A che serve studiare Storia?

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Sta facendo molto discutere il caso del Liceo Da Vinci di Civitanova Marche dove – come riporta il Secolo d’Italia – un “comizio-convegno dell’Anpi” ha provocato non poche perplessità, tanto che “diversi studenti hanno lasciato l’aula e ciò ha irritato gli organizzatori che ne hanno chiesto conto ai professori.” Come riporta il quotidiano, “alla fine del convegno ha preso la parola il professore di storia e filosofia  Matteo Simonetti. Il docente ha accusato: ‘Questo è un comizio, un dibattito a senso unico’. Ha poi difeso la libertà d’opinione, nell’ambito delle regole democratiche, come sta scritto sulla Costituzione”.

Non ero presente, quindi non credo sia il caso di entrare nel merito della discussione (anche se conoscendo l’alto profilo culturale e professionale oltre che le documentate ed intelligenti pubblicazioni del professor Simonetti, dubito che le sue osservazioni non siano scaturite se non da seri ed evidenti motivi).

L’occasione è invece propizia, dopo aver espresso tutta la mia solidarietà al Collega e ai suoi alunni (a quanto sembra trattati non proprio coi guanti), per tentare alcune osservazioni sulla didattica della Storia e sulla disciplina Storica in generale.

Osservazioni che nascono da questa vicenda particolare, ma anche più in generale da un certo – cattivo – modo d’intendere la Storia e soprattutto la Didattica della Storia.

Partirei con questa domanda: perché insegnare Storia?

Ovvero: qual è il valore formativo di questa disciplina e come mai ancora viene insegnata nelle Scuole?

Prima di tutto occorre precisare la differenza tra cronologia e storia.

La cronologia (dal latino chronologia a sua volta derivato dal greco χρόνοςchrónos, tempo, e λόγοςlógos, discorso, ma anche studio, indagine, ricerca filosoficamente fondata) è un criterio di organizzazione e classificazione degli eventi in base alla loro successione nel tempo. Lo studio della cronologia fa parte della cassetta degli attrezzi dello storico, ma di per sé p sufficiente un telefonino ed una connessione ad Internet per sapere come – oggi – vengono classificati e posizionati tutti i fatti più rilevanti della Storia umana.

La Storia, invece, è una disciplina complessa e decisamente difficile, che si compone di almeno tre livelli: 1) la conoscenza della cronologia, come s’è visto (che sarebbe poi da suddividersi in assoluta e relativa, ma non è qui il caso di immergersi nel tecnicismo) 2) l’analisi delle fonti (ovvero l’analisi e quindi lo studio dei reperti, dei documenti, delle varie forme di testimonianze, insomma di tutto ciò che noi – oggi consideriamo come fonte attendibile per la ricostruzione storica – ivi compresi i criteri che delimitano ciò che può essere considerato materiale storico e ciò che invece – stando ai nostriattuali criteri e alle nostre metodologie – non lo è (ed è chiaro che su questo punto può esserci, tra gli studiosi di storia, un certo consenso ma anche un più o meno rilevante dissenso – sempre motivato e sempre perfettibile); 3) la storiografia, ovvero l’interpretazione delle fonti e la ricostruzione critica, fondata sull’acribia, dello scenario più plausibile (ivi comprese le motivazioni dei singoli accadimenti come delle più comprensive periodizzazioni, etc.). Non credo ci sia bisogno di precisare che abbiamo le letture storiografiche più disparate pressoché su tutto: ed è – beninteso – una ricchezza formativa, non un problema ideologico).

“Scenario plausibile”, dunque. Avete letto bene: “plausibile“, non “certo“. Sì, perché la Storia non è la disciplina che insegna la verità. Men che meno “La Verità” assoluta. Al contrario, le scienze storiche – nel dialogo tra diversi posizioni metodologiche, critiche e dunque sempre anche politiche (politiche nel significato alto del termine, anche se purtroppo sempre più spesso solo ideologiche), nell’intersezione tra i vari tipi di ricerca storica (ne cito solo qualcuna: storia economica, storia militare, storia sociale, etc.) hanno come scopo un’indefinita e mai conclusa approssimazione ad una verità per sua natura sempre sfuggente e mai definita da tecniche, prospettive, intelligenze e metodi relativi.

 

Non esistono fatti, ma solo interpretazioni“, diceva il vecchio Nietzsche (affermazione contenuta nei frammenti postumi, ma tesi sviluppata già in Su verità e menzogna in senso extramorale, in Umano, troppo umano e altrove).

 

E quindi? Se la storia che abbiamo ricostruito è sempre perfettibile, frutto di interpretazioni per loro natura parziali e relative … a che serve studiare Storia?

Ma proprio in questo sta il suo inestimabile valore: nella sua incessante richiesta di riflessione critica, di applicazione rigorosa alla documentazione raccolta, nella sua incessante richiesta di approfondimento, di studio, di vaglio critico, di confronto, di attenzione ai dettagli, di interpretazione filosofica (Filosofia della Storia, oltre che Storia della Filosofia). Ed è precisamente questo il motivo per cui le discipline storiche sono di fondamentale importanza per qualsiasi tipo di percorso di studi (non solo liceali): “ragionare da storico” significa abbandonare stereotipi e pregiudizi (abbandonare l’ideologia, detto in una parola sola) per affidarsi invece alla critica razionale di ciò che ci viene detto (insegnato, inculcato, magari somministrato a piccole dosi impercettibili, e così via).

Ora, vediamo il corto-circuito logico in cui s’imbatte – inevitabilmente – chi non accetta la presenza di altre interpretazioni storiche rispetto a quelle del pensiero (oggi, da noi) dominante: chi pretende di dire qualcosa di “assolutamente vero” ed “indiscutibile” in campo storico sta facendo (al massimo) metafisica. Cattiva metafisica, per giunta: pretende cioè di espungere il dato storico dal tavolo della discussione storica per collocarlo su un altro livello (metafisico, appunto) in cui nessuna discussione storica è più necessaria e quindi tollerata.

Esattamente il contrario dell’agire e del pensare dello storico genuino, il cui unico interesse è soppesare l’acribia della migliore ricostruzione e sottoporla a revisione costante, per verificarne la consistenza e la resistenza. Da qui, per inciso, l’assurdità logica di punire “per legge” gli storici “revisionisti” e perfino i più irriducibili “negazionisti”.

Conclusione: questo cattivo modo d’intendere la Storia, da qualsiasi parte provenga, fa di questa magnifica disciplina un volgare manuale d’indottrinamento e dopo aver insultato ed avvelenato la mente e lo spirito dei giovani studenti riduce i loro insegnanti a meri funzionari di psico-polizia di Stato.

Quando va bene, s’intende.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

 

 

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