Onora il padre e la madre (Silvana De Mari)

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I padri sono sotto attacco. Anche gli uomini in generale, ma se hanno osato diventare padri non c’è salvezza. Il padre deve essere perfetto. Se si azzarda a uscire dalla più algida perfezione un criminale. La seconda tragedia è che il concetto di perfezione è opinabile, per qualcuno un padre che insegni a giocare a calcio è il minimo sindacale, per altri un’insopportabile intrusione. La perfezione è l’incubo della nostra epoca. È sotto attacco il diritto dei bambini di nascere, posso farlo solo perfetti, concepiti in maniera perfetta, in una situazione economica perfetta, con una salute perfetta. Fortunatamente non è ancora possibile la diagnosi prenatale di miopia e tendenza all’obesità: altrimenti sarebbe una strage. Ancora peggio è andata per i genitori. La psicologia ha insegnato a pretendere genitori perfetti in grado di garantire una scintillante felicità in ogni istante. Questa pretesa delirante ha trasformato le prime due generazioni di tutta la storia d’Europa senza guerre e senza fame in fiocchi di neve sempre in necessità di cura psicologica, che si sciolgono al primo vento o al primo sole che osino essere impietosi. Dei due quello messo di gran lunga peggio è il padre. L’ultimo mezzo secolo è stata un’aggressione al padre. Il principio di autorità paterna è stato ritenuto criminale. Le narrazioni e in particolare quelle cinematografiche si sono alternate a presentare padri padroni nel migliore dei casi insopportabili nel più frequente ripugnanti. L’unico padre buono è quello morto, per esempio quello di Harry Potter, perché l’unico padre accettabile e quello perfetto, e dato che la perfezione solo ai morti può essere concessa, è impossibile un padre perfetto vivo, cioè vero. Oltre al padre crudele, oltre al padre stupratore abbiamo il padre stupido. La cinematografia negli ultimi cinquant’anni si è sbizzarrita e figure maschili ridicole: Omer Simpson regna su tutti. Il quarto Comandamento recita: onora il padre e la madre. Oggi non è più molto di moda. Gli psicanalisti ci assicurano che i nostri genitori sono sempre colpevoli, mamma però è femmina e qualche volta le tocca il ruolo di vittima. Papà è maschio e non c’è salvezza. Onorare ha due significati: il primo è rendere onore, il secondo, molto più potente, ancestrale e granitico al senso di onorare un debito. Se siamo vivi, vuol dire che qualcosa di giusto papà e mamma devono averlo fatto. Sicuramente non sono stati perfetti, forse sono stati un disastro, ma noi siamo vivi grazie a loro e se noi non onoriamo il debito, tutta la nostra mente si azzoppa perché vuol dire che la vita che ci hanno dato non ha valore, cioè che noi non abbiamo valore. Se la mia vita ha valore, hanno valore padre e madre che me l’hanno data. Se continuo ad aggredire chi mi ha dato la vita, il messaggio che arriva al mio subconscio è che la mia vita non ha valore, e quindi io non ho valore. Questa continua aggressione giustifica la perdita di identità, la situazione mentale che con un italiano di plastica oggi dannatamente di moda si chiama crollo dell’autostima In un italiano più decente le parole sarebbero senso di incompletezza e incastro a vita in un’adolescenza cronica, spesso proclamata anche nel linguaggio. Sono un ragazzo di 45 anni. Me questi quando diventano uomini e donne? Non hanno onorato padre e madre? Mai. L’adolescenza cronica è caratterizzata da un’unica dannata parola, fragilità, che rintocca come una campana a morto. Fragili come statuette di vetro, come fiocchetti di neve, come infissi mal assemblati, quelli che ti restano in mano tutte le volte che cerchi di aprire una finestra. I 10 Comandamenti non hanno solo la funzione di aprire al credente la via del paradiso: ci spiegano anche come non procuriamo l’inferno in terra. Nel momento in cui noi non onoriamo padre e madre, perdiamo il senso alla nostra identità, ci scomponiamo nell’insicurezza. Nella dannata, insopportabile, onnipresente fragilità. Quindi onorate il padre e la madre e se non avete niente di meglio da fare segnalo che sta uscendo nelle sale il film Una canzone per mio padre, il primo film che osa affrontare il tema del valore della paternità imperfetta. Il film osa mostrare un padre imperfetto, per usare un eufemismo. In effetti il padre mostrato è francamente disfunzionale, sempre per restare sugli eufemismi, ma il film osa affermare che un padre imperfetto è meglio della tragica mancanza di identità che nasce la mancanza di un padre. Il padre protagonista segue la linea standard degli esseri umani: la stragrande maggioranza di noi quando siamo frustrati facciamo e diciamo cose stupide cattive. A questo si aggiunga la liceità che la nostra società concede ai comportamenti di abuso di alcol o altro. Veramente non sappiamo che rendono un uomo una belva? Ci spiegano che deve far parte della libertà umana poter distruggere la propria mente e la propria anima con alcol e droghe, peccato che questo presupponga la perdita di libertà di qualcun altro a non essere brutalizzato, perché l’enorme quantitativo di brutalità che succedono all’interno delle famiglie arrivano per l’alcol per le droghe. In effetti più che imperfetto questo padre è disastroso. Alla violenza fisica si associa quella verbale. Eppure è il padre: lui che ha portato la sua vita sul posto di lavoro perché il figlio potesse avere un tetto sulla testa qualcosa nel piatto. Quindi c’è un debito da onorare Il secondo punto fondamentale del film è il valore del dolore. La nostra epoca odia il dolore, siamo anatroccoli terrorizzati, immersi negli analgesici, e comunque c’è sempre l’eutanasia. Il dolore è orribile, questo è innegabile, com’è orribile passare attraverso il fuoco, ma può essere l’unica strada per salire. Il padre si ammala, una delle tante patologie favorite dall’alcolismo, ed è proprio nel dolore nella sua malattia che finalmente la sua anima si libera e ritrova il figlio. Il terzo tema nel film è il perdono: senza il perdono la nostra vita resta annegata nell’astio, negata nel risentimento. Non perdonare vuol dire vivere abbracciati a un nido di calabroni. Il figlio perdona il padre. Il figlio onora il padre. Finalmente la sua anima si ritrova intatta e piena di fede in se stessa e lui riesce a scrivere la sua magnifica canzone. Ritroviamo il padre. L’essere umano viene al mondo con usa sola competenza: un pinto disperato che attira su di lui l’attenzione di mamma, che lo nutre con le sue mammelle. Anche altre specie hanno mammelle, tutti i mammiferi. Il nostro neonato è l’unico che piange. Il suo pianto è rumoroso, perfora i timpani, traversa i muri. Nessun cucciolo piange: si attirerebbe addosso i predatori. Perché noi lo facciamo? Perché il nostro cervello ancestrale sa che i predatori non possono avvicinarsi a noi perché nostro padre ci protegge con la sua potenza, ci protegge di predatori, dalla fame, dalla paura. Onoriamo il debito. Quindi andate a vedere questo film, a meno che non abbiate di meglio da fare: mettere al mondo un figlio, proteggerlo, lottare per lui, oppure andare a ringraziare padre e madre di avervi proiettato nel mondo. Se però tute queste attività vi lasciano due ore libere, andate a vedere Canzone per il padre.

 

 

Silvana De Mari


P.s Per quanto riguarda la frustrazione non è un caso se nel cattolicesimo tra i peccati che gridano vendetta a Dio ci sia non dare la giusta mercede: un uomo che è padre non può non avere il danaro sufficiente alla sua famiglia per trasmettere la sua famiglia soffrirà nella miseria e perché aumenta il rischio che la frustrazione renda il padre un cattivo padre.