Tutti possono dire la loro, tranne Docenti e Ricercatori: l’incredibile caso Littman

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L’ideologia gender è inesistente fino a quando non si parla, non si scrive, non si dice nulla. Finché si tace, finché si acconsente, finché si strizza l’occhio alla Follia dilagante, l’ideologia resta un’invenzione dei cattolici, al massimo una mera ipotesi. Ma basta discostarsi un poco dal politicamente corretto, basta obiettare – peraltro sulla base di solidi argomenti – basta esprimersi liberamente o peggio indicare nuove vie di ricerca, che subito la realtà si fa sentire: siamo in Dittatura. Questa, è la verità. In una dittatura soft, certo, perché non ci sono carri armati per le strade o agenti segreti alle porte di casa. Non qui, non per ora. Ma questo non significa che la nostra società non sia profondamente malata: questo non significa ancora – o meglio non significa più – che siamo davvero liberi di pensiero e di parola.

 

Il fatto incontestabile è che oggi siamo nelle mani di un branco di esaltati che per imporre il Nulla delle loro idee non si fanno scrupolo di censurare chiunque non sia d’accordo.

 

I primi ad essere attaccati e sistematicamente censurati sono logicamente i medici, gli psicologi, gli psichiatri, i docenti e i ricercatori. Sono queste le categorie più a rischio, proprio per il lavoro scientifico e critico che sono chiamati a svolgere. Molti sono intimoriti. Non tutti, grazie a Dio. Ma non è certo un caso che gli Ordini si facciano sentire, mettendo sotto processo gli psicologi dissidenti (si vedano i casi emblematici di Giancarlo Ricci e di Gilberto Gobbi, per citare quelli più recenti: vi ricordate il linciaggio di Crepet?) addirittura i medici, colpevoli di aver ricordato l’evidente, come il caso di Silvana De Mari. I professori, come il latinista Andrea Del Ponte, reo di aver ribadito senza mezzi termini che i transessuali a raccontare com’è bella la disforia di genere di fronte a dei bambini, per di più senza contraddittorio, è meglio che non ci vadano. Per inciso, la stessa cosa che aveva già detto Italo Carta (Ordinario di Psichiatria e già Direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano), che aveva definito “criminali” coloro i quali vanno a raccontare ai bambini che “la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza“.

Al contrario molti politici, molti protagonisti dello spettacolo, addirittura molti sportivi (che dovrebbero essere i primi a riconoscere l’oggettività della differenza tra maschile e femminile) e una vasta platea di commentatori della Domenica si adeguano e tifano per l’impazzimento collettivo.

Il mondo dei Progressisti sta da questa parte: pensa che suggerire ai ragazzi che possono scegliere di essere maschi o femmine, al di là della realtà biologica, senza problemi, sia cosa bella e giusta. Rispettosa. Non discriminante. Allo stesso modo, si preferisce nascondere il disordine intrinseco (cit.) degli atti omosessuali con il trucco vincente del “Love is love“, dello stravolgimento del concetto di “naturale” ad uso e consumo di ciò che l’Ideologia vuole, della sostanziale equiparazione tra generatività normale e fabbricazione di esseri umani in laboratorio – perché le coppie gay vanno accontentate in tutto, ci mancherebbe! – e con la conseguente adozione dell’utero in affitto e totale mercificazione dei bambini: ridotti ad “adorabili oggetti di consumo“, per ricordare l’azzeccata espressione di Claudio Risé. Un altro tra i pochi a dire sempre quello che pensa.

 

E adesso, che succede?

Adesso siamo all’anello finale. Questo è il tempo della resa dei conti, evidentemente. Com’era prevedibile, da premesse assurde non può che derivare una situazione altrettanto assurda: i difensori della libertà, i paladini del rispetto per le diversità, che fanno? Censurano chi la pensa diversamente da loro, ovviamente. Per i paladini della democrazia, del progresso e dei diritti si può dire tutto, basta che non sia una critica al pensiero dominante. Logico, no? E l’ultimo – allucinante – caso? Eccolo qui di seguito.

Buona lettura.

 


 

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Docenti inglesi dichiarano a rischio la libertà di ricerca: il caso Littman

 

Fonte: Europa Cristiana

 

 

 

Se cento professori, per di più del Regno Unito, eden, insieme ai Paesi Scandinavi, dell’ideologia gender, arrivano a denunciare che la libertà di ricerca su certi argomenti è a rischio, allora vuol dire che la situazione si è fatta allarmante oltremisura.

 

Parliamo dell’incredibile vicenda che ha riguardato un’autorevole studiosa statunitense, Lisa Littman, ricercatrice presso la School of Public Health alla Brown University, la quale ha avuto l’ “ardire” di pubblicare uno studio sul disturbo della disforia di genere negli adolescenti (Rapid-onset Gender dysphoria in adolescents and young adults: a study of parental report) nel quale, soffermandosi ad analizzare la «disforia di genere ad insorgenza rapida», parla a chiare lettere di «contagio sociale tra pari». In sostanza, la studiosa sostiene, alla fine della sua ricerca, che l’influenza degli amici e del contesto sociale, in generale, peserebbe molto, sui disturbi legati all’identità di genere negli adolescenti.

Insomma, i ragazzi sarebbero portati ad identificarsi come transgender, trascinati dall’esempio degli amici che hanno già deciso di abbracciare questo genere di “identità” e, in effetti, questa sarebbe un’ottima base di partenza per spiegare l’incredibile aumento dei casi di disforia di genere verificatisi negli ultimi anni.

Ma ovviamente il mondo LGBT non è stato a guardare. Proprio gli attivisti arcobaleno che non fanno che sventolare la loro concezione del “genere” come costrutto sociale scisso dal dato biologico e che giustificherebbe ogni tipo di scelta che porti ad allungare il loro acronimo all’infinito, esaurendo finanche le lettere dell’alfabeto, proprio loro, sono insorti contro questa cristallina spiegazione che ha come punto di arrivo (l’influenza del contesto sociale sulla scelta del “genere”) esattamente l’assunto col quale tartassano ogni tipo di canale informativo (scuole comprese!).

Come definire tutto ciò, forse “cortocircuito arcobaleno?” Una cosa è certa, l’onda “censoria” che ha scatenato per imbavagliare risultati così eclatanti ha coinvolto ogni ambito nel quale tale studio era stato diffuso. Per cui, poiché la ricerca della Littman era stata pubblicata su un’autorevole rivista scientifica chiamata Plos One, dopo le proteste del mondo LGBT, tale rivista è tornata sui suoi passi dichiarando di dover rivedere il lavoro della studiosa per verificarne la validità. Per non parlare della Brown University che, dopo aver annunciato con un comunicato stampa, l’uscita del lavoro della Littman e averlo persino pubblicato sul proprio sito internet, dopo le contestazioni, l’ha rimosso da web. Parole forti sono state usate anche dal decano della School of public health, Bess Marcus che, unendosi al coro degli indignati, ha affermato che tale studio «potrebbe essere usato per screditare gli sforzi per sostenere i giovani transgender e potrebbe danneggiare le prospettive dei membri della comunità transgender». Nonostante tutto, le misure dittatoriali prese contro la ricerca di Lisa Littman hanno fatto indignare diversi ricercatori inglesi: circa un centinaio di loro ha firmato una petizione a suo favore. Situazioni come quella della Littman, nel Regno Unito sono all’ordine del giorno, in un simile alveo si colloca l’iniziativa dei docenti universitari inglesi che hanno anche scritto una lettera aperta, denunciando la deriva dittatoriale delle associazioni trans che compromettono ormai quasi totalmente la libertà di ricerca e di espressione. Tutto questo dimostra che l’ideologia gender non ha nulla di scientifico e, la prova provata di ciò, è che ha una gran paura della scienza.

 

Manuela Antonacci (link)