Cristina Tamburini: Maurizio Mori e la dimensione del benessere

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Maurizio Mori è componente del comitato scientifico di Politeia e presidente della Consulta di Bioetica, la stessa che in questi giorni promuove convegni di studio in cui ci si interroga su temi del tipo “il neonato è persona?” Ora, è opportuno che si conosca davvero, e fino ai suoi estremi limiti, qual è la matrice culturale che ha generato tali posizioni, e che cosa il professor Mori, e filosofi come lui, sostengono circa l’etica, ma, soprattutto, circa la natura stessa dell’individuo. Se infatti è facile portare dalla propria parte i consensi di certa opinione pubblica, riferendosi ad un caso estremo di profondo dolore, come la vicenda di Eluana Englaro, di fronte al quale solo la Grazia del Mistero permette di stare da uomini, certe altre “sfumature” delle stesse posizioni non appaiono così facilmente condivisibili, e permettono forse di smascherare i nuovi barbari che stanno cercando di conquistare la nostra civiltà.

La conseguenza più terrificante, e che andrebbe resa nota a tutti, di questa impostazione filosofica (etica e antropologica), è che “le persone non contano come individui più dei singoli serbatoi di petrolio nell’analisi del consumo nazionale del petrolio” e che “un cavallo o un cane adulto sono, oltre ogni paragone, più razionali e più capaci di comunicare di un bambino di un giorno, di una settimana, o perfino di un mese”.

È interessante analizzare gli aspetti più rilevanti del percorso del prof. Mori, sia per sottolinearne la scarsa consistenza teoretica, che per verificarne la contiguità con teorie di filosofi come Singer e Parfit, che approvano esplicitamente le affermazioni sopra riportate, e auspicano un mondo in cui sia applicata una teoria etica del genere.

Il prof. Mori fa riferimento alla matrice dell’utilitarismo classico, che egli definisce “una teoria etica estremamente vitale e vivace” (M. Mori, Utilitarismo e morale razionale, Per una teoria etica obiettivista. Giuffrè, mIlano 1986, p.10). E, ricordiamo, l’utilitarismo è una teoria etica per cui il criterio ultimo del giusto, del vero e del bene è il principio di utilità. Certo, come utilitarista contemporaneo, il prof. Mori cerca dei “correttivi” a questa regola di base, cercando di evitare le conclusioni aberranti dell’utilitarismo classico, legate in particolare al suo legame con l’edonismo e alla coincidenza dell’utile con il piacere. Come altri contemporanei, Mori sviluppa allora un “utilitarismo della norma” (seguendo piuttosto da vicino le teorie del filosofo R.B. Brandt), che tenga conto della fragilità dell’uomo, che impedisce di compiere davvero in ogni circostanza quell’azione che produce la maggior quantità di utile possibile.

Ne consegue che:

⦁ per il prof. Mori le norme e le regole della convivenza sociale non hanno alcun valore in sé che ne determini l’obbligatorietà, ma servono a facilitare le scelte morali degli individui, permettendo una maggiore produzione dell’utile.

In secondo luogo, il prof. Mori recupera all’interno del discorso morale il riferimento con le scienze (in particolare psicologia e sociologia), affermando che:

⦁ che la morale non dipenda (logicamente) dalla religione (cioè da premesse teologiche) è tesi ben nota, ma meno plausibile è l’esclusione dai risultati della scienza (M.Mori, Utilitarismo e morale razionale, p.45). Cioè, l’etica non si fonda in sé – meno male! – ma lungi dal potersi appoggiare a quel che ciascuno, in coscienza, considera il significato ultimo della propria esistenza (e questo vale per cattolici, laici, mussulmani, buddisti, ecc.), si fonda invece sui risultati di quelle che definiamo “scienze esatte” (lascio a ciascuno il giudizio sulla presunta “esattezza” di psicologia e sociologia – ma si tratta forse di una premessa teologica anche questa, la credenza nella psicologia invece che nell’oroscopo? Mah!).

Questo significa, quanto meno, che per parlare di etica e di morale è necessario delineare delle premesse sull’uomo, e (almeno a livello minimale) sulla sua struttura psicologica, per delineare quelle che Mori chiama “definizioni riformatrici”, che permettano di cercare le risposte ai problemi posti. Cioè:

⦁ Di fronte ad un dilemma morale (come il caso di Eluana, ma anche come la mia disposizione a pagare le tasse, o a rigare o meno la macchina dello sconosciuto che parcheggia sempre nel mio posto auto) si tratta di definire i termini in questione, sulla base delle cosiddette “scienze esatte”, per cercare di stabilire cosa sia razionale fare e volere quando dobbiamo prendere delle decisioni pratiche.

Ma che cosa è razionale? Maurizio Mori ci propone di utilizzare la teoria cognitiva (teoria ancora incompleta, ma sufficiente per determinare la razionalità di una azione) secondo la quale: una azione è razionale in prima approssimazione se è quell’azione che l’agente avrebbe fatto “se tutti i meccanismi che determinano l’azione stessa, ad eccezione dei suoi desideri o avversioni fossero stati ottimali per quel che è possibile” (Mori, ibid., p.59). Cioè, una azione è razionale se compiuta nel possesso delle informazioni ottimali a riguardo (abbiamo informazioni ottimali riguardo allo “stato vegetativo”? Ho io informazioni ottimali circa tutto il processo che riguarda la tassazione, l’utilizzo del gettito, il riverbero negativo della mia mancanza di pagamento, ecc.? Per non parlare della conoscenza ottimale del vicino che continua a rubarmi il posto auto!). In sé, però, questa teoria della razionalità dell’azione non crea ancora gravi problemi. Più grave, a mio avviso, è sentir parlare il prof. Mori di “razionalità dei desideri”. In pratica, si dice che i desideri possono essere classificati in razionali e non razionali, e che i desideri razionali (quelli quindi che dovremmo cercare di soddisfare) sono quelli generati da credenze e da pensieri razionali: il desiderio, a sua volta, nasce dalle informazioni in mio possesso, e qui accade il grande scivolone:

⦁ Afferma Brandt, da cui Mori prende spunto: rational desirs can confront, or will even be produced by, awareness of the truto, irrational desires cannot”. Cioè: i desideri razionali possono confrontarsi con la verità, o anche sono prodotti da questa, quelli irrazionali non possono. (Brandt, A theory of the Good). Accidenti: ma qui rispunta fuori la verità! Che “l’informazione ottimale” non sia proprio proprio il risultato degli studi di certa psicologia o sociologia (di cui mai si è dimostrata conclusione incontrovertibilmente vera), ma abbia qualcosa a che fare con quelle convinzioni che stanno alla base della vita di ciascuno? Perché non vedo come si potrebbe altrimenti stabilire, in quest’ottica, la razionalità di un desiderio, se questa dipendesse dalla corrispondenza con le “opinioni personali” (quella secondo cui la povera Eluana non era più persona viva, o che lo Stato usa male delle mie tasse, o che il mio vicino è un incivile e va punito!).

Cosa ci sta dicendo espilicitamente il prof. Mori? Che “la forza commendatoria di razionale è causalmente connessa con il termine etico (e non logicamente) (Mori, ibid., p.71). Cioè: la morale ha un fondamento che non è logico, ma ontologico, che fa riferimento all’essere, alla verità! Ma chi stabilisce questa verità? Secondo il prof. Mori, la psicologia empirica, una scienza, cioè, incompleta (a sua ammissione) e di cui mai si è data dimostrazione di aver raggiunto una conclusione vera. Eppure, lo stesso professore, più avanti, ci dice “i desideri che stanno alla base delle azioni non sono scelti, sono dati” (ibid., p.82). Curioso: se una cosa è data, presuppone che ci sia qualcuno che la dia. Se mi trovo un mazzo di fiori sul tavolo, immagino che qualcuno l’abbia messo (e, devo dire, chi l’ha messo lì è la cosa che mi interessa più di tutte). Credo che il prof. risponderebbe: “sono dati dalle informazioni che abbiamo”. Ma chi sceglie quali informazioni avere, e chi decide quali sono le informazioni rilevanti? Quali sono le informazioni che si hanno “normalmente” e, di conseguenza, quali sono i desideri “normali”? Ecco una risposta interessante: “abbiamo desideri che non sono puramente personali. Il genere di vita che la maggior parte di noi ammira è un genere di vita guidato da grandi desideri impersonali.”

⦁ Di conseguenza: esistono “grandi desideri impersonali”, per stabilire in modo relazionale quali sono i desideri “normali”. E chi li stabilisce? Qui Mori parla di ammirazione: ma l’ammirazione non è un sentimento “valutativo”. Sulla base di quali “informazioni rilevanti” possiamo essere in grado di stabilire chi va ammirato e chi no? Quali sono quelle “stelle fisse” della morale (come Mori stesso le definisce), quelle azioni pienamente razionali (pare che siano queste le azioni degne di ammirazione) in relazione alle quali giudicare tutte le altre? Mori ci dice che è la psicologia cognitiva a stabilirle (non sono date, dunque, ma definite, stabilite da una elite scientifica, che non ha però mai dimostrato la sua capacità di relazione con quella verità cui pure anche Mori e Brandt sono costretti, loro malgrado a fare riferimento).

Ma ecco una affermazione interessante, che forse val proprio la pena sottoscrivere: non abbiamo convergenza di opinioni etiche perché c’è disaccordo profondo sulla conoscenza. Ma allora, il disaccordo etico sembra riconducibile al disaccordo delle conoscenze (metafisiche) di fondo e pertanto, lungi dall’essere un problema speciale dell’etica sembra essere un problema intorno al campo conoscitivo. Pertanto, è tempo che l’etica allarghi gli orizzonti della propria indagine e cominci ad instaurare una proficua collaborazione con le altre discipline (Mori, Ibid., p.128-129). Ma come, adesso Mori ci tira in campo anche la metafisica?? Accidenti: forse forse il senso reale del destino dell’uomo ha qualcosa a che vedere con il procurare la morte per fame e per sete, con il non pagare le tasse e con il rigare la macchina del vicino maleducato!

Sarebbe interessante poi delineare la teoria del valore di Mori, per cui il valore di una scelta è data dalla produzione di benessere che questa scelta dà, nel tempo (e non nel mero istante), ma, soprattutto, considera misurabile e paragonabile il benessere prodotto da diverse azioni in individui differenti (di fatto, stabilisce il comportamento degli individui è prova sufficiente del loro stato mentale, e che quando due individui mostrano un comportamento identico, è corretto assumere che non esistano ulteriori differenze nei loro sentimenti a livello psicologico). Per far questo (paragonare il benessere) Mori propone di “rappresentarlo con una curva che indichi le diverse intensità di benessere nei vari momenti” e di “calcolare la felicità prodotta dalle due esperienze calcolando l’area sottesa dalle due curve: l’esperienza più piacevole sarà quella corrispondete all’area maggiore” (il che mi fa pensare che avrei dovuto seguire con più attenzione le lezioni di geometria, forse è per questo che compio spesso scelte sbagliate!). Chissà poi come sia definibile uno stato di benessere (fare quello che mi pare e piace? Fare un sacrificio per ottenere qualcosa di buono? Offrirmi per essere mandato a morte al posto di un padre di famiglia?) e soprattutto come sia possibile misurare e confrontare questi possibili stati di benessere futuro, al fine di porli a fondamento della deliberazione.

Andiamo al fondo di questa teoria, secondo una affermazione che evidentemente Mori non sarebbe in grado di accettare esplicitamente, ma che nasce dalle sue medesime premesse, gli esseri umani non sarebbero altro che: “localizzazioni delle loro rispettive utilità, luoghi in cui risiedono attività del tipo desiderare, e provare piacere e dolore. (…) in questo schema le persone non contano come individui più dei singoli serbatoi di petrolio nell’analisi del consumo nazionale del petrolio” (Sen e Williams, Utilitarismo ed oltre, p. 9). La morale non è altro, allora che un tentativo di coordinare tra loro i desideri (singoli e puntuali) dei diversi individui, e dei medesimi individui in tempi differenti, in modo tale da ottenere la soddisfazione della maggior parte di essi. È questa la cultura che permette di uccidere una donna in stato vegetativo permanete, perché non ne riconosce più la capacità di attività come desiderare e provare piacere e dolore. È la medesima cultura che potrebbe arrivare, in un domani purtroppo molto vicino, ad accettare il principio secondo il quale “un cavallo o un cane adulto sono, oltre ogni paragone, più razionali e più capaci di comunicare di un bambino di un giorno, di una settimana, o perfino di un mese”, affermazione che giustifica l’infanticidio sulla base della presunta assenza di sofferenza provata da un neonato di fronte ad una morte indolore, ritenuta comunque meno grave della morte inflitta ad un animale adulto, e preferibile alla prospettiva di una vita non soddisfacente.

 

Cristina Tamburini

 

 

 

 

 

 

 

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