma che stanno all’interno dell’isolamento della terra anche quelle forme come ‘pensiero’, ‘contemplazione’, ‘conoscenza’ e ‘rappresentazione’.
Parmenide disse che tutto ciò che poteva apparir certo all’uomo era in realtà illusione; il nostro valoroso aggiusta il tiro e muta l’illusione in errore. Ma sorge ora un problema: se anche Severino è un ‘se stesso’, un io, secondo le premesse appena evidenziate, come è stato possibile il suo esser illuminato dalla verità, se essa è inaccessibile al ‘se stesso’ e ciò che in realtà egli crede di comprendere – secondo le parole del Nostro – è mero equivoco? E se le parole della verità, in quanto dette dall’io, diventano le parole dell’errore, come potremo esser certi che le sue parole non siano esse stesse un errare? Ecco la fede, negata in principio, rientra surrettiziamente nel sistema: non più fede in un dio trascendente, ma in quell’errore dal nome di Emanuele Severino il quale, così è necessario credere, è potuto venire ad esatta conoscenza della verità, in tal misura che le parole di quel ‘se stesso’ siano in grado di riportare tale straordinaria illuminazione in modo fedele e senza alcun fraintendimento: ci fu un unico io che potè essere ammaestrato – non si sa come – dalla verità, e ad esso dobbiamo credere.
Ma continuiamo con l’enumerazione di tutto ciò che è errore: esso è anche la persuasione nell’esistenza della libertà, la cui realtà è totalmente compromessa se si escludono come pura illusione concetti quali ‘possibilità’ e ‘contingenza’, figli dell’alienazione originaria e del nichilismo. “Il libero arbitrio esprime la persuasione che l’ente sia niente” (DN, 1980). Valori? Come ogni fede sono violenza ed errore, in quanto si reggono sulla soppressione di altri ad essi concorrenti che, non meno fondati, avrebbero lo stesso diritto di esser scelti. La morale come la tecnica sono figli della volontà di potenza, del nichilismo e dunque errore.
E’ora nuovamente necessario riportare coerenza nel sistema. Se l’agire in quanto tale è errore, risulta inutile continuare ad accanirsi, come fa il nostro valoroso, contro l’occidente, solo perché la sua filosofia avrebbe fornito le categorie per pensare praxis e poiesis e per potenziare l’intervento e il dominio dell’uomo sulla realtà. E’ inutile fare discorsi quantitativi di minor o maggior dominio: il mortale è nichilista nell’essenza del suo essere, a prescindere che ne sia consapevole o no, necessariamente agisce e dunque erra. Sono forse l’arte e la tecnica le estreme conseguenze? Ma anch’esse sono coessenziali all’uomo in quanto tale: A questo proposito Baudelaire aveva acutamente osservato: “il selvaggio e il bambino attestano, con la loro ingenua aspirazione a ciò che brilla, alle piume variopinte, alle stoffe cangianti, alla grandiosa maestà delle forme artificiali, il loro disgusto per il reale”. Ma rendiamo ancor più coerenti le conclusioni coi presupposti: errore è dunque anche la presunzione dell’animale di poter dis-porre della preda, l’insetto il quale è ciecamente e istintivamente persuaso di dis-porre del nettare dei fiori, insomma, tutto ciò che si affanna ancor più ciecamente nel mantenersi il più possibile nel cerchio dell’apparire dell’Essere, perseverando nell’errare originario del quale l’uomo dovrebbe essere l’estrema consapevolezza: “il mortale è l’apparire del contrasto tra il destino della verità e la volontà che isola la terra dal destino della verità” (DN). Dunque, ad ultimo, potremo dire, parafrasando Hegel, che “solo la pietra è innocente”, se non fosse che anch’essa si manifesta, come la terra, isolata dal destino della verità.

Ma veniamo finalmente al tema della Gioia, dove potremo notare come il prode Emanuele non viva realmente ciò che pensa, fermandosi fatalmente a conclusioni incomplete e decisamente ‘fuori fase’ se paragonate alle premesse. Ha lasciato il castello e si è trasferito nel granaio.

“L’uomo è la gloria eterna”, “eterno cerchio dell’apparire dell’intramontabile in cui si mostra la terra”, “la gioia è l’inconscio più profondo del mortale”. Un primo motivo di gioia dovrebbe essere il sapere la propria eternità, l’esser ciascuno di noi un astro eterno dell’Essere, eternamente al riparo dal nulla. Ma è da dimostrare che l’eternità sia tout court sinonimo di gioia, la quale non ne è conseguenza necessaria, tutt’altro.

Prendiamo l’esempio cristiano (premettendo che l’eternità che prospetta il ‘principio di Parmenide’ è ben altra cosa e che a Severino l’accostamento non piacerà): diverso è lo stare eternamente ad abbrustolire negli inferi o, invece, ‘al fresco’ nella beatitudine del paradiso. Posto che esista l’inferno, non crediamo che i dannati gioiscano per il sol fatto di essere eterni, se ciò consiste nel bruciare perennemente nel fuoco inestinguibile.
Lasciamo la considerazione sarcastica di Lucio Colletti, il quale affermò che il buon Emanuele avrebbe preteso di lanciarci nell’eternità così come siamo, coi nostri acciacchi, la suocera, la gabbia dei canarini ecc… . Tornando alla premesse: è vero che l’uomo – come ogni cosa – è eterno ma, nella sua condizione specifica (a parte gli acciacchi) lo è come errore: che gioia proverebbe il nostro valoroso se gli si dicesse che non solo è errore ma lo è per l’eternità, necessariamente?! Rettifichiamo dunque: la gioia è da sempre oltrepassata dall’orrore del mortale di esser errore e, ripetiamo, per l’eternità, necessariamente. All’origine del nostro entrare nel cerchio della luce dell’Essere vi è infatti l’alienazione abissale, l’estrema follia incarnata dalla convinzione di non poter essere che un ‘se stesso’ e di non poter non agire per conservarsi nel cerchio finito dell’apparire, il più a lungo possibile: cieca autoconservazione della follia. Noi serviamo alla verità, il nostro destino è l ‘essere il luogo in cui essa si specchia (e si deforma) ed il mezzo attraverso il quale si eleva eterna sopra l’errore, sopra di noi dunque. Non è forse un io che si perde misticamente nel fondo del Sé, nell’orizzonte che avvolge la totalità dell’essente? Chi contempla, chi decreta tutto ciò e l’io come perenne contraddizione? In quale dove la struttura originaria può parlare senza mediazioni e punti di fuga prospettici? Dobbiamo decidere (re-cidere) per vivere, la vita è dunque il mezzo attraverso il quale l’errore si conserva e persevera nel cerchio dell’apparire, e non possiamo non decidere malgrado la consapevolezza che l’agire sia ‘follia estrema’.
Qual è il senso di questo ‘eterno positivo’, di questa totalità dell’ente, di questi astri eterni dell’Essere e del loro apparirci? Godete, o mortali, di perenne putrefazione! L’unica cosa da sperarsi è che finisca tutto subito, che si spenga il cerchio dell’apparire e che tutto vada nel ‘perfectum’, ma ciò è impossibile. C’è forse una necessità, apparentemente onto-logica, ma non vi è un senso. Il nichilismo ha raggiunto la sua vetta.

Alla lettura de La Struttura Originaria, opera prima del Sommo Filosofo, un giovane uomo morì d’eternità e, nella pagina finale del volume scrisse pochi versi, ostili ad esser irretiti da metrica o da calcolo, dal titolo inquietante ed allusivo, che riportiamo, a conclusione delle nostre considerazioni, qui per intero, tranne il finale, scritto col sangue: “mi spensi da sempre”.

La Stortura Originaria

Che son io?
Il vapore d’una cascatella, l’ombra tenue d’un filo d’erba, l’inquietudine d’una formica che mai non posa. Errore.
Eterno immenso errore!

Nacqui un giorno e pur fui da sempre, coi miei primi gemiti e’l mio sospir finale.
A chi serviron le mie gioie e’ miei dolori, l’impeto e l’ira,
l’indaffararsi della madre nel difender la prole e per la morte d’un figlio il suo sgomento e’ l suo orrore?

E pur ti dicon di gioire, che sei eterno ma finito, così tutto attorno a te!
A ché l’eternità in cotal finitudine? Forse che se tornassi indietro troverei altro da quei sospiri?
Son gli stessi, da sempre e per sempre.

Che son le mie speranze e’ miei progetti?
Errore ed illusione,
così ogni mia folle e dunque empia azione.
E pur devo esser gioia!
Strumento d’una verità monca e finita
Che abbisogna dell’errore per sentirsi tale, per sanar la sua contraddizione.

Che direbbe Leopardi a sentir ciò?
Morì l’inganno estremo che caduco ti credesti. Non riposerai mai, e così il tuo cuor. Al genere nostro il destino non donò Che l’eternità.

Limitato è il tuo sguardo, quanto basta per mirar l’infinita vana perpetuità del Tutto!
Ma vi prego ora, tacete.
Taccia chiunque se questo è tutto ciò che può dirsi e rimaner saldo ed inviolato.
Più senso avrebbe il nulla eterno Se fosse più d’una allucinazione metafisica.

No, amici, tenetevi pur la ben rotonda verità
E traetene gioia e diletto se riuscite che se è tale a nessuno appartiene,
neppur a voi che la difendete a spada tratta. E agli altri io dico: errore è anch’esso E l’arma che superbo imbraccerà!

 

 

 

 


Abbreviazioni: DN: Destino della Necessità 1980 – SFP: Studi di Filosofia della Prassi, 1984