Il matrimonio in quanto compito naturale

Pubblichiamo un breve passo dell’ottimo volume “Questo mistero grande. Il Sacramento del Matrimonio in San Tommaso d’Aquino“, primo lavoro di ricerca teologica accademica del frate domenicano Fr. Gabriele Giordano M. Scardocci OP. Qui di seguito il link al testo completo.

 

Barra

 

Questione 41: il matrimonio in quanto compito naturale

 

417cyMk83EL.jpgLa questione 41 del Supplementum (e la distinzione 26 del Super Sententiarum) riprendono il tema già trattato nella Summa contra Gentiles, iniziando la trattazione del fenomeno matrimoniale come realtà innanzitutto naturale. Innanzitutto, nell’articolo 1 è confermata l’idea che il matrimonio sia di diritto naturale. Nel Sed contra, il dottore domenicano cita il Digesto di Giustiniano e l’Etica Nicomachea di Aristotele per trovare una iniziale definizione di matrimonio come unione naturale fra uomo e donna e allo stesso tempo mostrando come l’uomo, essendo per natura sociale, è anche animale coniugale. Da queste premesse si può evincere con San Tommaso la radicale connaturalità dell’uomo e della donna all’unione matrimoniale.

Ma immediatamente è necessario stabilire cosa si intenda col termine natura. E la distinzione proposta è molto interessante:

«Rispondo: Una cosa può essere naturale in due maniere. Primo, perché prodotta necessariamente da cause naturali: cioè come è naturale per il fuoco salire verso l’alto. E il matrimonio in tal senso non è naturale. Come non lo è quanto è compiuto con libero arbitrio. Secondo può dirsi naturale una cosa cui la natura ha inclinazione, ma che viene compiuta mediante il libero arbitrio sono naturali in tal senso gli atti di virtù. E in questo senso è naturale il matrimonio: poiché ad esso la ragione naturale inclina per due motivi [….]”»

Dunque, abbiamo trovato un duplice modo per poter parlare di qualcosa definendolo naturale: innanzitutto qualcosa è prodotto in maniera necessaria da cause naturali, come appunto il fuoco che sale verso l’alto. Questo primo modo però non riguarda il matrimonio, che invece rientra nel secondo modo della definizione di naturale: si può dire naturale una cosa per cui la natura ha una inclinazione, ma questa inclinazione si attua mediante un atto del libero arbitrio. San Tommaso pone come esempio gli atti di virtù. In questo senso però, essendo il matrimonio un atto emanato dal libero arbitrio, certamente gli si può attribuire la caratteristica di naturale. Spiegherà nel corso del Sed contra che la ragione naturale inclina al matrimonio per due motivi: il primo motivo perché l’uomo tramite il matrimonio raggiunge il fine della prole e in particolare del suo sostentamento ed educazione. Questo avviene dunque mediante la certezza di genitori sicuri e determinati e il legame stabile fra uomo e donna . Il secondo motivo consiste nel raggiungimento del fine secondario del matrimonio: l’aiuto reciproco dei coniugi nella vita di famiglia. Infatti, spiega San Tommaso, gli uomini e le donne tendono ad abitare insieme perché non possono bastare da soli a sé stessi; inoltre osserva la diversità di uffici che a entrambi i coniugi spettano. Queste motivazioni che partono dal fine dell’unione coniugale, mostrano dunque la naturalità del matrimonio.

Nell’articolo secondo, l’Aquinate si domanda se il matrimonio sia tuttora ancora di precetto. La risposta è negativa: ma questo non esclude ciò detto finora. Infatti, citando 1 Cor 7, 38 con San Paolo si mostra che non è un precetto contrarre matrimonio. Anche perché agli stessi vergini, che non convengono a nozze, è dato merito allo stesso modo dei coniugi: dunque la verginità e l’assenza di nozze non si considerano una trasgressione a un precetto. E di nuovo San Tommaso torna sul concetto di natura, introducendo una distinzione a proposito dell’inclinazione di cui aveva parlato poco prima; esiste una prima inclinazione che è la tendenza necessaria alla perfezione di ciascuno: essendo la perfezione naturale qualcosa di comune all’essere umano, essa obbliga tutti gli uomini. Ma esiste anche una seconda tendenza a ciò che è necessario per la società. Questa necessità sociale non è comune a tutti gli uomini, perché prevede una molteplicità di cose a volte anche incompatibili fra loro; ad esempio il lavoro di contadino, muratore e altri incarichi che non sono tutti obbliganti allo stesso modo ma che si integrano fra loro in modo armonico. Quindi la società umana diviene perfetta perché permette ad alcuni di vivere la vita contemplativa, il cui massimo ostacolo è il matrimonio.

Nel terzo articolo si oppone all’idea che l’atto sessuale inserito all’interno del matrimonio sia da considerarsi sempre peccato. Infatti, ricostruendo una corretta esegesi di alcuni passi paolini (1 Cor 7,28 -36; 1 Tim 5,14), l’Aquinate nega che il matrimonio, essendo materia di precetto per alcuni, possa essere peccato. Infatti, il peccato e il precetto sono realtà che si oppongono. Ancora l’argomento naturale è base del Corpus: la natura corporea è infatti creata buona da Dio. Perciò, il modo di conservazione di tale natura che avviene secondo inclinazione naturale, non può essere cattivo in modo universale. Infatti l’azione generatrice con cui si conserva e si propaga la prole perciò non può mai essere universalmente cattiva, altrimenti si rischia di cadere nel contraddire l’azione buona creatrice di Dio.

La questione si chiude con il quarto articolo a proposito del merito legato all’atto matrimoniale. Secondo l’Aquinate, l’atto matrimoniale espletato dai due contraenti in grazia non può mai essere un atto indifferente. Sia che l’atto matrimoniale sia voluto per eseguire un atto di virtù o sia voluto ancora meglio come atto di religione, in entrambi i casi si può parlare di merito. Allo stesso tempo, se il primo moto matrimoniale è la libidine, allora secondo San Tommaso si rientra nella fattispecie del peccato veniale. Se infine l’atto matrimoniale è prodotto con disonestà, si parla di peccato mortale. […]

 

 

48398688_10217947608748936_5499213625434308608_n.jpg

Fr. Gabriele Giordano M. Scardocci OP