Che succede quando una mente non riconosce il corpo in cui è incarnata?

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Cenni di antropologia: una riflessione minima.

Che succede quando una mente non riconosce il corpo in cui è incarnata?

Due battute per indicare come restituire questo ed altri discorsi alla loro originaria dimensione di senso: ciò che l’uomo è, non ciò che l’uomo crede / vuole / desidera / sogna di essere. Dunque al di là di ogni ideologia (e di ciò che si nasconde, dietro le promesse di liberazione che le ideologie non possono mantenere).

L’essere umano è interazione di grande e piccolo, di realtà di diversa natura: spirito e materia convivono indissolubilmente impastati insieme, tanto che se uno soffre soffre anche l’altro e viceversa.

Come ha ben evidenziato Husserl, l’irremovibile consistenza del corpo e la sua massa corporea non sono “solo” qualcosa che cade sotto i nostri sensi e che la ragione costata pacificamente come una realtà oggettiva (forse la prima realtà oggettiva da cui nasce la domanda di senso: chi sono? che ci faccio qui?)

Le diverse sensibilità – i sensi e la ragione – sono colpiti esteriormente prima ed interiormente poi; in essi si rivela a noi qualcosa, e in questa realtà leggiamo, vediamo qualcosa.

C’è accordo tra quello che vediamo e quello che siamo? E’ da questo dialogo con l’esterno che costruiamo costantemente la nostra identità, in un duro lavoro che ci impegna per tutto il corso dell’esistenza fisica.

Ma la nostra identità scaturisce prima di tutto dal nostro ghénos, dalla nostra origine fisica, dunque dalla nostra famiglia originaria, dall’atto carnale in cui il padre e la madre si sono uniti fisicamente, compenetrandosi fino in fondo in quello che noi chiamiamo “amore erotico“.

La catena umana della filiazione è il primo mattone, il primo elemento, il primo passo reale, carnale, oggettivo, che ci permette e ci consente di esistere in quello che originariamente siamo: chiamati da un atto d’amore che nella carne ha generato la vita.

Un atto di un maschio e di una femmina, di un uomo e una donna. E’ così che ereditiamo, insieme alla vocazione all’amore, la vocazione all’identità: maschi o femmine, uomini o donne, capaci di generare solo nell’incontro dell’altro-da-sé.

Il riconoscimento originario di un’oggettività che mi è data, e non è in mio possesso (e che quindi non riuscirò mai a modificare realmente nella sua struttura ontologica, perché tale struttura mi precede, si dà come datità inappellabile e non può essere cancellata da alcun atto di volontà o di ingegneria medica) apre poi l’orizzonte del mio inserimento nel mondo, dà un senso sano (o malato) al mio “essere-nel-mondo”, per dirla alla maniera di Heidegger.

Ora, in questo quadro il nostro corpo appare immediatamente come “nostro” eppure anche come un oggetto, che ci appartiene e sul quale possiamo intervenire in modo del tutto diverso rispetto a quanto possiamo fare con il nostro io-pensante.

Husserl parla di “gruppi di sensazioni localizzate”, di materiali, che svolgono un ruolo analogo a quello delle sensazioni primarie per gli atti vissuti intenzionali, quali la durezza, la bianchezza, ecc. Questi gruppi di sensazioni, in quanto sensazioni localizzate – secondo Husserl – hanno un’immediata localizzazione somatica, talché per ogni essere umano riguardano in modo immediatamente intuitivo il suo corpo vivente (Leib) in quanto “suo corpo proprio”, come un’oggettività soggettiva, che si distingue dalla cosa puramente materiale.

Quello che si manifesta come rappresentazione (Vorstellung) nella nostra mente deriva e dipende dal corpo esterno, dal corpo soggetto/oggetto, ma cambiando la rappresentazione non è anche il corpo a cambiare: l’io-pensante non crea né modifica alcunché del mondo esterno.

Allo stesso modo, un cambiamento fittizio del corpo esterno (un trucco, un’operazione chirurgica, e così via) può modificare la conseguente rappresentazione mentale che dall’esperienza di quel corpo deriva, ma in questo modo si aggiunge una falsa rappresentazione ad un corpo-falsificato, in nessun caso si può arrivare per questa via ad una soluzione del problema “la mente non riconosce il proprio corpo”.

 

 

Alessandro Benigni, Note Minime, Agosto 2019

 

 

 

 

 

 

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